Ordine del Giorno n. G/3382/2/5 e 6 al ddl S.3382

testo emendamento del 19/07/12

Il Senato,

        in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 27 giugno 2012, n. 87, recante misure urgenti in materia di efficientamento, valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico, di razionalizzazione dell'amministrazione economico-finanziaria, nonché misure di rafforzamento del patrimonio delle imprese del settore bancario (A.S. 3382),

premesso che:

            il patrimonio immobiliare dello Stato si è assottigliato in parte con le massicce dismissioni fra il 2001 e il 2005, in misura consistente con la devoluzione in favore degli enti locali, prevista dal federalismo demaniale;

            nella manovra di luglio 2011 (decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011) è stato previsto un programma di dismissione. La scelta si è orientata sulla dismissione dei patrimoni immobiliari degli enti locali che dovrebbero affidare, a partire dal 2012, a fondi gestiti da società di gestione del risparmio (SGR) private, la valorizzazione e privatizzazione del loro patrimonio immobiliare;

            allo stesso modo, una disposizione prevista dalla legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012) autorizza il Ministero dell'economia e delle finanze a cedere immobili pubblici mediante il conferimento o il trasferimento degli stessi a uno o più fondi comuni di investimento iimmobiliari o a una o più società, anche di nuova costituzione, le cui quote o azioni saranno poi oggetto di offerta pubblica di vendita. Inoltre, «sono conferiti o trasferiti beni immobili di proprietà dello Stato e una quota non inferiore al 20 per cento delle carceri inutilizzate e delle caserme assegnate in uso alle Forze armate dismissibili». Dalla dismissione degli immobili pubblici si prevede di recuperare risorse per 5 miliardi di euro. Prevista anche la dismissione dei terreni agricoli di proprietà dello Stato mediante trattativa privata per gli immobili di valore inferiore a 400.000 euro e attraverso asta pubblica per quelli di valore pari o superiore a 400.000 euro;

            secondo alcuni economisti, la scelta migliore sarebbe quella di dare il patrimonio dello Stato in gestione a una società pubblica, con una supervisione europea e con l'obiettivo della valorizzazione, destinando tutti i proventi alla riduzione del debito pubblico. La legge n. 183 del 2011, invece, si affida ancora una volta all'ingegneria finanziaria, che rischia di rendere inefficace l'operazione per quanto riguarda gli immobili utilizzati dalle amministrazioni e conferiti al fondo immobiliare;

            con le dismissioni effettuate a partire dal 2001 ad oggi, allo Stato è rimasto il patrimonio strumentale: quello che i vari Ministeri hanno dichiarato essere indispensabile per lo svolgimento delle funzioni statali. Invece, è proprio da questo che si può partire per avviare un programma serio che possa avere un effetto duraturo sul debito pubblico e che non serva solo ad una operazione a breve sul deficit;

            lo Stato dovrebbe avviare un piano di razionalizzazione «fatto su misura» della gestione del patrimonio impostato su due filoni di intervento intimamente collegati: una seria politica di space management e un'altrettanto seria politica di razionalizzazione degli utilizzi e decentramento amministrativo;

            il patrimonio strumentale, ossia gli immobili in uso alle amministrazioni dello Stato e le locazioni passive, ossia gli immobili che lo Stato occupa in affitto, ammontano ad un valore complessivo di quasi 71 miliardi di euro;

            sempre secondo alcuni economisti, nei 21.000 immobili, sparsi in tutti i comuni d'Italia e soprattutto i capoluoghi, lavorano circa 750.000 dipendenti pubblici, comprese le Forze militari e di polizia (escludendo sanità, istruzione ed enti locali). Per mantenere questo patrimonio, e in particolare per sostenere i costi di manutenzione e i costi di gestione, lo Stato spende tra 1,5 e 2 miliardi di euro all'anno per le manutenzioni e tra 1,6 a 2,1 miliardi per il cosiddetto facility management. Inoltre, per stare in affitto, lo Stato spende poco meno di un miliardo all'anno. In buona sostanza gli oneri generati dalla gestione del patrimonio immobiliare utilizzato si aggirano intorno ai 4 miliardi di euro all'anno;

            una cifra esorbitante anche in considerazione che, teoricamente, lo Stato destina ai propri dipendenti, compresa la Polizia e i militari, uno spazio di lavoro di quasi 50 metri quadri a persona, ossia il doppio di quanto la legge prevede per ogni abitante residenziale. Nel mondo privato e all'estero oggi ci si sta orientando verso i 10-12 metri quadri per dipendente, ma anche il solo raggiungimento degli attuali standard nazionali degli uffici privati, di circa 20 metri quadri per dipendente, rappresenterebbe un successo;

            questo sarebbe l'innesco di un processo virtuoso perché, da un lato, andrebbe a generare immediati risparmi sulla gestione corrente – che, se si attestassero anche solamente nell'ordine del 25 per cento, libererebbero risorse per un miliardo di euro all'anno – ma, soprattutto, renderebbe disponibili immobili «liberi» con cui sostituire gli immobili in affitto e avviare una progressiva politica di dismissione e iniziare una strutturale riduzione del debito. Se si riuscisse a vendere anche solo il 15 per cento del patrimonio strumentale, si genererebbero risorse per oltre 10 miliardi di euro, cui sommarne 5 di risparmi, il tutto senza oneri a carico dello Stato;

            con le risorse liberate e con una sana politica di permuta e di collaborazione pubblico-privato potrebbe anche essere avviata una politica di delocalizzazione ed efficientamento degli immobili pubblici. È alla fine di questo processo, della durata di almeno 10 anni e con il quale potrebbero ridursi del 50 per cento i costi gestionali e prodursi cassa per 30-35 miliardi di euro, che si può immaginare di attivare un veicolo finanziario, un fondo immobiliare pubblico per esempio, nel quale conferire il nuovo patrimonio strumentale;

        tenuto conto che:

            la riduzione del debito pubblico è indiscutibile ed è assoluta priorità di interesse nazionale;

            tra le diverse azioni sia in atto, come sopra descritto, sia previste, non appare ancora ben delineata, da patte del Governo, quella finalizzata ad usare un'aliquota del patrimonio disponibile per scopi di abbattimento di una parte del volume di debito. Né appare ancora ben delineata una strategia, con relativa architettura gestionale, con Io scopo di valorizzare i beni pubblici. Inoltre non risulta ancora valutabile, con ragionevole precisione, l'entità del patrimonio disponibile o per mancanza di un censimento organico dello stesso, organizzato per schede che stimino il valore dei singoli beni, oppure per informazione insufficiente al riguardo dell'accesso a tale documentazione,

        impegna il Governo:

            a valutare la possibilità di avviare un concreto e virtuoso processo di dismissione del patrimonio «disponibile» al fine di ridurre il debito pubblico;

            ad informare il Parlamento circa la documentazione relativa all'individuazione e stima dei valori dei beni pubblici classificabili secondo la denominazione di «patrimonio disponibile» (immobili, partecipazioni, concessioni, eccetera) affinché ne siano valutabili le stime quantitative, la completezza e la consistenza metodologica;

            a riferire sulle analisi e studi in corso in materia di operazioni di impiego del patrimonio per scopi di abbattimento del volume complessivo del debito;

            a costituire il Fondo immobiliare Italia SpA a totale partecipazione pubblica, al quale conferire il patrimoniale disponibile con la missione di valorizzarlo nel tempo, di concerto con gli enti locali, e procedere alla sua alienazione per l'abbattimento del debito pubblico.