• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
C.4/19299 [Raggiungere una piena parità nelle retribuzioni tra lavoratori]



Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-19299 presentata da LUCIA CODURELLI
venerdì 21 dicembre 2012, seduta n.738
CODURELLI, RAMPI, GATTI, DAMIANO, GNECCHI, BELLANOVA, MATTESINI, SCHIRRU e MOSCA. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro per le pari opportunità. - Per sapere - premesso che:

secondo una ricerca elaborata dalla II Commissione politiche del lavoro e sistemi produttivi del CNEL, l'Italia continua a discriminare le donne nel mondo del lavoro, pagandole mediamente meno degli uomini, con una differenza di retribuzione fra uomini e donne che si aggira fra il 10 per cento ed il 18 per cento, a parità di qualifica ed impiego;

dallo studio emerge che le più penalizzate sono le donne meno scolarizzate e quelle comprese in una fascia d'età intermedia: per le prime la differenza con i colleghi maschi tocca punte del 20 per cento e resta comunque elevata (15 per cento) anche in presenza del diploma di terza media, mentre, con riferimenti alla classificazione per fascia d'età, le lavoratrici adulte sono le più sfavorite, con un gap del 12,1 per cento, maggiore comunque rispetto alle giovanissime con un differenziale dell'8,3 per cento. Il divario tende invece a ridursi per le lavoratrici in una fascia di età compresa tra i 30 e i 39 anni, con una percentuale retributiva che si riduce al 3,2 per cento;

per quanto riguarda le professionalità acquisite, il differenziale retributivo di genere tende a crescere per i lavori specializzati, e per le professioni impiegatizie e dirigenziali, i cosiddetti colletti bianchi, ove tocca punte superiori al 20 per cento. Una mancata differenza di genere si rileva nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6 per cento), degli impiegati (15,6 per cento), dirigenti ed imprenditori (13,4 per cento). Particolarmente elevata è anche la penalizzazione delle donne impiegate in professioni non qualificate rispetto ai loro omologhi di sesso maschile (17,5 per cento). In termini settoriali, si registra una forte differenza nelle retribuzioni medie orarie di uomini e donne impiegati nei servizi finanziari e quelli alle imprese (rispettivamente 22,4 per cento e 26,1 per cento), nell'istruzione e nella sanità (21,6 per cento), nella manifattura (18,4 per cento);

i dati sono in parte noti, ma sempre scoraggianti: a parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia si attesta tra il 10 e il 18 per cento, fortemente condizionata a seconda del tipo di lavoro e del titolo di studio conseguito. Per i lavoratori dipendenti il differenziale è il più basso con media di 7,2 punti percentuali, con una marcata differenza, però come già detto per le lavoratrici meno scolarizzate e per coloro che possiedono solo la licenza media (20 per cento e 15 per cento);

anche per il Cnel: «Non è più possibile sprecare una forza lavoro qualificata e potenzialmente molto produttiva come quella femminile. La mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne ad uscire dal mercato del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa e limita le loro opportunità di carriera. Discriminazioni inaccettabili - conclude il Cnel - alla luce del fatto che le donne possiedono requisiti di formazione e di esperienza analoghi se non superiori a quelli degli uomini»;

come evidenziato da studi recenti, le donne italiane lavorano quasi due ore in più rispetto agli uomini. In conseguenza di queste differenze che traggono origine dalla divisione dei compiti nelle famiglie, le donne investono di meno in quello che serve per competere con gli uomini nel mercato del lavoro, guadagnano meno dei loro compagni e faticano a raggiungere i livelli più alti delle gerarchie aziendali pubbliche e private (a meno di rinunciare alla famiglia, cosa che gli uomini non sono costretti a fare);

in nome della parità, con le recenti modifiche legislative, le lavoratrici del settore pubblico e privato vanno in pensione a 65 anni, come i loro colleghi maschi, ma con uno stipendio più basso ed in genere con una carriera discontinua, che danneggia la progressione salariale (scatti di anzianità e aumenti di varia natura), in quanto, spesso, rientrano nel circuito lavorativo più tardi dopo essersi dedicate alla cura dei figli. Infine, come è noto, la progressione di carriera per le donne è più lenta rispetto agli uomini che vengono sempre preferiti rispetto alle colleghe nelle progressioni di carriera;

in questo momento di crisi e a fronte di scelte operate dall'attuale Esecutivo, è necessario rimettere al centro dell'azione politica e sostenere il tema delle politiche di conciliazione, alla luce dei numerosi tagli apportati alle politiche di welfare, agli enti locali, ai servizi per l'infanzia, alla scuola, con particolare riferimento al tempo pieno, ai servizi per gli anziani; una situazione, questa, che rischia di allargare maggiormente il divario in termini occupazionali e sul terreno salariale, come ben evidenziato dalla ricerca citata -:

quali iniziative si intendano adottare visto il grosso differenziale salariale di genere all'interno dei luoghi di lavoro, affinché si raggiunga una piena parità nelle retribuzioni tra lavoratori, provvedendo alla rimozione degli ostacoli che limitano la progressione professionale e di carriera. (4-19299)