• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

link alla fonte

Atto a cui si riferisce:
S.4/08569 [Verificare l'operato della Commissione prefettizia nel comune di Leinì]



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-08569 presentata da PATRIZIA BUGNANO
martedì 30 ottobre 2012, seduta n.824

BUGNANO - Ai Ministri dell'interno e della giustizia - Premesso che:

il 2 ottobre 2012 si è chiuso con cinquantotto condanne e con la confisca di beni per nove milioni di euro ai condannati il processo tenuto a Torino con rito abbreviato, nato dalla inchiesta "Minotauro" sulla presenza della 'Ndrangheta in Piemonte e sui suoi tentativi di condizionare la vita politica ed amministrativa. Le indagini avevano portato, nel 2011, all'arresto di oltre 140 persone e allo smantellamento di numerose cosche locali della 'Ndrangheta che operavano nel circondario del capoluogo piemontese. Il 18 ottobre 2012 si è svolta la prima udienza per gli imputati giudicati con il rito ordinario - tra i quali l'ex sindaco di Leinì e il segretario comunale di Rivarolo, due comuni della provincia di Torino sciolti per infiltrazioni mafiose -, durante la quale sono state respinte le eccezioni di incompetenza territoriale. Nell'udienza del 26 ottobre sono state accolte la costituzione di parte civile di Regione Piemonte, di Provincia e Comune di Torino, dei Comuni di Chivasso, Moncalieri e Volpiano e dell'associazione Libera. È risultata invece respinta la domanda presentata dal Comune di Leinì, che dunque, pur essendo tra i comuni più colpiti dalla vicenda, non potrà partecipare al dibattimento vero e proprio;

sul punto la giurisprudenza della Corte di cassazione è pacifica e costante nel senso che - oltre che personalmente - l'azione civile può essere esercitata soltanto da un procuratore speciale abilitato a costituirsi in nome e per conto del rappresentato, secondo le prescrizioni modali degli artt. 76, 78 e 122 del codice di procedura penale, e non anche dal suo sostituto processuale privo di procura speciale, il quale opera in maniera vicaria rispetto al difensore e non al procuratore speciale. Sono, invero, delegabili le attività defensionali e non i poteri di natura sostanziale. Consolidata giurisprudenza afferma che al sostituto del difensore compete l'esercizio dei poteri rientranti nell'ambito del mandato alle liti, e non spetta l'esercizio di quei poteri, di natura sostanziale o processuale, che la parte del processo può attribuire al proprio difensore con procura speciale. In particolare, al sostituto del difensore della persona offesa non spetta il potere di costituzione di parte civile, che la persona offesa o il danneggiato possono delegare ad un terzo o al difensore con apposita procura, eventualmente contenuta nello stesso atto con cui è rilasciato il mandato alle liti. La nomina, da parte del difensore della persona offesa, ai sensi dell'art. 102 del codice di procedura penale, di un proprio sostituto, non attribuisce a quest'ultimo il potere di costituirsi parte civile, rimanendo salva la validità della costituzione solo ove questa avvenga in presenza della stessa persona offesa, nel qual caso essa deve ritenersi effettuata direttamente dal titolare del relativo diritto. L'attribuzione al difensore del potere di costituirsi parte civile (legitimatio ad causam) costituisce istituto diverso dal rilascio del mandato alle liti (rappresentanza processuale), in quanto solo per quest'ultimo l'art. 102 del codice di procedura penale prevede la possibilità della nomina di un sostituto che eserciti i diritti e assuma i doveri del difensore, con la conseguenza che il sostituto processuale non è legittimato a esercitare l'azione civile nel processo penale;

sul quotidiano "La Stampa" del 29 ottobre 2012 è stato pubblicato un articolo, a firma del giornalista Raphael Zanotti, in cui si afferma che l'avvocato del Comune di Leinì non si sarebbe presentato alla prima udienza ed avrebbe mandato un sostituto privo di procura speciale alla seconda. L'avvocato in questione apparterrebbe al foro di Santa Maria Capua Vetere e secondo l'articolo in questione, oltre ad essere stato legale del boss Di Lauro, avrebbe lo studio nella stessa città da cui proviene il commissario straordinario che lo ha indicato, Francesco Provolo, successivamente nominato prefetto di Rovigo. Il giornalista prosegue affermando che la determina del Comune di Leinì non riporta l'importo dell'impegno di spesa per l'incarico legale, affidato ad un legale campano e non ad uno del foro di Torino, e che non è ancora noto se i nuovi commissari intendano coinvolgere l'avvocato in una causa per responsabilità professionale;

con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 2012, su proposta del Ministro dell'interno, ai sensi dell'art. 143 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ha provveduto ad affidare la gestione del Comune di Leinì, per la durata di diciotto mesi, ad una commissione straordinaria composta dal viceprefetto dottor Francesco Provolo, dal viceprefetto dottor Giovanni Icardi e dal dirigente II fascia - Area I dottoressa Flavia Pellegrino. Considerato che il dottor Francesco Provolo, destinato a svolgere le funzioni di Prefetto di Rovigo, non poteva proseguire nell'incarico, rendendosi necessario provvedere alla sostituzione del medesimo nella commissione straordinaria, vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 10 agosto 2012, il viceprefetto dottoressa Piermatti è stata nominata componente della commissione straordinaria per la gestione del Comune, con decreto registrato alla Corte dei conti il 20 agosto 2012;

nella relazione allegata al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 2012, il Ministro dell'interno ha evidenziato come il Comune di Leinì, i cui organi elettivi erano stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 28 - 29 marzo 2010, presentasse forme d'ingerenza da parte della criminalità organizzata tali da compromettere la libera determinazione e l'imparzialità dell'amministrazione, il buon andamento e il funzionamento dei servizi, con grave pregiudizio per lo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica. Nell'ambito del procedimento penale n. 6191/07 del registro generale notizie di reato (RGNR) della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Torino, erano infatti emersi elementi circa possibili infiltrazioni della 'Ndrangheta nell'ente, che hanno indotto il prefetto di Torino, con decreto del 16 agosto 2011, successivamente prorogato, a disporre l'accesso presso il Comune, ai sensi dell'art. 1, comma quarto, del decreto-legge 6 settembre 1982, n. 629, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 ottobre 1982, n. 726, per gli accertamenti di rito. Successivamente, a causa delle dimissioni rassegnate dalla maggioranza dei consiglieri e per l'espressa rinuncia di alcuni candidati aventi diritto a subentrare per surroga, con decreto del Presidente della Repubblica del 14 febbraio 2012 l'organo consiliare era stato sciolto, ai sensi dell'art. 141 del citato testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ed era stato nominato un commissario straordinario, per la provvisoria gestione dell'amministrazione, con i poteri del consiglio comunale, della giunta e del sindaco. La relazione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, ha dato atto della sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti ed indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi, riscontrando i presupposti per lo scioglimento del consiglio comunale, ai sensi dell'art. 143 del citato testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, come richiesto anche dall'atto di sindacato ispettivo 4-07076 presentato in Senato il 13 marzo 2012;

nella suddetta relazione si afferma che l'amministrazione comunale avrebbe costituito il veicolo di affermazione di imprenditori e di uomini di affari che, anche attraverso costanti rapporti con i maggiori esponenti delle consorterie mafiose insistenti sul territorio, hanno occupato posizioni dominanti sul mercato economico locale. Le indagini ispettive avrebbero posto in rilievo la sostanziale continuità nell'amministrazione dell'ente che, dal giugno 1994 al 2012, è stato guidato, per tre mandati consecutivi, dal padre di colui che ha ricoperto la carica di sindaco nelle ultime due consiliature, elette nell'aprile 2005 e nel marzo 2010. Nel corso dei due ultimi mandati, peraltro, il padre del sindaco avrebbe svolto le funzioni di consigliere comunale, fino al giorno del suo arresto, rappresentando, secondo il Ministro dell'interno - firmatario dell'atto in questione - la figura centrale nel rapporto tra politica, economia e mafia, anche in qualità di imprenditore di rilevante calibro. Il prefetto di Torino, nella citata relazione, evidenzia come nell'ente si sia delineato un preciso disegno generale, riconducibile al predetto amministratore, quale strumento per veicolare sul mercato locale gli interessi oligarchici della malavita e per aggirare le procedure di legge, consentendo l'infiltrazione di imprese facenti capo agli ambienti indicati, che hanno ottenuto appalti o, a seguito di frazionamenti, parti di lavori;

le vicende analiticamente esaminate e dettagliatamente riferite nella relazione del Prefetto hanno rivelato una serie di condizionamenti nell'amministrazione comunale di Leinì, volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, con pregiudizio degli interessi della collettività, determinandosi conseguentemente la necessità di procedere all'adozione della ulteriore misura di rigore nei confronti del Comune di Leinì con conseguente affidamento per la durata di diciotto mesi della gestione dell'ente ad una commissione straordinaria, in virtù degli articoli 143, 144 e 145 del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000. A fronte di tale contesto, emerso da atti ufficiali, appare all'interrogante inspiegabile l'errore in cui è incorso il legale del Comune di Leinì, tanto più ove si consideri la consolidata giurisprudenza in materia, che preclude la presenza in giudizio proprio alla rappresentanza istituzionale della comunità locale i cui interessi sono stati pregiudicati dall'attività criminosa posta in essere da organizzazioni di tipo mafioso o similare in collegamento diretto o indiretto con amministratori, con l'effetto di alterare il regolare funzionamento dei servizi ad essi affidati,

si chiede di sapere quali iniziative siano state assunte, o si intenda assumere, al fine di verificare l'operato della Commissione prefettizia in carica in relazione al conferimento dell'incarico legale volto ad esperire tutte le azioni necessarie per assicurare la rappresentanza delle ragioni del Comune di Leinì nel processo di cui in premessa, all'uopo formalizzando la costituzione di parte civile nel medesimo procedimento, nonché in relazione alla vigilanza sulle modalità con le quali esso è stato svolto e alle conseguenti determinazioni, atteso il grave danno arrecato all'ente locale medesimo e in considerazione della gravità dei fatti dedotti in giudizio.

(4-08569)