• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

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Atto a cui si riferisce:
S.3/03112 [Prelevamento coattivo di un minore a Cittadella]



Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-03112 presentata da GIULIANA CARLINO
martedì 16 ottobre 2012, seduta n.814

CARLINO, BELISARIO, PEDICA - Ai Ministri dell'interno e della giustizia - Premesso che:

il grave episodio accaduto il 10 ottobre 2012 presso la scuola elementare di Cittadella, in provincia di Padova, che ha visto coinvolto un minore di dieci anni, ha generato in questi giorni una spirale di emozioni alimentata dalle immagini diffuse dai media nazionali e dagli innumerevoli dibattiti che ne sono seguiti;

nella ricostruzione fornita dal Sottosegretario di Stato per l'Interno, dottor Carlo De Stefano, nell'ambito dell'informativa urgente resa presso la Camera dei deputati il 12 ottobre 2012, emerge che: "nella mattinata del 10 ottobre scorso il padre del bambino ha comunicato via mail all'ufficio minori della questura di Padova che la Corte di appello di Venezia aveva appena rigettato il ricorso con il quale la madre aveva chiesto la sospensiva del provvedimento di allontanamento dall'ambiente familiare materno. Il responsabile dell'ufficio minori prendeva contatti con i servizi sociali del Comune incaricati della esecuzione del provvedimento per valutare l'opportunità di eseguire immediatamente l'intervento. Ciò al fine di evitare che la madre del minore, qualora fosse giunta a conoscenza della decisione del giudice, potesse - come già avvenuto in altre due precedenti circostanze - rendere impossibile l'esecuzione del provvedimento";

si legge ancora nell'intervento del Sottosegretario: "L'assistente sociale, dopo aver contattato il padre del minore e lo psichiatra consulente tecnico della Corte d'appello, ha ritenuto di procedere all'esecuzione individuando, d'intesa con il medico, l'area antistante la scuola quale luogo più idoneo per l'intervento. L'ambiente" è stato "considerato neutro rispetto alla casa familiare, ove i precedenti tentativi erano stati vanificati dalla resistenza del bambino", con la complicità dei "componenti della famiglia materna, in particolare la zia e il nonno";

occorre considerare che per l'affidamento del bambino, i genitori hanno intrapreso una lunga battaglia legale, per cui già nei mesi scorsi le Forze di polizia avevano tentato di portar via il minore dalla casa materna, ma senza riuscirvi. Ciò, a giudizio degli interroganti, avrebbe dovuto indurre a maggiore cautela nella pianificazione ed esecuzione stessa del provvedimento, onde non porre in essere situazioni potenzialmente lesive dell'incolumità psicofisica del minore;

stando alla ricostruzione suddetta, in base ad accordi intercorsi con il direttore scolastico, il bambino avrebbe dovuto essere invitato ad uscire dall'aula affinché, prima di essere accompagnato presso la comunità di accoglienza, avesse un colloquio gestito dai servizi sociali e dallo psichiatra. Anche in questa occasione, il bambino, intuito il pericolo, si è rifiutato di uscire dall'aula. È seguito, quindi, l'allontanamento degli altri allievi, così da permettere, allo psichiatra, allo psicologo e agli operatori della Polizia di entrare in aula. La resistenza del bambino avrebbe spinto gli operatori sanitari a richiedere l'intervento del padre, al fine di convincere il bambino ad uscire;

seppur a fatica, il minore è stato condotto fuori dall'aula, ma la sua reazione, testimoniata dalle immagini ormai tristemente note, è diventata sempre più forte, nel tentativo di opporsi strenuamente all'allontanamento dalla madre e di invocare l'intervento della famiglia materna, nel frattempo giunta presso la scuola. Un video girato dalla zia materna riprende il bambino mentre viene trascinato a terra e portato a forza in una automobile, nonostante lamenti la mancanza di respiro;

considerato che a giudizio degli interroganti:

l'episodio accaduto può essere letto su livelli differenti: il primo, quello del contrasto tra i genitori del bambino, che non può essere oggetto di rilievi in questa sede; il secondo, inerente alle modalità adottate per eseguire un ordine dell'autorità giudiziaria che presupponeva aspetti di particolare delicatezza, tenuto conto che qualunque provvedimento sui minori va eseguito con una cautela particolarissima;

le decisioni relative all'affidamento dei figli minori sono sicuramente le più delicate tra quelle cui è chiamato il giudice nelle controversie conseguenti allo scioglimento della famiglia. La scelta del genitore affidatario è fondamentale, così come lo è il ruolo dell'altro genitore, che pure può e deve essere presente nella vita dei figli. Il giudice non è quindi investito solo del potere di disporre l'affidamento, ma può adottare ogni altro provvedimento che abbia esclusivo riferimento all'interesse del bambino. È evidente, quindi, che, prima di pervenire ad una scelta, occorre fare valutazioni che non sono squisitamente giuridiche ma anche - e soprattutto - di carattere psicologico;

in tal senso, si sarebbe potuta considerare un'ipotesi di affiancamento di un educatore all'interno della famiglia dove il bambino viveva, così da attenuare le ragioni del suo rifiuto, anche coinvolgendo i genitori e favorendo l'avvio di un confronto non giudiziario tra i genitori stessi, al fine di migliorare le condizioni relazionali e costruire un percorso di sostegno alla genitorialità adeguatamente monitorato e, in caso, di violazione dei precetti del giudice, debitamente sanzionato;

con riguardo alle modalità di esecuzione del provvedimento, come affermato dallo stesso Sottosegretario De Stefano nel corso dell'informativa urgente, è già stata disposta un'inchiesta interna, volta a verificare le cause di un comportamento che "non è sembrato adeguato rispetto a un contesto ambientale piuttosto difficile e ostile, che avrebbe potuto suggerire diverse modalità operative";

poiché il minore - soggetto terzo incolpevole e passivo del conflitto tra i suoi genitori - non può paradossalmente venire a soffrire anche delle conseguenze degli opportuni provvedimenti adottati a causa della condotta di un genitore rivelatasi pregiudizievole ad un suo sano ed equilibrato sviluppo, è fondamentale che si dia seguito a quanto sancito dalla sentenza della Corte costituzionale 14 luglio 1986, n. 185, laddove si ricorda che nelle deliberazioni relative a figli minorenni il giudice, a differenza delle decisioni da lui assunte nei procedimenti contenziosi, non si pronuncia su quale dei litiganti abbia ragione, bensì sceglie la soluzione migliore per il minorenne nel suo esclusivo interesse. A tal proposito va sottolineato che tutti i provvedimenti presi in sede di cognizione devono essere successivamente attuati tenendo conto soltanto di tale interesse e non di quello di uno o dell'altro genitore. Pertanto anche nella fase della esecuzione bisogna svolgere le opportune indagini soprattutto in presenza di reiterate resistenze da parte del minore ad ottemperare alle condizioni statuite dal giudice del merito. Onde evitare un ulteriore danno ai minori già penalizzati perché privi di un sereno ambiente familiare, è indispensabile che il giudice competente ad attuare il provvedimento possa contare su validi supporti e su figure professionali specializzate, per verificare, in concreto, l'eseguibilità del provvedimento e su équipe specializzate delle Forze dell'ordine in grado di valutare, nel momento stesso in cui vengono poste in essere, le migliori modalità per proseguire o, se del caso, sospendere, l'esecuzione stessa in stretto raccordo con l'autorità giudiziaria;

se in questa vicenda l'interesse esclusivo del minore fosse effettivamente stato trattato come prioritario, imponendone quindi la prevalenza rispetto agli altri interessi ed improntando tutte le azioni al perseguimento di questo e non di altri obiettivi, non si sarebbe giunti alla situazione attuale che, senza dubbio, ha generato nel bambino un trauma profondo che va a sommarsi a quelli già subiti nel corso di questi anni a causa della conflittualità tra i genitori,

si chiede di sapere:

se non si ritenga che le modalità con le quali si è ritenuto di dare assistenza agli operatori dei servizi sociali per consentire che venisse attuato un provvedimento esecutivo dell'autorità giudiziaria siano incompatibili con il supremo interesse del minore di cui alla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, ratificata con legge 27 maggio 1991, n. 176, che costituisce cornice insuperabile di ogni intervento in tali delicatissimi ambiti;

se in campo formativo sia garantita alle Forze dell'ordine, su tutto il territorio nazionale, adeguata preparazione nel predisporre ed affrontare l'esecuzione di provvedimenti di allontanamento dei minori dalla residenza familiare, onde evitare che conflitti irresponsabili tra genitori si scarichino drammaticamente sui figli ed attenuare, al contrario, il trauma che l'allontanamento in sé sempre comporta;

se non si ritenga doveroso evitare, per il futuro, operazioni di prelevamento coattivo dei minori, tanto più in ambiente scolastico, in considerazione dell'impatto negativo che esse possono produrre - oltre che sui diretti interessati - anche sugli altri studenti, in quanto la scuola dovrebbe costituire un luogo di socializzazione e protezione e il criterio del minor pregiudizio del bambino dovrebbe essere un imprescindibile riferimento per la condotta di quanti sono chiamati ad applicare la legge ed i provvedimenti del giudice competente;

quale livello di coordinamento - inteso nel senso di una adeguata preparazione dell'evento sia sotto il profilo temporale che sotto quello eminentemente operativo nell'immediatezza dei fatti per come essi venivano a prodursi - ci sia stato con l'équipe psicopedagogica della scuola e con i competenti presidi sul territorio, tenuto conto del prevedibile contesto ambientale di ostilità in cui si sarebbe svolta l'esecuzione del provvedimento medesimo;

se, nello specifico, siano stati adeguatamente considerati - ed eventualmente per quale ragione siano stati esclusi - luoghi, modalità e orari alternativi rispetto a quelli prescelti e perché comunque, una volta in atto le dinamiche fortemente oppositive del bambino, non si sia scelto di sospendere l'esecuzione del provvedimento e consultare il giudice in merito alla miglior condotta da seguire nel caso concreto;

per quale motivo non si sia lasciato il compito di contattare il bambino all'interno della scuola esclusivamente agli psicologi dell'infanzia e al personale scolastico di riferimento per il minore, lasciando sempre e comunque all'esterno dell'istituto le Forze dell'ordine;

per quale ragione non si sia riusciti, da parte dei diversi soggetti a ciò preposti, a mettere in condizione il minore di riavvicinarsi progressivamente al padre, rispettandone i tempi e la integrità psichica, in luoghi effettivamente neutri, quale l'ambiente scolastico non si è rivelato anche per la presenza e l'azione di adulti coinvolti dalla dolorosa vicenda;

per quali motivi si sia ritenuto di non continuare a lavorare dal punto di vista psicologico con i genitori al fine di preparare un allontanamento meno traumatico, dal momento che va rimessa all'apprezzamento delle autorità procedenti la possibilità di adottare i canoni più aderenti alla specificità di ogni situazione, sulla base di scelte coerenti e ragionate, fondate su canoni concreti, e non su astratte e generiche considerazioni, così che il riferimento all'interesse del minore non si risolva in una vuota formula di stile ma sia concretamente garantito;

quale fosse, nello specifico, il livello di competenza, esperienza e preparazione psicopedagogica del gruppo di agenti che hanno condotto l'operazione in questione, con particolare riferimento alla specializzazione che è necessario e logico richiedere allorché ci si accinge alla esecuzione di un provvedimento di allontanamento di un minore dall'ambiente familiare, materno o paterno che sia;

perché sia stato permesso ad un genitore di trascinare il minore in presenza degli agenti, essendo tale comportamento visibilmente incompatibile con il supremo interesse del bambino, tenuto conto del fatto che la conflittualità pregressa tra genitori - arrivata deprecabilmente a coinvolgere altri esponenti della rispettiva cerchia parentale - avrebbe ben potuto suggerire la particolare situazione di pericolo cui, incolpevolmente, si trovava esposto il bambino;

quali forme concrete di aiuto e sostegno psicologico si intendano assicurare al bambino per aiutarlo a superare il trauma subito, che si aggiunge alle situazioni di estrema difficoltà narrate nelle relazioni peritali e nel complesso della tormentata vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto, con particolare riferimento a possibili fattori di rischio evolutivo o all'instaurarsi di disturbi psicopatologici;

se non si ritenga, per quanto di propria competenza, di valutare ogni possibile iniziativa volta a disciplinare più accuratamente le modalità di esecuzione dei provvedimenti che riguardano i minori, assicurando il controllo e il monitoraggio del giudice che ha emesso il provvedimento, onde evitare che la costruzione del rapporto con le figure genitoriali possa essere coercitivamente imposta con le modalità di cui in premessa.

(3-03112)