Questione pregiudiziale n. QP1 al ddl S.3627
  • status: Respinto

descrivi insieme agli altri utenti questo emendamento:

qui sotto puoi inserire o modificare la descrizione. Per modificare effettua il login

Inserire qui una descrizione dell'emendamento.

sei favorevole o contrario?
Nessuno ha ancora votato

testo emendamento del 21/12/12

sharingList();

«Il Senato,

        in sede di esame del decreto legge 3 dicembre 2012, n. 207, recante «Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell'ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale», approvato dalla Camera dei Deputati (A.S.3627);

        premesso che:

            l'articolo 3 del testo in esame presenta un carattere tipico di legge-provvedimento, laddove gli articoli 1 e 2 sembrano invece riferirsi - in via generale - alle ipotesi di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale con numero di dipendenti non inferiore a duecento unità, per i quali si stabilisce che il Ministro dell'Ambiente possa autorizzare, in sede di riesame dell'autorizzazione integrata ambientale (AIA), la prosecuzione dell'attività produttiva per un tempo non superiore a 36 mesi, a condizione che vengano rispettate le prescrizioni imposte nel medesimo provvedimento. Ciò vale anche quando l'autorità giudiziaria abbia adottato provvedimenti di sequestro sui beni dell'impresa titolare dello stabilimento. Premesso che i requisiti dimensionali apoditticamente assunti nel decreto sembrano riferirsi ad un ben preciso impianto, il decreto stabilisce che - al verificarsi delle predette condizioni - gli eventuali provvedimenti di sequestro non impediscono, nel corso del periodo di tempo indicato nell'autorizzazione, l'esercizio dell'attività d'impresa, stabilendo altresì che la gestione e la responsabilità degli impianti rimanga in capo ai titolari dell'AIA, ossia ai titolari dell'impresa;

            l'articolo 3, che è palesemente privo di ogni caratteristica di generalità ed astrattezza, stabilisce specificamente che l'impresa ILVA di Taranto (i cui vertici aziendali risultano esser stati colpiti da provvedimenti restrittivi della libertà personale ed in almeno un caso risultano tuttora irreperibili) costituisce, ope legis, stabilimento "di interesse strategico nazionale". Pertanto a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la. società ILVA S.p.A. di Taranto viene - per legge - immessa nel possesso dei beni dell'impresa ed è in ogni caso autorizzata, nei limiti consentiti dal provvedimento di cui al comma 2, alla prosecuzione dell'attività produttiva nello stabilimento ed alla conseguente commercializzazione dei prodotti per un periodo di 36 mesi, ferma restando l'applicazione di tutte le disposizioni contenute nel presente decreto (comma 3);

            le cosiddette leggi-provvedimento non possono, di per sé, venir ritenute incostituzionali, ma - come ha chiarito la Corte costituzionale in più occasioni - esse impongono una attenta valutazione in relazione al loro specifico contenuto, essenzialmente sotto i profili della non arbitrarietà e della ragionevolezza (sent. n. 289 del 2010). Nel caso di specie, come osservato anche da illustri studiosi, non appare assicurato il rispetto dei limiti richiesti dalla Corte costituzionale per la legittimità delle leggi provvedimento, ossia l'osservanza dell'intangibilità del giudicato e, soprattutto, la circostanza che non sia vulnerata la funzione giurisdizionale in ordine alla decisione delle cause in corso (si veda da ultimo, la sent. n. 94 del 2009);

            le disposizioni del decreto si pongono, infatti, in frontale contrasto con almeno due puntuali statuizioni contenute nei provvedimenti di sequestro dell'autorità giudiziaria che procede in relazione alla vicenda dell'lLVA di Taranto: il blocco dell'attività produttiva e la sottrazione dei poteri di custodia ai titolari dell'impresa. Appare dunque chiara la potenziale incostituzionalità della disposizione sul piano della separazione tra i poteri dello Stato e del rispetto delle prerogative della magistratura (artt. 101 e 112 Cost.);

            per quanto più puntualmente rileva dal punto di vista costituzionale, l'articolo 1 prevede al comma 4, che i provvedimenti di sequestro di cui all'articolo 312 del Codice di procedura Penale non possono impedire - nei soli casi di impianti strategici - l'esercizio dell'attività di impresa. A questa disposizione generale, l'art. 3 al comma 3 del decreto-legge aggiunge, con specifico riferimento all'ILVA, che a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l'azienda è immessa nel possesso dei beni dell'impresa ed è in ogni caso autorizzata, nei limiti del provvedimento di autorizzata integrata ambientale, alla prosecuzione dell'attività produttiva nello stabilimento ed alla commercializzazione dei prodotti, per un periodo la cui lunghezza appare tale da vanificare i provvedimenti cautelari urgenti già assunti;

            la Camera, accogliendo un emendamento del Governo, ha peraltro inteso attribuire una sorta di efficacia retro attiva al provvedimento anche con riferimento ai prodotti finiti e semilavorati dell'area a freddo disposto dalla magistratura il 26 novembre 2012, consentendo conseguentemente la vendita di beni già sottoposti a misura cautelare in quanto derivanti da attività condotta contra legem. In ciò ha inteso superare l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari dell'11 dicembre scorso che respingeva l'istanza di revoca del sequestro dei prodotti finiti e semilavorati giacenti nelle aree di stoccaggio e destinati alla vendita. Peraltro, la giurisprudenza della Corte Costituzionale sulle leggi aventi portata retro attiva è costante nel porre come limite al legislatore il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (Sent. n. 282 del 2005);

            come rilevato da autorevole dottrina - qualora il decreto legge non venisse interpretato in chiave di modifica del quadro normativa preesistente sulla cui base erano stati emanati i provvedimenti di sequestro in parola - radicalmente illegittima sarebbe la pretesa di considerare ipso iure modificati, per effetto dell'entrata in vigore del decreto, i provvedimenti di sequestro in essere. Non è infatti consentito al potere esecutivo di porre nel nulla qualsiasi provvedimento giurisdizionale attraverso un mero atto unilaterale di imperio, anziché attraverso l'esperimento dei mezzi di impugnazione disciplinati dalla legge e dalla Costituzione per assicurare la verifica legittimità dei provvedimenti giurisdizionali;

            peraltro, nella sua formulazione attuale, il decreto si configura quale strumento di autorizzazione di attività che - in base alle evidenze oggettive emerse dall'inchiesta in corso e riferite al periodo 1995-2012 - sono risultate lesive della pubblica incolumità e della salubrità ambientale. Non effettuando un ragionevole contemperamento tra interessi e diritti di diversa natura, esso si pone quindi in radicale contrasto con il principio costituzionale della tutela della salute quale fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, la cui unica eccezione è ammessa, nella Costituzione vigente, dalla procedura di cui all'art. 78. In quanto tali attività si sono rivelate

            concretamente idonee a cagionare la morte di persone esposte nel tempo a ripetute emissioni nocive, un decreto che pone nel nulla i provvedimenti giudiziari atti a rimuovere le causa dei predetti eventi di malattia e morte, determina dunque i presupposti per il loro riproporsi in futuro;

            ancor più evidente è, con riferimento al sequestro preventivo, l'allontanamento del decreto dal disposto di cui all'art. 32 della Costituzione, nella parte in cui non recepisce la fondamentale statuizione con cui il giudice ha reputato non necessitato lo spegnimento degli impianti ed ha ordinato ai custodi di garantire la sicurezza degli impianti medesimi e di utilizzarli in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti. Questa finalizzazione viene del tutto superata dal decreto, che autorizza l'attività piena a fini produttivi;

            pur nella consapevolezza che la giurisprudenza di legittimità (peraltro confermata anche dalla stessa Corte costituzionale nella sentenza n 121 del 2009) è costante nel ritenere che il giudicato cautelare introduca una preclusione processuale di portata diversa rispetto a quella relativa all'autorità di cosa giudicata, appare illegittima la potenziale limitazione all'esercizio dell'azione penale per il futuro ai sensi dell'art. 3, comma 3 (seppur temporalmente circoscritto). Lo stesso tentativo di presentare come fattispecie generale e astratta una disposizione con cui prevede che il regime derogatorio per gli stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale abbia applicazione anche quando l'autorità giudiziaria abbia adottato provvedimenti di sequestro sui beni dell'impresa titolare dello stabilimento (art. 1) senza innovare la disciplina del rapporto tra provvedimenti cautelari del giudice penale e l'assunzione dell'onere di fronteggiare il rischio da parte della pubblica amministrazione, appare finalizzato a porre nel nulla l'efficacia dei provvedimenti del giudice, sia quelli già assunti (nel caso ILVA) sia quelli che dovessero essere assunti per il futuro negli impianti individuati di volta in volta con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri;

            il decreto presenta, dunque, due distinti profili di criticità: da un lato, sotto il profilo di un possibile irragionevole bilanciamento tra i valori e princìpi costituzionali in gioco (articoli 9, 32 e 41 della Costituzione); dall'altro, sotto il profilo della lesione delle prerogative del potere giudiziario, per effetto della sua pretesa di travolgere ipso iure le disposizioni di un provvedimento di sequestro, nonostante la giurisprudenza costituzionale sia pacifica vietare al legislatore di adottare provvedimenti che incidano sulla funzione giurisdizionale in ordine alla decisione delle cause in corso (sentenza n. 267 del 2007);

            delibera, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, di non procedere all'esame dell'Atto Senato 3627».