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Atto a cui si riferisce:
S.4/04580 sidente del Consiglio dei ministri -



Atto Senato

Risposta scritta pubblicata nel fascicolo n. 116
all'Interrogazione 4-04580

Risposta. - Con riferimento ai due quesiti rispettivamente in ordine alla conferenza stampa tenutasi a Bologna il 22 novembre 2010 e agli elementi che abbiano indotto il Governo, tramite un suo rappresentante, a mettere in discussione sentenze della magistratura, si osserva quanto segue.

Come si è già riferito in analogo contesto, nulla può essere addebitato al sottosegretario Giovanardi per la sua presenza presso la Prefettura di Bologna il 22 novembre dove, in qualità di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ha tenuto una conferenza stampa sulle cause dell'incidente di Ustica. Non si è affatto trattato di un uso strumentale della funzione di rappresentante del Governo, né di una censura nei confronti dei colleghi di Governo che, a suo tempo, sottoscrissero le richieste di rogatorie internazionali ovvero dei magistrati che ancora indagano sulla strage. Anzi, come si dimostrerà più avanti, non sostenendo tesi in contrasto con le sentenze della magistratura italiana, questi continua a far riferimento solo a queste ultime e a desiderare, dopo tanti anni, che si faccia piena luce sulla tragedia del DC 9 Itavia. E ciò legittima l'uso di sedi istituzionali come sono la Prefettura di Bologna ed il Museo della memoria dove l'aereo è stato trasferito dall'hangar di Pratica di mare.

Si è, infatti, convinti che sono ben altre le iniziative che influiscono a non "tenere vivo il dolore e il ricordo delle vittime" del disastro aereo del 27 giugno 1980 alle quali, peraltro, il Museo è dedicato. E ci si riferisce, nella circostanza, alla distribuzione ai visitatori di detta struttura, di un depliant in cui, anziché portare a conoscenza dei cittadini i risultati del lavoro dei magistrati, si insinua il dubbio su complotti e deviazioni di organi dello Stato e vengono propalate, con riferimento alla strage in questione, tesi false, offensive e diffamatorie nei confronti dello Stato e dei vertici dell'Aeronautica militare, ingiustamente accusati di azioni di depistaggio e di infedeltà verso l'Italia.

Tuffo ciò è deprecabile se non imperdonabile, soprattutto ove si consideri che il Museo è a tutti gli effetti una sede pubblica (sezione del museo comunale) e che tale iniziativa culturale è sostenuta con risorse e denari pubblici.

Quanto al secondo quesito, si segnala che la conferenza di Bologna è stata solo uno degli eventi in cui il sottosegretario Giovanardi si è occupato della vicenda relativa all'incidente di volo del DC9 Itavia. In particolare, nel 2002, nel corso della XIV Legislatura, in qualità di Ministro per i rapporti con il Parlamento, rispose a nome del Governo all'interpellanza 2-00257 dell'on. Michele Tucci e, successivamente, nell'attuale Legislatura, ha avuto modo, sempre a nome del Governo, di riferire in ordine ai seguenti atti di sindacato ispettivo: 1) interrogazione 4-00022 dell'on. Turco e altri; 2) interpellanza urgente 2-00895 dell'on. Vassallo e altri; 3) interpellanza urgente 2-00899 dell'on. Misiti e altri.

Inoltre, in tutti questi anni, il sen. Giovanardi ha sempre difeso la verità che emerge, senza ombra di dubbio, dalle perizie e dalle ormai numerose e concordanti sentenze della magistratura, cercando di tutelare l'onorabilità dei diversi ufficiali dell'Aeronautica militare italiana, prima indagati e poi, a seguito delle pronunce giudiziali, completamente assolti dalle accuse mosse nei loro confronti.

Quest'ultimo argomento porta ad introdurre un'ulteriore considerazione: quanto esposto dall'interessato a Bologna non contrasta con alcuna sentenza della magistratura ma, al contrario, si limita a portare a conoscenza dei cittadini quello che è stato accertato dai tribunali della Repubblica. Al contrario, l'affermazione dell'interrogante, per difetto di informazione o per altre ragioni, presenta una versione dei fatti che non è solo errata, ma completamente difforme dalla realtà. Infatti, quello che la magistratura ha effettivamente accertato non è certo quello che il sen. Vitali sostiene abbia accertato attraverso la sommaria ricapitolazione del lunghissimo iter giudiziario del caso Ustica, rappresentato attraverso le sole posizioni del giudice istruttore Rosario Priore, peraltro riportate non sempre con precisione.

Ad esempio, la frase citata tra virgolette in premessa : «L'incidente al DC 9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un'azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto» non compare mai nell'ordinanza- sentenza, pur costituendo indubbiamente il riassunto spesso divulgato sulla base di citazioni di seconda mano.

Per accorgersi della macroscopica distanza tra quanto affermato dall'interrogante e la realtà basta leggere il frontespizio del documento conclusivo del lavoro del giudice istruttore. Sotto l'intestazione ed il numero del procedimento (n. 266/90A del pubblico ministero, n. 527/84A del giudice istruttore) si legge infatti: "Ordinanza di rinvio a giudizio - Sentenza istruttoria di proscioglimento". Non occorre una particolare competenza in diritto per comprendere che il giudice istruttore sentenziò, cioè stabilì, l'innocenza di alcune persone ed ipotizzò reati che altri magistrati avrebbero dovuto accertare. La prima sentenza da rispettare, da parte del Governo e di tutti, non è dunque una condanna ma il proscioglimento di gran parte delle persone indagate.

Fissato questo punto, che non è una tesi di un Sottosegretario ma una realtà giuridica, resta da capire con quali altre sentenze contrasterebbe l'esposizione dei fatti accertati in più gradi di dibattimento ed in più procedimenti scaturiti dalla lunghissima istruttoria, proseguita sin oltre i limiti temporali ad essa fissati per legge.

A ben guardare, i primi a dissentire dalle conclusioni istruttorie furono gli stessi colleghi del giudice istruttore.

È bene ricordare che con il previgente codice di procedura penale, nel quale non era previsto alcun contraddittorio durante la fase istruttoria, la requisitoria del pubblico ministero costituiva di fatto il primo vaglio effettuato da un soggetto diverso dal giudice istruttore. Contrariamente all'idea di un convincimento unanime di non meglio specificati magistrati sottinteso dall'interrogante, la requisitoria dei pubblici ministeri del 31 luglio 1998 mostrò subito che essi concordavano in larga misura con l'impostazione dei tecnici della Commissione internazionale presieduta dal professore (ed oggi onorevole) Aurelio Misiti.

Le riserve dei pubblici ministeri rispetto alla prospettazione del giudice istruttore emergono da frasi molto esplicite, tra le quali si cita a titolo d'esempio:

"Nessun frammento o segni di penetrazione, riconducibili a missile (testata o altre sue componenti), sono stati dunque rinvenuti" (vol. I, p. 189);

"Ora è pacifico, non essendo affermato il contrario da nessuno, ad eccezione di quanto appresso si dirà a proposito degli elaborati dei consulenti della parte civile Itavia, che sulle parti recuperate del DC9 non vi è alcun segno di impatto di schegge di testata da guerra o di fenomeni di esplosione (blast)" (vol. I, p. 191);

"Da un esame molto attento di ogni singolo pezzo del DC9 a disposizione non risulta alcun foro di entrata o uscita di frammenti nella fusoliera e nelle ali" (vol. I, p. 198);

"Non sono state trovate tracce di danni provocati da un missile sui frammenti visibili della ricostruzione del relitto" (vol. I, p. 204);

"La possibilità di un coinvolgimento di un missile con una testata a frammentazione è pertanto ancora più limitata" (vol. I, p. 207).

Il giudice istruttore ritenne di non accogliere questa impostazione, come d'altra parte la legge gli dava facoltà di fare, e proseguì per la propria strada rinviando a giudizio alcuni militari che avrebbero coperto la battaglia aerea da lui ipotizzata. Si tratta dell'ordinanza (e non sentenza) che alcuni pretesero avesse scritto la parola "fine" della lunga indagine. In realtà, proprio perché ordinanza e non sentenza, essa apriva in realtà per la prima volta la possibilità di un esame in pubblico contraddittorio dell'eterogeneo materiale raccolto in fase istruttoria.

Dopo un lunghissimo dibattimento, la Corte d'assise di Roma assolse i quattro imputati dalla maggior parte dell'imputazioni e derubricò quelli residui. I magistrati emisero quindi una sentenza, che il Governo rispetta ma che l'interrogante forse non conosce, di assoluzione. Si vuole qui ricordare che per due imputati l'assoluzione fu chiesta dai pubblici ministeri, talché non fu appellata e passò immediatamente in giudicato. E poiché l'accusa formulata nei loro riguardi dal giudice istruttore riguardava il presunto sviamento delle indagini sul MiG libico caduto sulla Sila, la richiesta di assoluzione costituiva già in sé quella smentita delle sue conclusioni che secondo il sen. Vitali non vi sarebbe mai stata.

La sentenza di primo grado fu appellata dalla Procura, che evidentemente vi trovava tutt'altro che confermata l'ipotesi accusatoria, ma anche dagli ex imputati, che miravano ad un'assoluzione ancora più chiara. Anche in questo caso la Corte d'assise d'appello emise una sentenza (non un'ordinanza: una vera sentenza) di assoluzione, che il Governo rispetta in pieno e che l'interrogante sembra invece misconoscere.

Lungi dal confermare gli assunti del giudice istruttore, le motivazioni di questa sentenza li smentiscono con grande chiarezza. A proposito dell'esistenza di un velivolo che volava accanto al DC9 Itavia i magistrati conclusero ad esempio che ciò fosse "supportato solo da ipotesi, deduzioni, probabilità e da basse percentuali e mai da una sola certezza" (Motivazioni, p. 68). E in un passo successivo i magistrati scrissero che "L'accusa non è altrimenti dimostrabile se non affermando come certo quanto sopra ipotizzato ma non è chi non veda in essa la trama di un libro di spionaggio ma non un argomento degno di una pronuncia giudiziale" (p. 114).

A conclusioni non dissimili giunse la Corte di cassazione, nelle motivazioni della cui sentenza è detto esplicitamente: "Non si è, pertanto, in presenza di una prova incompleta, poiché all'esito di una lunga e complessa istruttoria formale da parte del Giudice Istruttore (durata 19 anni e conclusa con una sentenza-ordinanza di 5.468 pagine), seguita da quella dibattimentale con 272 udienze, è stata acquisita una imponente massa di dati, dai quali peraltro non è stato possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi di accusa".

Di fronte a frasi di questo tenore non si ritiene possibile affermare che l'assoluzione non abbia messo in discussione le conclusioni del giudice istruttore, né che la posizione del Governo diverga da quella dei magistrati.

Poiché l'interrogante chiede il rispetto delle sentenze (al plurale) e dei magistrati (al plurale), è opportuno ricordare che, oltre ai già ricordati esiti assolutori del procedimento principale, nell'arco di 15 anni numerosi magistrati hanno vagliato posizioni secondarie o collegate, sempre concludendo a favore degli imputati con ordinanze di archiviazione o sentenze di proscioglimento.

Se ne citano alcune, senza pretesa di completezza, per sottolineare la paradossale posizione dei difensori dell'operato del giudice istruttore Priore che, per sostenere oltremodo la tesi investigativa di quest'ultimo, delegittimano il grande, difficile, silenzioso e coraggioso lavoro di tutti gli altri magistrati. Si deve, pertanto, pretendere il massimo rispetto anche per:

la richiesta di non promuovere azione penale della Procura della Repubblica di Crotone, che smentisce la presunta retrodazione della caduta del MiG libico sulla Sila (21 febbraio 1989 e relativo decreto 6 marzo 1989 del giudice istruttore di Crotone);

la richiesta di archiviazione per 26 indagati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, nel procedimento n. 12966/99 RG PM NOTI, 21 dicembre 2001;

la sentenza per tre indagati del giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale penale di Roma, n. 3014/03 del 14 luglio 2003;

il decreto di archiviazione per cinque indagati emesso dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale penale di Roma, 30 luglio 2003 nel caso n. 30227/01 RG GIP;

la sentenza n. 2856/04 della Corte dei conti, sezione giurisdizionale per il Lazio.

Nella sentenza Sidoti, il GIP scrive questa ennesima esplicita smentita delle conclusioni del giudice istruttore Priore: "Occorre poi interrogarsi sulla possibilità che un'inchiesta caratterizzata dall'eccezionale durata e dalla presenza (non ancora risolta) di opzioni plurime circa la causa del principale evento oggetto di indagine, possa generare un ambito di interesse talmente ampio da rendere pertinenti e rilevanti fatti solo indiretta connessi con l'oggetto principale del procedimento o addirittura connessi al primo soltanto per una soggettiva ricostruzione dei fatti operata dal giudice: ciò è precisamente quel che lo scrivente reputa essersi verificato nell'ambito del procedimento originario" (p. 4).

In queste sentenze, decreti e ordinanze si trovano dunque elementi chiarissimi che l'interrogante probabilmente non conosce ma ai quali, essendo frutto del lavoro di magistrati, il Governo non può che prestare la massima fede ed il massimo rispetto. Sono queste sentenze, i cui esiti non sono mai stati contestati o appellati e sono da tempo passati in giudicato, il cui contenuto è stato esposto a Bologna il 22 novembre 2010.

Contrariamente, dunque, a quanto affermato dall'interrogante, le tesi esposte a Bologna dal Governo sulla dinamica della tragedia di Ustica non sono affatto in "aperto contrasto" con le sentenze della magistratura, per il duplice motivo che non vi sono "sentenze" riguardo ai responsabili del disastro, purtroppo ancora ignoti, e che, al contrario, tutte le sentenze effettivamente pronunciate concordano non solo nell'assoluzione o archiviazione ma anche nel respingere l'ipotesi della battaglia aerea o del missile che dir si voglia.

Ad evitare ulteriori distorsioni della realtà, è necessario ribadire ancora una volta che nel vecchio codice di procedura penale fascista con il quale l'indagine fu condotta anche dopo l'entrata in vigore del nuovo codice democratico, il procedimento istruttorio non mirava, come scriveva oltre 30 anni fa un maestro del diritto quale Franco Cordero, «ad accertare se un reato sia stato o meno commesso: l'istruttore vaglia soltanto la probabilità del giudizio nel quale consiste l'imputazione; la scelta si pone, infatti, tra la formulazione dell'accusa (con il conseguente dibattimento) e la decisione di non doversi procedere» (Procedura penale, IV ed., 1977, p. 416).

Pertanto Priore non emise alcuna sentenza di condanna, perché non avrebbe potuto farlo, e si limitò ad assolvere, rinviare ad altro giudice o rinviare a giudizio. Nessuno dei procedimenti scaturiti dall'inchiesta più lunga ed ampia della storia d'Italia si è concluso con alcuna sentenza di condanna. Bisogna, dunque, sottolineare, ancora una volta, la strumentalità di quanti utilizzano in termini definitori il solo atto giudiziario "endoprocessuale" (non conclusivo) favorevole alle proprie tesi, smentito dalla successiva sentenza e in tutti gli ulteriori gradi di giudizio.

Per dirla con le coraggiose parole della sentenza di appello, «Altro è formulare ipotesi e altro è giudicare e con le prime non si può condannare alcuno pena la fine della democrazia e della libertà» (p. 50).

GIOVANARDI CARLO AMEDEO Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri

18/03/2011