• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione del Ministro degli affari esteri, Giuliomaria Terzi di Sant'Agata, sull'esito del voto presso l'Assemblea generale dell'ONU in ordine al riconoscimento all'Autorità palestinese dello status di Paese non membro e sulle prospettive del processo di pace.


PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro degli affari esteri, Giuliomaria Terzi di Sant'Agata, sull'esito del voto presso l'Assemblea generale dell'ONU in ordine al riconoscimento all'Autorità palestinese dello status di Paese non membro e sulle prospettive del processo di pace.
Saluto i colleghi della Commissione esteri del Senato e i colleghi commissari presenti, riservandomi di intervenire nel merito dopo la relazione del ministro, che ringrazio molto sentitamente di avere accettato il nostro invito a essere con noi questa mattina.
Prego il Ministro Terzi di svolgere la sua relazione.


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GIULIOMARIA TERZI di SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Grazie, presidente. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, sono lieto di intervenire questa mattina in un dibattito su un tema così importante come la recente iniziativa palestinese all'ONU e le prospettive del processo di pace. Tale processo di pace è assolutamente centrale, come ho avuto modo di dire anche in altre circostanze, in quest'Aula, per la politica estera italiana, di questo Governo, e per assicurare un contesto di stabilità duraturo in Medio Oriente.
Consentitemi di ripercorrere la genesi dell'iniziativa palestinese all'ONU, sin dalle tappe iniziali. Vorrei concentrarmi sul dibattito all'interno dell'Unione europea, soprattutto nella fase finale che ha preceduto la nostra decisione di voto, per poi discutere anche le implicazioni del voto e le iniziative italiane per la ripresa del processo di pace.
La genesi di questa iniziativa è ben conosciuta, in seguito allo stallo protrattosi negli ultimi quattro anni, dopo la conferenza di Annapolis, nonostante i molti tentativi espletati, soprattutto dall'Amministrazione americana nel 2010, quindi con l'iniziativa assunta dal Quartetto nel settembre 2011. In entrambi i casi, a seguito di queste iniziative, i negoziati sono ripresi solo per poche settimane, prima a settembre del 2010, poi nel gennaio 2012, senza peraltro alcun risultato concreto.
Fu per superare questa impasse diplomatica che il Governo palestinese avviò, a partire dal 2009, un percorso dal basso sostenuto da tutti gli europei e dalla gran parte della comunità internazionale, per rafforzare le istituzioni palestinesi sul piano della governance politica, della sicurezza - aspetto molto importante - ma anche, attraverso il Piano Fayyad, per rafforzare economicamente la società palestinese. In effetti, questo sforzo ha creato dei ritmi di crescita nell'economia


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palestinese, negli ultimi cinque anni, decisamente considerevoli, e comunque anche in controtendenza rispetto al calo della domanda in molte altre aree del mondo.
I risultati sono stati ben accolti anche nell'ambito della conferenza dei donatori dell'Ad Hoc Liaison Committee - comitato presieduto dalla Norvegia e sponsorizzato da Stati Uniti e Unione europea - AHLC, che ha rilevato sin dal 2011 l'idoneità delle istituzioni dell'Autorità nazionale palestinese alla statualità. Quindi, il voto è stato preceduto, già da un anno e mezzo, da questo accertamento internazionale sull'idoneità statuale dell'Autorità palestinese.
Nel quadro di tale processo un numero di Stati membri dell'Unione europea ha deciso di procedere all'upgrading dei capi missione palestinesi accreditandoli come ambasciatori nelle rispettive capitali, cosa che abbiamo fatto anche noi, e accreditandoli con tale rango allo svolgimento di riunioni intergovernative, come segnale di un progressivo riconoscimento dei progressi raggiunti dall'institution building palestinese.
Sempre sul piano di questi rapporti di crescente intensità, anche a livello politico, con l'Autorità palestinese, ho presieduto con il Ministro degli esteri Malki il primo Joint Steering Committee, al quale hanno partecipato anche il Ministro della giustizia Severino e il Ministro dei beni e delle attività culturali Ornaghi. La riunione si è svolta qui a Roma il 23 novembre, a margine di una country presentation per illustrare l'economia palestinese.
Questi successi concreti non hanno però compensato la mancanza di un orizzonte diplomatico per la piena realizzazione di uno Stato palestinese. È così che la leadership di Ramallah ha maturato la decisione - che poi si è cercato di


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rinviare e di modificare, ma negli ultimi tempi si è consolidata diventando irrevocabile - di richiedere lo status di osservatore permanente presso le Nazioni Unite.
A differenza, tuttavia, di un approccio sostanzialmente consensuale e graduale proprio al Piano Fayyad, la strategia palestinese all'ONU non ha trovato immediato sostegno in tutta la comunità internazionale e nell'Unione europea. Infatti, ricorderete che la richiesta avanzata nel settembre 2011 di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, già in fase di istruttoria, non ottenne al Consiglio di sicurezza i nove voti necessari per essere approvata. È vero, andò diversamente nel novembre 2011 all'UNESCO - ma si trattava di un contesto diverso - quando la richiesta palestinese passò a maggioranza, ma con una divisione dell'Unione europea in tre gruppi di voto: vi fu la separazione dei principali partner (non tutti i partner sono membri del Consiglio esecutivo), con due voti positivi di Francia e Spagna, il voto negativo della Germania, e le due astensioni di Italia e Gran Bretagna.
Dal punto di vista italiano, già allora erano valide le motivazioni che hanno inizialmente ispirato il nostro atteggiamento, nelle scorse settimane, con l'evoluzione che poi si è verificata (ricorderete benissimo la discussione che abbiamo avuto qui una decina di giorni prima del voto).
Vorrei tornare brevemente alla decisione presa di astenerci all'UNESCO. In quell'occasione, si considerò prioritario adottare una posizione che in quel momento sembrava una posizione di equilibrio che incoraggiasse le parti a una ripresa del negoziato. A giustificazione dell'astensione nel novembre 2011, ci fu la considerazione dell'impatto che l'iniziativa palestinese poteva avere sul sistema delle Nazioni Unite, data la


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concreta possibilità, poi avveratasi, della sospensione dei contributi americani all'organizzazione parigina a causa della legislazione approvata in precedenza dal Congresso.
Nonostante tali conseguenze si siano puntualmente verificate, il successo politico del voto all'UNESCO e la protratta assenza di prospettive negoziali ha condotto la leadership palestinese a riproporre il tentativo, questa volta all'Assemblea generale. La scelta definitiva è emersa gradualmente da parte palestinese, in una situazione di forte erosione del consenso nei confronti della dirigenza moderata dell'ANP, che si è progressivamente aggravata nel 2012.
Hanno contribuito a questa erosione, in primis, il peggioramento del quadro economico nei territori palestinesi nel corso del 2011, con il rallentamento della crescita, l'aggravarsi della situazione finanziaria dell'ANP, addirittura con la sospensione dei pagamenti degli stipendi agli impiegati pubblici e perfino ai poliziotti e alle forze di sicurezza. A questo si è aggiunta, parallela con l'affermarsi di partiti islamisti nei Paesi della primavera araba, anche la crescita di visibilità di Hamas, con un impulso ancora più forte per il Presidente Abbas di tentare di recuperare quello spazio politico che sembrava sfuggirgli.
C'è anche da ricordare che all'indebolimento dell'Autorità palestinese non sono state certo estranee le decisioni israeliane di proseguire nella politica degli insediamenti, con la sensazione di dinamica di una perdita di velocità nella soluzione dei due Stati, da cui l'incombere di una possibile crisi dell'Autorità palestinese, accerchiata politicamente su molti fronti.
Ricordo che il Consiglio affari esteri dell'UE del 14 maggio ha adottato una serie di linee d'azione operative per quanto riguarda gli insediamenti su Gerusalemme Est, la colonizzazione, i coloni, lo sviluppo dell'area C, la sostenibilità finanziaria


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dell'Autorità palestinese, con l'obiettivo invece di preservare la fattibilità e la viabilità nella soluzione dei due Stati.
Dico queste cose perché precisano meglio il clima in cui è maturata la decisione palestinese di andare avanti a lungo e di trovare un chiaro risultato politico che rafforzasse la leadership di Abu Mazen. Questi, nell'infinità di contatti che si sono realizzati nelle settimane precedenti al voto, ha chiarito che intendeva procedere in pieno coordinamento con i principali partner, in particolare europei, oltre che con gli Stati Uniti. Noto che il documento della risoluzione, anche se è stato formalizzato e reso noto veramente alla vigilia del voto, è stato oggetto anch'esso di una consultazione con i partner europei ed è stato redatto con un linguaggio che richiamava princìpi europei, anche princìpi contenuti in diverse dichiarazioni del Consiglio affari esteri.
Il secondo punto sul quale vorrei soffermarmi riguarda il dibattito all'Unione europea e come la posizione italiana ha potuto evolversi. Al Consiglio affari esteri, il 19 novembre a Bruxelles, cioè dieci giorni esatti prima del voto, la discussione sugli orientamenti nazionali è entrata in una fase che definirei calda. Quel 19 novembre vi era, nella discussione, un fronte ampiamente maggioritario in favore dell'astensione, ma cinque Paesi - Lussemburgo, Irlanda, Portogallo, Malta e Danimarca - si erano già espressi con una certa nettezza in sostegno di un voto favorevole, mentre la maggioranza, una ventina di Paesi, continuava a lavorare su un'ipotesi di voto unitario e di una posizione di voto omogenea fra tutti i 27, che logicamente non avrebbe potuto che essere quella dell'astensione.
Sempre in quella occasione, il 19 novembre, vi fu un richiamo insistente alla coesione svolto dall'Alto rappresentante Ashton; inoltre, era emersa ancora una volta la sensazione che il timing dell'iniziativa palestinese fosse poco felice


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alla vigilia delle elezioni israeliane e dell'insediamento della nuova amministrazione americana. Ancora in quel momento sembrava che l'astensione aprisse una possibilità per l'Europa di pronunciarsi in maniera unanime, quindi di avere una maggior credibilità come interlocutore politico del processo di pace.
Vorrei sottolineare che il principio della pace negoziata e lo strumento del negoziato diretto tra le due parti è stato affermato sin dall'inizio del conflitto israelo-palestinese in tutte le principali risoluzioni dell'Assemblea generale, a partire dalla risoluzione 194 del 1948, e nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, sin dagli anni Sessanta (dopo la guerra dei sei giorni, la risoluzione 242, e dopo la guerra dello Yom Kippur, nel 1973, la risoluzione 338), quindi è stato ribadito negli Accordi di Oslo.
Dunque, questo discorso di un negoziato fra le due parti, sia pur facilitato dall'esterno, cioè dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti, è entrato ormai nell'acquis di questo processo.
Con questi chiari punti cardinali ci era parso, una decina di giorni prima del voto a New York, che ci fossero ancora dei margini per portare l'intera Unione su una posizione unitaria di compromesso basata sull'astensione. Nei giorni successivi, però, vi è stata una dinamica accelerata nelle posizioni di un certo numero di Paesi europei, che si sono dichiarati prima in senso più flessibile sulle rispettive posizioni e poi si sono avvicinati a una posizione positiva sulla risoluzione.
Non c'è dubbio che la causa di questa evoluzione è stata la crisi di Gaza, con gli effetti che essa ha provocato sugli equilibri interni alle dinamiche palestinesi. La conseguenza dell'accordo per la cessazione delle ostilità, il 21 novembre, due giorni dopo il Consiglio affari esteri al quale mi riferivo, grazie alla facilitazione decisiva dell'Egitto, è stata da un lato


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il rafforzamento politico di Hamas e della sua legittimità agli occhi dell'opinione pubblica palestinese - e sul piano internazionale si è rivolta anche all'esterno, nel mondo islamico più ampio della Conferenza islamica - e dall'altro la sensazione di una erosione della credibilità di Abu Mazen. Quindi, la crisi di Gaza è stata un incentivo forte, per molti Paesi europei, soprattutto per i Paesi mediterranei, a uscire da quella linea più neutrale e in qualche caso anche da esitazioni che diversi partner avevano mostrato, per andare verso un voto di fiducia vero e proprio ad Abu Mazen, per consentirgli di recuperare una leadership e una legittimazione politica che sembrava sempre più in discussione.
Così, nel giro di nove giorni, un fronte astensionista ampiamente maggioritario si è tradotto in un nuovo equilibrio che è emerso nel dibattito in COPS (Comitato per la politica e la sicurezza dell'Unione europea) il 28 novembre, all'immediata vigilia del voto, laddove si sono manifestati tredici Paesi favorevoli, tra i quali Francia e Spagna, una decina di astenuti e la sola Repubblica Ceca orientata decisamente per il voto negativo, mentre Germania e Regno Unito - con i cui Ministri degli esteri sono stato costantemente in contatto sino al momento del voto così come con gli altri principali partner, tra cui anche la Francia - hanno tenuto in sospeso le loro decisioni. La Francia si è espressa tre giorni prima pubblicamente per il sì, mentre gli altri Paesi, che erano prima sull'astensione, nelle tre o quattro ore prima del voto hanno precisato la loro posizione positiva.
Il Regno Unito, come sappiamo, era orientato all'astensione, ma con la potenziale disponibilità a evolvere verso il sì, nel caso che da parte palestinese fossero state espresse chiare e formali assicurazioni su tre punti: sulla disponibilità a tornare al tavolo del negoziato con Israele senza precondizioni;


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sull'impegno a non utilizzare la risoluzione per adire altre istanze internazionali, tra cui in particolare la Corte penale internazionale; sull'impegno a non utilizzare retroattivamente lo status di osservatore non membro.
Questi tre punti specifici erano già stati oggetto della mia lunga conversazione col Ministro Malki il 23 novembre a Roma, allorché gli avevo chiesto se ci potesse essere, da parte palestinese, una disponibilità a inserire questi punti nel progetto di risoluzione, perlomeno a inserirli in un chiaro discorso prima del voto, da parte del Presidente Abbas. Il Ministro Malki mi rispose che ancora in quel momento - lo ripeto, era il 23 novembre - ciò non era possibile per impegni e considerazioni che loro avevano nei confronti del mondo arabo e più in generale dell'ampio gruppo dei Paesi che sostenevano la risoluzione.
Il 28 novembre il Presidente Monti ha parlato con il Presidente Abbas, il quale ha rassicurato il Presidente del Consiglio sul fatto che, pur non essendo possibile modificare il testo della risoluzione, nella fase immediatamente successiva al voto il Presidente Abbas avrebbe fatto stato della propria disponibilità al ritorno al negoziato diretto ed evitato azioni come il ricorso alla Corte penale internazionale o la richiesta di membership in altre agenzie delle Nazioni Unite.
Il sì italiano - credo che sia questo il punto centrale dell'intervento che a nome del Governo effettuo oggi in questa sede - è stata una decisione attentamente ponderata, al più alto livello, comunicata dal Presidente del Consiglio al Presidente Abbas e al Primo Ministro Netanyahu, in considerazione di un nuovo contesto creatosi all'interno dell'Unione europea dopo la crisi di Gaza e in considerazione anche delle rassicurazioni


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ricevute dai palestinesi circa la volontà di ricercare il dialogo con Israele e la disponibilità a riprendere il negoziato diretto.
Si è trattato, in altre parole, di una scelta di solidarietà alla leadership moderata dell'Autorità palestinese, che consideriamo l'unico legittimo interlocutore per una soluzione negoziata del conflitto. In nessun modo il Governo considera che tale scelta possa mettere in discussione la tradizionale alleanza dell'Italia e la profonda amicizia con Israele, come il Presidente Monti ha tenuto a chiarire al Primo Ministro Netanyahu immediatamente dopo il voto.
Dato che sono qui presenti numerosi firmatari di una lettera che ha posto il problema delle consultazioni avvenute col Parlamento e con le forze politiche da parte del Governo, vorrei precisare - ho già riferito le conversazioni telefoniche del Presidente del Consiglio con il Premier Netanyahu e con il Presidente palestinese - che sul piano nazionale la decisione del Governo è stata oggetto di consultazioni fra il Presidente Monti e le massime cariche dello Stato e che il Presidente del Consiglio ha raccolto anche prima del voto il parere favorevole dei responsabili delle tre forze politiche che sostengono il Governo.
Quindi, il sostegno alla risoluzione palestinese ha preso forma in quel contesto fluido e mutevole che ho prima accennato, di tempi convulsi e di molteplici variabili, ma è stato ponderato non solo in tutte le sue implicazioni diplomatiche ma anche sul piano politico dei rapporti con le forze parlamentari che fanno parte di questa maggioranza e che hanno potuto esprimersi attraverso i loro massimi responsabili.
Cos'è accaduto all'indomani del voto? La reazione di Israele è nota: l'annuncio di 3.000 alloggi nell'area di Geru


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salemme Est, nota come E-1, e di ulteriori 1.700 alloggi nella zona di Ramat Shlomo - questo è preoccupante perché rischia di compromettere la contiguità territoriale di un futuro Stato palestinese - e la decisione del Governo israeliano di congelare 120 milioni di dollari di tasse, soprattutto dazi doganali, che Israele riscuote per conto dei palestinesi. Reazioni negative sono derivate da questi provvedimenti nella comunità internazionale; Paesi come Stati Uniti, Olanda, Regno Unito e Germania, che hanno votato contro la risoluzione palestinese o che si sono astenuti, hanno effettuato dei passi con gli ambasciatori israeliani per esprimere fortissima preoccupazione per queste misure, chiedendone l'immediata revoca o perlomeno la non attuazione concreta dei nuovi insediamenti.
Anche il Governo italiano ha espresso marcate preoccupazioni. Lo abbiamo fatto in occasione del vertice intergovernativo italo-francese del 3 dicembre. Due giorni dopo, il 5 dicembre, ho dato indicazione al Segretario generale del ministero, ambasciatore Valensise, di esternare all'ambasciatore israeliano la forte preoccupazione e contrarietà italiana per le conseguenze negative di queste decisioni israeliane sul processo di pace.
Un ulteriore punto che intendo menzionare riguarda le priorità che noi perseguiamo nel rilancio del negoziato. La principale lezione è che la ripresa del processo di pace è ineludibile e non più rinviabile. Lo diciamo per l'ennesima volta, ma lo facciamo in un clima più carico politicamente e anche molto emotivo sui due fronti, israeliano e palestinese. Questa emotività crescente ci porta ancor di più a premere perché la trattativa riprenda.
Inoltre, la primavera araba ha ulteriormente accentuato le sensibilità dell'intero mondo arabo sulla questione palestinese e alzato il costo politico di questo stallo negoziale. Di qui la


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necessità di un immediato ritorno alla diplomazia. Crediamo che l'Unione europea mai come in questa fase possa svolgere un ruolo attivo. Si tratta, secondo me, di invitare pressantemente e in maniera equilibrata le due parti alla moderazione, per proporre in maniera ferma e convincente un percorso chiaro e win-win quale unica strada per garantire sia la sicurezza di Israele sia le legittime aspirazioni palestinesi.
Posso assicurare che il Governo italiano sosterrà con forza queste posizioni; le ha già sostenute e continuerà a farlo in sede europea e in tutte le occasioni utili con i nostri partner, Stati Uniti, Russia e Paesi arabi. Ho già avuto occasione di parlarne con molti colleghi alla ministeriale NATO del 4 e 5 dicembre e, come ho già detto, l'abbiamo fatto al vertice italo-francese. Desidero approfondire questo tema con il mio collega russo a Mosca il 17 dicembre prossimo. Il mio inviato speciale per il Medio Oriente manterrà stretti contatti con gli omologhi europeo, americano e russo, cioè tutte le componenti principali del Quartetto, oltre alle Nazioni Unite.
Abbiamo sollecitato un'iniziativa di alto livello dell'Unione europea per la ripresa del negoziato attraverso una riunione ministeriale del Quartetto, che avrà luogo appena ci sarà il nuovo Segretario di Stato americano (fine gennaio-inizio febbraio), ma nel frattempo domani c'è una riunione ad alto livello di alti funzionari del Quartetto a Bruxelles su questo tema. È una riunione che abbiamo sollecitato soprattutto noi italiani.
Nella fase immediatamente precedente il Consiglio affari esteri di ieri a Bruxelles abbiamo svolto un'azione propositiva per far sì che il comunicato finale riflettesse il senso di urgenza di questa ripresa negoziale e desse anche un senso di equilibrio fra la preoccupazione manifestata sugli insediamenti e la fortissima preoccupazione - che forse non tutti hanno colto


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inizialmente, ma che invece poi si è potuta coagulare come piattaforma comune dell'Unione nel comunicato di ieri - per le inaccettabili, vergognose dichiarazioni di Khaled Meshaal sulla esistenza di Israele. Sono elementi che inizialmente erano fuori dal comunicato, ma insieme al collega tedesco abbiamo insistito affinché fosse inserita con chiarezza una nota dura di condanna su questo.
Il 2013 deve essere quindi l'anno cruciale per la ripresa del processo di pace e, al tempo stesso, per un più profilato e incisivo ruolo dell'Unione europea, che non deve far venir meno l'indispensabile impegno diplomatico degli Stati Uniti. Questa sera parto per Washington e questo sarà certamente un tema di grande importanza su cui poter effettuare, da parte mia, tutta la possibile sensibilizzazione verso un'amministrazione che è in fieri ma che già dà segni di volersi impegnare nei prossimi mesi in questo senso.
È necessario consolidare l'acquis per quanto riguarda l'institution building nella West Bank, frutto di un'azione portata avanti con grande coraggio dal Primo Ministro Fayyad. Si tratta di convincere gli israeliani a non interrompere i flussi finanziari verso l'Autorità palestinese. Al di là delle complesse dinamiche interne, è evidente che la stabilità a Gaza è centrale per disporre di un contesto favorevole alla ripresa del negoziato tra le due parti. È per questo motivo che ancora l'Italia ha presentato da circa un mese una proposta articolata per rendere sostenibile la pace a Gaza. Abbiamo proposto la riattivazione e l'ampliamento del mandato della missione EUBAM per un controllo efficace dei valichi che consenta il trasporto delle merci, ma che assicuri anche l'interruzione del contrabbando delle armi.
Come ho detto prima, le dichiarazioni di Meshaal a Gaza confermano quanto Hamas rappresenti un ostacolo serio al rilancio


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della prospettiva negoziale. Hamas cercherà di capitalizzare sulla risoluzione del 29 novembre, di strumentalizzarla ai fini della sua agenda violenta. Credo che dobbiamo mantenere alta la guardia su questi aspetti, senza distrazioni rispetto al fatto che esiste un rischio forte di radicalizzazione in un mondo in cui Hamas potrebbe essere lo strumento e la punta di lancia di queste operazioni.
Credo che le parole di Meshaal debbano anche ricordarci che il processo di riconciliazione palestinese contribuirà ad avvicinare la pace solo se l'Autorità nazionale palestinese, se al-Fatah sarà in grado di avere da Hamas un riconoscimento dei famosi tre punti sulla sicurezza di Israele, quindi una piattaforma che la possa far apparire come interlocutore credibile anche per la comunità internazionale. Prima, però, ci deve essere un processo di riconciliazione, un accordo fra queste due fondamentali componenti. L'Autorità nazionale palestinese con al-Fatah e Hamas devono trovare una piattaforma che attribuisca legittimità all'intero mondo palestinese.
Dobbiamo, infine, essere consapevoli anche del ruolo centrale svolto dall'Egitto in tutta questa vicenda. Noi vediamo quello che sta avvenendo al Cairo con preoccupazione. La Fratellanza islamica appare divisa tra quanti vogliono trovare una via d'uscita dall'impasse che si è creata a seguito dell'ultima decisione del Presidente Morsi e quanti ritengono necessario difendere le posizioni conquistate negli ultimi mesi.
Ci auspichiamo che la tensione venga ricomposta. Anche in tale contesto l'Unione europea ha un ruolo importante da svolgere nella sensibilizzazione, da un lato, della leadership egiziana e, dall'altro, delle forze laiche che si stanno muovendo in queste ore. L'Egitto deve proseguire nel ruolo che ha già


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dimostrato nell'ottenere il cessate il fuoco. Occorre anche sottolineare che su questo aspetto vi sono una determinazione e un consenso all'interno dell'Unione europea.
In conclusione, vorrei cogliere quest'occasione molto brevemente anche per segnalare una riflessione che, d'intesa con il Presidente del Consiglio, sto conducendo in relazione alla crisi siriana.
Dopo l'incontro di Doha, che ha fatto emergere una piattaforma, un'alleanza tra le forze dell'opposizione siriana, si sta definendo sempre meglio un'impronta di istituzione assembleare, nonché un'istituzione di Governo da parte delle forze che sempre più rappresentano l'intera società siriana.
Domani si terrà una riunione a Marrakech, che dovrebbe costituire un altro passo avanti. Nel Consiglio affari esteri di ieri ho colto la sensazione che l'idea di un sostegno sempre più determinato da parte dell'Unione europea a tale coalizione delle forze dell'opposizione siriana stia diventando un elemento preciso nella politica estera di sicurezza dell'Unione.
In altre parole, sta aumentando il numero dei Paesi che potrebbero passare da un riconoscimento di questa entità come un rappresentante legittimo del popolo siriano a un gradino superiore, ossia al riconoscimento di quest'alleanza come il rappresentante legittimo del popolo siriano.
Se domani le condizioni si precisassero a Marrakech, tenendo anche conto dell'ottima impressione che abbiamo ricevuto con i colleghi europei dall'articolata e approfondita esposizione di Al-Khatib, l'imam moderato presidente dell'alleanza, e dai dettagli che lui ha fornito quanto alla volontà di rispettare le minoranze, soprattutto il ruolo dei cristiani che in questo nuovo sistema di governance si sta delineando e l'impegno a trovare una soluzione politica alla crisi - Al-Khatib ha addirittura ipotizzato alcune forme di negoziato, da


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attuare un po' più avanti, che potrebbero coinvolgere anche personalità alawite vicine al regime, dando prova di un'impostazione moderata - se tutto ciò domani si precisasse, io vorrei anticipare in questa sede che il Governo potrebbe maturare la decisione che sia giunto il momento di riconoscere quel famoso il - o the, in inglese - quale rappresentante legittimo del popolo siriano.
Vi ringrazio molto per l'attenzione e sono disponibile per qualsiasi domanda.

PRESIDENTE. Innanzitutto ringrazio il ministro per l'articolatissima e importante informativa che ci ha reso. Io mi riservo di intervenire più avanti e, come al solito, do la parola a un rappresentante per ciascun Gruppo, pregando di tener conto del fatto che dobbiamo chiudere alle 10,30. Mi rendo conto che si tratta di una situazione «terribile» dal punto di vista dell'importanza di questa discussione.
Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

ENRICO PIANETTA. Voglio ringraziare il ministro per l'illustrazione che ha reso e per la cronistoria di tutti gli eventi che risalgono in là nel tempo. Indubbiamente il voto ha costituito una modifica della tradizionale politica estera di questi ultimi anni da parte del nostro Governo.
In merito devo esprimere un grande rincrescimento. Del resto, abbiamo voluto questa audizione come Gruppo perché di fatto, come lei, ministro, ha accennato, il nostro ultimo incontro con lei era avvenuto addirittura dieci giorni prima rispetto al 29 novembre, quando c'è stata la famosa nota della Presidenza del Consiglio.
Il rincrescimento sta nel fatto che, al di là delle considerazioni che lei ha voluto esprimere, signor ministro, il Parlamento


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è stato esautorato dalla capacità di poter discutere e di poter valutare insieme al Governo lo stato dell'arte, in ragione della posizione assunta dal Governo italiano e della sua attività nei confronti dell'Unione europea. Credo che questo atteggiamento non possa essere accettato dal Parlamento nella sua completezza, in particolare da questa Commissione affari esteri, almeno a mio modo di vedere.
Di fatto lei ha affermato che il Presidente del Consiglio ha informato Israele e l'Autorità palestinese, ma io credo che, come hanno fatto anche altri ministri degli affari esteri - cito, per esempio, il ministro inglese - lei avrebbe dovuto presentarsi davanti al Parlamento e illustrare la posizione del Governo.
Come ripeto, io credo che altri Governi italiani, nel momento in cui ci fossero state una presa di posizione da assumere e una valutazione da svolgere, avrebbero coinvolto il Parlamento. Peraltro, lei, signor ministro, nella sua cronistoria, nella sua illustrazione, ha citato tanti elementi, a cominciare dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, e ha evidenziato l'esigenza e la valutazione positiva da parte di tutti delle risoluzioni stesse, degli accordi bilaterali e del negoziato bilaterale finalizzato al processo di pace. Sono elementi che sarebbe stato opportuno richiamare.
Naturalmente la discussione di fronte al Parlamento avrebbe potuto avere un'evoluzione e giungere ad alcune valutazioni, magari convergenti e capaci di imprimere ulteriore forza al Governo stesso. Non lo escludo. Come vede, non entro nel merito in questo momento, anche se ho accennato a tutta la modalità precedente e a tutte le preoccupazioni relative a una presa di posizione unilaterale.
Sono sicuro che il precedente Governo, se fosse stato in questa condizione, sarebbe venuto da noi, avrebbe discusso, avrebbe


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valutato e avrebbe ascoltato le posizioni del Parlamento. Con grande rincrescimento, dunque, seppure le sue valutazioni siano state utili - perché lei, signor ministro, ha illustrato anche le evoluzioni successive e le prospettive future - osservo che si è trattato di un atto che il Parlamento non può accettare, proprio perché, tutto sommato, siamo ancora in una Repubblica non presidenziale, bensì parlamentare, in cui la funzione del Parlamento non può essere considerata residuale o come un elemento che non ha centralità nel rapporto.
Mi auguro - ormai siamo alla fine della legislatura - che si assumano modalità di maggiore attenzione, anche perché, lo ripeto, questo è un argomento fondamentale, come lei stesso, ministro, ha avuto modo di affermare. Il processo di pace israelo-palestinese è parte integrante e fondamentale della politica estera dell'Italia. Credo, pertanto, che discutere, valutare e approfondire questo argomento avrebbe dovuto essere un elemento fondamentale del rapporto tra Governo e Parlamento.
Altri colleghi del mio Gruppo interverranno per esprimere alcune valutazioni maggiormente di merito su questo argomento tanto importante. Io ho voluto esclusivamente fare riferimento alle modalità.
Esprimo, dunque, rincrescimento per ciò che è avvenuto in termini di modalità e mi auguro che ci sia nel prosieguo una maggiore attenzione al rapporto tra il Governo e il Parlamento.

LAPO PISTELLI. Vorrei dividere le mie riflessioni in tre parti diverse. La prima è relativa al modo con il quale abbiamo accompagnato la decisione del Governo rispetto a questa importante votazione. In ciò mi fa molto gioco la ricostruzione che il collega Pianetta ha testé svolto. La seconda è la valutazione sul merito di questo atteggiamento del


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Governo. La terza consiste in alcune considerazioni di conclusione rispetto al post-voto, perché la situazione non si è arrestata con il voto in Assemblea generale, ma ha visto un'evoluzione.
Con riferimento al primo punto, molto brevemente, vorrei ricordare non soltanto al collega Pianetta, ma anche a tutti noi che questa Commissione ha incontrato il ministro, come ha lui stesso correttamente richiamato, alcuni giorni prima. Forse non tutti coloro che sono presenti oggi erano presenti anche allora, ma li invito ad andare a rileggere gli atti degli interventi che sono stati ascoltati quella mattina.
Al tempo il Ministro Terzi riportò il quadro delle opinioni che stavano maturando all'interno dell'Unione europea. Intervennero per il Partito Democratico il collega Tempestini e chi vi parla, cui seguirono, esprimendosi in modo molto chiaro - tutti gli interventi furono assolutamente inequivocabili - il collega Volontè per l'UdC, l'onorevole Frattini per il PdL, nonché l'onorevole Nirenstein e l'onorevole Boniver, le quali espressero una posizione diversa da quella che l'onorevole Frattini affermò molto chiaramente rispetto al ventilato atteggiamento di astensione che, in quella fase del dibattito, il Ministro Terzi aveva manifestato e spiegato.
Non solo, dunque, il Parlamento è stato informato, ma ha anche discusso. Non si è trattato di un'informazione verticistica. Il Parlamento ha discusso un atteggiamento e ha integrato le opinioni del ministro, esprimendo anche alcune indicazioni che hanno visto, peraltro, i principali tre gruppi, almeno per bocca dei tre responsabili, notevolmente convergenti in quella sede, auspicando un atteggiamento unitario e arrivando a valutare che forse l'astensione potesse essere un


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atteggiamento perfino timido, dato lo stato dei rapporti in quel momento fra Israele e l'Autorità nazionale palestinese e tutto quanto andava maturando.
Dal momento che quanto abbiamo affermato è nei verbali di questa Commissione, invito semplicemente ad andarli a rileggere. Non stiamo ricostruendo una memoria, la stiamo semplicemente richiamando.
Dopo quell'audizione, onorevole Pianetta e onorevoli colleghi, c'è stata un'iniziativa che abbiamo assunto insieme, come Partito Democratico e come Popolo delle Libertà, per cercare di costruire un documento di indirizzo, che è stato anche sottoposto sotto forma di bozza al Governo e che il Governo ha legittimamente invitato a mettere per un attimo da parte, perché la dinamica molto convulsa degli eventi in sede internazionale l'avrebbe reso rigido rispetto a una realtà che poteva essere più fluida delle nostre parole, per quanto il documento concordato all'epoca tra PD e PdL per voce dell'onorevole Frattini non inchiodasse, in realtà, il Governo su questioni molto puntuali, ma fornisse semplicemente un indirizzo che recepiva le osservazioni emerse in audizione.
Il fatto che oggi il Governo sia in Commissione su iniziativa comune non solo a riferire sul voto, il risultato del quale noi abbiamo potuto valutare e vedere dagli organi di stampa, ma anche a riportarci correttamente il modo in cui questa decisione sia stata discussa non soltanto in sedi parlamentari, ma anche in altri importanti sedi - penso al Consiglio supremo di difesa - coinvolgendo le più alte autorità di questo Paese, e a illustrarci il quadro del post-voto testimonia che il rapporto mai avrebbe potuto essere tanto intenso e corretto.
Non capisco, dunque, il rincrescimento rispetto al rapporto che c'è stato prima, durante e dopo e che ha visto tutte le principali forze politiche costantemente coinvolte in questa decisione.


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Se poi vi sono dinamiche interne alle singole forze politiche, ciò è legittimo, soprattutto in una fase di fine legislatura, ma non deve essere confuso in alcuna maniera con la correttezza del rapporto fra istituzioni, che è stato totale e costante.
Per quanto riguarda il voto, passando al secondo punto dell'intervento, noi abbiamo accompagnato con favore e senza imbarazzi la scelta che il Governo ha compiuto. Abbiamo già avuto modo di affermare nella settimana precedente a questo voto che la ricostruzione del rapporto molto complicato fra Autorità nazionale palestinese e organi delle Nazioni Unite - mi richiamo alle considerazioni che il Ministro Terzi ha già svolto, traendone solo alcuni «fumetti», alcune piccole note - aveva visto nel 2010 il Presidente americano e il Quartetto promettere da allora a un anno, cioè nel 2011, il riconoscimento della piena statualità all'Autorità nazionale palestinese, la quale, su quell'orizzonte, con il Governo Fayyad, aveva costruito un processo molto impegnativo di institution building, che era stato poi valutato idoneo rispetto a tale richiesta.
Nel 2011, nonostante fossimo già in piena primavera araba, i principali player internazionali avevano convinto, operazione non facile già a quel tempo, l'Autorità nazionale palestinese ad accettare una forma di downgrading della propria richiesta, sostenendo in quella sede - a me toccò, peraltro, di essere presente in rappresentanza del Parlamento insieme ad altri colleghi all'Assemblea generale del 2011 - che avrebbero dovuto accontentarsi dello status di osservatore.
Nell'arco di un anno l'Autorità nazionale palestinese ha fatto semplicemente ciò che l'anno precedente l'intera comunità internazionale le aveva raccomandato di fare, né più, né meno. Sarebbe stato difficile poter chiedere, a quel punto, due anni dopo, un ulteriore downgrading, perché sotto quel livello non c'è altro.


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Al di sotto c'è soltanto la presa d'atto che si devono alzare le mani e arrendersi, riconoscendo di non essere più l'interlocutore di nessuno, il che avrebbe rappresentato la smentita plateale di quanto abbiamo sostenuto finora, ossia che l'Autorità nazionale palestinese è stata il soggetto al quale l'intera comunità internazionale si è rivolta.
La richiesta arriva nel 2012, dopo due anni di promesse e un anno di downgrading. Questi sono i fatti. Il resto è costituito da valutazioni legittime, ma questi sono i fatti della vita della comunità internazionale, che spingevano nel 2012 alla linea di riscossione di una cambiale politica, come è poi successo.
Noi avremmo preferito che l'Unione europea arrivasse a tale traguardo tutta intera. In merito lasciatemi aprire una parentesi molto breve e magari utile. Io credo che sia normale, e lo affermo con rammarico, che in Europa la politica estera e il mondo vengano visti in modo diverso da Tallin, da Lisbona, da Dublino, da Malta, da Roma e da Copenhagen, almeno fino a quando non scatterà il livello di integrazione federale, per cui anche questo tema tanto delicato sarà deciso, come si suol dire, a maggioranza. Fino ad allora la differenza di vedute è normale e chissà quanto tempo passerà perché venga superata. Fino ad allora la costruzione di una posizione comune europea resterà complicata.
Non essendoci, dunque, una posizione comune europea, io penso che bene abbia agito il Governo a tenere una seconda stella polare di riferimento, considerando il modo in cui si guardava all'area e alla particolare vicenda dal Mediterraneo. Non è un caso, e invito i colleghi a valutarlo, che tutti i Paesi mediterranei, dal Portogallo a Cipro, passando per Malta, Francia, Spagna e Italia, abbiano tenuto un atteggiamento comune. Sarebbe stato incomprensibile avere un atteggiamento diverso del nostro Paese, primo partner di tutti i Paesi di


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quest'area, da sempre equidistante ed equivicino alle due parti in causa, atteggiamento che si sarebbe dovuto distinguere proprio rispetto a questa votazione, quando tutti i partner subregionali dell'Unione europea erano sulla stessa linea, ammesso di non pensare che la nostra stella polare in politica estera fosse la Repubblica Ceca. Qualcuno, però, dovrebbe spiegarmelo, perché avrei difficoltà a capirlo.
Per quanto riguarda il terzo punto, cioè che cosa succede adesso, è un punto di ripartenza sul fronte israeliano l'intervista che ieri il Presidente Shimon Peres ha rilasciato a Der Spiegel, in cui ha auspicato che all'indomani delle elezioni prossime del 22 gennaio riparta immediatamente un negoziato.
Noi non chiediamo di meglio da anni, ma, poiché questo non è un posto in cui ci si divide per tifoserie, ma in cui si persegue l'obiettivo di costruire una posizione unitaria in politica estera, il che dovrebbe essere una delle stelle polari di qualsiasi maggioranza e di qualsiasi opposizione, voglio socializzare le preoccupazioni che nutro, come amico di Israele e dei palestinesi, non ritenendomi più amico di qualcuno rispetto a qualcun altro.
È mancato in questo tempo un segno nei confronti dell'Autorità nazionale palestinese, ragion per cui questo voto è un tentativo di colmare un vuoto. È evidente che l'indebolimento dell'Autorità nazionale palestinese è figlia di due elementi.
Il primo è l'assenza di una prospettiva negoziale, quella difficoltà economica che il Ministro Terzi ha richiamato, che vede un non Stato dipendere dalla comunità internazionale o dalla riscossione delle imposte che il Governo di Israele svolge per conto di Ramallah e che ha già visto questa ritorsione post voto,


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secondo me, come un inutile accanimento che indebolisce, dopo averle conferito un rango negoziale, l'Autorità nazionale palestinese.
Il secondo elemento è il rapporto relativo di forze con Hamas. Su quest'ultimo punto, con cui chiudo, vorrei segnalare una questione. In primo luogo, nessuno di noi ama Hamas. Sappiamo che questo Paese, insieme a molti altri, ha per lungo tempo iscritto Hamas dentro una lista di organizzazioni terroristiche. Essendo queste le Commissione affari esteri del Parlamento della Repubblica italiana, a nessuno di noi sfugge che, durante la crisi di Gaza, Gaza sia stata visitata e sia stato reso omaggio alle autorità politiche di Hamas rispettivamente dal primo ministro egiziano, dal ministro degli affari esteri tunisino, dal ministro degli affari esteri turco e dall'emiro del Qatar.
Dobbiamo prendere atto che il quadro regionale è profondamente cambiato, nel senso che Hamas non è più l'interlocutore isolato e sulla black list che tutti immaginavamo prima. Che ci piaccia o non ci piaccia, facciamo i conti con la realtà. Facciamo i conti anche con la realtà che Israele, dopo le operazioni di sicurezza compiute sulla striscia di Gaza, ha firmato, con la mediazione egiziana, un atto di cessate il fuoco.
Dal mio punto di vista, non è singolare, ma ne prendo atto, che Hamas diventi in questo momento interlocutore e nemico allo stesso tempo. Diventando, però, interlocutore e nemico allo stesso tempo, indebolisce in termini relativi l'Autorità nazionale palestinese.
Aggiungo un fatto che il ministro non ha citato, ma che è successo ieri l'altro. Mi sarei aspettato, lo rilevo con franchezza, un'azione diplomatica di Israele palese e coperta o comunque informale per non rendere tanto facile il ritorno trionfale di Meshaal a Gaza, una situazione che non si


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verificava dal 1997 e che, ancora una volta, è stata per me singolare. Si è permesso, infatti, al numero uno di Hamas, che viveva tempi difficili da molti mesi, essendo uscito da Damasco e ospitato a Doha, di ritornare da trionfatore a Gaza.
Ci chiediamo, dunque, insieme con quale di questi soggetti oggi Israele abbia davvero intenzione di avere un rapporto, con uno o con tutti e due? Auspica davvero un processo di riconciliazione o si sta giocando con un elastico che un giorno rafforza un interlocutore e il giorno dopo indebolisce l'altro, in un gioco ad altalena? Più a lungo questo processo va avanti, più è difficile reincardinare davvero un processo negoziale.
Su questo punto dobbiamo chiarirci le idee. Se le devono chiarire essenzialmente i due protagonisti e poi il resto della comunità internazionale. Io credo che questa sia la posizione che noi portiamo in questa fase del dibattito, dal momento che questa legislatura volge al termine.
Voglio aggiungere soltanto una considerazione. Noi abbiamo compiuto ogni sforzo negli ultimi mesi, signor ministro, e gliene rendiamo atto, di tentare di costruire una posizione Paese. Siamo convinti che quella che lei ha rappresentato a nome del Governo all'Assemblea generale delle Nazioni Unite sia stata una posizione Paese, non una posizione contingente, bensì una posizione che rappresenta una linea di continuità lunga nella storia di questo Paese, che vive al di là dell'alternarsi dei Governi.
Per quanto ci riguarda e ci riguarderà, questo sarà il metodo che vorremmo fosse seguito anche nella prossima legislatura. La politica estera, soprattutto su temi tanto delicati, non si compie con blitz a colpi di maggioranza, in cui le dinamiche interne di partito possono prevalere sugli interessi di un Paese.


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FERDINANDO ADORNATO. Provo a procedere per flash, chiedendo scusa, perché forse le mie considerazioni non saranno ben espresse.
Inviterei i colleghi a non trasformare questo in un rumoroso caso politico, perché non mi sembra che ce ne siano i margini. Vorrei rispondere all'onorevole Pianetta che non ci sono i margini per farlo, perché comunque i partiti sono stati ascoltati e nella discussione che abbiamo avuto in questa sede alcune tracce erano state fornite, anche se mi fa molto piacere sentir ripetere da lui che questa è una Repubblica parlamentare.
Inoltre, non c'è uno spostamento della linea del Governo in funzione anti-israeliana. Non mi sembra che si possa affermare ciò, al di là del fatto che si valuti positivamente o negativamente la scelta.
Rivolgerei la stessa considerazione, però, in omaggio al mio essere centrista, anche all'onorevole Pistelli. È incomprensibile un atteggiamento diverso? Francamente, rispetto a posizioni assunte dagli Stati Uniti con un «no» e dalla Germania e dalla Gran Bretagna con un'astensione, non mi sarebbe sembrato incomprensibile. Non saremmo rimasti soli con la Repubblica Ceca. Saremmo rimasti con gli Stati Uniti e, nel caso dell'astensione, con la Germania e la Gran Bretagna. Non mi sembra che ci siano i margini, da una parte o dall'altra, per trasformare questo in un rumoroso caso politico.
L'aspetto che balza agli occhi - anche il mio partito è stato consultato, ragion per cui non discuto, anche se personalmente avrei votato diversamente - è che mi sembra che l'astensione avrebbe meglio corrisposto a un atteggiamento impacciato e impotente dell'Unione europea. Né un «sì» né un «no» si


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addicevano a questa Unione europea. Mi pare che il ministro la scorsa volta avesse affermato che si stava cercando di portare tutta l'Ue sull'astensione.
A mio avviso, sarebbe stata l'unica posizione corrispondente ai sentimenti. Quando non si sa che fare, ci si rifugia nell'astensione, il che sarebbe stato un atteggiamento più corrispondente allo stato dell'arte. Comunque, anche noi siamo stati consultati e ci siamo espressi favorevolmente sulla scelta del Governo.
Svolgo due osservazioni soltanto. La prima è già stata accennata. Il caso rumoroso esiste, ma è quello dell'Unione europea. Questo è un caso veramente rumoroso, non quello del Governo italiano, che, lo ripeto, si può contestare. Io ho riferito la scelta che avrei compiuto. Il caso dell'Europa, però, è veramente formidabile.
Se noi guardiamo alla storia del mondo e alla storia della comunità internazionale e dei diversi livelli istituzionali, notiamo che l'Europa è in una situazione comatosa dal punto di vista della sua presenza nel mondo. Non sto parlando della crisi economica e degli altri problemi che conosciamo, ma della sua presenza nel mondo. Si può andare in Assemblea generale con chi vota «sì», chi si astiene, chi ha il mal di pancia? Non mi sembra che ciò testimoni unità.
Da un certo punto di vista, signor ministro, un po' come l'Autorità palestinese, da osservatore e non da politico coinvolto, mi preoccupa un mondo in cui ci siano solo gli Stati Uniti con la Repubblica Ceca e la Micronesia - non so chi altro abbia votato per il «no» - e poi una gigantesca confusione. È veramente un mondo preoccupante.
Io ho letto il rapporto dell'intelligence americana sui prossimi anni fino al 2030. Se gli Stati Uniti perdessero davvero, come molti di loro temono, la leadership del mondo


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nel XXI secolo, questo mondo compirebbe un drammatico passo indietro dal punto di vista dei diritti umani e della difesa della libertà democratica.
Svolgo nel merito solo due considerazioni, per non occupare troppo tempo. La prima - questa è una mia posizione del tutto personale - è che ci si potrebbe domandare che rilievo abbia questa decisione. Io non credo che non abbia fondamento la presenza dell'Autorità palestinese all'ONU. Credo, invece, che non abbia fondamento l'ONU, nel senso che non è la sede della risoluzione delle controversie, come tutti noi immaginavamo. Il fatto che ci siano tanti Stati che gli americani chiamavano «Stati canaglia» e che vi si aggiunga anche l'Autorità palestinese, che ha anche una componente moderata, francamente non cambia molto la situazione in un organismo in cui la Libia ha presieduto il Consiglio dei diritti umani.
D'altra parte, e questa è l'altra faccia della medaglia, è a tutti noto - questa è l'unica contestazione, osservazione o dubbio che io nutro - che l'aver ammesso i palestinesi come osservatori permanenti potrebbe non rappresentare un premio alla corrente moderata. Se così fosse, e può darsi che sia così, cambierei anch'io il mio voto e lo trasformerei in un «sì». Nutro forti dubbi, però, perché questa iniziativa si inserisce in un tentativo di mettere in imbarazzo la comunità mondiale. Nasce con questo obiettivo, che è riuscita a raggiungere.
Io credo che l'iniziativa palestinese, al di là del fatto di aver ottenuto il seggio di osservatore permanente, sia riuscita nel suo vero intento, che era quello di mettere in imbarazzo la comunità mondiale. È stata un'iniziativa intelligente da parte palestinese e, peraltro, vittoriosa: la comunità mondiale si è divisa tragicamente, gli Stati Uniti sono stati lasciati soli con la Micronesia e l'Europa non esiste.


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A tutti noi non sfugge che ci sono alcune questioni concrete nell'infinito dissidio israelo-palestinese, ma anche alcune questioni virtuali e simboliche che le due parti giocano ogni tanto. Questa era una questione virtuale e simbolica. Che cosa importa che ci sia il seggio di osservatore permanente? Si trattava di una questione virtuale e simbolica, che i palestinesi hanno giocato cercando di mettere in imbarazzo la comunità mondiale, la quale si è lasciata mettere in imbarazzo.
Io, ahimè, sono assai pessimista, perché penso che questo conflitto, che peraltro ha radici millenarie, al di là del fatto dei territori, sia molto difficile da risolvere. Ho molta paura di un mondo del futuro in cui Israele possa essere ancora più isolata di quanto non lamenti già di essere. Non c'è in gioco la pace, signor ministro. Io credo a tutte le buone volontà della comunità internazionale, ma non credo che riusciremo a ottenerla.
Questo è stato un piccolo incidente, una scaramuccia, per vedere, nel processo virtuale e simbolico, da che parte stessero i diversi soggetti coinvolti. Stanno con Israele o con l'Autorità nazionale palestinese? Nel processo rituale e simbolico i palestinesi hanno segnato un punto, ma non credo che la loro presenza come osservatore permanente o meno, possa aiutare o non aiutare il raggiungimento della pace, il quale dipende da ben altri atteggiamenti, da ben altri traguardi e da ben altre questioni di fatto.
L'unica vera strada, che gli stessi israeliani rifiutano e che cito per onore di cronaca, che nel corso degli anni è stata tentata anche da parte di autorevoli leader europei è quella di proporre un ingresso di Israele nella NATO. Questo punto potrebbe essere utile, come è stato discusso ampiamente, ma viene dagli stessi israeliani rifiutato. Ricordo le dichiarazioni del Ministro Livni su questo punto.


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Secondo me, questa sarebbe l'unica vera mossa concreta che la comunità occidentale potrebbe compiere. Viceversa, non credo che questo sia un caso politico tanto clamoroso da dividere le nostre ideologie e le nostre visceralità.

PRESIDENTE. Vi prego di considerare che il ministro dovrebbe andare via alle 10,30. Possiamo prolungare il nostro incontro di dieci minuti e non di più. Abbiamo tutti pochissimi minuti, situazione che a me duole alquanto, ma che non possiamo cambiare.

ANDREA RONCHI. Sarò sintetico, anche se mi dispiace che un dibattito di questa portata su un tema tanto delicato sia strozzato nei tempi. Mi auguro che ci possano essere altre occasioni per riprenderlo.
Signor ministro, lei conosce la stima che ho nei suoi confronti. Mi è molto dispiaciuto vederla protagonista di questo evento.
Onorevole Pistelli, non si tratta di dinamiche interne di partito. Contesto strutturalmente la parte, seppur interessante, del suo intervento. Si tratta soltanto di capire l'effetto politico di una presa di posizione della nostra nazione.
Le chiacchiere stanno a zero. Riconosco, signor ministro, la validità della sua ricostruzione, ma guardiamo gli effetti. Abbiamo visto sugli schermi di tutto il mondo, dopo poche ore, una sterminata folla negare l'esistenza dello Stato di Israele.
Non si può realizzare un intervento di questo tipo in modo unilaterale. Il voto all'ONU è stato, signor ministro, lei lo sa meglio di me, un'iniziativa unilaterale. Se amiamo il processo di pace, se vogliamo che il sogno di due popoli e due Stati possa finalmente non dico realizzarsi, ma iniziare un percorso concreto, è necessario che qualsiasi tipo di decisione venga adottata in modo non unilaterale.


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Tra parentesi, concordo con quanto l'onorevole Adornato ha affermato prima e con alcune sue osservazioni rispetto all'isolamento, da una parte, degli Stati Uniti e, dall'altra, dello Stato di Israele. Io ritengo - e concludo, visto che non si può realizzare una riflessione più profonda, avendo pochi minuti, senza essere banali o ripetitivi - di essere coerente con quanto affermato a caldo, subito dopo il voto e dopo aver appreso la presa di posizione dell'Italia.
Condivido anche quanto ha affermato l'onorevole Alfano alcune ora fa rispetto alla critica strutturale mossa al Governo, che certamente parte da una modifica radicale della posizione di politica estera rispetto allo scacchiere euromediterraneo. Si tratta di una posizione sbagliata, una posizione unilaterale, che avrà alcune conseguenze. Spero di essere smentito e di sbagliarmi, signor ministro.
Lei, che conosce meglio di tutti noi quell'area, sa perfettamente che il processo di pace si allontana e che c'è un isolamento dello Stato di Israele, il quale ha, purtroppo, attuato alcune iniziative profondamente sbagliate che non soltanto accentuano l'isolamento, ma allontanano anche la pace. Penso che iniziative di questo tipo siano l'antitesi di qualsiasi tipo di processo di pace e di distensione dell'area.

PRESIDENTE. Do la parola a me stessa, non potendo rinunciare al mio intervento, avendo anche io promosso quest'audizione. È un mio dovere di franchezza e di istituzionalità svolgere questo intervento. D'altra parte, mi sento imbarazzata, perché i tempi brevissimi che abbiamo mi costringono a sintetizzarlo.
Prima di tutto ringrazio il ministro, che ha svolto un intervento complesso e persino sofferto. Ho avvertito nella complessità della sua esegesi sulla posizione italiana sulla risoluzione un tormento, oltre che una determinazione, che


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sinceramente mi fa piacere e mi conferma nell'idea che la decisione di Palazzo Chigi abbia avuto un carattere subitaneo, sul quale io non ritorno a lungo, in quanto ho già sentito molti miei colleghi spiegare di che cosa si è trattato.
Non si tratta solo di una questione politica, ma anche di una questione epistemologica. È la maniera in cui si conosce, si percepisce e si sente la questione di Israele che può portare a questa o a quella determinazione nei confronti di questo Paese.
Questo è ciò che il nostro Parlamento ha attuato nel corso di questi cinque anni, insieme a una pletora di prese di posizione importantissime, come quella relativa alla non partecipazione alla Conferenza Durban 2, di cui il l'allora Ministro Frattini si ricorderà sicuramente assai bene. C'è stato un florilegio di luci verdi che si sono accese nel nostro Parlamento, una situazione che suscitava addirittura emozione, perché controbatteva non soltanto l'azione politica nei confronti di Israele, ma anche la continua, incessante e odiosa azione di delegittimazione che viene compiuta giorno dopo giorno nei confronti di quello Stato.
Voglio ricordare anche il minuto di silenzio che il nostro Parlamento, solo tra tutti i Parlamenti europei, ha osservato in memoria degli atleti israeliani vittime della strage di Monaco del 1972.
Questi gesti non sono acqua, ma azioni che costituiscono la politica estera di un Paese e io credo che noi abbiamo avuto un cambiamento, una modificazione.
Comprendo molto bene la ratio basilare, che il ministro ha spiegato, con cui l'Italia ha votato la risoluzione all'ONU. Essa è nata da un moto di propaganda che è stato sintetizzato dal Time Magazine, quando ha riportato una frase di Abu Mazen, il quale ha affermato: «Prometto di ritornare al dialogo non


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appena ci sarà stato il voto delle Nazioni Unite». Questa è stata la ratio fondamentale, che il ministro ci ha spiegato in maniera molto complessa.
Accanto a questo c'era un altro convincimento basilare, quello che, ritemprando la parte moderata del Paese e conferendole un empowerment notevole alle Nazioni Unite, essa fosse posta in condizione di rappresentare di nuovo la maggioranza dei palestinesi.
Chiunque avesse ascoltato con attenzione, già nell'Aula delle Nazioni Unite, il discorso di Abu Mazen, tuttavia, si sarebbe immediatamente reso conto che si trattava di un'illusione.
Non so quanti di voi abbiano letto il suo intervento. Io l'ho ascoltato e l'ho anche letto molto attentamente. Ha utilizzato le parole «martiri» (shahid), «aggressione», «occupazione», «brutalità», «omicidio», «pulizia etnica», cui si aggiungono la negazione dell'appartenenza ebraica della regione, la ripetizione della parola nakba, ossia «disastro», riferendosi alla spartizione del 1948, l'espressione «crimini di guerra», oltre a esprimere la mancanza assoluta di qualsiasi segnale di distanza, se non di disapprovazione, del lancio indiscriminato dei missili sulla popolazione innocente del Sud di Israele. Inoltre, non ha compiuto alcuna rinuncia al terrorismo, che pure è stato sempre - mi si consenta di ricordarlo - un bastione di tutta la politica palestinese sin dall'inizio. Non c'è stato nulla di tutto ciò, al contrario.
Salto ora tutta una parte che, purtroppo, non ho tempo di esporre e passo alla parte fattuale relativa a quello che avrebbe potuto essere un flatus vocis, ma non lo è stato.
Nei giorni successivi le manifestazioni di gioia e le prese di posizione dei leader palestinesi - parlo del West Bank, non di Gaza - non hanno echeggiato neppure lontanamente l'atteggiamento


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che ci si poteva aspettare, ovvero la sensazione di soddisfazione accompagnata da un desiderio di conciliazione. Le manifestazioni inneggiavano, invece, ai kassam che erano piovuti su Tel Aviv.
Essendo io una maniaca della lettura testuale di quanto avviene in quest'area del mondo, vi prego di andare a controllare ciò che sto riferendo. C'è stato un inneggiare continuo agli shahid e alla jihad islamica.
È stata composta in onore della vittoria una canzone che è stata suonata ripetutamente alla radio ufficiale dell'Autonomia palestinese, Voice of Palestine che recita: «Abbiamo accettato la morte per riavere Gerusalemme. Noi siamo bombe, quando la Patria chiama». Questa è stata la reazione al voto ottenuto alle Nazioni Unite.
Nelle stesse ore molti detenuti di Hamas, proprio mentre Meshaal andava a svolgere quel suo spaventevole discorso di fronte a una folla di bambini travestiti da shahid sotto il monumento a un missile del tipo di quelli che avevano colpito Tel Aviv, sono stati rilasciati dalle carceri sotto la giurisdizione dell'Autonomia palestinese. Khaled Meshaal prometteva, nel frattempo, di tornare a essere parte dell'OLP e di realizzare una nuova alleanza con Fatah, alleanza che dalla parte di Abu Mazen veniva accettata ben volentieri.
L'idea che si stia preparando una terza intifada, dopo ciò che è accaduto, è corrente. A chi legge gli analisti, sia di parte araba, sia di parte occidentale, non sarà sfuggito questo elemento. È chiaro che l'unilateralismo cancella la trattativa, esalta un atteggiamento estremista, allontana le parti e non consente loro di guardarsi negli occhi e di decidere, secondo le risoluzioni 242 e 338, che cosa si debba fare per avere uno Stato palestinese che garantisca anche la sicurezza di Israele che ha solo reagito riaffermando il suo senso di pericolo, la


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sua decisione a non lasciare territori se non in cambio di garanzie di sicurezza come per altro garantite dalla quelle risoluzioni che parlano, come tutti sanno, di «territori» e non «dei territori».
Aggiungo un ultimo punto; anche se ne avrei ancora tanti. Sarebbe stato molto importante ottenere un punto all'ONU, che tutti sanno essersi trasformata negli anni, con le sue maggioranze automatiche, in una fonte di fraintendimenti fatali per il mondo intero. Si tratta di un'organizzazione la cui Commissione per i diritti umani non si è mai occupata di Cina, Cuba, Darfur, Cecenia, Siria, Tibet, Arabia Saudita, dedicando quasi il 100 per cento delle risoluzioni a Israele. Solo cosmeticamente, con due chiacchiere, sono stati trattati gli altri Paesi, soprattutto, ultimamente, la Siria, che è nel nostro cuore.
Vi prego, vorrei che un dato fosse presente alle orecchie di chi ascolta: ora si è permesso di votare a un gran numero di Paesi che non riconoscono Israele. Ciò è addirittura comico, perché l'Arabia Saudita non riconosce Israele, ma riconosce lo Stato palestinese, avendo votato a favore della risoluzione.
Tutti questi Paesi che non riconoscono Israele hanno, dunque, potuto votare per il riconoscimento della Palestina. Non avrebbe dovuto esserci una mozione a impedire che ciò accadesse proprio dal punto di vista istituzionale? Può un mondo intero che non ne riconosce un altro riconoscere la sua controparte? Mi sembra una situazione assolutamente inconsueta dal punto di vista legale.
Concludo questo intervento osservando che, a mio avviso, la nostra scelta di questi cinque anni nei confronti di Israele - non parlo solo del Popolo delle Libertà, ma dell'intero Parlamento - verso una società in cui l'integrazione delle lingue, delle tradizioni, delle razze è la linea basilare che negli


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anni ha provato in tutti i modi possibili e immaginabili il suo attaccamento alla democrazia e ha salvato vite a milioni con i suoi interventi sia di carattere sanitario nel mondo intero, sia contro le calamità naturali, in un momento ha contribuito a divorare tutto questo, con le maggioranze automatiche delle Nazioni Unite, a cui, per qualche motivo ci siamo uniti.
Proprio in questo momento in cui il Medio Oriente è in bilico per motivi completamente diversi e lontani dal conflitto israelo-palestinese, Israele, col suo diritto all'esistenza e all'autodeterminazione, dovrebbe tornare a essere non uno dei punti, ma la stella polare della politica estera italiana.
Mi scuso se sono stata un po' lunga. Prima della replica del ministro, sono ancora iscritti a parlare i colleghi Frattini, Tempestini e Colombo. Poiché si sta esaurendo il tempo a nostra disposizione, i loro interventi dovranno essere estremamente brevi.

FRANCO FRATTINI. Rinuncio a svolgere il mio intervento in considerazione dell'inadeguatezza del tempo disponibile, ricordando che la posizione del gruppo PdL è stata comunque già esposta dal collega Pianetta.

FRANCESCO TEMPESTINI. Credo che a questo punto sia preferibile che il ministro proceda a replicare.

FURIO COLOMBO. Chiedo di potere svolgere il mio intervento nel pur breve tempo a disposizione.

ANDREA RONCHI. Ritengo che il dibattito su un tema così importante, su cui autorevoli colleghi non si sono ancora espressi, non possa essere chiuso e debba quindi proseguire in altra seduta.

PRESIDENTE. Darò quindi la parola al collega Colombo e successivamente al ministro per la replica agli interventi svolti


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oggi, restando inteso che l'audizione proseguirà per completare la discussione, dando a tutti i colleghi l'opportunità di parlare.

FURIO COLOMBO. Anch'io ringrazio il ministro. Mi trovo spiazzato, tuttavia, signor ministro, nell'ascoltarla in una rappresentazione tanto precisa, dall'incoerenza non sua, ma di questo evento con gli eventi tipici della politica italiana.
Noi siamo un Paese che ha insegnato al mondo a essere estremamente prudente e immensamente cauto. L'unica grande eccezione è stato l'incredibile trattato con la Libia, ma, a parte quello, noi siamo sempre in una posizione molto grigia, molto cauta: non stringiamo la mano al Dalai Lama, non importa se i monaci tibetani si danno fuoco, perché bisogna rispettare la Cina, che è molto importante; stiamo attenti a non intrometterci, non abbiamo preso posizione su Aung San Suu Kyi, ignorando la situazione del Myanmar, come se il problema fosse loro e non nostro; non abbiamo fatto nulla per rendere migliore la situazione dei palestinesi dal punto di vista politico, vedendoli, incontrandoli, parlandone e cercando di chiarire come diavolo ci possano essere due Palestine opposte l'una all'altra, che si combattono in modo tanto drammatico.
Improvvisamente, però, ce ne usciamo con un voto a favore, che è una decisione molto drammatica e importante, senza avere svolto il nostro homework. Non abbiamo, cioè, lavorato con Israele per vedere che cosa si potesse fare per persuaderla ad avvicinarsi alle trattative di pace e non abbiamo lavorato con i palestinesi per vedere che cosa si potesse fare per non avere una situazione tanto tremenda.
Noi siamo in politica estera, la nostra Commissione lo sa, talmente prudenti che non accettiamo di vedere, per esempio, nel Comitato permanente sui diritti umani, alcuni disperati ribelli iraniani che si oppongono, che vengono torturati e imprigionati, in quanto ci viene riferito che non è sicuro che


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non siano terroristi, mentre esprimiamo tranquillamente un voto favorevole al signore che ha svolto il discorso di ieri, nel quale ha affermato che non se ne parla neanche del riconoscimento dello Stato di Israele.
Siamo incoerenti, siamo stati incoerenti con questo voto. Sarebbe stata naturale un'astensione, pendenti condizioni incredibilmente non chiare intorno a questa situazione e su tutta l'area che va dalla Siria al Marocco. Sarebbe stato naturale un atteggiamento di astensione, invece ci siamo sporti improvvisamente e drammaticamente in un modo che non appartiene - non sostengo che il modo migliore sia quello di non essere coraggiosi - e non ha appartenuto finora ai tratti tipici della politica estera italiana.
Desideravo osservare questo, signor ministro, con la stima che lei conosce, nonché con l'amicizia e con la speranza che quello che io credo sia un errore possa essere corretto lavorando almeno su ciò che sta accadendo di incredibile e di inaccettabile, non con i palestinesi, povero popolo usato come ostaggio dal mondo islamico ricco per farne ciò che vuole a seconda dei momenti, ma con coloro che ragionevolmente, da una parte e dall'altra, potrebbero trovare un orientamento in un Paese che, se è davvero cauto e prudente, dovrebbe con cautela e prudenza lavorare per la pace in quell'area.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Terzi per la replica.

GIULIOMARIA TERZI di SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Grazie molte. Ho trovato estremamente importante questa discussione. Come ho già dichiarato altre volte, ma ancora di più, su una materia tanto significativa per la politica estera italiana, perché si tratta veramente di discutere la continuità, la linea e le direttrici fondamentali della nostra politica estera in un settore che è da sempre di fondamentale rilevanza per l'Italia,


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per gli italiani e per la coscienza nazionale del nostro Paese, sono assolutamente disponibile a proseguire questa discussione al più presto. Non è facilissimo organizzarsi, perché ho un'agenda carica di impegni all'estero in questo scorcio di mandato governativo, ma sono assolutamente disponibile a proseguirla.
Vorrei innanzitutto sottolineare in modo molto fermo, per parte mia, la fondamentale importanza dell'interazione fra Governo e Parlamento sulla politica estera. Non ci possono essere dubbi di sorta su tale interazione, che deve essere assicurata nelle forme dovute, con precisione e con scrupolo. È quanto io ritengo di aver fatto a nome del Governo per quanto riguarda il settore importantissimo che mi è stato affidato, cioè la guida della diplomazia italiana.
È quanto ritengo di aver fatto costantemente in questi dodici mesi, rispondendo non soltanto alle sollecitazioni parlamentari delle Commissioni affari esteri, dell'Aula e dei Gruppi parlamentari, ma talvolta mostrando anche in anticipo io stesso la mia disponibilità, quando si è trattato di discutere in particolare i temi del Mediterraneo, ai quali ho dedicato, insieme a tutta la struttura del ministero, una grandissima rilevanza.
È stato menzionato il Marocco, ma io ho anche avuto la soddisfazione di vedere il Governo impegnato, primo fra tutti i Governi europei, a rinsaldare le posizioni e ad avviare nuovi rapporti di partenariato costruttivo con la nuova leadership egiziana, tunisina, libica e con i Paesi del Golfo. Questo è avvenuto sempre in una stretta linea di coerenza e di collaborazione con le istanze parlamentari.


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Ricordo le quattro linee fondamentali che ho tracciato proprio in queste Commissioni all'inizio del mio mandato, che si sono mantenute - consentitemi di ritenerlo - coerenti e continue durante questi dodici mesi.
Se esiste, dunque, un elemento di rilievo nella politica estera italiana, è questo rapporto stretto con l'Istituzione parlamentare, che voglio ribadire non soltanto come interpretazione di ciò che è avvenuto, ma anche come prospettiva futura, la quale mi auguro possa rimanere inalterata e anzi possa uscire rafforzata nel prossimo Parlamento e nel prossimo Governo.
In questo senso ho preso atto delle posizioni che sono state espresse e che ho ben registrato. Vorrei ancora sottolineare l'aspetto oggettivo della dinamica negoziale molto rapida e persino frenetica delle ultime ore.
È stato giustamente rilevato che alcuni ministri si sono trovati nelle condizioni di poter approfondire sino agli ultimi minuti nei rispettivi Parlamenti la posizione di voto. Ciò non è stato possibile per noi per motivi pratici e molto immediati, ma il Presidente del Consiglio si è curato di approfondire questi temi nel modo e nelle forme che hanno assicurato la possibilità al Governo di cogliere il senso di un'opportunità da prendere con questa maturazione di voto sul «sì».
Come è stato notato, si tratta di una decisione che ha tenuto in conto - vorrei sottolinearlo adesso, non avendo avuto modo di soffermarmici nella mia esposizione di apertura - l'atteggiamento dei Paesi europei del Mediterraneo, un atteggiamento unitario nella posizione di voto. Tale posizione deve essere letta anche in relazione a tutto il lavoro svolto fra i Paesi mediterranei nel 5+5, nelle consultazioni che abbiamo riservato e nel modo in cui abbiamo cercato, attraverso il peso specifico dei Paesi europei del Mediterraneo, di riportare l'asse,


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l'attenzione, l'impegno finanziario e politico dell'intera Unione europea verso il Mediterraneo. Ciò attraverso le prossime prospettive finanziarie, iniziative e missioni PESD in Libia, nel Sahel, in Tunisia, attraverso i processi di affiancamento e di sostegno dell'institution building, numerose misure che dimostrano come non potessero essere certamente trascurati, in un'occasione tanto importante, un orizzonte e una gravitas dei Paesi europei nel Mediterraneo che potessero esprimersi in modo unitario, dal momento che l'unitarietà non si era manifestata possibile neanche su una posizione intermedia di astensione per l'intera Unione europea.
Credo che questo aspetto sia da sottolineare, ma vorrei notare anche in merito la continuità della politica estera italiana. Tengo molto a questo aspetto della continuità e a evidenziare che la politica estera di un grande Paese con orizzonti globali come l'Italia, ma con una particolare sensibilità alle tematiche del Medio Oriente e del Mediterraneo, non può certo vivere di improvvisazioni e di emozioni del momento.
Una politica estera deve essere ragionata, filtrata, meditata in diverse istanze a livello politico e governativo, deve essere una politica che, laddove la continuità può richiedere alcune correzioni di rotta più o meno significative, deve essere metabolizzata e approfondita all'interno degli organi di governo e delle istanze parlamentari. Di questo sono perfettamente convinto e vorrei fornire assicurazione che, da ministro degli affari esteri, mi sono attenuto a questa linea con tutto lo scrupolo possibile.
Ho cercato di attribuire un senso anche a un'impostazione bipartisan, come viene spesso chiamata. Noi siamo un Paese che a volte fatica ad affermarsi in competizione con gli altri. A maggior ragione, pertanto, è assolutamente essenziale


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un'unitarietà di impegno di forze, di apporti intellettuali e di contributi politici sul piano della politica estera, che riguarda il confronto fra noi e il mondo.
È ancora più importante agire come sistema politico convinto, che abbia una sua proiezione propositiva e costruttiva negli affari del mondo, in particolare in quelli delicati come quelli che caratterizzano il problema israeliano-palestinese. Anche la bipartisanship deve combinarsi con questa linea di continuità e di grande ponderazione e prudenza sulle scelte di politica estera.
Sono perfettamente d'accordo. La nostra opinione pubblica, l'impegno degli italiani nel mondo e quello che stiamo profondendo per affermare la nostra cultura e le nostre aziende non meritano salti improvvisi da una parte e dall'altra sui grandi temi, quando ciò può comunicare un senso di incertezza e di debolezza. Non è stato questo, però, assolutamente il caso del voto sulla risoluzione palestinese.
È vero, l'Unione europea, altro punto che è stato toccato, si è spaccata quasi a metà sul voto. È un tema sul quale siamo rimasti assolutamente concordi ieri a Bruxelles. Non immaginiamo, però, che sia stato un vulnus definitivo sul ruolo che l'Unione europea deve esercitare. C'è assoluta compattezza sugli obiettivi politici, sull'agenda dei 27 Paesi, sul lavoro che svolgiamo tutti insieme, in particolare i Paesi più importanti e rilevanti, per ridare impulso al processo negoziale. Non ci sono doppie agende, c'è un'agenda sola per i 27, per l'Unione europea in quanto istituzione e per il Servizio europeo per l'azione esterna, il che traspare a note chiarissime nel comunicato che abbiamo adottato insieme ieri.
Il processo di pace deve riprendere. Dobbiamo manifestare amicizia e comprensione sia per gli uni, sia per gli altri. Non vi è nulla di più sbagliato che assumere atteggiamenti partigiani


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e squilibrati, come quelli che, forse per via di alcune distrazioni, ieri sembrava di poter ravvisare nel comunicato congiunto, che poi è stato, come ricordavo, grazie all'apporto di alcuni Paesi, tra cui l'Italia, rimesso a fuoco anche sulle inaccettabili dichiarazioni di Khaled Meshaal.
Passo ora al rapporto con Hamas. Hamas rappresenta un troncone dell'opinione pubblica e della politica palestinese estremamente problematico. In questa situazione il cessate il fuoco, purtroppo, non ha cambiato la natura della struttura e della mentalità dei dirigenti di Hamas. Si tratta di un'organizzazione che è stata iscritta nella lista delle organizzazioni terroristiche dall'Unione europea e da molti altri Paesi, perché ha firmato, si è vantata e ha continuato a rendere un fatto politico di un'infinità di attentati suicidi e azioni devastanti in territorio israeliano, ma non soltanto. Da ultimo, si è anche dotata di un armamento offensivo estremamente preoccupante.
Si tratta di un interlocutore dei Paesi che ha intorno, i quali, peraltro, sono Paesi molto problematici per Israele, di un interlocutore sul quale questi Paesi, in particolare l'Egitto e la Turchia, hanno esercitato una moderazione alla conclusione della crisi di Gaza, ma anche di un interlocutore a livello non politico, bensì di organismi di intelligence di molti altri Paesi.
Rimane comunque un problema serio nel mondo palestinese ed è per questo motivo che dobbiamo prestare attenzione a non comunicare segnali che possano aprire nella sua leadership la sensazione che, con quanto Hamas ha fatto e soprattutto con le azioni militari che ha immaginato di compiere e che forse immagina di compiere anche in futuro, ci possa essere un upgrading di legittimazione politica dovuto al fatto di usare la forza.


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È questo che io vorrei proporre in quest'Aula: non dobbiamo premiare chi usa la forza in modo brutale, terroristico e inaccettabile, privo di qualsiasi rispetto elementare di convivenza e di dignità umana.
Il processo di riconciliazione palestinese è molto delicato. Può darsi che riparta. C'è sicuramente un'intenzione da parte dell'Egitto di rendersi facilitatore di una nuova stagione per questo processo, ma io credo che l'Unione europea e tutti i Paesi che sono vicini al nostro debbano seguirlo con grande attenzione per garantire che, una volta arrivato a termine, esso possa rispondere ai requisiti fondamentali per la sicurezza anche di Israele, oltre che dei Paesi del Mediterraneo.
Queste sono le brevi considerazioni che volevo riservare in conclusione di questa prima fase di dibattito, ringraziando tutti i senatori e gli onorevoli che hanno partecipato, in particolare il presidente, che ha condotto abilmente la riunione. Arrivederci a presto, spero.

PRESIDENTE. Saluto e ringrazio il ministro e tutti voi. Sono lieta che il Ministro Terzi abbia dichiarato la sua disponibilità per un ulteriore incontro, considerate le richieste di intervento ancora da svolgere.
Rinvio quindi il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 11.