• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione del Presidente dell'ISTAT, Enrico Giovannini.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2012, ai sensi dell'articolo 118-bis, comma 3, del Regolamento della Camera dei deputati e dell'articolo 125-bis, comma 3, del Regolamento del Senato della Repubblica, l'audizione del Presidente dell'ISTAT, Enrico Giovannini.
Il dottor Giovannini è accompagnato dalla dottoressa Patrizia Cacioli, dalla dottoressa Daniela Marchesi, dal dottor Roberto Monducci, dalla dottoressa Maria Emanuela Montebugnoli, dal dottor Gian Paolo Oneto, dal dottor Tommaso Rondinella e dalla dottoressa Linda Sabbadini.
Do la parola al presidente Giovannini, che ringrazio di aver accettato il nostro invito.

ENRICO GIOVANNINI, Presidente dell'ISTAT. Grazie, presidente. È sempre un piacere essere qui, soprattutto, in quanto siamo i primi a essere auditi.


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Il quadro macroeconomico delineato dalla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza conferma le forti difficoltà dell'economia italiana, all'interno di un quadro internazionale ancora caratterizzato da forti incertezze. L'economia italiana sta attraversando una delle fasi recessive più lunghe della sua storia, seguendo da vicino la consistente contrazione del reddito e dell'occupazione del biennio 2008-2009. Come risultato di un quinquennio di forte difficoltà, il reddito disponibile delle famiglie, in termini reali, si colloca sui livelli del 2001: in termini pro capite, i livelli attuali sono paragonabili a quelli della prima metà degli anni Novanta.
Nell'imminenza della presentazione delle proposte del Governo per la legge di stabilità e la legge di bilancio, il contributo odierno dell'ISTAT si concentra sull'andamento della congiuntura economica, offrendo un quadro interpretativo delle tendenze macroeconomiche, settoriali, del commercio con l'estero, del mercato del lavoro, dell'inflazione e della finanza pubblica.
Nella parte finale del mio intervento mi concentrerò, invece, su tematiche più strutturali, richiamando alcuni dei principali risultati del lavoro di analisi svolto dall'ISTAT in occasione del Rapporto annuale presentato a maggio. Ulteriori evidenze di carattere documentale sono contenute nell'allegato statistico che ho depositato.
Cominciamo con la congiuntura internazionale. A partire dalla primavera, il ciclo internazionale ha evidenziato una fase di rallentamento. All'estrema debolezza dell'economia europea, connessa con il deterioramento delle attese e con la decelerazione degli scambi commerciali, si è accompagnata una minore dinamica dell'economia cinese, la quale si è riflessa negativamente sull'intera area del sud-est asiatico, e un'elevata incertezza sul ciclo statunitense. Permane difficile


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la situazione nei Paesi dell'Europa centrale e orientale, maggiormente dipendenti dal ciclo della zona euro, mentre, in America Latina, il Brasile sembra evidenziare i primi segni di reazione agli stimoli provenienti da una politica monetaria espansiva.
In base ai dati preliminari del Central Planning Bureau olandese, gli scambi internazionali in volume hanno registrato una flessione su base congiunturale sia nel mese di giugno che in quello di luglio. La crescita acquisita per il 2012 è inferiore al 2 per cento: se si esclude la forte contrazione del 2009, sarebbe il risultato più modesto dell'ultimo decennio.
Per l'area dell'euro, le prospettive di breve termine rimangono sfavorevoli. Secondo le previsioni preliminari elaborate congiuntamente a fine settembre da IFO, INSEE e ISTAT, il PIL dovrebbe continuare a contrarsi nella seconda metà dell'anno, per poi mostrare una modesta ripresa nel primo trimestre del 2013.
Il consolidamento fiscale e le condizioni negative del mercato del lavoro graverebbero sul consumo privato, mentre le tensioni finanziarie, pure in graduale allentamento, e l'elevata incertezza sulle prospettive economiche continuerebbero a penalizzare gli investimenti privati. D'altra parte, la maggiore efficacia del meccanismo europeo di salvaguardia, che ha ricevuto impulso dalle recenti dichiarazioni della Banca centrale europea e dalle decisioni della Corte costituzionale tedesca, potrebbe avere effetti positivi sulle aspettative di consumatori e investitori, con conseguente anticipazione dell'inizio del recupero.
Nel corso dell'estate si è assistito a una elevata volatilità del prezzo internazionale del petrolio. Le quotazioni del brent, a partire dai primi giorni di luglio, hanno nuovamente superato la soglia dei 100 dollari al barile, raggiungendo un


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picco nella terza decade di agosto, per poi stabilizzarsi su un livello leggermente inferiore nel mese di settembre.
Fattori geopolitici, come la formale imposizione dell'embargo ONU alle importazioni di greggio iraniano e le attese di ulteriori misure di stimolo al ciclo economico in Europa, Stati Uniti e Cina, costituiscono i principali fattori alla base di questa tendenza, in assenza di particolari strozzature dal lato della produzione.
Se guardiamo alle tendenze dell'economia italiana, nella prima metà dell'anno, la dinamica dell'attività economica ha segnato un andamento marcatamente recessivo, determinato principalmente dalla pesante contrazione della domanda interna, a cui hanno contribuito sia i consumi privati sia gli investimenti. La fase di caduta del prodotto, iniziata nella seconda parte del 2011, è proseguita con forte intensità nel primo semestre di quest'anno. Nel secondo trimestre, il PIL ha presentato la quarta diminuzione congiunturale consecutiva: in un anno, il prodotto è caduto del 2,6 per cento, tornando a un livello analogo a quello della fine del 2009, a sua volta vicino a quello del 2001.
La variazione acquisita per il 2012, cioè la variazione che si verificherebbe se nel corso dell'anno il PIL restasse invariato rispetto al secondo trimestre, è pari a -2,1 per cento. Ricordo che la previsione del Governo per l'anno in corso è di una riduzione del 2,4 per cento.
La contrazione dei consumi delle famiglie costituisce la maggiore determinante dell'attuale recessione, a differenza di quanto avvenuto nel corso del biennio 2008-2009, nel quale a determinare la riduzione del PIL era stata la componente estera. Nell'arco di un anno il livello dei consumi privati si è ridotto del 3,6 per cento: nel primo trimestre del 2009, al culmine della precedente crisi, i consumi privati erano scesi


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«solo» del 2,5 per cento, a fronte di una diminuzione di quasi il 7 per cento del prodotto. La diminuzione dei consumi ha riguardato, dapprima, la componente dei beni durevoli, per poi investire con forza in quelli semidurevoli. Anche la spesa per servizi, che aveva registrato una sostanziale tenuta sino alla fine del 2011, ha subìto nei primi due trimestri di quest'anno un calo significativo.
Sull'andamento della spesa per consumi ha continuato a pesare la progressiva discesa del potere d'acquisto delle famiglie. Infatti, i dati relativi al primo trimestre indicano un'ulteriore accentuazione della caduta del reddito disponibile delle famiglie consumatrici, misurato in termini reali. D'altro canto, con il diffondersi della consapevolezza del carattere strutturale della crisi, le famiglie - quelle che hanno potuto - hanno risposto a questa rapida contrazione della capacità di spesa con comportamenti improntati alla cautela. Infatti, la propensione al risparmio si è stabilizzata all'inizio di quest'anno al 9,2 per cento, con una risalita di circa mezzo punto percentuale rispetto al livello di un anno prima.
Vorrei ricordare che in una precedente audizione avevamo, appunto, segnalato che l'elemento psicologico di fronte alla presa di coscienza dei problemi e alla crisi finanziaria dell'euro avrebbe potuto indurre nelle famiglie esattamente questo tipo di reazione, cioè un aumento del risparmio precauzionale, in analogia a quanto era accaduto negli anni 2008-2009 negli altri Paesi europei, situazione che, invece, non si era verificata in Italia, quando la propensione al consumo era aumentata e quella al risparmio diminuita.
Gli indicatori qualitativi relativi alle condizioni economiche delle famiglie hanno raggiunto, negli ultimi mesi, livelli storicamente molto bassi, inferiori anche ai minimi toccati durante la recessione del 2008-2009. L'indice del clima di


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fiducia dei consumatori ha presentato un continuo peggioramento, pur con oscillazioni, dal mese di dicembre 2009 sino al minimo assoluto registrato nel mese di giugno 2012. Le valutazioni sulla situazione economica familiare presente e futura e sui bilanci familiari sono nettamente peggiorate negli ultimi mesi. Le attese, in particolare, sono scese al minimo storico nel mese di luglio 2012, per poi mostrare deboli segnali di ripresa nei due mesi successivi.
Nella media degli ultimi tre mesi, le attese sono state di dieci punti inferiori al livello del primo trimestre 2012. I giudizi sulla situazione economica della famiglia hanno continuato a peggiorare, raggiungendo il minimo assoluto della serie nel mese di settembre 2012.
Alla discesa della domanda interna ha contribuito anche la contrazione degli investimenti, diminuiti in termini congiunturali del 3,6 per cento nel primo trimestre e del 2,3 per cento nel secondo. La caduta è stata più accentuata per le componenti delle macchine e attrezzature e dei mezzi di trasporto, ma anche le costruzioni hanno manifestato un'ulteriore accelerazione della tendenza negativa. Solo gli scambi con l'estero hanno continuato a fornire, nella prima parte di quest'anno, un contributo positivo alla domanda aggregata. Purtroppo, però, l'aumento delle esportazioni nette di beni e servizi è stato determinato soprattutto dall'ampia caduta delle importazioni, mentre le vendite all'estero hanno comunque segnato una sostanziale tenuta.
Per questo dobbiamo approfondire, in particolare, l'andamento del commercio con l'estero e la posizione competitiva, tema di cui ora parlerò.
Nel 2011 l'evoluzione delle esportazioni complessive dell'Italia ha risentito della marcata decelerazione del commercio mondiale. Nello stesso periodo, la dinamica delle


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importazioni totali ha riflesso l'eccezionale rallentamento della componente dei beni e la contrazione di quella dei servizi.
La divergenza tra gli andamenti delle esportazioni e delle importazioni si è accentuata nella parte finale del 2011 e nel primo trimestre del 2012, a seguito della debolezza delle componenti interne di domanda e del peggioramento dell'attività industriale.
Nel secondo trimestre - questo è un punto importante - la sostanziale stazionarietà delle esportazioni si è accompagnata a una caduta più contenuta delle importazioni, di modo che il sostegno delle esportazioni nette alla crescita del PIL è risultato più modesto. Anzi, come vedremo tra breve, negli ultimi mesi le importazioni segnalano una leggera risalita che potrebbe essere uno dei pochi segnali positivi sul futuro della congiuntura.
Nel complesso, nella prima metà del 2012, la dinamica italiana delle esportazioni di beni in valore è stata allineata con quella degli altri principali Paesi europei: la performance del nostro Paese è di poco inferiore a quella tedesca, pari a quella francese e superiore a quella del Regno Unito e della Spagna. Nei primi sette mesi del 2012, l'aumento delle esportazioni di beni è stato essenzialmente trainato dalla vendita nei mercati extra UE. Anche la stima preliminare relativa al mese di agosto conferma questa tendenza. Con riferimento ai mercati di sbocco, le destinazioni più dinamiche per le esportazioni sono risultate il Giappone, gli Stati Uniti e il gruppo dei Paesi ASEAN, in cui l'incremento delle esportazioni è stato dominato da macchine e apparecchiature non classificabili altrove.
Per contro, le peggiori performance si registrano verso la Cina, l'India e la Spagna. Da notare che il calo delle


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esportazioni italiane verso la Cina non trova rispondenza a livello europeo: nei primi sei mesi dell'anno, infatti, l'Unione europea nel suo complesso aumenta le esportazioni verso la Cina del 10,8 per cento, frutto di un aumento generalizzato, dal punto di vista geografico, più rilevante, tra i maggiori esportatori, per il Regno Unito, la Francia e i Paesi Bassi (oltre il 20 per cento), meno per la Germania e la Spagna. Nello stesso periodo, le importazioni in valore risultano in contrazione per la maggior parte delle aree di provenienza. Rilevante è il calo delle importazioni dall'India, dal Giappone e dalla Cina e, tra i principali partner europei, dalla Germania.
Dal punto di vista settoriale, le performance migliori e le esportazioni si sono registrate nella chimica e farmaceutica, nei metalli e prodotti in metallo, ma buoni risultati si osservano anche per alimentari e bevande, articoli in pelle e abbigliamento e per l'export di autoveicoli.
Il differenziale positivo di crescita nel valore dell'esportazione rispetto alle importazioni osservato nei primi sette mesi del 2012 è stato superiore a nove punti percentuali. Questo divario è pressoché interamente attribuibile all'eccezionale contrazione dei volumi importati, a fronte di una sostanziale stazionarietà di quelli esportati. Nell'ultima fase del periodo, si è aggiunto anche un effetto di miglioramento delle ragioni di scambio; peraltro, nel secondo trimestre del 2012 la competitività di prezzo delle imprese italiane, misurate sulla base dei prezzi alla produzione, appare migliorata, soprattutto grazie al deprezzamento del cambio effettivo nominale dell'euro.
Queste tendenze hanno condotto a un rapido e intenso cambiamento del saldo commerciale, ritornato in attivo nel secondo trimestre del 2012. A partire dal mese di marzo, l'avanzo della bilancia commerciale dell'Italia è il risultato di


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un ampliamento del surplus dei beni non energetici e di un deficit nella componente energetica, che rimane ancora sostenuto. Nel periodo gennaio-luglio, l'avanzo della bilancia commerciale è risultato pari a 4,4 miliardi di euro, in miglioramento di oltre 22 miliardi rispetto al passivo registrato nell'analogo periodo del 2011. Al netto della componente energetica, l'attivo ha superato i 44 miliardi di euro, circa 2,5 volte quello osservato nel 2011.
Al surplus della bilancia commerciale ha contribuito il significativo aumento dell'attivo delle produzioni manifatturiere, il quale ha più che compensato il forte deterioramento del deficit dei materiali energetici di base.
Questo andamento è particolarmente rilevante perché - questo è uno dei grandi interrogativi per il futuro - è legato alla recessione interna, quindi non può essere semplicemente considerato come un fattore acquisito, soprattutto nel momento in cui la domanda interna dovesse riprendere. Ciò nonostante, questo dimostra che i nostri esportatori sono riusciti a competere bene sui mercati internazionali e a migliorare la propria posizione relativa. Come vedremo più avanti, sono soprattutto le grandi imprese ad aver aumentato notevolmente le proprie esportazioni.
Passiamo ora agli investimenti e all'accesso al credito. La contrazione degli investimenti ha interessato tutti i comparti, risultando particolarmente accentuata per gli investimenti in mezzi di trasporto, le macchine e le attrezzature. La spesa in costruzioni ha, invece, subito una flessione più contenuta: studi condotti dalle organizzazioni del settore immobiliare prevedono un ribasso nella seconda parte del 2012 e un andamento stazionario nel 2013.
Le indagini sul clima di fiducia delle imprese effettuate mensilmente dall'ISTAT evidenziano un generale allentamento


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delle tensioni creditizie nel corso del 2012. Il recupero, tuttavia, è solo parziale: la percentuale netta di imprese che avvertono un inasprimento delle condizioni di finanziamento, pur diminuendo al 28 per cento per le imprese manifatturiere e al 19 per cento per quelle dei servizi, si mantiene ancora su livelli comparabili con quelli registrati nella prima metà del 2009, riassorbendo solo in parte il peggioramento osservato nell'ultimo trimestre del 2011.
Queste difficoltà determinano ancora situazioni di razionamento del credito: nel corso del secondo e terzo trimestre del 2012, infatti, la percentuale di imprese che dichiarano di non aver ottenuto il credito richiesto è progressivamente aumentata nella manifattura, a fronte di una sostanziale stabilità nel comparto dei servizi, riportando il divario tra i due comparti ai livelli riscontrati nei difficili mesi dell'autunno 2011.
In effetti, se andiamo a guardare il manifatturiero, abbiamo una situazione abbastanza differenziata. Nel 2012, si è nuovamente aperto un divario a svantaggio delle piccole imprese per le quali la probabilità di non ottenere il finanziamento richiesto è in media 1,7 sette volte più elevata rispetto a quella delle imprese di medie e grandi dimensioni. Solo negli ultimi due mesi del 2012 si torna a osservare un lieve abbassamento della probabilità di razionamento presso le piccole imprese.
Passiamo ora al mercato del lavoro. Dopo il moderato recupero del 2011, seguito a un biennio di riduzione, nel primo semestre 2012 il numero di occupati è tornato a diminuire, anche se poi, nel mese di luglio, è rimasto invariato rispetto al mese precedente.
Nel primo semestre 2012, alla crescita dell'occupazione straniera si è accompagnata la diminuzione di quella italiana, concentrata nella sola componente maschile. Nello stesso


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periodo, si è anche osservata una crescente permanenza nell'occupazione degli individui con almeno 55 anni di età, con un incremento pari a 206.000 unità, incoraggiata dalle modifiche dei criteri anagrafici e contributivi che garantiscono l'accesso alla pensione. Gli occupati a tempo pieno registrano una dinamica negativa più sostenuta di quella rilevata nei trimestri precedenti. Tale fenomeno è particolarmente accentuato nelle costruzioni e nei servizi alle imprese e interessa sia l'occupazione dipendente a carattere permanente, sia quella autonoma full time.
Parallelamente, gli occupati a tempo parziale crescono in misura rilevante, ma si tratta in gran parte di impieghi a orario ridotto, accettati in mancanza di un lavoro a tempo pieno. Peraltro, in un generale contesto di incertezza, le imprese continuano a privilegiare l'occupazione dipendente a tempo determinato, che nel primo semestre del 2012 rappresenta il 13,6 per cento delle posizioni lavorative alle dipendenze, mezzo punto in più rispetto allo stesso periodo del 2011.
A fronte di un contenuto recupero nel 2011, l'industria in senso stretto ha manifestato una nuova flessione dell'occupazione, concentrata nelle imprese di medie e grandi dimensioni. Non si arresta la riduzione degli occupati nelle costruzioni, mentre il terziario registra una variazione positiva, grazie alla crescita delle posizioni lavorative dipendenti, la quale compensa la diminuzione di quelle autonome. Sul piano settoriale, l'aumento nel commercio, alberghi e ristorazione, nella sanità e soprattutto nei servizi alle famiglie più che compensa la diminuzione degli altri settori dei servizi.
Nel primo semestre 2012, il numero di persone in cerca di occupazione è cresciuto su base tendenziale di ben 702.000 unità, con un aumento che ha interessato sia gli uomini sia le


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donne sull'intero territorio nazionale. L'area della disoccupazione coinvolge, nello stesso periodo, 2,7 milioni di individui (1,4 milioni di uomini e 1,3 milioni di donne) e in circa 6 casi su 10 si tratta di persone che hanno perso una precedente occupazione. Continua ad allungarsi anche la durata media della disoccupazione, con più di una persona su due in cerca di lavoro da almeno 12 mesi. Al netto dei fattori stagionali, il numero di disoccupati rimane sostanzialmente stabile a luglio, dopo la crescita sostenuta avviata a partire dalla seconda metà del 2011.
Il tasso di disoccupazione è ora al livello più elevato da gennaio 2004, inizio delle serie storiche mensili. Da metà 2011, l'aumento dalla disoccupazione è andato di pari passo con la contrazione dell'inattività. All'aumentata partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani si accompagna la riduzione degli inattivi tra i 55 e i 64 anni, presumibilmente rimasti nell'occupazione a seguito dell'irrigidirsi dei vincoli per l'accesso alla pensione.
D'altra parte, continua a aumentare l'area dell'inattività più vicina al mercato del lavoro. Tra gennaio e giugno del 2012 questa componente dell'inattività interessa 3,3 milioni di persone, con un aumento su base annua di 188.000 unità. Il gruppo appare fortemente caratterizzato dal fenomeno dello «scoraggiamento», infatti, in 4 casi su 10 la mancata ricerca attiva di lavoro dipende dalla sfiducia nella possibilità di trovare un impiego.
Naturalmente nel 2012 è proseguita la criticità della situazione per i soggetti tradizionalmente più deboli, quali i giovani e le donne. La caduta dell'occupazione dei 18-29enni non mostra battute d'arresto, coinvolgendo entrambi i sessi sull'intero territorio nazionale. Per questa fascia di età, a fronte di una riduzione del 7,3 per cento dei dipendenti


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permanenti, quelli a termine sono cresciuti del 4,6 per cento e i collaboratori del 4,7 per cento. Ne consegue che oggi circa un giovane su tre svolge un lavoro atipico: il 34,8 per cento contro il 12,2 per cento del totale degli occupati.
Per i 18-29enni il tasso di disoccupazione ha raggiunto, nel primo semestre di quest'anno, il 24,4 per cento, con una punta del 39,7 per cento per le giovani donne residenti nel Mezzogiorno. Su un totale di 7,7 milioni di persone di questa fascia di età, il 40,3 per cento è occupato, il 13 per cento è alla ricerca di un'occupazione e il 46,7 per cento è inattivo. In 6 casi su 10, quest'ultimo gruppo è composto da studenti, e circa un quinto appartiene all'area dell'inattività più contigua alla disoccupazione.
In questo quadro si osserva anche un'ulteriore crescita dei giovani NEET (Not in Education, Employment or Training) 18-29enni, la cui incidenza passa dal 25,3 per cento del 2011 al 26,9 per cento del 2012. I giovani che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione sono 2.071.000 unità, 103.000 in più rispetto al primo semestre del 2011.
Va, tuttavia, precisato che mentre un quarto dei NEET si colloca completamente al di fuori del mercato del lavoro, più di un terzo è alla ricerca attiva di un lavoro e il restante 33 per cento rientra nella «zona grigia» dell'inattività, composta da individui che mostrano un qualche livello di attaccamento e interesse nei confronti del lavoro.
Il recupero dell'occupazione femminile, iniziato nel 2011 e proseguito nella prima parte del 2012, rappresenta la sintesi di andamenti differenti per cittadinanza e classe di età. Sul versante della manodopera straniera, nel primo semestre 2012 la crescita è spiegata dall'occupazione non qualificata presso le famiglie. Per quanto attiene, invece, alla componente


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italiana, l'incremento è imputabile quasi esclusivamente alle donne con almeno 50 anni, la cui permanenza nel mercato del lavoro ha più che compensato la caduta occupazionale nelle altre classi di età.
Anziché favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, la crescita dell'occupazione a tempo parziale ha riguardato quasi esclusivamente la componente involontaria. Peraltro, tra le donne che hanno un lavoro a tempo parziale è più elevata la quota di occupate a termine. Nel 2012, quindi, 606.000 donne si trovano in una condizione di duplice vulnerabilità, con un lavoro a tempo parziale e a termine. L'aggregato, in crescita di 71.000 unità rispetto all'anno precedente, è più che doppio in confronto agli uomini.
Dal lato della ricerca di lavoro, si segnala un aumento dei divari territoriali: se nelle regioni settentrionali il tasso di disoccupazione delle donne è passato dal 6,6 per cento del primo semestre 2011 all'8,5 per cento del 2012, nel Mezzogiorno si raggiunge il 19,3 per cento.
Per ciò che riguarda l'inflazione, notiamo che dopo la fase di accelerazione che ne aveva caratterizzato la dinamica dell'anno precedente, nel primo semestre del 2012 si è mantenuta su tassi di crescita sostenuti. Nei due mesi successivi, l'inflazione è rimasta su valori simili, per cui l'inflazione acquisita per il 2012 è pari al 3 per cento. Il differenziale di inflazione rispetto all'area dell'euro, che già sul finire del 2011 si era riaperto, nei primi sei mesi del 2012 è ulteriormente aumentato. Solo ad agosto è sceso a livelli simili.
Con riferimento ai primi otto mesi del 2012, la maggiore crescita dei prezzi italiani è stata essenzialmente determinata dai beni energetici, ma appare persistente la maggiore dinamica inflazionistica nel settore dei servizi, in special modo di quelli relativi al trasporto e all'abitazione. Sull'andamento


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dell'inflazione hanno pesato le dinamiche dei prezzi delle materie prime, soprattutto energetiche e alimentari. Nella relazione che ho depositato vi è una disamina molto attenta della catena che, a partire dai valori medi unitari all'importazione, passa per i prezzi alla produzione, i prezzi degli agricoltori e i prezzi al consumo.
Guardando ai mesi più recenti, i prezzi al consumo hanno beneficiato solo limitatamente dell'attenuarsi delle tensioni sui prezzi degli input di origine esterna, in particolar modo su quelli dei beni energetici.
A livello di distribuzione finale, i primi otto mesi del 2012 sono stati caratterizzati da una forte dinamicità dei prezzi al consumo dei prodotti energetici, in primo luogo dei carburanti, ma anche delle tariffe relative all'energia elettrica e gas. In particolare, nel primo trimestre dell'anno, i prezzi dei beni energetici hanno evidenziato un'accentuazione della loro dinamica tendenziale salita dal 13,8 per cento dell'ultimo trimestre del 2011 al 15,4 per cento.
A partire dal trimestre successivo, la fase di accelerazione dei prezzi dei prodotti energetici si è interrotta e il tasso di crescita è sceso al 15,1 per cento. A luglio, il tasso tendenziale di crescita dei prezzi finali dell'energia si è ulteriormente ridotto, portandosi al 12,1 per cento per poi risalire il mese successivo al 13,4 per cento.
Nel comparto alimentare, la dinamica dei prezzi al consumo ha evidenziato un profilo tendenziale in moderato rallentamento. Tuttavia, nei mesi estivi, il riaccendersi di tensioni inflazionistiche sui prodotti non lavorati ha esercitato un effetto di freno al processo di rientro dei prezzi del comparto alimentare, che, ad agosto, sono risultati del 2,5 per cento più elevati rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.


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Nei primi otto mesi del 2012 - questa è una delle domande principali che, come analisti, ci poniamo, e cioè perché questi prezzi, nonostante la recessione, non rallentino nettamente il loro tasso di crescita - la dinamica inflazionistica dei servizi ha registrato solo un contenuto rallentamento, scendendo dal 2,5 per cento di fine 2011 al 2,2 per cento del secondo semestre dell'anno in corso, per risalire al 2,3 per cento ad agosto.
Tale andamento si deve essenzialmente alla moderata crescita dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, dei servizi vari e dei servizi relativi alle comunicazioni. Forti rincari hanno, invece, continuato ad interessare i prezzi dei servizi relativi al trasporto e, in misura minore, dei servizi relativi all'abitazione.
La dinamica inflazionistica delle componenti energetiche e alimentari degli ultimi mesi ha influenzato in modo determinante il profilo tendenziale dei prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dai consumatori. I tassi di variazione di questo sottoinsieme di prodotti sono risultati in quasi costante accelerazione fino ad aprile, quando il loro ritmo di crescita su base annua è salito al 4,7 per cento, per poi evidenziare segnali di rallentamento, sebbene incerti, che hanno riportato il tasso tendenziale al 4,2 per cento di agosto. Di fronte a una dinamica delle retribuzioni estremamente contenuta, è chiaro che le famiglie, in particolare dei lavoratori dipendenti, stanno sopportando una riduzione del reddito da lavoro in termini reali molto forte.
Per ciò che concerne la finanza pubblica, a breve aggiorneremo i dati al secondo trimestre. Per ora abbiamo quelli del primo, che ovviamente subiranno alcune modifiche. Nella Nota di aggiornamento del DEF l'obiettivo per l'indebitamento netto per il 2012 è posto pari al 2,6 per cento del PIL, con un


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peggioramento di nove decimi di punto rispetto all'obiettivo indicato dal Governo nel mese di aprile e in miglioramento di circa 1,3 punti percentuali rispetto al 2011.
In effetti, le stime provvisorie relative al primo trimestre dell'anno in corso, già evidenziavano un ampliamento dell'indebitamento netto rispetto al corrispondente periodo del 2011. A contribuire a questo deterioramento sono state sia le maggiori spese sia le minori entrate. In particolare, le uscite totali sono cresciute dell'1,3 per cento nel primo trimestre, per effetto soprattutto dell'aumento di 2,6 miliardi della spesa per interessi e di 1,8 miliardi della spesa per prestazioni sociali. Una sensibile contrazione hanno, invece, registrato le uscite in conto capitale.
Le entrate totali, pari al 41,3 per cento del PIL - un livello inferiore di tre decimi di punto rispetto ai primi tre mesi del 2011 -, hanno risentito principalmente della dinamica delle entrate in conto capitale, ridottesi soprattutto per il venir meno dei versamenti relativi all'imposta sostitutiva delle imposte ipotecarie catastali e per un minor gettito proveniente dalle imposte indirette per 473 milioni come conseguenza del rallentamento dell'attività economica che ha più che compensato gli effetti dell'aumento dell'aliquota ordinaria deciso a settembre del 2011.
Veniamo adesso alle prospettive di breve e di medio termine.
In termini congiunturali, nel mese di luglio l'indice della produzione industriale si colloca a quasi cinque punti percentuali al di sotto del livello registrato nell'ultimo trimestre dello scorso anno. Guardando ai dati più disaggregati, gran parte degli 86 settori considerati mostra ancora una situazione negativa. Anche confrontando l'ultimo trimestre


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disponibile con quello precedente, solo 19 settori mostrano una situazione di crescita, spesso molto contenuta.
A fronte di tale situazione, però, primi e ancora contenuti segnali positivi si registrano nel fatturato e negli ordinativi dell'industria. A luglio, il fatturato è aumentato dell'1,2 per cento rispetto a giugno, con una crescita dello 0,3 per cento sul mercato interno e del 3 per cento su quello estero. Per quel che riguarda gli ordinativi totali, si registra una crescita congiunturale del 2,9 per cento, sintesi di aumenti del 2,3 per cento degli ordinativi interni e del 3,7 per cento di quelli esteri. Nella media degli ultimi tre mesi, gli ordinativi totali sono aumentati dell'1,1 per cento rispetto al trimestre precedente.
Le indicazioni più recenti provenienti dalle rilevazioni qualitative segnalano il persistere di un quadro di incertezza. Nel complesso, l'indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane, costruito come media ponderata degli indicatori di fiducia nei principali comparti produttivi, si è ridotto ad agosto da 82 a 78,5.
Su questo risultato pesa il calo della fiducia rilevato nelle imprese dei servizi, del commercio e delle costruzioni, a cui si è affiancata una sostanziale stabilità di quella del settore manifatturiero. A settembre, invece, si nota una ripresa della fiducia delle imprese industriali e delle costruzioni, mentre in quelle che operano nel terziario continua a prevalere una condizione di pessimismo.
Indicazioni di una stabilizzazione, su livelli comunque bassi, della fiducia dei consumatori emergono nei mesi di agosto e settembre. A fronte di un peggioramento sulle attese di occupazione e sulla situazione economica delle famiglie, le attese sulla situazione economica del Paese appaiono in miglioramento, frutto evidente della riduzione dell'instabilità sui mercati finanziari.


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D'altra parte, l'aumento della quota di famiglie che giudicano conveniente effettuare risparmi, confermerebbe la tendenza alla ricostituzione del risparmio fortemente eroso negli ultimi anni.
Sulla base dei modelli recentemente sviluppati dall'ISTAT, nella seconda parte dell'anno dovrebbe attenuarsi la caduta della produzione industriale, con un primo possibile aumento nel corso del terzo trimestre. In base a tali stime, la contrazione annua dell'attività industriale sarebbe di circa il 6 per cento.
In termini di PIL, la seconda parte dell'anno dovrebbe essere ancora caratterizzata da contenute riduzioni congiunturali, di intensità nettamente inferiore rispetto a quelle osservate nel periodo più recente. Questo induce a ritenere realistici i valori di crescita indicati nella Nota di aggiornamento del DEF, anche se il leggero recupero della fiducia delle imprese manifatturiere e delle costruzioni, la stabilizzazione della fiducia delle famiglie, l'aumento degli ordinativi e i primi segnali di ripresa delle importazioni di beni intermedi e strumentali fanno ritenere possibile uno scenario leggermente più favorevole.
Primi segnali positivi di inversione di tendenza, ancora deboli, ma chiari, si rinvengono anche nella dinamica della percentuale dei settori industriali in espansione. Pesano, invece, negativamente sulle prospettive di crescita le incertezze del quadro internazionale sopra ricordate.
Concludendo con il riferimento ai nodi strutturali, vorrei ricordare che l'agenda politica italiana, in analogia a quanto avviene nel resto d'Europa, si basa ormai su tre pilastri fondamentali: rigore, crescita ed equità.
Diffusi sono i segnali che l'opinione pubblica abbia ormai compreso quanto questi tre aspetti siano strettamente connessi


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tra di loro e quanto la persistenza di comportamenti virtuosi in tema di consolidamento fiscale sia condizione necessaria per assicurare stabilità, creare un ambiente favorevole alla crescita e affrontare gli squilibri sociali di cui soffre il nostro Paese.
La decisione più importante assunta nel 2011 sul piano del rigore è stata quella di inserire nella Costituzione italiana l'impegno a realizzare il pareggio strutturale di bilancio. Ciò implica un forte vincolo alle spese pubbliche correnti e in conto capitale e pone il Governo e il Parlamento di fronte a una scelta di priorità tra queste due componenti, fondamentale per il futuro del Paese.
Segnalo a tale proposito che il quadro programmatico contenuto nella Nota di aggiornamento indica un livello di investimenti pubblici estremamente contenuto, addirittura in diminuzione nel biennio 2012-2013, e solo in leggero aumento nei due anni successivi. È evidente che, in questo modo, il settore pubblico non riuscirà a offrire un contributo elevato all'opera di ammodernamento di cui il Paese ha bisogno per riprendere un sentiero di crescita sostenuto, necessario per riassorbire l'elevata disoccupazione.
D'altra parte, è evidente che un diverso mix di spesa, maggiormente orientato all'investimento, richiederebbe un taglio più consistente della spesa corrente al netto degli interessi, con possibili effetti depressivi di breve termine.
Questo dilemma tipico del settore pubblico si presenta, sotto altre forme, per il settore privato. La tendenza alla sottocapitalizzazione di cui il sistema economico italiano ha sofferto negli ultimi dieci anni va invertita, ma una forte ripresa degli investimenti privati, anche stranieri, non può avvenire senza un chiarimento sulle prospettive a medio termine del sistema economico e sociale del Paese.


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È sempre più evidente che, nei prossimi anni, la crescita dell'economia italiana sarà fortemente legata alla dinamica dei mercati internazionali più dinamici e che la capacità delle imprese di cogliere le opportunità dipende da tre fattori cruciali strettamente interconnessi: competitività, produttività e dotazione di capitale, specialmente di quello immateriale.
La buona performance mostrata dalle imprese esportatrici dopo la crisi del biennio 2008-2009 è stata realizzata soprattutto su mercati extraeuropei. Negli ultimi tre anni le esportazioni delle grandi imprese sono cresciute, per tutte le tipologie di prodotti, più di quelle delle imprese medio-piccole, maggiormente presenti sul mercato europeo.
Questo vantaggio relativo segnala la necessità di affrontare con decisione il problema dell'attuale struttura dimensionale dell'industria manifatturiera, che, pur presentando alcuni vantaggi, rischia di penalizzare nel medio termine l'economia italiana in termini di capacità di penetrazione sui mercati emergenti.
D'altra parte, l'Italia soffre di un forte squilibrio con l'estero nel campo dei servizi. Il potenziamento della capacità delle imprese italiane di raggiungere mercati lontani passa anche per un'accelerazione dell'innovazione nei business service, cioè nei servizi alle imprese di tipo moderno, caratterizzati dall'uso di tecnologie avanzate e di capitale umano fortemente qualificato.
Non va trascurato il fatto che la profonda trasformazione in corso delle filiere produttive globali sta influenzando negativamente la performance economica italiana. A causa dell'aumento del contenuto di importazioni per unità di prodotto, un'espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale. Questo fenomeno riguarda soprattutto le produzioni a media e bassa


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tecnologia. Ciò vuol dire che l'Italia ha bisogno di una politica orientata al sostegno delle imprese in settori emergenti, ad alto valore aggiunto, così da accelerare il cambiamento del modello di specializzazione, rendendolo più adeguato al mutato contesto di un'economia globalizzata.
Stesso discorso vale per la produttività. A tale proposito, giova ricordare che, per i Paesi europei, la produttività del lavoro appare correlata positivamente con la natalità d'impresa, indicatore che in Italia - anche per me, qualche mese fa, questa è stata una sorpresa - assume valori relativamente modesti, nonostante l'altissima quota di piccole imprese.
Inoltre, l'Italia si caratterizza per il basso ruolo svolto dai cosiddetti «beni immateriali», cioè l'investimento in ricerca e sviluppo, nuove tecnologie, innovazione organizzativa e capitale umano. In altri termini, il Paese non sembra aver colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l'economia della «conoscenza», con conseguente perdita di efficienza di sistema. In particolare, è mancato l'effetto propulsivo dell'adozione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione che si è riscontrato in molti altri Paesi europei.
Le analisi svolte nel Rapporto annuale dell'ISTAT delineano una sorta di agenda per trasformare la speranza di una crescita significativa e duratura in un risultato concreto: favorire la ridefinizione dell'assetto dimensionale dell'economia italiana e il suo posizionamento internazionale, attraendo capitali dall'estero e rafforzando la presenza italiana sul mercato internazionale dei servizi; aumentare la flessibilità dei mercati dei prodotti - cosa che aiuterebbe anche a contenere le pressioni inflazionistiche - e dei fattori, così da elevare il tasso di natalità di imprese innovative; recuperare il terreno perduto in termini di efficienza complessiva del sistema economico attraverso investimenti, anche pubblici, in beni


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immateriali e in capitale umano; migliorare il sistema logistico e dei trasporti, dove l'Italia presenta evidenti inefficienze e perdite di posizioni competitive, nonché un peso eccessivo del trasporto su gomma; aumentare l'efficienza della giustizia civile; ridurre l'economia sommersa e l'evasione fiscale, ai cui effetti negativi sul piano dell'equità nella distribuzione del suo carico si sommano quelli derivanti dalla permanenza sul mercato di imprese chiaramente inefficienti, che costituiscono un freno alla necessaria accelerazione dell'ammodernamento produttivo e dell'aumento di efficienza di cui il Paese ha urgentemente bisogno.
Mi fermo qui, presidente. Tuttavia, non posso concludere se non richiamando ancora una volta l'attenzione di queste Commissioni sul fatto che nel corso dell'esame dei disegni di legge di bilancio e di stabilità sarà necessario, se non indispensabile, affrontare - spero in maniera definitiva - il problema del bilancio dell'Istituto. A legislazione vigente, il nostro disavanzo per il 2013, pari a 30 milioni su 190 milioni, equivale esattamente al costo di tutte le rilevazioni statistiche. Negli ultimi quattro anni, abbiamo ridotto del 12 per cento la spesa, in termini reali, ma è chiaro che ulteriori guadagni di efficienza, che pure ci apprestiamo a fare, non possono ammontare a 30 milioni.
Il rischio, quindi, è di dover interrompere, a partire dal 1o gennaio, numerose rilevazioni statistiche, peraltro previste dai regolamenti comunitari, quindi incorrendo in multe e soprattutto offrendo l'immagine di un Paese che non riesce neanche a produrre i dati necessari richiesti dall'Unione europea. Ecco, credo che sarebbe uno straordinario danno di immagine per il Paese, che mi auguro il Parlamento e il Governo non vogliano rischiare di pagare.


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PRESIDENTE. Ringrazio il presidente Giovannini anche della documentazione che ci ha consegnato.
Do ora la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

LINO DUILIO. La ringrazio, presidente Giovannini, della sua argomentazione, come al solito puntuale, che non presenta, però, grandi novità rispetto a quanto abbiamo già sentito in passato.
Vorrei fare una domanda che segnala anche uno stato d'animo, se così posso dire. Prima, però, vorrei approfondire una questione più specifica, che non so se rientra nelle analisi dell'Istituto. Mi colpiva il fatto che, mentre a livello di Unione europea l'export verso la Cina va bene, noi siamo gli unici a cui va male. Vorrei, quindi, capire se vi risulta una ragione di questo dato. Se gli altri vanno bene, immagino ci sia una domanda da parte della Cina che si indirizza a uno spettro di Paesi, i quali rispondono positivamente, mentre a noi non accade questo per qualche ragione che, forse, sarebbe interessante cogliere, vista anche la dimensione e l'importanza di quel Paese.
A prescindere da questo dato specifico, lo stato d'animo di cui parlavo è che dal quadro che lei ci rappresenta - che, peraltro, conferma informazioni di cui si dispone, anche se a livello più sintetico - sembra che siamo finiti in una morsa letale. Si dice, infatti, che, per quanto attiene alla dinamica degli investimenti, il settore pubblico può fare poco perché si potrebbe realizzare qualcosa solo se si incidesse maggiormente sulla riduzione della spesa, al fine di reperire delle risorse che possano poi essere indirizzate alla crescita e agli investimenti.
Sappiamo, però, che su questo versante le cose non sono semplici, in particolare perché si produrrebbero effetti «lenti». Una volta si parlava di «risorse lente». Forse bisognerebbe


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indagare anche sulle decisioni che producono «conseguenze lente» rispetto all'incidenza sullo spettro dei cespiti che potrebbero favorire una riduzione della spesa, da cui attingere per recuperare risorse che ci consentano, a parità di saldi, di aumentare il livello di investimento. Come viene fuori dalla vostra analisi, lo stesso vale per il settore privato, per cui anche da questa parte non si intravedono molte risorse.
Può darsi, però, che siamo affezionati all'idea tradizionale di un meccanismo che favorisca la ripresa e che veda la componente costituita dagli investimenti come significativa. Le chiedo, allora, cosa si può fare, visto che non riusciamo a intravedere la reperibilità di risorse sul versante né del settore pubblico né di quello privato.
Successivamente, lei ha fatto un'affermazione interessante, anche questa abbastanza nota nella letteratura sul tema. Nel trittico finale che lei riassume, citando la produttività, la competitività e così via, si riferisce a un mix sul rilancio, rispetto al quale non si può che essere d'accordo. Tuttavia, anche su questo, mi pare difficile che si riesca ad attivare meccanismi che rilancino la competitività e la produttività in un Paese in cui il trend relativo ai tassi di crescita della produttività sappiamo essere critico da decenni.
Mi chiedo, allora, cosa si può fare affinché, anche in questo caso, non vi siano conseguenze «lente», tali da non permettere il conseguimento di risultati a breve e medio termine, sui quali dobbiamo necessariamente contare per tutto il quadro di compatibilità che dobbiamo assicurare. D'altra parte, siamo tutti convinti che se non si rilancia il meccanismo della crescita, non si esce da questa situazione.
Ecco, la mia è una domanda di carattere generale, che deriva da un sentimento che preesisteva alla sua comunicazione, ma che la sua relazione ha rafforzato.


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PIER PAOLO BARETTA. Vorrei rivolgere due domande.
In primo luogo, in una sede diversa da questa, qualche giorno fa lei ha dichiarato - se ho capito male, la prego di smentirmi - che, pur essendo molto pesanti i dati sull'occupazione, sembrerebbero meno drammatici in relazione alla situazione reale dell'economia. Ecco, vorrei che approfondisse e spiegasse meglio questo aspetto.
Inoltre, nella parte finale della sua relazione - di cui capisco e condivido il ragionamento - fa una piattaforma di spesa. Giustamente fa riferimento a investimenti anche pubblici perché per migliorare, per esempio, il sistema logistico e dei trasporti o altri aspetti, non basta il privato, ma occorre un intreccio pubblico-privato. Personalmente, comprendo il rapporto, ma vorrei sentire la sua risposta: in quale misura questo è conciliabile con i livelli attuali del debito pubblico e con l'attenzione che viene quotidianamente rivolta, anche in termini di scelte politiche, al suo rientro?

ENRICO MORANDO. La prima domanda è la seguente. La sua relazione, ma anche la Nota di aggiornamento del DEF, segnala che si starebbe registrando un aumento della partecipazione alle forze di lavoro. Ecco, che cosa determina puntualmente questo fenomeno? Chiedo questo perché ci sono tendenze, per esempio quelle relative allo scoraggiamento, che farebbero pensare che in Italia, in questo momento, dovrebbe accadere esattamente il contrario. Questo è un effetto solo della - per me, sacrosanta - decisione di aumentare in maniera così significativa e brusca l'età per il pensionamento dei lavoratori più anziani o ci sono altre cause?
La seconda domanda riguarda la componente energetica della bilancia commerciale, che rimane ovviamente negativa. Vorrei, però, capire se ci sono segnali che abbiano qualche effetto i micidiali sovrapprezzi nella bolletta che stiamo


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imponendo a tutti gli utenti italiani per finanziare la produzione di energia attraverso fonti alternative.
Tralasciando i prezzi - è chiaro, infatti, che potrebbe diminuire la quantità importata di petrolio, di gas o di energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari, ma potrebbero aumentare i prezzi relativi, per cui non avremmo un riscontro in termini di bilancia dei pagamenti - abbiamo qualche segnale che questo enorme sacrificio che stiamo imponendo a tutti gli utenti italiani di energia elettrica abbia un riscontro nei volumi di importazione di petrolio, di gas e delle altre fonti di energia? In caso contrario, si segnalerebbe l'esigenza di smettere di massacrare gli utenti, come stiamo facendo da alcuni anni, in funzione di questo obiettivo.
Vorrei fare, poi, un'osservazione più generale. Nella sua relazione ha segnalato la presenza di diffusi segnali che l'opinione pubblica abbia ormai compreso quanto questi tre aspetti - equità, rigore e crescita - siano strettamente connessi. Ora, ai miei occhi questa è una favorevole smentita del famoso teorema di Juncker, che - per scherzo, ma anche molto sul serio - ha detto che le riforme strutturali che servono per risolvere la crisi sono esattamente quelle che fanno perdere le elezioni ai partiti che governano e, in ogni caso, a quelli che le adottano.
A quanto ci dicono i sondaggi a proposito delle personalità delle diverse forze politiche e di quelli che non appartengono a nessuna forza politica, ma stanno governando il Paese, sono convinto che nell'opinione pubblica italiana si stia aprendo una finestra di opportunità e che gli italiani stiano progressivamente capendo che le riforme necessarie per uscire dalla crisi sono quelle che occorre fare, quindi attuarle non determina necessariamente un giudizio negativo su chi le adotta.


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Vorrei, però, sapere se avete formulato questo giudizio sulla base di vostre rilevazioni statistiche perché avrebbe un certo interesse se questa affermazione derivasse da rilevazioni dell'ISTAT e non di questo o quell'istituto demoscopico pagato da questa o quella formazione politica, o da questa o quella rete televisiva, notoriamente legata, a sua volta, a questo o a quell'orientamento politico.

PRESIDENTE. Per integrare le entrate, l'ISTAT comincerà a fare come gli istituti demoscopici. Offrirà questo servizio a pagamento, non gratis.

ROLANDO NANNICINI. Mi riallaccio ad alcune riflessioni che hanno fatto i colleghi, anche in merito al tema di quanto percepito dall'opinione pubblica, ponendo una domanda. Dopo lo studio fatto da Confcommercio, dal presidente Sangalli ed altri, in tutta Italia si è diffuso nella stampa e tramite gli organi radiotelevisivi il dato che la pressione fiscale di questo Stato maligno, che non si sa riformare nei suoi modi di azione, è pari al 55 per cento del prodotto interno lordo.
Ora, non vorrei soffermarmi sulle cifre, ma sicuramente questo dato non è corrispondente a verità. Infatti, tutte le stime indicano che il peso sul PIL dei contributi sociali è del 13,9 per cento - peraltro, sarebbe ora di concepire il TFR come un salario differito; lo stesso vale per gli interventi di carattere previdenziale: è un salario che si ritrova successivamente - mentre il peso delle entrate tributarie non supera il 30,6 per cento. Lei conferma queste cifre per il 2011 e per il 2012? Che cosa significa questo rispetto a un'opinione pubblica che è sempre istruita da chi urla di più e dice che il sistema pubblico e politico italiano sottrae al PIL 55 risorse su 100?


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Questo, del resto, è il punto di partenza sul tema delle riforme. Infatti, qualunque iniziativa possiamo intraprendere, questa dovrà certamente prevedere la riduzione della pressione fiscale a carico dei lavoratori dipendenti e delle imprese, oltre che la riduzione di alcuni livelli di tassazione, ma la verità serve alla programmazione. Le chiedo, quindi, qual è la pressione fiscale effettiva prevista dai dati del 2012 e del 2013.
Quanto alla dinamica della spesa, ho trovato molto interessante il vostro lavoro di questi ultimi dieci anni sul consolidato, senza fare un'ulteriore riflessione. Dall'inizio della crisi - nel 2008 - al 2011, c'è stata la discussione se fare o meno i tagli lineari. Dai vostri dati, in termini nominali, non reali, ho visto che gli stipendi del comparto pubblico sono diminuiti di circa 1,6 miliardi dal 2008 al 2011. Ho visto anche che le regioni hanno fatto un cattivo lavoro perché i 10 miliardi che hanno risparmiato in questi tre anni sono tutti derivanti dalla riduzione dei trasferimenti e degli impegni di spesa in conto capitale. Ho notato, però, uno sforzo dei comuni e delle province in generale e di tanti elementi che hanno articolato la spesa.
Tuttavia, dal 2008 al 2011, con riferimento ai trasferimenti per gli interventi previdenziali, siamo passati da 82 a 96 miliardi. Mi riferisco sempre a quel dato del 30,6 per cento relativo alle entrate tributarie che rappresentano il bilancio reale dello Stato. Con riguardo alla spesa del settore previdenziale, quindi, bisognerebbe valutarne bene la dinamica negli anni 2012, 2013 e 2014. Vi è, infatti, un aumento di circa 18 miliardi per quanto riguarda sia il passaggio nelle casse del sistema previdenziale, sia gli ammortizzatori sociali. Non sarà, però, che di questo non si parla con serietà perché sia il mondo del lavoro sia quello delle imprese non vogliono


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partecipare fino in fondo alle scelte di riforma e intendono scaricare sullo Stato le loro difficoltà interne, come nuovi modelli, investimenti e altro?
Sia per le spese, sia per le entrate, vedo ancora il barile raschiato, anche se condivido la spending review e i processi di riforma. Sarebbe l'ora non solo di enunciare, ma anche di trovare modalità, nel Patto di stabilità e altrove, per proteggere maggiormente le possibilità di investimenti e di innovazione del sistema complessivo italiano.
L'ultima domanda riguarda il XV censimento. Non vorremmo che chiudesse quel sito di demografia, che ci aggiorna i dati del 2001 per fasce di età e così via, facendoci anche giocare. Comunque, vorrei soffermarmi su un dato: secondo il sito, nell'ottobre 2011 la popolazione italiana è di circa 60.776.000 - non ricordo con precisione - mentre dai dati provvisori da voi pubblicati risulta essere di 59.486.000 abitanti. La mia esperienza mi dice che è chiaro che i dati anagrafici non sempre coincidono coi dati censuari. Tuttavia, ricordo che per avere i dati definitivi del XIV censimento - non c'era lei - si è aspettato dal 2001 al 2006 perché c'erano degli errori con riferimento a Roma, Napoli ed altre grandi città, proprio su questa differenza.
Peraltro, a questa mia domanda ho avuto una risposta da parte di un giovane sottosegretario molto bravo e baldanzoso, che non ha nemmeno riflettuto un attimo: ha fatto il professore, visto che ultimamente va molto di moda, che sostiene che ci avreste portato subito i dati definitivi.
A ogni modo, le chiedo quando si avranno i dati del XV censimento. D'altra parte, questo influenzerà il numero dei consiglieri regionali che dovrà avere, per esempio, il Lazio oppure determinerà le dotazioni organiche dei comuni. Vorrei, poi, anche sapere se questo bel Paese dove siamo temporaneamente


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impegnati nell'attività parlamentare sia sotto o sopra i 60 milioni di abitanti; è una curiosità individuale, che l'ISTAT dovrebbe concorrere a soddisfare.
Condivido la definizione degli strumenti perché una fluidità di rapporti con Eurostat e con l'operato del Parlamento e del Governo mette l'ISTAT al centro di un buon lavoro. Le pongo, comunque, una domanda a scopo di controllo e di verifica.

PRESIDENTE. Pongo io l'ultima domanda. L'aspetto che più mi ha angosciato nella sua relazione è il dato riguardante i giovani che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione, che sono 2.071.000, 103.000 in più rispetto al primo semestre del 2011. Insomma, due milioni di giovani non lavorano e non studiano. Non ho idea dello stato emotivo e psicologico di questi giovani, ma vorrei rivolgerle una domanda.
A me interessa soprattutto la parte relativa all'occupazione e al lavoro, che credo sia l'emergenza vera, almeno così la percepisco nel territorio in cui vivo, dove comincio a vedere tanta gente che cerca occupazione - prima non lo faceva perché evidentemente era occupata - o che è in cassa integrazione.
Ho visto che nell'allegato statistico c'è l'andamento delle ore di cassa integrazione. Tuttavia, non riesco a capire - per mia ignoranza - dove classificate i cassintegrati. Sicuramente, immagino, che li inseriate tra gli occupati, ma quante sono le unità occupate in cassa integrazione? Ecco, questo mi sembra un elemento di assoluta rilevanza per capire meglio la situazione. Non so, infatti, quante di queste persone possano ragionevolmente sperare, allo spirare del periodo di cassa integrazione, di tornare a essere occupati veri. Temo che finiscano, invece, nella categoria dei disoccupati.
Do ora la parola al presidente Giovanni per la replica.


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ENRICO GIOVANNINI, Presidente dell'ISTAT. Sono un po' deluso del fatto che si dica che non ci sono novità. In realtà, una novità c'è. Ci sono, infatti, segnali, ancorché limitati, di alcuni miglioramenti, che qualche mese fa non c'erano. Non sono, tuttavia, sufficienti per dire che siamo a un passo dal punto di svolta e che ricominceremo a crescere a tassi elevati, anche perché esiste un'incertezza internazionale rilevante sulla Cina, sugli Stati Uniti e ancora sulla zona dell'euro.
Ora, individuare quali delle due forze prevarranno nei prossimi mesi fa parte della divinazione degli economisti e degli econometrici. Ciò nonostante, sul piano statistico vediamo qualche segnale che prima non c'era. Vi sono anche piccoli cenni di cambiamento dell'elemento psicologico di cui parlavo prima. Le famiglie continuano ad avere, in termini individuali, una situazione cattiva, ma giudicano in maniera un po' più positiva la situazione economica complessiva. Come sappiamo, questi elementi psicologici fanno anche la differenza in termini di comportamenti economici.
Questa prima risposta mi porta anche a dire qualcosa sulla Cina, verso la quale sono cadute soprattutto le esportazioni di meccanica, quindi di macchine. Come sapete, siamo particolarmente forti nel settore delle macchine utensili e, in generale, dei beni di investimento. Non sappiamo ancora, però, se questo è legato al rallentamento che la Cina sta subendo oppure a uno spiazzamento o addirittura a una sostituzione, da parte della produzione interna, di beni che prima venivano importati. Tra l'altro, le statistiche cinesi non sono proprio le più tempestive, quindi bisogna riuscire a capire meglio come sta andando il ciclo degli investimenti in Cina. Questo, comunque, è un aspetto importante che fa parte del livello di specializzazione del nostro settore manifatturiero, che è più o meno quello di dieci anni fa. Siamo esposti, dunque, a


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fluttuazioni di questo tipo e, poiché gli investimenti sono la voce più variabile nell'ambito del ciclo, talvolta, subiamo anche questi effetti.
Credo che il dilemma delle spese correnti e di investimento sia esattamente il problema di questo Paese. Fissato il vincolo totale e un livello accettabile, ancorché molto alto, di imposte, l'unica cosa che resta da fare è articolare la spesa pubblica in spesa per interessi, spesa corrente e investimenti. Gli interessi sono il frutto di decisioni precedenti e, purtroppo, l'aumento dei tassi d'interesse restringe i margini di libertà. Il resto, poi, sono investimenti e spese correnti.
Abbiamo usato il termine «dilemma» perché qualsiasi decisione - peraltro, questo è un elemento che avevamo già messo in luce nel Rapporto annuale del 2011 - ha questo effetto di lentezza. Non possiamo immaginare - per citare Celentano - di essere rock; purtroppo, ci tocca essere lenti.
Ogni tanto cito quel gioco che si chiama SimCity, in cui il giocatore è sindaco di una città, può manovrare la spesa pubblica, le imposte e così via, e poi, quando trova la giusta combinazione, ha la possibilità di spingere un bottone, accelerare il tempo e farsi un bel «tesoretto»; dopodiché, rallenta e ricomincia a pensare a come spendere. Il mondo, però, non funziona così, ma è un posto nel quale i cambiamenti, soprattutto di questo tipo, sono lenti.
Vi posso dire, anche per i miei contatti internazionali, che la vera domanda che ci dovremmo porre e che mi sembra in diversi si stiano ponendo - ho visto, per esempio, Daniel Gros, del Centre for European Policy Studies (CEPS), ma anche un rapporto del Governo britannico - è come si fa a gestire un Paese che nei prossimi cinque o dieci anni crescerà relativamente poco, quindi non riuscirà a riassorbire tutto il capitale umano, in senso lato, di cui dispone.


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Ecco, gestire questo fenomeno non è semplice. È un dilemma che ha a che fare con i rapporti tra le generazioni e soprattutto con quanto diceva l'onorevole Duilio, ovvero rilanciare il meccanismo della crescita che, però, appunto, ha i suoi tempi. Non è un dilemma semplice. Del resto, mi sembra che nessuno abbia trovato, per ora, la soluzione, ma è una prospettiva che, da un punto di vista statistico, non si può escludere. Questo riguarda anche la comunicazione pubblica, le piattaforme elettorali che verranno fatte - non la mia, naturalmente - e, più in generale, i messaggi. Se passa, infatti, un messaggio assolutamente irrealistico, può avere un effetto boomerang sulla credibilità. Insomma, credo sia un dilemma che riguarda non solo l'Italia, ma molti Paesi occidentali avanzati, e che coinvolge anche i temi del benessere di cui abbiamo parlato in altre occasioni.
Rispetto alla domanda dell'onorevole Duilio sul tema della produttività, degli investimenti e di eventuali investitori, credo che, da questo punto di vista, la strategia complessiva che sta seguendo l'Italia sia quella di mettere «la casa in ordine» per diventare, potenzialmente, più attraente per gli investimenti stranieri. Abbiamo una manodopera piuttosto qualificata; abbiamo - non vorrei lo dimenticassimo - un'area del Paese depressa, il Mezzogiorno, che, potenzialmente, è un bacino di domanda interna che, se partisse, ci farebbe fare un'accelerazione notevole. Per un investitore internazionale, l'Italia può essere attraente nel momento in cui, appunto, «la casa è in ordine».
D'altra parte, la produttività si realizza sui posti di lavoro. Tra l'altro, a breve pubblicheremo i dati rivisti della contabilità nazionale sulla produttività totale dei fattori, alla luce della revisione generale dei conti nazionali di ottobre scorso. Vorrei, comunque, ricordare che abbiamo un problema serio nel


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terziario, in termini di produttività, ma, non tutti i settori sono uguali. Il terziario ha bisogno, evidentemente, di un diverso modo di funzionare per guadagnare produttività. Anche per questo, però, ci vuole tempo e impegno.
Onorevole Baretta, sui dati meno drammatici relativi all'occupazione, ricordo che, nel biennio 2008-2009, grazie anche a vari strumenti, quali la cassa integrazione in deroga, le imprese ebbero la possibilità di tenere il capitale umano in attesa del rilancio, invece di farlo uscire rapidamente. Questo avviene nel momento in cui l'impresa pensa di poter avere un futuro. Se, infatti, pensa di chiudere, non avrebbe senso trattenerlo.
Il fatto di avere un aumento della cassa integrazione, anche in questa fase, è un segnale evidente che molte imprese stanno aspettando il momento per ripartire e stanno trattenendo il capitale umano attraverso la cassa integrazione e altri strumenti, invece di rilasciarlo. Questo è l'aspetto di alcune mie dichiarazioni che - come lei ha detto - rende meno drammatici i dati sulla disoccupazione o sulla caduta occupazionale.
Credo di avere già risposto alla domanda sulla piattaforma di spesa e sulla sua compatibilità con il debito pubblico. C'è anche chi pensa a un diverso modello di sviluppo, per esempio, alla decrescita - a questo proposito, qualcuno oggi scriveva sui giornali che siamo un esperimento in vitro sulla decrescita -, ma quando c'è un alto debito pubblico, poi bisogna rimborsarlo. Quindi, o questo debito ritorna tutto nelle mani degli italiani, cosa che in parte sta succedendo, anche se ne rimane ancora una quota ampia in altre mani, oppure è chiaro che va rimborsato e bisogna avere un reddito adeguato per farlo.
Tutti questi elementi determinano un vincolo fortissimo. La mia impressione è che si debba privilegiare il più possibile


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l'investimento. È una risposta banale, ma è anche l'unica possibile. Il capitale umano è un investimento, come le imprese dimostrano quando cercano di trattenerlo.
Questo spiega anche perché nel mercato del lavoro ci sono le due componenti dello scoraggiamento, ma anche del tentativo di trovare un lavoro, vista la situazione difficile. Anche in questo caso, credo che la psicologia spieghi molto. Infatti, le famiglie, nel momento in cui hanno capito il carattere strutturale della crisi e non si aspettano che tra due mesi o tra un mese la situazione cambi, ritengono che sia anche il momento - per citare un altro cantante, «la vita è adesso» - in cui bisogna uscire e cercare, pur con tutte le difficoltà, il lavoro.
Credo che questo sia importante perché troviamo la maggiore attivazione trasversalmente per tutte le età, anche se per motivazioni diverse: gli ultracinquantenni sono più occupati rispetto a prima perché non vanno in pensione; gli altri perché il vincolo economico pesa sempre di più sulla famiglia e anche perché c'è un'area di economia sommersa che lambisce, in particolare, la zona grigia della disoccupazione, in cui c'è gente che non lavora, ma sarebbe pronta a lavorare in condizioni non ottimali o anche irregolari, più di quanto fosse disponibile prima.
Per valutare se l'impatto di tutte le manovre sul risparmio energetico abbia avuto effetto sui volumi, occorre la contabilità ambientale. Purtroppo, questi dati non emergono rapidamente. Gli ultimi disponibili sono relativi al 2009, anche se tra poco avremo quelli del 2010. Peraltro, questi dati sono anche fortemente influenzati dal ciclo economico, quindi calcolare indicatori di decoupling relativo o assoluto non è facilissimo sia perché sono differenze piccole, quindi ci vuole tempo, sia perché, in una fase come questa molto dipende dalla composizione


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settoriale, per esempio, dell'occupazione. In sostanza, se si produce meno alluminio e si offrono più servizi, è chiaro che questo ha un effetto. Per questo servono, quindi, i conti ambientali, ma l'elaborazione di questi dati prende del tempo.
Tra l'altro, questo è un tema che abbiamo discusso proprio ieri in sede europea. Si tratta di avere un approccio più statistico e meno contabile nella contabilità ambientale. Infatti, accettare dei rischi nella stima anticipata di certi indicatori è indispensabile anche per riequilibrare il dibattito tra temi ambientali e temi economici perché, se, con riferimento a questi ultimi, sono disponibili dati fino all'altro ieri e, con riferimento ai primi, fino a due anni fa, è chiaro che anche nell'opinione pubblica si crea uno squilibrio.
Passando alla domanda del senatore Morando, sul fatto che, effettivamente, percepiamo dei cambiamenti e sul rischio, per i politici, di fare riforme e poi non essere rieletti, vorrei limitarmi ad alcuni accenni.
Tra anni fa, in una discussione al World Economic Forum di Davos riflettevamo proprio su questi temi. In particolare, l'ex Ministro britannico dell'ambiente diceva di sapere tutto del cambiamento climatico e di essere, perciò, convinto di dover rallentare; tuttavia, era anche consapevole che se lo avesse detto ai suoi colleghi, sarebbero scoppiati a ridere e, in secondo luogo, non sarebbe stato più rieletto.
Se avessimo degli indicatori di rischio che un politico potrebbe dimostrare di aver ridotto con la sua azione (per esempio, il rischio di un'alluvione), anche in presenza di un PIL decrescente, allora forse la partita si riequilibrerebbe. Questa crisi mostra quanto siamo vulnerabili. Difatti, sviluppare indicatori di vulnerabilità e di rischio è un tema non


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solo di ricerca economica, ma anche statistico e politico perché l'elemento di intertemporalità delle scelte è cruciale.
D'altra parte, quando abbiamo fatto la rilevazione su quello che conta per i cittadini per il loro benessere, dopo la salute hanno indicato il poter assicurare un futuro ai propri figli, prima del lavoro e del reddito. Tutti vogliamo fare bella figura quando l'ISTAT ci interpella, per cui c'è anche un minimo di distorsione. Tuttavia, questa disponibilità ad accettare di pagare un prezzo oggi per qualcosa che si avrà in futuro emerge anche da questo tipo di dati, che tra l'altro sono comuni a tutte le classi di età e a tutto il territorio nazionale. Questo può spiegare perché gli italiani hanno accettato manovre molto dure, senza le manifestazioni, anche violente, che, purtroppo, abbiamo visto in altri Paesi.
Infine, presidente Giorgetti, le persone in cassa integrazione sono classificate, naturalmente, tra gli occupati. Tuttavia, svolgiamo la rilevazione in una settimana di riferimento, per cui troviamo le persone che sono in cassa integrazione in quella settimana, quindi non necessariamente la distribuzione nel tempo è casuale. Nella rivelazione abbiamo circa 350.000 persone che dichiarano di aver lavorato di meno nella settimana di riferimento, in quanto soggette a restrizioni nell'orario di lavoro o cassa integrazione, pertanto è una quantità importante.
In merito alla pressione fiscale, il dato vero è quello che pubblica l'ISTAT. Per il 2011, è il 42,5 per cento, com'è riportato anche nella Nota di aggiornamento del DEF, che, tra l'altro, è previsto aumentare al 44,7 per cento negli anni successivi.
Il 55 per cento e gli altri calcoli a cui lei faceva riferimento, fanno una cosa molto semplice: visto che quasi il 20 per cento del PIL è calcolato dello stesso ISTAT come frutto dell'economia


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non osservata - ma non è l'evasione - a quel punto, si fa il calcolo tra il numeratore e un denominatore depurato da questo 20 per centro e si ottengono quei valori. È, però, un calcolo che corrisponde molto di più alle sensazioni che emergono nella società, stando anche ad articoli di stampa e così via.
Ovviamente, in Italia abbiamo un carico fiscale molto elevato, soprattutto su alcuni settori. Noi non pubblichiamo questo tipo di indicatore. Ciò nonostante, nella relazione al Governo della Commissione sull'evasione che ho avuto l'onore di presiedere, c'era la proposta di fare una stima ufficiale dell'evasione, che non è quella che facciamo dell'economia sommersa, perché molto di quel reddito potrebbe essere, per esempio, non imponibile.
Ora, nel disegno di legge delega sulla riforma fiscale è previsto che questo si faccia. Credo che sarebbe un passo avanti, anche di trasparenza, molto importante, al di là del fatto che poi si voglia decidere di usare i proventi della lotta all'evasione per diverse finalità. In ogni caso, una stima ufficiale dell'evasione - del tax gap, come fanno in Inghilterra - sarebbe estremamente utile.
Infine, per ciò che concerne il censimento, i dati che l'onorevole Nannicini ha citato sono perfetti. Esiste sempre una discrepanza tra dati anagrafici e dati di censimento: questi ultimi sono sempre più bassi - non solo in Italia - dei dati anagrafici.
Nei dati provvisori che abbiamo pubblicato finora, l'aggiustamento verso il basso è addirittura inferiore a quello dei censimenti precedenti perché questa volta, per la prima volta, il censimento è partito dalle liste anagrafiche comunali (LAC). Ricordo, tra l'altro, che l'88 per cento dei questionari è tornato


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su base volontaria da parte dei cittadini, evento assolutamente straordinario, e che più di un terzo - oltre 8 milioni di modelli - sono stati inviati via internet.
Diversamente dal passato, tra qualche settimana, entro metà ottobre, pubblicheremo i dati della popolazione legale definitiva, quindi non avremo i problemi che lei richiamava precedentemente. Inoltre, questa volta è diverso perché nel 2001 e anche precedentemente i comuni prendevano i dati in loro possesso, facevano dei riepiloghi e li mandavano all'ISTAT, che faceva qualche verifica, ma doveva aspettare i dati dei questionari per poter capire effettivamente cosa era stato fatto. Questa volta, invece, il sistema di gestione della rivelazione ha fatto sì che i comuni abbiano potuto e dovuto già verificare uno per uno i soggetti che sono stati riportati nel censimento rispetto alle anagrafi e hanno dovuto compilare e autocertificare dei dati a livello individuale, che noi stessi verificavamo, individuando eventuali discrepanze.
Per questo, i dati della popolazione legale hanno una base informativa molto più ampia di quella dei censimenti precedenti. Pensiamo, dunque, che saranno molto affidabili, anche perché hanno già subito un pre-check. Difatti, pubblicheremo dati non solo del totale della popolazione, ma anche delle disaggregazioni (maschi, femmine, per età, italiani e non).
Rispetto ai dati delle anagrafi abbiamo trovato oltre 700.000 stranieri in meno. Se ricordo bene i dati, di questi, oltre 300.000 sono romeni. Questo vuol dire che molte persone che si erano registrate nell'anagrafe hanno lasciato il Paese, cosa che corrisponde, tra l'altro, a quello che riscontrano le autorità di questi Paesi, cioè un rientro a casa delle persone, visto che le loro condizioni economiche sono migliorate. Insomma, siamo già riusciti a identificare molta di quella differenza, addirittura per nazionalità.


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PRESIDENTE. Ringrazio, a nome di tutti i colleghi, l'ISTAT per il prezioso contributo che ci ha offerto e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,35.