Questione pregiudiziale n. QP2 al ddl S.692
  • status: Sulle proposte di questione pregiudiziale presentate è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, un'unica votazione.

testo emendamento del 11/06/08

Il Senato,

            premesso che:

        l'articolo 1 del decreto-legge n. 92 del 2008 apporta significative modifiche a disposizioni del codice penale, sia di parte generale che di parte speciale, prevedendo anzitutto l'introduzione della misura di sicurezza dell'allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea il quale abbia riportato - per qualsiasi tipo di delitto - condanna alla reclusione per un tempo superiore a due anni, configurandosi in tal modo la reintroduzione di una fattispecie generica e presunta di pericolosità sociale che non prevede l'apprezzamento della pericolosità del singolo cittadino alla luce dei vincoli imposti dal diritto comunitario alla potestà degli Stati membri di limitate la libertà di circolazione di un cittadino dell'Unione stessa o di un suo familiare, anche se extracomunitario. Tali limiti sono regolati dagli articoli 48 e 56 del Trattato e dall'articolo 27, paragrafo secondo, della Direttiva 2004/38/CE, laddove si esclude un automatismo tra condanna e allontanamento del cittadino comunitario in assenza di concreta valutazione della pericolosità dello stesso;

        l'articolo 15, comma 1, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante testo unico della disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, prevede che il giudice possa ordinare l'espulsione dello straniero, che sia condannato per taluno dei delitti previsti dagli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale, sempre che risulti socialmente pericoloso. La mancata previsione dell'apprezzamento della pericolosità sociale del soggetto nell'articolo 1 del decreto-legge in esame porterebbe dunque a concludere che il legislatore abbia voluto differenziare situazioni concernenti entrambe casi di espulsione, inserendo nel corpus delle norme che regolano la situazione dello straniero due norme contraddittorie ovvero tali da configurare una ingiustificata disparità di trattamento, in contrasto con i princìpi di ragionevolezza e uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione;

        per quanto riguarda il piano delle circostanze aggravanti, l'articolo 1, lettera f), del decreto in esame, inserendo nell'articolo 61 del codice penale il nuovo numero 11-bis, istituisce una nuova circostanza aggravante comune consistente nella commissione del fatto da parte di un soggetto che si trovi "illegalmente sul territorio nazionale", sia esso cittadino extracomunitario o comunitario. Con ciò si valuta di per sé meritevole di un trattamento differenziato non il "fatto" commesso ma lo status soggettivo dell'"autore". Questo criterio personale della imputazione della responsabilità appare non rispondente al princìpio di uguaglianza/ragionevolezza sancito dall'articolo 3 della Costituzione, dal momento che il medesimo fatto di reato, privo di collegamento con la situazione di clandestinità, viene punito più severamente se commesso dallo straniero irregolare, anziché da un cittadino italiano o da uno straniero regolarmente soggiornante. Da tale formulazione discende perciò una irragionevole discriminazione fra persone in base alla loro origine nazionale e condizione personale. Tale circostanza, oltre a non trovare apprezzabile giustificazione, risulta vietata dagli articoli 2 e 7 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dai trattati internazionali sui diritti civili e politici ai quali l'Italia ha aderito. Si è dunque introdotta, in violazione dell'articolo 70, ultimo comma, del codice penale, che tassativamente prevede tale fattispecie per i casi di recidiva e imputabilità, una circostanza, inerente il reo, collegata alla sola nazionalità dello stesso e costituente perciò un criterio discriminatorio in contrasto con gli articoli 3, 10 e 11 della Costituzione;

        con riferimento alla medesima lettera f) dell'articolo 1, non è ravvisabile alcuna presunta maggiore lesività dei fatti né alcuna connessione con le ragioni costitutive dell'offesa al bene giuridico tutelato dal reato-base, dal momento che la norma non opera una differenziazione del trattamento in base ad una selezione dei fatti o eventi commessi dal reo, né consente un apprezzamento della effettiva capacità a delinquere del soggetto, tale da giustificare un più grave regime punitivo. Per tutte queste motivazioni, l'aggravante comune prospettata dal decreto si diffetenzia anche dalle aggravanti ricollegabili a condizioni personali già presenti nel nostro ordinamento, come quella di cui al medesimo articolo 61, n. 6), del codice penale per l'ipotesi che il reato sia commesso durante lo stato di latitanza, vista anche l'assenza, nel caso del numero 11-bis, di un provvedimento giudiziale nei confronti del reo;

        ulteriori profili di incostituzionalità della aggravante sono relativi al presupposto, indispendabile per l'applicazione di una norma incriminatrice, dell'assenza di una causa di giustificazione o scriminante. Questa tematica risulta già esaminata più volte dalla Corte costituzionale, anche con riferimento al reato di mancata ottemperanza, da parte dello straniero, all'ordine di allontanamento dallo Stato. Nello stesso senso si è orientata la giurisprudenza di legittimità. La Corte costituzionale ha evidenziato l'impossibilità di far conseguire da una mera condizione soggettiva l'automatica applicazione di effetti penalmente rilevanti, a prescindere dall'apprezzamento giurisdizionale circa la concreta pericolosità sociale del soggetto, anche argomentando che la mera carenza del titolo di soggiorno è circostanza tendenzialmente irrilevante ai fini del disvalore dell'azione, la quale va desunta dalla gravità del reato, e della capacità a delinquere secondo i criteri di cui all'articolo 133 del codice penale (si vedano, fra le altre, le sentenze della Corte costituzionale 14 giugno 2007, n. 192, 10 febbraio 2005, n. 78, e 14 dicembre 2005, n. 466);

        l'articolo 5 del decreto-legge in esame prevede, inoltre, l'applicazione obbligatoria di una misura ablativa prescindendo dalla pericolosità intrinseca del bene, che è invece criterio d'obbligo, nel nostro ordinamento, per procedere obbligatoriamente alla confisca. Tale circostanza integra un profilo di irragionevolezza e disparità della norma, in quanto la sanzione è collegata alla condizione soggettiva di colui che può usufruire del bene e non alla caratteristica del bene stesso. Dal momento che, ai sensi del medesimo articolo 5, la confisca non è disposta qualora il bene appartenga a terzi, è evidente che si applica indiscriminatamente il medesimo istituto, in violazione dei presupposti che lo giustificano, a situazioni diverse. La condizione di straniero, in tal caso, dispiega i suoi effetti su un terzo, il proprietario del bene, che venda o ceda a soggetto straniero privo di permesso di soggiorno. Si rileva inoltre che, in base alla formulazione dell'articolo 5 come modificato in Commissione, la sanzione scatterebbe anche nel caso di cessione dell'immobile a cittadino straniero che volesse acquistare il bene a fini di investimento. Anche per l'articolo 5, dunque, si registra una violazione dei criteri di ragionevolezza ex articolo 3 della Costituzione, nonché degli articoli 10 e 11 della Costituzione;

        l'articolo 9 del decreto, costituendo una mera modifica di denominazione dei centri di permanenza temporanea, manca evidentemente dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza postulati dall'articolo 77 della Costituzione ed avrebbe quindi dovuto costituire oggetto di disegno di legge ordinario;

        dal complesso delle modificazioni apportate dal decreto in esame deriva infine un maggior onere per le spese di pubblica sicurezza e organizzazione dei tribunali, la cui copertura, in contrasto con l'articolo 81, quarto comma, della Costituzione, non viene prevista dal decreto medesimo,

            per tutti questi motivi:

        non ritenendosi compatibile con l'ordinamento costituzionale una norma che riconduce un aggravamento obbligatorio della pena alla mera sussistenza di uno status personale, come quella di cui al nuovo comma 11-bis dell'articolo 61 del codice penale con cui si opera una "indiscriminata omologazione" tra clandestini aventi diversa pericolosità e si distingue non ragionevolmente fra reati;

        valutato il contrasto delle norme di cui in premessa con il disposto dell'articolo 25, comma secondo, della Costituzione, con riferimento al necessario legame tra la sanzione penale e la commissione di un fatto;

        valutato il contrasto delle richiamate disposizioni con l'articolo 27, commi primo e terzo, della Costituzione, avuto riguardo sia al principio di personalità della responsabilità penale (il quale vieta che si punisca una mera pericolosità sociale presunta) sia al principio di proporzionalità della pena;

        valutata la non sussistenza dei requisiti di cui all'articolo 77 per l'articolo 9,

         dispone, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, di non procedere all'esame del disegno di legge Atto Senato n. 692, di conversione del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92.

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(*) Sulle proposte di questione pregiudiziale presentate è stata effettuata, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, un'unica votazione.