• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Comunicazioni del Governo sugli esiti della riunione straordinaria del Consiglio europeo del 22 e 23 novembre 2012.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sugli esiti della riunione straordinaria del Consiglio europeo del 22 e 23 novembre 2012.
È presente a tal fine il Ministro per gli affari europei, Enzo Moavero Milanesi.
Questa audizione si svolge all'indomani dell'adozione definitiva della nuova legge sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea. Tengo a precisare che la legge è stata approvata all'unanimità. Credo che quella di ieri sia stata una giornata di buona politica. Abbiamo fatto un passo avanti nell'approvazione delle leggi comunitarie, che diventano due, con ciò superando l'impasse che nel passato ne faceva una sorta di «milleproroghe» in cui inserire i più svariati argomenti.
La seconda buona notizia riguarda la sentenza della Corte di giustizia sul problema del trilinguismo, di cui siete tutti al corrente.


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Benché limitatamente ai concorsi, è stata ribaltata una precedente sentenza e credo che, come il Ministro Moavero ha detto ieri, si tratti di una vittoria in una situazione non facile. Non solo viene tutelata la nostra lingua, ma si evita anche che la partecipazione dei nostri candidati ai concorsi europei venga pregiudicata dal fatto di doversi esprimere in tre lingue.
Per quanto riguarda, invece, l'esito del Consiglio europeo straordinario prendo in prestito le parole del presidente della Commissione esteri del Bundestag, il quale ha detto che i Paesi europei si sono preoccupati delle spese per il tetto della casa comune, senza pensare al valore dell'abitazione. È importante che l'abbia detto un rappresentante tedesco, ma c'è poco di cui essere soddisfatti. Il mancato accordo finanziario pluriennale è veramente un pessimo segnale per il futuro processo d'integrazione. Vedremo quale sarà l'esito del Consiglio di dicembre.
Sappiamo che il Governo, con il pieno sostegno delle Camere, ha mantenuto una posizione ferma, ribadendo che l'Unione europea deve disporre di risorse adeguate per attuare i propri obiettivi e sostenere una strategia europea per la crescita.
Do, quindi, la parola al Ministro Moavero per la sua relazione.

ENZO MOAVERO MILANESI, Ministro per gli affari europei. Signor presidente, onorevoli senatori e deputati, poiché disponete già di molte informazioni sul Consiglio europeo che si è svolto giovedì e venerdì scorso, e che è stato un Consiglio importante sia per la materia trattata sia per il modo in cui in cui si è svolto, mi atterrei agli elementi essenziali, rimanendo a disposizione per le varie domande.


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L'esito formale e sostanziale è stato un aggiornamento dei lavori, probabilmente al mese di febbraio 2013, al fine di preservare il Consiglio di dicembre quale Consiglio dedicato alla «tabella di marcia» stabilita dal rapporto dei quattro presidenti, presentato dal Presidente Van Rumpuy e incentrato, come sapete, sull'unione bancaria, sul rafforzamento della disciplina di bilancio e quant'altro. Si è voluta preservare la natura del Consiglio di dicembre come seguito del Consiglio di ottobre, aggiornando i lavori di quello di novembre, che era dedicato interamente al quadro finanziario pluriennale, al mese di febbraio o eventualmente al mese di marzo.
Anche nella prima parte del 2013 saremo nei tempi fisiologici per l'adozione delle prospettive finanziarie per gli anni dal 2014 al 2020. Questo vuol dire che il rinvio dei lavori era un evento abbastanza attendibile. Era la probabile conclusione di questo Consiglio di novembre, a meno che non si fosse creata una dinamica particolarmente convergente, che non appariva come una possibilità concreta alla luce delle premesse. D'altra parte, alcuni partecipanti, anche molto autorevoli come la stessa Cancelliera Angela Merkel, lo avevano detto fin dalle prime battute pubbliche di commento.
Relativamente alle conclusioni, all'unanimità è stato dato mandato al Presidente del Consiglio europeo Van Rumpuy e al Presidente della Commissione Barroso di proseguire le consultazioni al fine di creare le condizioni per un accordo alla successiva tornata. Quando si discute di bilanci, che si tratti di società o di riunioni di condominio, ognuno tende a pensare alla propria prospettiva. Non diverso è ciò che accade a livello europeo. Si pensa alla prospettiva europea generale, ma si tiene anche conto della rispettiva posizione nazionale e su questa si discute.


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I capi di Stato e di governo hanno discusso e continueranno a discutere fra loro del quadro di bilancio per gli anni 2014-2020, anni in cui, anche nelle previsioni meno rosee, ci si aspetta una ripresa dell'economia nell'ambito dell'Unione europea, così come nell'ambito globale. Questa discussione di prospettiva è, però, pienamente immersa nel clima attuale, che è invece quello di una contrazione dell'economia e di una persistente crisi economica e finanziaria.
Si discute, quindi, con una sorta di astigmatismo e si discute di un bilancio che corrisponde a poco più dell'uno per cento del PIL dell'intera Unione europea. In termini relativi è un ordine di grandezza diverso da quello a cui siamo abituati per i bilanci nazionali. Il parallelo stretto che alcuni governi fanno tra quanto si sta facendo a livello di bilancio nazionale e ciò che si sta discutendo a livello di bilancio dell'Unione europea in parte regge e in parte no.
L'ordine di grandezza del bilancio dell'Unione europea per il periodo tuttora in corso, 2007-2013, è in cifra assoluta di 993 miliardi di euro, che corrispondono all'1,1 per cento del PIL dell'Unione europea. La Commissione, nel luglio del 2012, ha presentato una proposta di bilancio per il quadro finanziario 2014-2020 pari a 1.033 miliardi di euro in cifra assoluta, che corrispondono all'1,08 per cento del PIL, tenendo conto sia dell'attualizzazione del bilancio precedente sia dell'ingresso del ventottesimo Stato membro. Dal 1o luglio dell'anno prossimo, infatti, la Croazia, già formalmente ammessa come Stato membro, farà pienamente parte dell'Unione europea.
Il Presidente del Consiglio europeo, nel suo lavoro di intermediazione, ha messo sul tavolo del Consiglio una proposta rivista rispetto a quella della Commissione che prevede una riduzione contenuta nei limiti di 21,7 miliardi, il che corrisponde a una riduzione netta, rispetto al bilancio attuale


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2007-2013, del 2,2 per cento. Il Presidente Van Rompuy ha, quindi, messo sul tavolo quella che nel gergo delle stanze dell'Unione europea viene chiamata una negotiating box di quasi 972 miliardi, contro i 993 del periodo 2007-2013, corrispondente all'1,01 del PIL europeo. Si tratta di una riduzione di poco più del 2 per cento e, qualora si arrivasse a un accordo sulla linea proposta dal Presidente Van Rompuy, per la prima volta si ridurrebbe il bilancio dell'Unione europea.
In questa fase si determinerebbe una riduzione di 61 miliardi rispetto alla proposta originaria della Commissione e di 21 rispetto al bilancio 2007-2013. Questo taglio tiene conto di una posizione formale espressa dai Paesi cosiddetti contribuenti netti, quei Paesi, cioè, che hanno un saldo negativo tra ciò che versano a titolo di risorse proprie - come sapete, il contributo più importante è quello che ogni governo versa in base al PIL del proprio Paese - e ciò che ricevono a titolo di politiche di spesa.
Da questa posizione dei Paesi contribuenti netti si sono differenziate l'Italia, fin dal momento dell'entrata in funzione del Governo attuale, e progressivamente la Francia. Non aderiscono, inoltre, alla proposta altri due contribuenti netti, che sono il Belgio e il Lussemburgo.
I Paesi contribuenti netti sostengono che il bilancio dell'Unione europea, così come i bilanci nazionali, debba tener conto della crisi economica e quindi ridurre la sua dimensione. Noi abbiamo una posizione diversa perché pensiamo, anche alla luce dell'esperienza di questi anni, che quanto versato nel bilancio dell'Unione europea consenta di ottenere risparmi superiori a livello dei bilanci dei 27 Paesi. Coprendo soltanto determinate aree e azioni, il bilancio dell'Unione consente di


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costruire, a livello dei bilanci nazionali, economie di scala potenzialmente superiori alla taglia del bilancio stesso.
Come primo esempio, è evidente che il costo totale delle grandi reti di trasporto, dell'energia o delle telecomunicazioni, se costruite in un quadro di investimento di bilancio europeo, sarà inferiore al costo richiesto per la costruzione dei vari segmenti da collegare a livello nazionale. Come secondo esempio, un'unione doganale europea che unifichi i sistemi doganali dei 27 Paesi costerebbe meno dei singoli sistemi doganali nazionali. Come Governo, quindi, noi non crediamo che l'equazione bilancio nazionale uguale bilancio dell'Unione europea, entrambi ridotti, sia esattamente aritmetica.
Se si crede nell'Europa e si cerca di agire in modo tale che i cittadini percepiscano l'Europa come una grande opportunità per il futuro, bisogna anche dotarla degli strumenti finanziari adeguati al suo funzionamento. Immagino che tutti siamo al corrente di quali settori copra il bilancio europeo. La politica di spesa più importante è la politica agricola, che rappresenta circa il 45 per cento del bilancio ed è molto rilevante per il nostro Paese. Seguono la politica di coesione, anche questa estremamente importante per un Paese come il nostro, la politica per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, per le grandi reti, per il vicinato e quant'altro.
Stiamo parlando di politiche di spesa che, come nel caso delle politiche agricola o di coesione, ritornano agli Stati membri o che, come la politica della ricerca o le politiche relative alle grandi reti, vanno a beneficio di soggetti degli Stati membri che sono in grado di vincere i bandi di gara europea. A parte le grandezze maggiori, i governi discutono di questioni specifiche, le più importanti delle quali sono sostanzialmente quattro.


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La prima riguarda il meccanismo dei correttivi, che in gergo vengono chiamati «sconti». Ricorderete che nel 1984, al Consiglio europeo di Fontainebleau, fu adottato un principio secondo il quale uno Stato che, nel dare avere con il bilancio dell'Unione europea, avesse avuto un disavanzo eccessivo avrebbe potuto fruire di un correttivo.
All'epoca il problema era stato sollevato dal Regno Unito e fu una grande battaglia dell'allora Primo Ministro Margaret Thatcher. Al Regno Unito fu accordato un correttivo riduttivo del contributo versato. Successivamente, sulla base dello stesso principio, Germania, Svezia, Olanda e Austria hanno fruito di correttivi a diverso titolo, vuoi sconti sulla scorta di quello britannico, vuoi correttivi autonomi.
Non godono di questo tipo di correttivo importanti Paesi contribuenti netti come la Francia e l'Italia, il Belgio e il Lussemburgo. Nell'equilibrio dei passati esercizi di bilancio, questi Paesi, come i Paesi beneficiari netti, cioè quelli che hanno un saldo attivo, ricevevano un ritorno attraverso le politiche di spesa. Qui si aprono la seconda e la terza questione importante della discussione, vale a dire l'equa ripartizione dei fondi relativi alla politica agricola comune, che in pratica fa funzionare l'agricoltura nell'Unione europea, e dei fondi della coesione diretti alle regioni meno favorite.
La quarta questione riguarda le politiche proiettate in modo più immediatamente percepibile verso la crescita, quali ricerca e sviluppo o grandi reti transeuropee, tutte politiche di investimento materiale. Tuttavia, come Governo siamo convinti che la stessa politica agricola, se gestita guardando anche alla produttività, all'agricoltura biologica, alla capacità di trattenere gli agricoltori nei territori montani e pre-montani, sia una politica importante per l'occupazione e per la crescita, così


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come riteniamo che siano al servizio della crescita eminentemente le politiche di coesione e i fondi strutturali, se ben utilizzati.
Su queste quattro grandi questioni le posizioni degli Stati sono differenziate. I Paesi contribuenti netti favorevoli ai tagli chiedono i tagli perché, in base ai criteri, ricevono una minore compensazione a livello di politiche di spesa e vogliono ridurre il loro disavanzo nel dare e avere. Oltre ai tagli, chiedono di mantenere il sistema degli sconti che, diversamente che per la Gran Bretagna, a cui è concesso senza limiti temporali nell'ambito della normativa che regola le risorse proprie, per tutti gli altri Paesi scadrà nel 2013, al termine del quadro finanziario in corso.
Come Governo italiano chiediamo innanzitutto che sia affrontata in maniera molto più trasparente la questione dei correttivi e degli sconti, in modo che i cittadini e le opinioni pubbliche nonché i Parlamenti nazionali siano pienamente al corrente di questo che non è un sotto-tema, bensì un elemento fondamentale per gli equilibri e l'equa partecipazione di ciascuno Stato al bilancio. In secondo luogo, poniamo la questione dell'eventuale riattribuzione di correttivi ai Paesi che li vedranno scadere nel 2013 in un ambito di equilibrio e di equità generale.
Per il momento non abbiamo richiesto uno sconto per il nostro Paese, ma intendiamo vigilare affinché gli sconti agli altri Paesi non diventino un elemento distorsivo. Siamo tutti coscienti del fatto che non si tratti di sconti gratuiti: attribuiti ad alcuni, sono pagati da altri e attualmente il sistema di ripartizione ne fa gravare il costo unicamente sui Paesi contributori netti. Noi e la Francia siamo i maggiori finanziatori degli sconti accordati a Paesi che hanno un indice di prosperità superiore al nostro.


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Nell'ambito dell'Unione europea l'Italia è circa in decima posizione per indice di prosperità relativa. Sale al terzo posto come Paese contribuente netto nei vari meccanismi di partecipazione alle entrate e di fruizione della spesa europea. Mi pare che questo evidenzi in maniera molto chiara l'importanza di ciò che abbiamo davanti. È altresì un dovere nei confronti dei nostri cittadini, che contribuendo al bilancio nazionale contribuiscono indirettamente anche al bilancio europeo.
Siamo molto attenti alle politiche di spesa. Tradizionalmente Paesi come la Francia o l'Italia beneficiavano di un ritorno in grado di compensare l'assenza di correttivi e quanto versato alle entrate del bilancio europeo sia attraverso la politica agricola - soprattutto la Francia - sia attraverso la politica di coesione, che è invece molto importante per il nostro Paese. Nell'attuale schema, sulla base del combinato disposto della proposta della Commissione specifica sul bilancio e delle grandi linee dei parametri di riparto per la politica agricola e per la politica di coesione, riteniamo che non si possa evitare un aggravio del disavanzo negativo del nostro Paese, che è invece l'obiettivo che vorremmo raggiungere.
Nel 2011 l'Italia ha avuto un disavanzo negativo con il bilancio dell'Unione di 5,9 miliardi. Pensiamo che questa linea di tendenza non debba e non possa continuare. Quantunque crediamo moltissimo nell'Europa, riteniamo che il bilancio dell'Unione europea debba essere equo, equilibrato, efficiente, ottenendo risparmi e rendendo più efficiente la spesa e la gestione delle risorse, nonché solidale.
Non dobbiamo dimenticare, anche sotto un profilo etico, che fino al 2001 - quindi per una buona quarantina d'anni - il nostro Paese è stato un beneficiario netto e ha fruito della solidarietà degli altri Paesi. Oggi, valutando l'indice di prosperità relativa, pensiamo che sia dovere di un Paese come il


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nostro essere contribuente netto, visto che l'Unione europea si è allargata a Paesi che hanno un indice inferiore al nostro. Riteniamo però che questo debba avvenire in un ambito di equilibrio nei confronti degli altri Paesi contribuenti netti.
Questo è il motivo per cui abbiamo espresso a più riprese e da lungo tempo una posizione di sostegno alla proposta della Commissione. Non chiediamo tagli aprioristici, ma avanziamo una forte domanda di efficienza nell'uso delle risorse e di maggiore equità nel riparto delle medesime affinché al nostro Paese e ai nostri cittadini sia evitato un contributo eccessivo.
Crediamo nell'Europa, ma in un'Europa giusta anche sotto il profilo del bilancio.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Moavero e do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

ROCCO BUTTIGLIONE. Prima di tutto, signor Ministro, voglio esprimere sostegno all'azione del Governo italiano in sede europea. È importante anche per ragioni simboliche.
È diffusa l'idea che l'Europa viva sotto una dittatura tedesca che impone la sua volontà a tutta l'Unione. È bene sottolineare che questo non è vero e sottolinearlo con i fatti e non semplicemente con le parole. Voglio ricordare che, in occasione della recente decisione della Banca centrale europea di acquistare sul mercato secondario titoli degli Stati membri che si trovassero sotto aggressione ingiustificata da parte del mercato, il rappresentante tedesco è stato messo in minoranza.
La Germania può, quindi, essere messa in minoranza e sottolineo questa battaglia. Non so se metteremo in minoranza la Germania e non so nemmeno se sia desiderabile farlo - è ovviamente preferibile riuscire a convincerla -, ma anche in questo caso si sta mostrando che l'Unione europea è un


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organismo democratico, in cui non esiste la padronanza a priori di uno Stato, anche se ha una «quota azionaria» maggiore per quantità di popolazione e un'influenza maggiore per maggiore forza economica. Date le circostanze opportune, se necessario può essere in minoranza.
Stiamo assistendo a un importante esercizio di democrazia continentale e di questo voglio dare atto, ringraziandolo, al Governo italiano. Quando è unita, quando ha una guida responsabile, l'Italia è in grado di far sentire le sue ragioni, anche in contrasto con i partner maggiori dell'Unione europea.
Vorrei porle una domanda. La cifra di 5,9 miliardi è molto grande. Sbaglio o il contributo pro capite dell'Italia all'Unione europea, considerando semplicemente lo sbilancio fra il dare e l'avere, è superiore a quello del cittadino tedesco? Se sì, come mai? Ho il sospetto che in parte ciò derivi da nostre inefficienze che non ci consentono di utilizzare appieno i fondi messi a disposizione dall'Unione. In tal caso, cosa intende fare il Governo per porre termine a tali inefficienze?
In parte forse le ragioni sono diverse e attengono piuttosto alla struttura interna dell'Unione. In tal caso cosa intende fare il Governo per porre la questione sul tavolo della trattativa? Come ha ricordato lei, una di queste ragioni è che paghiamo eccezioni a favore di alcuni Paesi forse giustificate al tempo in cui furono concesse e forse non più giustificate nel tempo presente. Il problema delle compensazioni andrebbe, pertanto, affrontato con energia.
Vorrei anche conoscere la posizione del Governo su una questione molto spinosa. Non mi offenderò se la sua risposta sarà diplomatica. Di fatto abbiamo un'Europa a due velocità e non ci piace. In questa stessa sede, a suo tempo, abbiamo detto che era un errore avviarci su questo percorso, inevitabile ma pur sempre un errore.


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Oggi in Europa c'è un blocco di interessi che abbraccia fortemente diciassette nazioni e meno fortemente altre nazioni che sono in cammino verso questo blocco. Mi riferisco ai Paesi che condividono l'euro. Ci sono altre nazioni - una sicuramente - che invece di questo processo non intendono fare parte e si danno regole differenti. Che problemi pone questo a livello di formulazione del bilancio? Non dovremmo pensare a due bilanci coordinati o ripensare il prossimo settennio tenendo conto di questa situazione di fatto, che non credo sia rapidamente modificabile secondo i nostri desideri? Mi pare che anche questa sia una questione da affrontare.
In terzo luogo, credo che vada avviata, ma certo non in vista delle prossime prospettive finanziarie, una discussione sulla struttura del bilancio europeo. Non ho particolari motivi per difendere gli interessi dell'agricoltura, ma sento dire spesso, soprattutto da alcuni partner stranieri, che la metà del bilancio comunitario per l'agricoltura è troppo. Intanto, non è la metà ma poco più di un terzo. In secondo luogo, questi sono gli unici soldi che vengono spesi per l'agricoltura nel continente. La questione vera è se lo 0,3 o 0,4 per cento del PIL europeo per il sostegno all'agricoltura sia troppo, poco o sufficiente.
A questo possiamo accompagnare le politiche di coesione. Anche lì la spesa è molto rilevante. Il discorso sarebbe complesso, ma in Italia, come pure in molti altri Paesi, è praticamente l'unica spesa che si effettua per politiche di coesione. Altre non ce ne sono. È troppo, troppo poco o sufficiente?
In tutti gli altri settori la spesa dell'Unione è simbolica. Serve a incentivare il coordinamento fra le spese dei diversi Paesi e a indurli, come ha ben illustrato lei poco fa, a lavorare insieme. Per certi aspetti, potrebbe essere sostituita da un'efficace


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politica di coordinamento di bilancio, verso la quale dovremo comunque tendere in vista del futuro. Nell'ambito dell'agricoltura e della coesione, invece, è l'unica spesa che viene adottata a difesa di un settore.
Il bilancio andrebbe ripensato in direzione di un forte coordinamento dei bilanci nazionali sui temi della ricerca, ad esempio, e verso un più potente trasferimento di risorse alla decisione europea, in modo da creare veri sistemi europei della ricerca, della difesa e di altri ambiti nei quali il vantaggio della dimensione europea è evidente. Può il Governo prendere l'iniziativa su questo? Come vede il problema?
Ovviamente l'iniziativa non è legata a questo bilancio, ma a una discussione che prima o poi bisognerà aprire.

FRANCO FRATTINI. Ringrazio il Ministro Moavero. Solleverò tre punti sui quali il Ministro potrà, oggi stesso o nelle prossime occasioni, fornire risposte più dettagliate.
Il primo punto è un forte sostegno all'azione del Governo a difesa del principio, evocato dal Ministro stesso, secondo cui spendere a livello europeo vuol dire ottimizzare le spese a livello nazionale. Minore spesa europea non si traduce in un onere minore per gli Stati membri, mentre può tradursi in maggiore onere. È evidente che si moltiplicano spese per servizi e per settori che, se gestiti unitariamente dall'Europa con maggiore controllo, trasparenza e accountability, potrebbero essere ottimizzati e quindi aumentare i benefici per gli Stati membri.
Non solo chi è fortemente europeista in principio, come me, ma anche chi pragmaticamente guarda a costi e benefici dovrebbe considerare che più spesa europea può corrispondere a più risparmio nazionale grazie all'ottimizzazione. Alla luce


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di questo principio, che, come ripeto, mi sembra fondamentale, ha ragione il presidente Buttiglione a dire che la questione degli sconti è centrale.
Se guardiamo all'Europa come strumento di ottimizzazione delle risorse, difficilmente comprendiamo Paesi che ottengono uno sconto per ragioni storiche e ormai in larga parte superate e al tempo stesso si battono per ridurre il bilancio europeo. Riducendo il bilancio europeo gli oneri ritornano agli Stati membri, che avranno meno trasferimenti per settori chiave, mentre gli Stati beneficiari del rebate continueranno a usufruirne. Mi associo a quanto detto dall'onorevole Bottiglione a proposito della questione degli sconti e credo che il Governo, come il Presidente Monti ha detto, dovrebbe continuare a sostenerla come questione prioritaria.
Penso, ad esempio, che la scadenza del 2013 per un Paese come l'Austria non possa essere assolutamente prorogata. La Svezia oggi ha un indice di prosperità media certamente molto elevato e non comparabile con quello che aveva allorché gli sconti furono introdotti. Credo che in un mondo che cambia anche questo sistema dovrà cambiare. Come ha evidenziato il Ministro, Italia e Francia sono forse gli unici pagatori esclusivi perché subiscono le riduzioni su coesione e agricoltura senza godere degli sconti di cui altri godono.
Il terzo tema non è stato evocato, ma mi sta particolarmente a cuore. Un capitolo importante del bilancio europeo riguarda gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Ricordo che fino allo scorso anno, quando io ero al Ministero, il trasferimento italiano si avvicinava al miliardo di euro. È una cifra enorme, che ogni anno l'Italia versa con criteri pressoché automatici. Siamo il terzo pagatore per gli aiuti allo sviluppo. Questo non solo prosciuga i fondi nazionali di cooperazione allo sviluppo, ma in più - scusate la brutalità - le bandiere nazionali si


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perdono totalmente perché quella europea, purtroppo, nei Paesi in via di sviluppo non arriva come dovrebbe. Si perde il peso che ciascun Paese membro ha come contributore.
Nei programmi europei in giro per il mondo non è mai detto che il contributo arriva in parte dall'Italia e in parte da un altro Paese. In altri termini, i progetti sono assegnati con criteri che sfuggono completamente alle regole di trasparenza. Mi dispiace dirlo, ma il mio ex collega Commissario europeo allo sviluppo una volta disse che due terzi dei fondi europei per lo sviluppo rischiavano di perdersi in procedure, viaggi esplorativi e quant'altro e soltanto un terzo arrivava a destinazione nel Paese che ne aveva bisogno.
Questa situazione credo meriti una rivisitazione totale. Se l'Italia, terzo pagatore, dà un miliardo l'anno, comprendiamo bene a quanto ammontino complessivamente gli aiuti allo sviluppo dell'Europa. Le faccio una proposta concreta, Ministro. Il direttore dell'OLAF, l'Ufficio europeo per la lotta antifrode, è un magistrato italiano. Io proporrei che il Parlamento italiano chiedesse una relazione organica sul tema che sia messa a disposizione di tutti.
L'Italia, in qualità di terzo pagatore, vede aggiudicare progetti di sviluppo a tutt'altri Paesi. Si dirà che molti nostri progetti sono fatti male e forse è vero, ma non è pensabile che solamente Paesi di alcune aree geografiche d'Europa si aggiudichino i tre quarti della progettazione per aiuto allo sviluppo pagata con i fondi europei. Sollevo il problema perché credo sia centrale.
L'ultimo tema che vorrei trattare è stato evocato spesso in queste Commissioni. Mi riferisco alla strategia europea di sicurezza e difesa. Dobbiamo fare un upgrade e dobbiamo fare un update. Dobbiamo cioè rivedere il piano europeo di sicurezza e difesa che approvammo nel lontano 2003, quando


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il mondo era totalmente diverso. Dal negotiating box di Van Rompuy è stata fortemente tagliata la politica estera e questo riguarda anche l'inefficienza del Servizio diplomatico europeo (SEAE). Come possiamo avere un ruolo sulla scena internazionale se continuiamo a ridurre, invece che ottimizzare, le spese per difesa, sicurezza e politica estera europea?
Includo in questa spesa le risorse per l'immigrazione. Dov'è finito l'entusiasmo che circondò Frontex alla sua nascita? Forse i flussi non sono più così drammatici, ma non abbiamo saputo rispondere al flusso di rifugiati provenienti dalla Siria come facemmo, invece, nel 2005 per l'Iraq. Stiamo perdendo le nostre attrezzature per gestire in maniera europea l'integrazione, la prevenzione e la politica di difesa e sicurezza europea.
Mi rendo conto che sono temi delicati e forse li ho esposti con troppa franchezza, ma al tavolo negoziale, Ministro, sarà necessaria la stessa franchezza.

SANDRO GOZI. Signor Ministro, io noto un'evoluzione positiva. Come sa, finora non ero pienamente convinto della posizione del Governo perché mi sembrava una pericolosa posizione intermedia tra beneficiari netti e contribuenti netti. Oggi, invece, ci ha detto che siamo contribuenti netti, ma non agiamo come tali bensì nell'interesse di avere un bilancio adeguato. Come ripeto, mi sembra un'evoluzione positiva perché, stringendosi il negoziato, credo che una posizione non sufficientemente netta da una parte o dall'altra possa farci rischiare di perdere su entrambi i fronti.
La invito a proseguire su questa strada, benché non sia propriamente una svolta, perché credo che la logica dei contributori netti sia sbagliata. È suicida aggiungere all'eccessivo rigore nazionale un eccessivo rigore europeo. Da qualche parte dobbiamo trovare le risorse per cominciare a sostenere


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progetti e investimenti per lo sviluppo. Poiché tutti gli Stati membri sono impegnati in politiche di risanamento a livello nazionale, occorre che il bilancio europeo dia respiro agli investimenti produttivi.
Tagliare il bilancio europeo mi pare sbagliato nella logica e nel metodo. Mi corregga se sbaglio, ma mi sembrano tagli lineari e l'Europa ha bisogno di tutto tranne che di tagli lineari. Coloro che vogliono tagliare dovrebbero scegliere quali politiche privilegiare e quali ridurre perché attuare un taglio lineare vuol dire rinunciare a impiegare il bilancio dell'Unione europea in maniera politica e strategica in un momento così particolare.
Nello specifico, continua a preoccuparmi in primo luogo la previsione della condizionalità macroeconomica nel momento in cui si attribuiscono i fondi europei. Non so quale sia oggi la posizione del Governo italiano, ma io credo che anche questo sia sbagliato. Gravare la Grecia come gli altri Paesi della condizionalità macroeconomica anche attraverso il bilancio, a fronte di una stazione sociale drammatica, significa farsi male da soli. Mi sembrerebbe opportuno, invece, condizionare l'attribuzione dei fondi al raggiungimento degli obiettivi di «Europa 2020».
In secondo luogo, credo che dovremmo utilizzare l'influenza e la credibilità che ci deriva dalla nostra posizione di contributore netto per orientare i nuovi obiettivi del bilancio su una politica riformatrice. Gli Stati membri hanno bisogno di meno austerità e di più riforme. Se il bilancio europeo fosse condizionato alla strategia «Europa 2020» e mettesse a disposizione più risorse per l'obiettivo della ricerca, della produttività o della competitività, farebbe un buon servizio alla coerenza. L'Europa non può stabilire obiettivi importanti di riforma e non stanziare risorse adeguate.


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Poiché in base alle statistiche del 2011 l'Italia sarà il primo contributore netto dell'Unione europea e lo sarà, come diceva giustamente il presidente Buttiglione, non solo a causa delle correzioni a favore di cinque Paesi, ma anche per via della nostra limitata capacità di spesa in materia di agricoltura e di coesione, credo che, oltre a migliorare le cose in casa nostra, anche orientare le ulteriori risorse del bilancio verso gli obiettivi di «Europa 2020» sia nel nostro interesse. Se dobbiamo favorire una politica di riforma a livello nazionale, dobbiamo trovare da qualche parte le risorse per raggiungere gli obiettivi.
Per concludere, trovo positiva la cooperazione rafforzata per quanto riguarda la tassa sulle transazioni finanziarie. Tuttavia, se è vero che i governi intendono utilizzare le risorse che ne deriveranno nel bilancio nazionale, vuol dire che, a mio avviso, siamo tornati alla casella di partenza. Volevamo quella tassa per disporre nel bilancio europeo di una risorsa aggiuntiva da destinare allo sviluppo e alla crescita, non per farla finire nel calderone del bilancio nazionale senza neppure il vincolo di specifici obiettivi di investimento.
Introduciamo una tassa in più, ma senza incrementare le risorse per la crescita.

MASSIMO POLLEDRI. Quando nelle famiglie ci si comincia a dividere o a litigare su chi ha comprato gli elettrodomestici significa che le cose non vanno bene. Lo stesso sta succedendo intorno a questo bilancio, con il Regno Unito che se ne va e nessuno che vuole pagare. L'altra cosa che mi viene in mente è che essere buoni come lo siamo noi non è sempre positivo.
È tempo di bilanci. Il Governo è quasi alla fine, ma è chiaro che in un momento di crisi il bilancio europeo dovrebbe essere orientato alla crisi e allo sviluppo. A noi non conviene dare più di tanto perché non siamo capaci di spendere. Lo abbiamo


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constatato anche ultimamente con i 5 miliardi di fondi che la Sicilia non ha messo a progetto. Con interventi di spesa più che banali saranno sperperati in mille rivoli. Pagando di meno, avremo, quindi, di meno.
L'impressione è che non ci si renda conto della crisi. Di euro bond non si parla, così come di stampare moneta. Non ora per questo bilancio, ma una riflessione va fatta. Noi «abbiamo fatto i compiti» molto più della Germania e va detto che la Germania non ha ridotto il debito quanto noi. Poiché ci sono state chieste misure incredibili, credo che l'Italia potrebbe vantare qualche credito sia dal punto di vista dello sconto sia dal punto di vista di altre pratiche aperte.
Non voglio riaprire vecchie questioni, sulle quali per altro abbiamo torto anche noi, ma per esempio continua la diatriba per i 4 miliardi delle quote latte. Abbiamo azzerato i debiti della Grecia. Nel frattempo abbiamo dichiarato guerra alla Libia e siamo tornati indietro. Abbiamo potenziato la BCE, ma la multa resta in piedi. Non voglio entrare nel merito, ma di fatto perdiamo 4 miliardi di aiuti europei perché questa partita è ancora aperta.
Non sarebbe possibile mettere sulla bilancia delle trattative questa questione, la direttiva Bolkestein, che ci sta massacrando, e altri provvedimenti per ottenere un trattamento diverso, così come pensare di far uscire alcune spese per investimento dal perimetro di una rigidità che mi sembra evocare il rigor mortis?

RENATO CAMBURSANO. Ringrazio il ministro. Credo sia doveroso, dopo aver ascoltato il collega Polledri, che tutto il Parlamento - Camera e Senato uniti - dia un forte sostegno al Governo in questa sua azione negoziale sul quadro finanziario e sul bilancio dell'Unione europea.


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È vero, presidente Pescante, che ieri all'unanimità abbiamo fatto una cosa grande, ma è altresì vero che ciò avveniva, come ho ricordato in Aula durante la discussione generale, all'indomani di un fatto tremendamente negativo, più che nella sostanza, per l'immagine che abbiamo dato. Gli euroscettici, gli eurocontrari o gli eurocritici, come quelli che abbiamo sentito prima, traggono alimento da quanto è accaduto. In un momento di crisi così pesante, che non si arrivi ad approvare nei tempi dovuti è un fatto molto grave.
Della nostra posizione relativa alla contribuzione netta è stato già detto. Il saldo negativo di quasi 6 miliardi è un effetto delle correzioni e degli sconti che vengono concessi ad altri, ma anche della nostra incapacità di utilizzare i fondi. Questo dovrebbe farci guardare più spesso allo specchio. Non siamo un Paese che sta correndo forte in termini di competitività. Stiamo, anzi, arrancando e le risorse a nostra disposizione sono sempre più scarse. Il combinato disposto del pesante saldo negativo e dei tagli che sono stati operati proprio sulla competitività in termini sia assoluti che percentuali non ci fa ben sperare per il futuro.
Per competitività alla rubrica 1.a si intendono le reti. Quando parliamo di reti, ci sciacquiamo - io forse per primo - la bocca, ma nella sostanza non interveniamo come si dovrebbe. Per quanto riguarda la rete dei trasporti, sappiamo come funziona il nostro Paese. Quanto alle reti dell'energia, è di ieri la notizia che potremmo finalmente attingere anche a risorse energetiche provenienti dagli Stati Uniti; peccato che non sappiamo come stoccarle perché mancano i rigassificatori e quant'altro.


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Non me ne vogliano coloro che hanno particolarmente a cuore il mondo agricolo, ma credo che la nostra sfida non si possa che vincerla tentando di recuperare posizioni nella competitività.
Io, Ministro, accentuerei l'attenzione su questo punto.

FRANCESCA MARIA MARINARO. Sarò molto franca perché è bene ricordare da dove si viene quando si affrontano questioni, come quelle odierne, che riguardano il futuro.
Ci riteniamo soddisfatti della posizione del Governo in particolare sul fronte delle nuove prospettive finanziarie dell'Unione europea. Tutto ciò ha molto a che fare con quanto è stato costruito in questi ultimi anni e soprattutto con le politiche fortemente volute dall'Unione europea sotto la spinta della Germania e della signora Merkel in materia di rigore.
Affinché la politica di crescita abbia spinta e respiro non può non esserci sinergia tra le politiche di rigore imposte a livello nazionale e il più ampio contesto europeo, di cui la crescita ha bisogno. Se nel bilancio questo respiro non c'è, diventa difficile dal punto di vista nazionale continuare a sostenere questa politica, che noi riteniamo comunque utile e necessaria per dare impulso alla ripresa con particolare riferimento all'occupazione e al mercato del lavoro.
Io, Ministro, sono particolarmente soddisfatta della posizione forte che l'Italia ha assunto nei confronti dei Paesi contributori netti. C'è stata una decisa inversione di rotta. Non dimentico, infatti, che un anno e mezzo fa il Governo italiano era schierato con i contributori netti che volevano la riduzione del bilancio europeo, rendendo poco credibile il nostro europeismo. Questo impegno completamente diverso a favore di un bilancio davvero europeo non può che essere motivo di soddisfazione per tutti.


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Da ultimo, vorrei sapere come intendano contribuire il Ministro e il Governo a risolvere un nostro problema strutturale e culturale nell'approccio all'Europa. È stata sollevata una questione relativa alla cooperazione nazionale, per la quale piangiamo miseria perché stanziamo 320 milioni di euro, mentre contribuiamo alla cooperazione europea per 1,5 miliardi.
Il nostro problema non è contribuire al posto di qualcun altro, bensì non essere ancora entrati nell'ottica di creare la necessaria sinergia tra il bilancio nazionale e il bilancio europeo, mettendo anche le nostre strutture di cooperazione in condizione di operare in quel contesto. Quanti dei nostri partecipano alle gare europee? Dobbiamo essere onesti, altrimenti non rendiamo un servizio né al Paese né all'Europa né al nostro europeismo.
Il punto è che, soprattutto in un Paese come il nostro, occorre una sinergia sempre più forte tra le risorse disponibili a livello nazionale e le risorse che ci vengono messe a disposizione come ritorno del contributo che diamo all'Unione europea.

FRANCESCO TEMPESTINI. Sono state dette molte cose che condivido. Mi limito a ricordare una frase di Tommaso Padoa-Schioppa, il quale diceva che i governi nazionali devono occuparsi di fare politiche di rigore, mentre all'Europa spetta di fare le politiche della crescita. Noi cerchiamo di essere europeisti in questo senso, pur con le nostre imperfezioni e i nostri limiti. Dobbiamo però constatare che le cose non vanno nella direzione giusta.
So di poter contare su un Ministro per gli affari europei che merita un plauso incondizionato per il modo con cui ha mutato l'immagine dell'Italia in Europa. Dalle sue indicazioni emergono le difficoltà. Non viene qui, come accadeva prima,


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a indorarci la pillola. Pur sapendo di parlare alla persona giusta, dobbiamo riconoscere che, purtroppo, il nodo è questo. Condividiamo tutto ciò che ci ha detto e penso che dobbiamo incoraggiarla perché la battaglia è difficilissima.
Quello della cooperazione allo sviluppo è certamente un capitolo degno di attenzione, ma vorrei che fosse fugato un dubbio. Ammetto di non aver ben capito le parole dell'ex ministro Frattini quando ha parlato di «bandierine» nazionali, ma vorrei essere chiaro. Non si tratta né di mettere bandierine nazionali né di pensare che quella spesa sia eccessiva. Quella spesa, come diceva la senatrice Marinaro, può essere giusta e andare incontro all'interesse nazionale se sarà una spesa efficiente, trasparente e in sinergia con le politiche adottate dall'Italia.
Ho voluto fugare il dubbio sulle parole dell'onorevole Frattini perché se quello fosse il senso non le condividerei. La politica della cooperazione rimane un simbolo del compito che è affidato ai governi volonterosi che in Europa intendono usare non la retorica ma, come lei, i fatti.

RENATO BRUNETTA. Mi scuso del ritardo, Ministro Moavero. Ho potuto scorrere la sintesi della sua relazione e le confesso che sono tornato indietro a dodici anni fa, quando da parlamentare europeo analizzavo gli stessi argomenti. Ho rivissuto un po' di giovinezza, ma ho provato anche una certa tristezza perché i temi e le questioni sono sempre le stesse.
Ai miei tempi il bilancio era pari all'1,118 per cento del PIL europeo. Oggi non sarà certamente di più. Dopo aver assistito al fallimento della trattativa ho in mente l'immagine del condominio che sta litigando sui millesimi e sulle spese mentre brucia o è bombardato in tempo di guerra. In Europa siamo in tempo di guerra e vedere i suoi membri litigare sui «millesimi» fa molta tristezza.


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Al collega Buttiglione vorrei ricordare che l'eurozona è in recessione ed è in questo quadro complessivo che viene valutato il bilancio. Vorrei ricordargli che, dopo le affermazioni di Draghi di fine luglio, la Banca centrale europea non è mai intervenuta per acquistare titoli fino a tre anni e questo per una ragione ben precisa: la Germania si è messa di traverso.
Vorrei anche ricordare che il fondo di stabilizzazione con le sue risorse, forse non lo si sa, non sta affatto comprando titoli dei Paesi in difficoltà. In attesa che venga attuata l'unione bancaria, il fondo sta comprando titoli di Paesi con la tripla A. Tutte le risorse che sono state e saranno trasferite al fondo di stabilizzazione servono a comprare titoli di Paesi con la tripla A perché, per volere della Germania, prima che questo fondo sia operativo come fondo di stabilizzazione ci deve essere l'unione bancaria.
L'unione bancaria, però, non c'è, come non c'è alcuna delle quattro unioni contenute nell'ottimo testo dei quattro presidenti che è stato presentato a giugno e sarà discusso a gennaio 2013 e cioè unione bancaria, unione di bilancio - e non fiscale -, unione economica e unione politica.
Per finire, signor Ministro, tutte le analisi, da quelle del Fondo monetario internazionale a quelle dei banchieri centrali, ci stanno dicendo che la politica economica dell'Unione europea durante la crisi è una politica economica sbagliata e che sono cambiati i coefficienti di impatto delle politiche di rigore. I coefficienti di impatto hanno, infatti, un'elasticità superiore a uno, vale a dire che per ogni euro tagliato dalle politiche di rigore l'effetto sul PIL è superiore a uno e può arrivare fino a 1,5, quasi due.
Ciò vuol dire che ogni strategia di rigore produce cadute del reddito tali da vanificare le politiche di rigore stesse e la trasmissione


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della politica monetaria dal punto di vista della ripresa. La recessione, cioè, blocca la trasmissione della politica monetaria, che come ben sappiamo è la missione fondante della Banca centrale europea.
Non vorrei, signor Ministro, che nell'impasse del bilancio, un impasse che viene da lontano, nel dibattito sui millesimi si perdesse di vista che la casa sta bruciando perché l'eurozona è in recessione ed è in atto una politica economica sbagliata.

LAMBERTO DINI, Presidente della 3a Commissione del Senato. Vorrei rivolgerle solo una domanda specifica.
In una situazione come questa io credo che i Paesi membri avrebbero dovuto mirare a un aumento del bilancio e non a una riduzione, ma questa è la politica europea. I giornali, signor Ministro, hanno dato ampio spazio alle posizioni in questo negoziato del Regno Unito. Il Primo Ministro Cameron è arrivato a Bruxelles con le mani legate dalla House of Commons affinché chiedesse la riduzione del bilancio.
In particolare, Cameron ha portato avanti il discorso delle spese amministrative dell'Unione europea intese come numero di funzionari, stipendi e così via, spese che credo rappresentino circa il 5 o 6 per cento dell'intero bilancio comunitario. Le posizioni del Primo Ministro Cameron che reazioni hanno suscitato negli altri capi di Stato e di governo?
È questione sulla quale dovrete ritornare oppure è stata messa da parte e non ha avuto seguito?

PRESIDENTE. Ringrazio i colleghi e do la parola al Ministro Moavero per la replica.

ENZO MOAVERO MILANESI, Ministro per gli affari europei. La situazione economica dell'Unione europea, come dei suoi Stati, è estremamente difficile ed è chiaro che il bilancio


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dell'Unione europea, per come è sempre stato concepito - ed è difficile immaginare che possa essere concepito in maniera diversa -, non possa che aiutare parzialmente il superamento della crisi generale sulla base dell'idea che esso dovrebbe contribuire a stimolare la crescita e a conseguire risparmi e positive sinergie nazionali. Questo contesto non va assolutamente sottovalutato e condividiamo l'analisi che più di uno tra voi ha proposto.
Nell'operatività dell'esercizio che stiamo compiendo dobbiamo tenere presenti alcuni punti che riprendo rapidamente, con ciò rispondendo a una serie di domande. Siamo anzitutto in un quadro in cui si decide all'unanimità. Ogni Stato ha un voto decisivo. È sbagliato parlare di potere di veto perché si rovescia il meccanismo, ma ogni voto è decisivo. Se quindi manca il voto di un qualsiasi Stato membro, non si arriva all'adozione del quadro finanziario pluriennale.
In questo caso scatterebbe un laborioso meccanismo di adozione di bilanci annuali, come avveniva circa vent'anni fa, nel quale si decide a maggioranza qualificata. Per mantenere la programmazione pluriennale, si deve lavorare all'unanimità. In questo modo il peso delle posizioni di ciascun Paese diventa essenziale.
Nel quadro di questa geometria, il Governo, come credo sia doveroso nei confronti del Parlamento, del Paese e dei cittadini, intende far valere appieno il voto dell'Italia come decisivo per contribuire, se del caso, alla formazione di questa unanimità. Il filo conduttore della nostra posizione, fin da quando siamo entrati in funzione, è stato non chiedere a priori tagli al bilancio, ma che prima si discuta di cosa fare con questo bilancio e di come concretamente strutturarlo.
In controtendenza rispetto al cosiddetto approccio top-down proposto fin qui dalle varie presidenze semestrali e dalla


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presidenza del Consiglio europeo abbiamo chiesto che si partisse dalla base per definire il da farsi, discutendo delle politiche di spesa e di come contribuire alle entrate, sconti inclusi.
Questa posizione ci ha inevitabilmente collocato in una situazione intermedia tra chi chiedeva tagli aprioristicamente, vale a dire la grande maggioranza dei Paesi contribuenti netti, e chi invece non li voleva, cioè la grande maggioranza dei Paesi beneficiari. Su tale posizione si è via via spostata, e non a caso, la Francia. La Francia, infatti, come l'Italia, non gode di sistemi correttivi e, come l'Italia, fruisce invece in maniera importante di alcune decisive politiche di spesa, quali la politica agricola e la politica di coesione.
La nostra posizione di contribuente netto è inevitabile. Non possiamo invertirla e tornare a essere improvvisamente beneficiari perché la prosperità media del nostro Paese in un'Europa a 27 non ce lo permette. Ciò che ci interessa è che non sia una posizione insensatamente squilibrata. Nell'equilibrio generale tra ciò che uno Stato membro versa, considerato lo sconto che alcuni hanno e alcuni non hanno, e ciò che riceve, soprattutto a titolo delle grandi politiche di spesa agricola e di coesione, si può trovare un equo bilanciamento. Secondo noi i margini ci sono ma, visto che bisogna decidere all'unanimità, il lavoro è certamente impervio.
La nostra posizione di contribuente netto è contabile, «cartolare». Diventa più gravosa, come testimonia il dato del 2011, se non spendiamo nei tempi e nella maniera più efficiente le risorse che vengono assegnate al Paese per l'agricoltura e per la coesione. Le altre risorse del bilancio europeo, che sono importanti ma occupano circa un quarto del bilancio, essendo i tre quarti essenzialmente dedicati alla politica agricola e alla politica di coesione, come è stato


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ricordato, vengono messe a gara. Un altro elemento importante di sfida per gli attori non pubblici o non necessariamente pubblici del Paese è riuscire a vincere queste gare.
Per esempio, nei fondi per la ricerca e lo sviluppo, che sappiamo essere fondamentali per la crescita, per creare nuove opportunità di lavoro, per rilanciare l'industria e quant'altro, riceviamo tradizionalmente intorno al 6 o 7 per cento, quando la nostra quota obiettivo potrebbe essere del 12 o forse anche del 13 per cento. Dobbiamo cambiare la nostra cultura e non considerarci più nell'ottica di coloro che, per europeismo fideistico o perché abituati a parlare di fondi europei che ritornano, dimenticano di essere tra i sostenitori e i pagatori del bilancio dell'Unione europea. È una cultura che riguarda tanto le amministrazioni e le imprese pubbliche quanto le imprese private e gli altri soggetti che operano sul mercato.
Questi sono gli elementi con i quali ci confrontiamo. Il nostro obiettivo è recuperare quanto maggior terreno possibile in un indice di equità nell'ambito dell'attuale struttura del bilancio. A mio parere, la struttura del bilancio dell'Unione europea andrebbe ripensata nel suo insieme. Tuttavia, la proposta della Commissione che è sul tavolo mantiene lo schema tradizionale e con questo ci confrontiamo.
Nel futuro si possono immaginare varie soluzioni. Un maggior coordinamento dei bilanci degli Stati membri per alcune politiche di spesa, per esempio, potrebbe essere un modo per ridurre il contributo al bilancio centrale dell'Unione europea. Si potrebbe immaginare un bilancio parallelo, al quale apre il rapporto dei quattro presidenti, con l'idea di una fiscal capacity che si accompagnerebbe a una borrowing capacity, una capacità di prestito, per l'area dell'euro. Potrebbe


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essere un altro percorso, ma non è sul tavolo in questo momento. Ne parleremo piuttosto al Consiglio europeo di dicembre nonché nella nostra audizione preventiva.
Attualmente discutiamo ancora di politica agricola, di politica di coesione, di politica di ricerca, di politiche dedicate alla cooperazione e allo sviluppo, di politica estera e di vicinato, tutti settori in cui l'Europa cerca di costruirsi in modo più unitario. Ci sarebbe molto da dire. Non c'è quasi mai il tempo di entrare nei dettagli specifici, ma sono pienamente a disposizione. Su queste singole politiche abbiamo precisi punti di vista che mirano a tutelare un respiro europeo anche aperto verso l'esterno.
L'Europa è stata un'antesignana della politica di cooperazione e sviluppo anche per merito - vale la pena ricordarlo - di Lorenzo Natali, l'allora membro italiano della Commissione europea, che aprì con la Convenzione di Lomé alla grande cooperazione allo sviluppo. Dobbiamo a un altro commissario europeo italiano, Filippo Maria Pandolfi, lo sviluppo dei primi programmi quadro di ricerca europea e di sviluppo tecnologico.
C'è uno storico contributo italiano che continuiamo a vedere e rispetto al quale vogliamo ancora confrontarci. Dobbiamo, però, garantire che questo bilancio - insisto su questo aspetto che può sembrare contabile, ma è invece importante - sia equo per il nostro cittadino. Non beneficiamo di uno sconto, ma contribuiamo a pagare lo sconto di altri. Non riusciamo ad avere una ripartizione di ritorno della politica agricola o della politica di coesione adeguatamente corrispondente ai parametri nazionali e aggraviamo la situazione con una scarsa capacità di aggiudicarci le gare europee o di spendere in modo efficiente i fondi allocati al Paese. Se manteniamo tutti questi spread - per usare una parola oramai


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entrata nel gergo comune -, rischiamo che il meccanismo di bilancio non sia efficiente e diventi estremamente gravoso per i cittadini.
Credendo nell'Europa, abbiamo il dovere di contribuire al bilancio dell'Unione e di farlo da contribuenti netti perché tali siamo grazie all'indice di prosperità relativa del nostro Paese. Ciononostante, dobbiamo farlo in modo tale che non siano pregiudicati quegli elementi essenziali all'equilibrio generale e all'equilibrio del nostro Paese. Come Governo ci siamo costantemente mossi su questa linea. Sono contento e ringrazio per le parole di sostegno e di apprezzamento che sono arrivate, come pure per le messe in guardia, che vi posso assicurare ci sono ben presenti.
Trattandosi di aggiornamento dei lavori, la discussione riprenderà. La semplificazione che identifica il Consiglio europeo che si è appena concluso come un fallimento è forse eccessiva. Certamente si poteva raggiungere un accordo, ma potevano anche crearsi le condizioni per un cattivo accordo, che non avremmo accettato. Riteniamo, quindi, che l'aggiornamento dei lavori sia stato fisiologico e mostri, anzi, il livello di attenzione all'esercizio in corso. Come vi dicevo all'inizio, i lavori sul bilancio riprenderanno tra febbraio e marzo. Prima di allora saranno opportune ulteriori occasioni di confronto e io sono a disposizione.
Sarebbe utile incontrarci anche in vista del Consiglio europeo che si terrà nella prima metà di dicembre

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Moavero e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10.