Ordine del Giorno n. G/3249/21/11 al ddl S.3249
  • status: Approvato

testo emendamento del 23/05/12

Il Senato,

in sede di esame del disegno di legge recante  «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita»

premesso che:

la Commissione europea ha riaffermato il suo impegno a favore della parità dei sessi adottando la Carta delle donne (COM(2010) 78) e la "Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015"(COM(2010) 491);

realizzare la parità è essenziale per raggiungere gli obiettivi di crescita, occupazione e coesione sociale dell'Unione europea. La strategia "Europa 2020", proposta dalla Commissione nel marzo 2010, per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, ha tra i suoi grandi obiettivi quello di portare entro il 2020 al 75 per cento il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni (attualmente, secondo i dati Eurostat il tasso di occupazione femminile si situa al 62,5 per cento);

il Parlamento Europeo con la Risoluzione 2018 del 2010 ha richiamato la Commissione e i Parlamenti nazionali degli Stati membri a prevedere azioni di contrasto agli aspetti di genere della precarietà del lavoro, sostenendo la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la libertà di scelta del tempo di occupazione ed adeguate tutele sociali;

la partecipazione al lavoro delle donne è il presupposto fondamentale per la crescita civile e democratica del Paese, nonché strumento essenziale per la crescita e la competitività del sistema produttivo del Paese, a conferma dello strettissimo nesso esistente tra parità lavorativa, presenza delle donne nei processi decisionali e nella sfera pubblica e sviluppo dell'economia, della qualità del lavoro, delle relazioni familiari;

anche l'ex governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nelle Considerazioni finali della Relazione annuale 2011, ha posto l'accento sul carattere virtuoso di una maggiore occupazione femminile e sul fatto – ormai riconosciuto da tutti gli analisti – che la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro costituisce un «fattore cruciale di debolezza del sistema»;

come anche i dati ISTAT confermano, oggi le donne sono il 60% dei laureati, conseguono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati mediamente più brillanti, anche in discipline scientifiche. I dati dicono anche che le aziende dirette da donne hanno migliori rendimenti;

a dispetto di ciò, allarmanti sono i dati 2011 comunicati dall'Istat relativamente al numero delle donne occupate nel nostro Paese, che rimane fermo al 46,4 per cento, contro il 60 per cento che si sarebbe dovuto raggiungere ben due anni fa, secondo gli obiettivi stabiliti dall'Unione europea a Lisbona mentre l'occupazione degli uomini è pari al 68,6 per cento;

il 2 maggio scorso, l'Istat ha inoltre diffuso i dati relativi al primo trimestre del 2012: si rileva che il tasso di disoccupazione in Italia è salito al 9,8 per cento, in rialzo di 0,2 punti percentuali su febbraio e di 1,7 punti su base annua. Rispetto all'anno precedente, il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,6 punti percentuali e quello femminile di 1,9 punti;

altrettanto disastrosi sono i numeri scritti nei risultati del dossier Svimez 2012 "La condizione e il ruolo delle donne per lo sviluppo del Sud", indagine che ha fotografato la situazione delle donne meridionali dal 2008 al 2011: nelle regioni meridionali del nostro Paese, è disoccupata una giovane su quattro, mentre oltre mezzo milione di donne non sarebbe in realtà censito dalle statistiche ufficiali sull'occupazione, portando il tasso reale di disoccupazione femminile a toccare il 30,6 per cento nel 2010. A peggiorare il quadro, poi, c'è la vasta area delle scoraggiate, ossia di quante sarebbero disponibili a lavorare, ma hanno smesso di cercare lavoro (secondo definizione Istat): sulle 893mila donne italiane in questa condizione, 575 mila sono al Sud;

i dati riportati, che restituiscono una situazione conseguenza di un sistema culturale arretrato e difficile da scalfire e da superare, rendono non più procrastinabile un intervento capace di realizzare una vera "inversione di rotta" avendo come obiettivo l'incentivazione alla partecipazione al lavoro delle donne e l'introduzione di misure di sostegno alla conciliazione ed alla condivisione familiare;

considerato che:

innalzare il tasso di occupazione femminile significa elevare il potenziale di crescita e garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche, anche in funzione della sostenibilità futura dei sistemi previdenziale e di protezione sociale;

la situazione delle donne sul mercato del lavoro è peggiorata con la crisi al punto che è non più procrastinabile la riforma del welfare e la predisposizione di interventi organici e strutturali volti a favorire l'inclusione attiva delle donne nel mondo del lavoro, ad assicurare un'effettiva "uguaglianza professionale" - soprattutto per quanto concerne gli incarichi, le competenze, le responsabilità e le retribuzioni - e a consentire un'efficiente modulazione flessibile dei tempi e degli orari di lavoro;

considerato inoltre che:

in l'Italia è assai rilevante lo squilibrio tra i generi nella distribuzione dei carichi di lavoro complessivi. Da uno studio dell'Istat, pubblicato a fine 2011, su "Conciliazione tra lavoro e famiglia", si rileva l'entità del fenomeno: sono circa 15 milioni 182 mila (il 38,4 per cento della popolazione di riferimento) le persone che nel 2010 dichiarano di prendersi regolarmente cura di figli coabitanti minori di 15 anni, oppure di altri bambini, di adulti malati, disabili o di anziani;

secondo le statistiche, il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie (lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi) è a carico delle donne e nel 37,2 per cento delle coppie in cui la donna ha un'età compresa tra i 25 e i 54 anni, resiste una suddivisione dei compiti di tipo tradizionale in cui l'uomo lavora fuori casa e la donna si dedica alle faccende domestiche;

in materia di continuità occupazionale poi, secondo uno studio Isfol, il 40,8 per cento di donne fuoriuscite dal lavoro dichiara di aver interrotto l'attività lavorativa per prendersi cura dei figli e di queste un 5,6 per cento per dedicarsi totalmente alla famiglia o per accudire persone non auto sufficienti. Non a caso, il 17,7 per cento delle donne senza distinzione tra Centro, Nord e Sud, ritiene che i modi e i tempi dell'organizzazione del lavoro costituiscano un limite al loro inserimento occupazionale;

a tutt'oggi la maternità è vissuta dal mondo lavorativo come un ostacolo alla produttività, se non, addirittura, come un handicap: secondo quanto risulta dal Rapporto annuale 2011 dell'Istat, interrompere il percorso lavorativo in occasione di una gravidanza non è il risultato di una libera scelta: nell'arco di un decennio  sono state circa 800 mila (!) - quasi il nove per cento delle madri che lavorano o hanno lavorato in passato - le donne che, nel corso della loro vita, sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza;

anche questi dati allarmanti hanno portato il Governo ad introdurre nel provvedimento in esame misure di contrasto al triste e diffuso fenomeno delle c.d. "dimissioni in bianco";

rilevato che:

il rapporto annuale dell'Istat "La situazione del Paese nel 2010" ha confermato lo stretto legame tra il sottofinanziamento del welfare familiare e la situazione di debolezza occupazionale della forza lavoro femminile;

nella sua audizione in Commissione Lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati sulle linee programmatiche del dicastero (6 e 13 dicembre 2011), la Ministra interrogata, con delega per le pari opportunità, ha reso, tra l'altro, la seguente dichiarazione in materia: "Quello che succede nel mondo è davanti a noi e il fatto che l'Italia sia praticamente sempre ultima nelle graduatorie per l'occupazione femminile e che presenti, lasciatemelo dire, un divario drammatico tra le condizioni al Nord e al Sud non è un dato sul quale possiamo indulgere. Non è a questo passato che dobbiamo guardare, ma alla creazione di una situazione diversa per il futuro";

nella sua audizione in Commissione I Affari costituzionali, la Ministra interrogata, in data 24 gennaio 2012, in merito alla questione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, ha sottolineato la necessità di affermare progressivamente una mentalità nuova che già da tempo ispira le politiche di altri Paesi europei, per cui la cura dei figli e i conseguenti congedi parentali/genitoriali sono profili condivisi all'interno della coppia;

se a livello normativo, la legge 8 marzo 2000, n. 53, promuove l'istituzione di congedi parentali che coinvolgano di più i padri, appoggia la flessibilità degli orari di lavoro, esorta gli enti locali ad attuare politiche attive che rendano più semplice, per le donne, conciliare i tempi da dedicare al lavoro, alla famiglia e alla formazione professionale, nella realtà, di fatto, l'insufficienza degli interventi pubblici, unita a un'impostazione culturale che vede gli uomini italiani ancora poco collaborativi in ambito domestico, sovraccarica le donne di responsabilità, sia dentro sia fuori casa;

rilevato inoltre che:

la legge 24 dicembre 2007, n. 247 ("Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l'equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale"), delegava il Governo ad adottare, entro 12 mesi, misure finalizzate all'incremento dell'occupazione femminile;

i decreti legislativi attuativi della delega dovrebbero prevedere «incentivi e sgravi contributivi mirati a sostenere i regimi di orari flessibili legati alle necessità della conciliazione tra lavoro e vita familiare, nonché a favorire l'aumento dell'occupazione femminile», non soltanto mediante una revisione della vigente normativa in materia di congedi parentali nel senso di una maggiore durata e sostegno economico, ma anche con il rafforzamento di istituti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (tempo parziale e telelavoro) e della rete dei servizi per l'infanzia e agli anziani non autosufficienti, in funzione di sostegno dell'esercizio della libertà di scelta da parte delle donne nel campo del lavoro;

i termini di esercizio della delega sono stati ripetutamente prorogati, senza che ad essa sia stata data attuazione;

da ultimo, con l'articolo 46 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (cosiddetto "Collegato lavoro") è stato riaperto il termine per l'esercizio della delega al Governo, con un differimento di ulteriori 24 mesi;

attualmente, secondo quanto disposto dall'articolo 65, comma 1, lettera a) del disegno di legge in esame, il suddetto termine è oggetto di una ulteriore proroga di sei mesi (maggio 2013);

nell'ambito del Piano Italia 2020 per l'occupabilità, anche al fine di raggiungere gli obiettivi fissati dalla strategia "Europa 2020", il 7 marzo 2011 è stato sottoscritto l'Avviso comune con le parti sociali nel quale si legge che i sottoscrittori "condividono il valore di una flessibilità family friendly come elemento organizzativo positivo e l'importanza di una modulazione flessibile degli orari di lavoro" e ancora "si impegnano, fermi restando gli assetti della contrattazione collettiva, a valorizzare le buone pratiche di flessibilità family friendly e di conciliazione esistenti";

nel citato Avviso comune l'unico impegno concretamente riferibile al Governo è quello a dare piena attuazione all'articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53, che prevede incentivi a sostegno delle misure volte a conciliare i tempi di vita e di lavoro;

molte e diverse sono le proposte depositate in Parlamento recanti misure in grado di assicurare un forte e strutturato sostegno alle donne, ad esempio attraverso interventi volti a garantire l'accesso al lavoro delle donne, a pari condizione di salario e carriera, fino al raggiungimento su tutto il territorio nazionale degli obiettivi definiti dalla Strategia di Lisbona per il 2010; potenziare le tipologie di servizi di assistenza per l'infanzia e per le persone non autosufficienti; facilitare l'utilizzo del part-time volontario e nuove modalità organizzative e gestionali dei tempi di lavoro family friendly; incrementare le detrazioni fiscali per carichi di famiglia in favore delle donne lavoratrici; attuare secondo un puntuale percorso istruttorio e tempistica certa la delega di cui alla legge n. 247 del 2007;

impegna il Governo:

a sottoporre al Parlamento, entro 30 giorni dall'approvazione della presente legge, un Piano organico, puntualmente definito nei tempi, negli obiettivi e nelle risorse, per l'attuazione della delega al riordino della normativa in materia di occupazione femminile, di cui all'articolo 1, comma 81, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, e per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla strategia "Europa 2020";

ad attuare un costante monitoraggio dello stato di attuazione del Piano medesimo, nonché degli interventi e delle misure di cui al disegno di legge in esame, come previsto dall'articolo 1, commi 2 e 3, dello stesso provvedimento, anche con riguardo al diverso impatto di genere e territoriale, con cadenza semestrale, sottoponendo al Parlamento rapporti adeguatamente documentati in termini di ricadute micro e macroeconomiche, occupazionali e sociali;

a dare piena attuazione all'articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53, che prevede incentivi a sostegno delle misure volte a conciliare i tempi di vita e di lavoro;

a sostenere fiscalmente l'implementazione nei luoghi di lavoro di regolazioni contrattuali e misure organizzative e gestionali, capaci di incidere positivamente sulle retribuzioni, sui tempi e sugli orari di lavoro, con l'obiettivo del raggiungimento della piena occupabilità e della parità retributiva fra i generi;

ad individuare risorse finanziarie per garantire su tutto il territorio nazionale un'offerta di servizi a sostegno della genitorialità, dell'educazione all'infanzia e dell'assistenza alle persone non autosufficienti qualificata ed adeguata a garantire una distribuzione dei carichi di cura compatibile con l'impegno lavorativo ed adeguata a stimolare occasioni di crescita occupazionale.