• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
S.4/08831 [Informazione sulla politica ambientale del Governo per lo sviluppo della green economy]



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-08831 presentata da ELIO LANNUTTI
giovedì 6 dicembre 2012, seduta n.851

LANNUTTI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

i cambiamenti climatici stanno sconvolgendo l'ambiente e le stagioni, generando dissesti idrogeologici, frane, alluvioni, arrivando a tropicalizzare perfino i Paesi miti del Mediterraneo come l'Italia, che paga costi elevatissimi per la cementificazione selvaggia, la mancata prevenzione ambientale, l'assenza di un piano strategico per salvaguardare i beni comuni. In un articolo pubblicato il 5 dicembre 2012 su "L'Altra Economia" dal titolo: "Le mani della finanza sul clima", Alberto Zoratti disegna uno scenario devastante uscito dal vertice ambientale di Doha. Vi si legge: «A Doha uno dei capitoli più caldi sul tavolo è la climate finance. Non solo per ciò che riguarda gli stanziamenti promessi e non mantenuti per il Green Fund, ma soprattutto per ciò che sarà il ruolo dei privati nella lotta al cambiamento climatico negli anni a venire. Quale libertà, quale strategia di azione e quale controllo pubblico sono le "conditio sine qua non" che sottostanno ad un negoziato ormai infinito". Per salvare il pianeta non bastano le buone intenzioni, ci vogliono soldi. E tanti. È la prosaica conclusione che si trae da "The Landscape of Climate Finance 2012", l'ultimo report della Climate Policy Initiative, centro studi statunitense esperto di questioni climatiche supportato da George Soros e sponsorizzato, tra gli altri, dalla Fondazione ENI. Secondo il report per avere adeguate risorse da dedicare al solo settore energetico per una sua transizione low carbon, bisognerebbe mobilizzare entro il 2050 oltre 36mila miliardi di dollari, quasi la metà dell'attuale Prodotto interno lordo mondiale. Con uno stanziamento medio di mille miliardi di dollari all'anno. Una enormità se paragonata al flusso annuale di "climate finance" che il centro studi calcola in 343-385 miliardi di dollari all'anno, di cui il 60% derivante dal settore privato. Una tendenza generalizzata. In un momento di crisi economica, come Rio+20 ha insegnato, i partenariati pubblico privato esplodono, così come lo spazio lasciato alle imprese per far convergere interesse privato e pubblici obiettivi. La Cina, Paese trainante nello sviluppo della Green economy, nel suo 11° Piano quinquennale 2006-2011 ha investito 142 miliardi di dollari per migliorare l'efficienza energetica delle sue produzioni, l'83% dei quali derivanti da fonte privata. E' la logica del leverage, per cui il pubblico mette solo una parte della somma necessaria come punto d'innesco dell'investimento privato. Anche perché, dalle parole della Commissaria al clima dell'UE Connie Hedegaard "non è possibile raggiungere l'obiettivo dei 100 miliardi di dollari all'anno nel 2020 solo con fondi pubblici". Saranno necessarie fonti innovative che vedranno il coinvolgimento di molti attori, tra cui le Banche di sviluppo e altri attori finanziari. "Il fatto che le politiche pubbliche e gli incentivi stiano sbloccando gli investimenti privati è un'ottima notizia per i decisori politici alle prese con budget limitati" ha dichiarato Barbara Buchner, direttore di CPI Europe. Ma quanto questo possa significare un progressivo disimpegno dei Governi sul lato dei finanziamenti non è chiaro. Soprattutto se si considerano quei Paesi che hanno scelto un profilo basso nel loro impegno per combattere il cambiamento climatico. E quanto lo spazio al privato possa diventare non tanto un modo per mobilizzare nuove risorse, ma al contrario per lasciare mano libera a soluzioni di mercato con la convinzione che i mercati possano essere la risposta giusta ad un problema globale. In questo sta lo scontro su chi dovrà gestire il Green Fund: un governing body sganciato dalle Nazioni Unite, con presenza all'interno di rappresentanti del privato? Oppure dovrà essere un soggetto subordinato alla Convenzione Quadro in modo da garantire coerenza tra le strategie di investimento e le esigenze della comunità internazionale? Gli investitori di mezzo mondo sono sul piede di guerra. Una scelta "che creerebbe troppa incertezza e fermerebbe le persone dall'investire" ha dichiarato al Financial Times Stephanie Pfeifer dell'Institutional Investors Group on Climate Change, che rappresenta molti tra fondi pensione e asset managers europei. "Se uno degli obiettivi è attirare finanziamenti privati" le ha fatto eco Nathan Fabian dell'Investor Group on Climate Change in Australia e Nuova Zelanda, "dovrebbe fare il contrario. Significherebbe che il fondo verrebbe strangolato alla nascita". Grande possibilità di investimenti, buoni profitti e libertà di azione. Questo chiedono gli investitori mondiali, che vedono nel cambiamento climatico la nuova shock economy da cui estrarre valore. E lo scenario si complica: da Doha non dovrà uscire solo un impegno dei Paesi industrializzati a sostenere l'adattamento al cambiamento climatico, come più volte promesso e quasi mai mantenuto, ma dovrà definirsi il profilo del fondo e del ruolo del privato almeno nelle sue linee generali. Mancano pochi giorni alla fine della COP18 ed è impossibile trovare una quadra. Ma le tendenze generali, dopo questa Conferenza mediorientale, saranno chiare da subito»,

si chiede di sapere:

quale sia la politica ambientale del Governo per lo sviluppo della green economy, dove la Cina, nel suo 11° piano quinquennale 2006-2011, ha investito 142 miliardi di dollari per migliorare l'efficienza energetica delle sue produzioni, l'83 per cento dei quali derivanti da fonte privata;

quale sia, considerato che anche il Commissario dell'Unione europea al clima, Connie Hedegaard, afferma che non è possibile raggiungere l'obiettivo dei 100 miliardi di dollari all'anno nel 2020 solo con fondi pubblici, invocando fonti innovative che vedranno il coinvolgimento di molti attori, tra cui le banche di sviluppo e altri attori finanziari, la posizione del Governo in Europa al riguardo e se si condivida la posizione per cui la finanza, dopo aver contaminato l'economia, possa pregiudicare anche lo sviluppo ambientale, favorendo o negando i finanziamenti;

se il Governo intenda chiarire l'Italia abbia scelto un profilo basso nel suo impegno per combattere il cambiamento climatico e quale sia la sua posizione rispetto alle soluzioni di mercato e al fatto che esse possano essere la risposta giusta ad un problema globale;

se ritenga opportuno che anche nella gestione del Green Fund possano esserci rappresentanti del privato e se non ritenga che questo possa confliggere con il bene comune;

se non ritenga doveroso contrastare la logica del profitto esclusivo e la mano ben visibile dei protagonisti del mercato sugli investimenti nei beni comuni come il clima, che si tradurrebbe nel dare mano libera per estrarre buoni profitti e in libertà di azione per banchieri, finanzieri ed investitori mondiali, che vedono nel cambiamento climatico, un fiorente business da cui estrarre valore.

(4-08831)