• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00117 [Ridare slancio alla crescita e di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro]



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00117 presentata da ANTONIO BORGHESI testo di giovedì 4 ottobre 2012, seduta n.697
La Camera,
esaminata la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2012;
rilevato che:
con la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2012, il Governo ha aggiornato le stime sulla crescita e i conti pubblici per il periodo 2012-2015 rispetto ai dati comunicati nello stesso DEF 2012 dello scorso 18 aprile, rivedendo al ribasso le previsioni di crescita a causa del peggioramento dello scenario internazionale, in particolare della zona euro;
il Governo ha giustamente rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2012 e 2013 e al rialzo quelle sul deficit pubblico e sul debito. La recessione quest'anno sarà due volte più dura del previsto (il calo del PIL sarà del 2,4 per cento anziché dell'1,2 per cento) e ciò farà aumentare il deficit pubblico nel 2012 di quasi un punto di PIL (da 1,7 a 2,6 per cento);
dalla presentazione del Documento di economia e finanza nel mese di aprile lo scenario macroeconomico si è ulteriormente deteriorato a seguito dell'acuirsi delle tensioni sui mercati del debito sovrano e per effetto dell'incertezza che ha caratterizzato il contesto dell'area dell'euro, nonché per le contemporanee manovre di tagli dei bilanci pubblici in Europa che hanno provocato nel nostro Paese un'ulteriore recessione stimabile in circa l'1 per cento del PIL secondo una stima della Banca d'Italia;
secondo l'esecutivo il nostro prodotto interno lordo scenderà del 2,4 per cento nel 2012, contro una previsione del -1,2 per cento, mentre nel 2013 non è prevista nessuna ripresa. Anche nel prossimo anno i conti si dovrebbero chiudere con un ulteriore -0,2 per cento contro il +0,5 per cento previsto;
le previsioni sbagliate del Governo sono state enucleate nel mese di aprile scorso malgrado già all'epoca, secondo il giudizio del Fondo monetario internazionale (FMI) racchiuso nei documenti del Word outlook e del Fiscal monitor illustrati a Washington, le misure di risanamento adottate dall'Italia non sarebbero bastate a pareggiare il bilancio entro il 2013 perché deficit e debito pubblico sarebbero cresciuti mentre ciò che mancava era la crescita;
infatti, a causa dell'aumento del debito e nonostante le misure di austerità adottate, il pareggio di bilancio, sempre secondo il FMI, verrà rinviato al 2017. Ancora oggi, invece, il Governo conferma l'obiettivo del bilancio in pareggio in termini strutturali nel 2013;
il debito pubblico arriverà a toccare il 126,4 per cento del PIL, rispetto al 120,1 del 2011, confermandosi il più alto dell'eurozona dopo quello della Grecia; il rapporto debito/PIL sarà del 126,1 per cento nel 2013;
secondo le stime del Governo la crescita è prevista soltanto nel 2014 (+1,1 per cento e poi +1,3 per cento nel 2015), beneficiando sia del miglioramento della domanda mondiale sia dell'impatto dei recenti provvedimenti varati dal Governo;
questa ripresa dovrebbe arrivare grazie alle «riforme», di cui ancora non sono però chiari i contorni;
per il 2013, gli analisti prevedono in realtà una contrazione che andrà dallo 1,2 per cento al 2 per cento a seconda dei tagli e delle nuove tasse che saranno contenute nella legge di stabilità per il 2013;
come indicato dalla Nota di aggiornamento al DEF 2012, il tasso di disoccupazione raggiungerebbe in Italia il 10,8 per cento nel 2012 per poi aumentare all'11,4 per cento nel 2013;
nei fatti, la recessione in atto ha fatto sì che - secondo quanto emerge dai dati della Confindustria - tra il secondo trimestre 2012 e lo stesso periodo del 2011, in Italia i disoccupati siano 758 mila in più. A fine 2013, la forza lavoro non utilizzata (valutando sia i disoccupati che i fruitori di cassa integrazione) salirà al 13,9 per cento, dal 12,8 per cento di fine 2012. Cifre a cui bisogna aggiungere il dato sui lavoratori ormai scoraggiati che non cercano neanche più lavoro uscendo di fatto dalle statistiche, stimati dall'Istat in misura pari a circa 2,897 milioni nel 2011, in aumento su base annua di circa il 5 per cento;
una grossa fetta della popolazione femminile è tagliata fuori dal mercato del lavoro, e la disoccupazione riguarda un terzo dei giovani italiani. Dal 2007 al 2011 il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è infatti passato dal 24 al 32 per cento, con un ulteriore balzo al 39,3 per cento nel primo trimestre 2012. La crisi incide in misura maggiore su i più giovani, perché sono loro i principali utilizzatori dei contratti di lavoro temporaneo ed i primi ad essere licenziati;
il nostro Paese sta tragicamente vivendo una vera e propria emergenza occupazionale, che si aggraverà nei prossimi mesi;
i consumi delle famiglie si stanno notevolmente riducendo, infatti secondo la Nota di aggiornamento del DEF, nel 2012 la spesa delle famiglie diminuirà del 3,3 per cento e l'anno prossimo dello 0,5 per cento. I consumi risaliranno solo nel 2014, con un +0,6 per cento, mentre nel 2015 ci sarà ancora un debole +0,8 per cento. Quest'anno, afferma il Governo, la domanda interna sarà «particolarmente debole. Sulle decisioni di spesa delle famiglie inciderebbero l'andamento del mercato del lavoro e quello del reddito disponibile, in un contesto di fiducia attualmente ai minimi storici. Nel medio termine - aggiunge il DEF - la spesa delle famiglie ritornerebbe e crescere a ritmi moderati»;
il premier Mario Monti ha precisato che: «non lavoriamo per l'aumento delle tasse e delle imposte ma per ottenere riduzioni della spesa pubblica, con la spending review, per evitare in particolare l'aumento di due punti dell'Iva già previsto per ottobre e che avrebbe avuto un effetto depressivo per l'economia, con effetti perversi in quanto misura fiscale regressiva»;
ma, il decreto-legge n. 95 del 2012, cosiddetto «decreto sulla spending review», consisteva in una vera e propria manovra correttiva di finanza pubblica, perpetuando la prassi dei tagli lineari e non inaugurando la stagione della revisione strutturale dei meccanismi che alimentano la spesa pubblica corrente. Si prevedono altri tagli in autunno, con la legge di stabilità, per assicurare ulteriori riduzioni di spesa per scongiurare l'aumento dell'Iva al 23 per cento;
il Governo ha escluso di voler ricorrere ad una manovra bis, ma è certo che in questo modo l'obiettivo del pareggio di bilancio al 2013 si allontana ulteriormente e si allontanano sempre più la possibilità di reperire i fondi necessari all'adozione di misure espansive. Saranno infatti necessari nuovi tagli alla spesa pubblica se si vuole di fatto impedire l'aumento dell'Iva o detassare il lavoro per stimolare la crescita;
si prevede, infatti, un'altra «spending review» per un ammontare di circa 6 miliardi, e l'adozione di ulteriori misure fiscali per aumentare le entrate. Sappiamo bene che il nome di «spending review» è un nome usurpato dietro al quale si nasconde la solita manovra correttiva come è stato con il decreto-legge n. 95 del luglio 2012;
il vero problema verrà dopo con l'applicazione del cosiddetto «fiscal compact», il quale prevede una riduzione del debito pubblico superiore al 60 per cento del PIL di un ventesimo l'anno, per vent'anni. Una mannaia pesantissima, che per l'Italia potrebbe significare un obbligo a tagli netti del debito per 40-50 miliardi l'anno;
non si risolverà certo la crisi con le politiche di «austerità espansiva» che l'hanno provocata. Pensare che il taglio nei deficit pubblici possa essere compensato dall'aumento di altre componenti della domanda aggregata è una pia illusione. Come mostrato in studi e dall'esperienza pratica (vedi Grecia), il moltiplicatore fiscale in una fase di recessione è positivo, e l'austerità porterà quindi ad un calo del PIL maggiore del calo del debito rendendo impossibile raggiungere l'obiettivo della riduzione del rapporto debito/PIL;
come afferma persino il Centro studi di Confindustria (Nota dei C.S.C. del 25 Giugno 2012): «Le condizioni economiche dell'Area euro si stanno rivelando molto peggiori di quel che era stato previsto pochi mesi fa. Le misure finora adottate dalla BCE e dai governi, alla luce dell'andamento delle variabili reali e della reazione dei mercati finanziari (con una stretta interrelazione in entrambe le direzioni tra le prime e i secondi), si sono dimostrate del tutto inadeguate». In particolare, le politiche di bilancio improntate al solo rigore, invece di stabilizzare il ciclo, stanno facendo avvitare su se stessa l'intera economia europea;
una politica diversa era possibile. Si sarebbe potuto avviare riforme strutturali come un maggior ruolo del pubblico nella gestione delle banche ed una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie; si sarebbe potuto fissare una quota adeguata del PIL da destinare alla formazione e alla ricerca; adottare una tassazione sui grandi patrimoni; varare una legge urbanistica per proteggere il nostro territorio dall'indiscriminata e pericolosa cementificazione; si potevano separare le banche commerciali da quelle d'affari; limitare l'utilizzo dei prodotti finanziari rischiosi, regolamentare i movimenti di capitali; creare un agenzia pubblica di rating; intervenire con più efficacia nel contrasto all'evasione fiscale; impostare una politica industriale volta alla conversione ecologica del nostro sistema produttivo e dei servizi ed infine adottare una reale politica contro la corruzione e gli sprechi di denaro pubblico;
niente di tutto ciò è stato fatto con le conseguenze economiche e sociali che sono sotto gli occhi di tutti;
i sacrifici cui sono stati e saranno ancora chiamati gli italiani non sono tollerabili quando sì assiste ancora allo spettacolo indecoroso di politici corrotti che impunemente utilizzano denaro pubblico per fini privati;
nell'ultimo decennio la spesa pubblica è aumentata in valori assoluti di quasi 200 miliardi (dati Istat) e per la Corte dei conti la spesa pubblica primaria è aumentata di circa il 5 per cento in media all'anno, accrescendo l'incidenza sul PIL di quasi 8 punti;
tenendo ferma la spesa reale, bastava impiegare quel dividendo per azzerare il deficit pubblico, e sarebbero rimaste ulteriori risorse sia per investire sia per ridurre le imposte. Invece, si è fatto il contrario: si è alzata la spesa, alzato le tasse a livelli record e ulteriormente alzato il debito pubblico. Il Paese è rimasto così schiacciato da una gravissima recessione, ben più grave di quelle registrate da altri paesi dell'Unione europea;
i tagli alla spesa pubblica andrebbero fatti per un «dividendo comune»: abbassare le tasse sul lavoro ed impresa per crescere tutti di più;
non basta agire, per ottenere domanda aggregata, con il taglio delle imposte attuato in parallelo al taglio delle spese, teorizzando che il moltiplicatore delle imposte sia più grande di quello della spesa. Infatti, quest'aspetto non è scontato; esso dipende in larga misura dalle concrete misure adottate. Per questo proponiamo di abbassare le imposte che gravano sui redditi medio-bassi e l'eliminazione del costo del lavoro dall'imponibile Irap (una vera e propria tassa sull'occupazione) a partire dalle PMI;
nella Nota di aggiornamento al DEF si legge che la pressione fiscale, dopo i provvedimenti dei Governi Berlusconi e Monti e dopo il netto aumento atteso per l'anno in corso al 44,7 per cento, pari a oltre due punti percentuali, è prevista in lieve aumento nel 2013 al 45,3 per cento, una delle più alte al mondo. La pressione poi dovrebbe scendere nel 2014 (al 44,8 per cento) e nel 2015 (al 44,6 per cento);
a proposito di entrate, non si capisce come un decremento del PIL doppio rispetto a quello previsto non si riverberi sulle previsioni delle entrate le quali, stando ai dati del Governo, dovrebbero diminuire di circa 6-7 miliardi di euro. Almeno che si pensi di utilizzare il gettito derivante dal contrasto all'evasione invece che per diminuire la pressione fiscale, per riequilibrare il gettito tributario che verrà a mancare;
il presidente della Corte dei conti già nell'ambito dell'audizione sul DEF 2012, svolta presso le Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, aveva rilevato che: «Il pericolo di un corto circuito rigore/crescita non è dissipare nell'impianto del DEF 2012-2015, impegnato a definire il profilo di avvicinamento al pareggio di bilancio in un arco di tempo molto breve. L'urgenza del riequilibrio dei conti si è tradotta, pertanto, inevitabilmente nel ricorso al prelievo fiscale, forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per ulteriori effetti recessivi indotti dalle stesse restrizioni di bilancio. Con un consistente depauperamento dei benefici attesi e con li rischio di ricorrenti ma non risolutivi adeguamenti dell'intensità delle manovre correttive.»;
di nuovo, nel corso dell'audizione della Corte dei conti, il 2 ottobre 2012, di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2012, il presidente Luigi Giampaolino, ha evidenziato il «pericolo di un corto circuito rigore-crescita, favorito dalle manovre correttive delineate nel DEF: per quasi il 70 per cento affidate, nel 2013, ad aumenti di imposte e tasse». Questo con una pressione fiscale oltre il 45 per cento «già fuori linea nel confronto europeo» e tale da generare un ulteriore effetto recessivo;
il presidente Giampaolino ha inoltre sottolineato la preoccupazione che il pareggio nel 2013 poggi su un «equilibrio precario». Ha avvertito che «dosi crescenti di austerità e rigore», si rivelino «una terapia molto costosa e in parte inefficace» e ricorda la contrazione del 4 per cento delle spese delle famiglie e il calo del PIL. Per questo è necessario aprire «una prospettiva di riduzione della pressione fiscale»;
valutato altresì che:
il bilancio complessivo del Governo Monti è sostanzialmente fallimentare. In nove mesi lo stock del debito pubblico italiano è cresciuto da 1,897 miliardi di euro a 1.996 miliardi, dal 120 per cento al 123 per cento del PIL, ed aumenterà ancora. La recessione prosegue malgrado - sarebbe meglio dire «a causa di ...» - tutti i sacrifici che hanno gravato su lavoratori e lavoratrici, famiglie e pensionati. Lo spread (provvisoriamente) si è abbassato solo grazie all'intervento della BCE;
dopo il taglio delle pensioni, l'aumento delle accise e dell'Iva (tutte tasse indirette che colpiscono proporzionalmente in misura maggiore i ceti popolati), l'Imu sulla casa, la liberalizzazione del mercato del lavoro che toglie diritti ai lavoratori senza ottenere un solo posto di lavoro in più, siamo arrivati a questi risultati a dire poco preoccupanti;
né il drastico prolungamento dell'età pensionabile, né le cosiddette liberalizzazioni, né il tentativo di abolire l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, hanno nulla a che vedere con la riduzione del debito pubblico italiano. Anzi, il rapporto debito/prodotto interno lordo è ancora cresciuto per via della recessione incalzante;
dunque, sacrifici - a senso unico a carico dei ceti popolari - mentre il debito rimane immutato, anzi cresce, la disoccupazione aumenta, le tasse aumentano e calano i consumi. In definitiva, i problemi sono stati solo rinviati, e il peggio potrebbe ancora arrivare;
si è, infatti, instaurata nel nostro Paese ed a livello europeo una spirale perversa di politiche di austerità che incidono negativamente sulla crescita deprimendo il PIL, che a sua volta diminuisce le entrate dello Stato e ne aumenta le spese per fare fronte alla disoccupazione crescente;
basti pensare che a dicembre del 2011 il Governo prevedeva per il 2012 una diminuzione del PIL dello 0,4 per cento. Ma secondo l'Istat il PIL italiano nel secondo trimestre del 2012 è diminuito del 2,6 per cento (il Governo dei «tecnici» ha dunque commesso un errore madornale nelle previsioni), i consumi durevoli e gli investimenti del 10 per cento. La recessione affonda l'economia ma anche i conti pubblici;
il Governo non solo non ha previsto la dimensione della recessione, ma in gran parte l'ha causata. Le manovre di tasse e tagli, infatti, hanno prodotto una riduzione del PIL di un punto percentuale. Lo certifica nel suo ultimo bollettino (luglio 2012) la Banca d'Italia (e lo ha ammesso persino Monti). La cura ha dunque fatto molto più male della malattia;
dopo i 145 miliardi recuperati con le due manovre estive «anti-crisi» di Tremonti, datate 2011, il Governo dei «tecnici» hanno tagliato la spesa e tassato gli italiani per 63,2 miliardi (tra manovra «Salva Italia» e «spending review»). Le manovre hanno complessivamente causato una riduzione del reddito del Paese di circa 16 miliardi. Rendendo così più difficili da raggiungere gli obiettivi per raggiungere i quali erano stati escogitati tagli e tasse;
rimane la preoccupazione per il livello raggiunto dal debito pubblico, che deve necessariamente scendere per rispettare gli impegni con l'Europa. La soluzione già individuata dal Governo è quella di ricorrere alle dismissioni del patrimonio pubblico: partecipazioni pubbliche ed immobili i cui proventi dovrebbero, secondo le stime, equivalere ad un punto percentuale di PIL (oltre 16 miliardi all'anno);
le proposte per ridurre lo stock del debito si accavallano e mettono insieme vendite di beni pubblici, patrimoniali, emissione di obbligazioni, valorizzazioni delle concessioni demaniali. In alcuni casi questi progetti sono supportati da una documentazione, in altri casi da interviste a giornali e conferenze stampa, senza star troppo a badare alla quadratura dei conti;
per tutti questi motivi non si può condividere l'ottimismo del ministro Vittorio Grilli che afferma che: «grazie alla gestione oculata delle finanze pubbliche, alle riforme strutturali introdotte e grazie ai segnali di svolta per la stabilirà finanziaria nell'Eurozona, è possibile una rapida inversione della congiuntura economica. Le condizioni congiunturali dell'economia mondiale e l'impatto della crisi finanziaria dell'euro hanno rallentato anche l'economia italiana,»;
nell'ambito del descritto quadro congiunturale non è pensabile una nuova manovra economica pesantemente recessiva, al contrario servono scelte coraggiose che permettano al nostro Paese, in tempi brevi, di ridare slancio alla crescita e di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro. In una fase economica di crescita praticamente nulla (se non negativa) come quella attuale, l'unico modo per diminuire la pressione fiscale è riuscire a ridurre la spesa pubblica corrente improduttiva in modo da annientare gli sprechi e individuare i possibili risparmi senza dover necessariamente ridurre la qualità dei servizi offerti ai cittadini;
ricordato che:
l'Italia dei Valori aveva presentata in occasione della discussione del DEF 2012, la Risoluzione 6-00108 che indicava all'esecutivo impegni ancora oggi attuali e validi, impegna il Governo ad adottare politiche al fine di:
a) ridurre in maniera strutturale la spesa pubblica improduttiva in modo da mantenere, se non addirittura aumentare marginalmente, la quota di spesa destinata agli investimenti e al riequilibrio infrastrutturale del Paese e ad un adeguato sistema di Welfare;
b) attuare una decisa riduzione della spesa pubblica isolando gli sprechi ed individuando i settori dove risparmiare senza tuttavia ridurre la qualità dei servizi offerti ai cittadini;
c) adottare un'efficace riduzione dei costi della politica, riducendo i livelli di Governo, a partire dall'abolizione costituzionale delle province, decurtando le società partecipate dallo Stato e dagli enti decentrati e contenendo la proliferazione dei servizi «esternalizzati», riducendo altresì drasticamente le consulenze, provvedendo altresì alla ulteriore contrazione e alla revisione dei compensi per i rappresentanti politici, nonché l'abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti, oltre che la progressiva eliminazione del ricorso agli arbitrati per quanto concerne le pubbliche amministrazioni;
d) stabilire in via definitiva, anche con procedura d'urgenza, nuovi parametri per le regioni relativi a tutti i costi della politica, che prendano le mosse dall'adozione di criteri standard al fine di promuovere l'omogeneizzazione delle diverse situazioni regionali, rispetto alla riduzione parametrata di tutti gli emolumenti percepiti dai consiglieri, dai presidenti e dai componenti della Giunta, alla riduzione del numero dei consiglieri e degli assessori, ed al fine di ridurre, limitare e uniformare, sulla base di criteri omogenei, la spesa dei gruppi consiliari, prevedendo il controllo della Corte dei conti;
e) con riguardo ad una maggiore efficienza della spesa per infrastrutture: 1) contrastare i diffusi fenomeni di illegalità che hanno inciso negativamente sull'efficienza della regolamentazione delle procedure di affidamento dei lavori pubblici e conseguentemente, sui costi di realizzazione; 2) operare scelte in materia di realizzazione di opere pubbliche basate su analisi trasparenti dei costi e dei benefici, contribuendo così anche a ridurre l'opposizione delle collettività locali alla realizzazione di un'opera sul proprio territorio; 3) monitorare costantemente lo stato di avanzamento degli interventi;
f) adottare misure efficaci per stimolare la crescita e l'innovazione con risorse certe, recuperando il divario di produttività innanzitutto rispetto agli altri paesi europei, anche attraverso la cooperazione strategica tra le università e le PMI; altresì promuovendo, tramite adeguate politiche industriali, lo sviluppo dei settori produttivi a più alta intensità tecnologica e la riconversione ecologica del nostro sistema produttivo a partire dal sostegno alle fonti energetiche rinnovabili, alla mobilità sostenibile, all'agricoltura biologica ed alla filiera corta dei prodotti agricoli;
g) rafforzare le misure di contrasto all'evasione fiscale mediante il reinserimento del reato di falso in bilancio, di disposizioni relative all'abuso del diritto tributario;
h) adottare provvedimenti volti all'inasprimento delle pene per i reati concernenti l'evasione e l'elusione fiscale, connessi alla esclusione dell'applicazione dell'istituto della sospensione della pena;
i) adottare un meccanismo volto alla riduzione della pressione fiscale con contestuale utilizzo dei maggiori incassi rinvenuti a seguito dell'adozione di una seria politica di lotta all'evasione fiscale provvedendo altresì ad alleggerire il carico fiscale che attualmente grava sul lavoro e sulle PMI;
j) accrescere la capacità competitiva delle imprese italiane, industriali e non, favorendone la crescita dimensionale, senza la quale le aziende avranno difficoltà ad affrontare con successo i processi di innovazione e internazionalizzazione imposti dal nuovo quadro competitivo mondiale;
k) adottare ogni iniziativa utile affinché venga assicurato che gli istituti di credito che beneficiano della garanzia di cui all'articolo 8 decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, provvedano alla concessione del credito alle PMI ed alle famiglie, monitorandone l'attività, inclusi: limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus a manager ed amministratori; riacquisto di strumenti di capitale di qualità inferiore a ristrutturazione di strumenti ibridi esistenti;
l) adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari e le banche commerciali, come primo passo fondamentale verso il superamento della crisi economica e finanziaria globale;
m) sostenere la proposta franco-tedesca di cooperazione rafforzata con l'obiettivo di creare un sistema europeo comune di tassazione delle transazioni finanziarie;
n) prendere le opportune iniziative per consentire alla Cassa depositi e prestiti, in considerazione del suo ruolo di soggetto finanziatore delle amministrazioni pubbliche, e in particolare di quelle locali, l'effettuazione di operazioni di cessione dei crediti scaduti ed esigibili, degli enti locali anche mediante cartolarizzazione degli stessi, con costi ed oneri finanziari a carico delle amministrazioni debitrici;
o) intervenire sul sistema sociale italiano al fine di ridurre le disuguaglianze e le disparità di trattamento;
p) mettere in atto misure concrete per il contrasto alla disoccupazione, con particolare riferimento a quella giovanile, rafforzare ed estendere gli ammortizzatori sociali, anche in modo da garantire un carattere universale della protezione in particolare includendo nell'ambito di applicazione della nuova Assicurazione sociale per impiego (ASPI), nella quale (in base alle disposizioni di cui all'articolo 2 della legge 28 giugno 2012, n. 92), sono destinate a confluire attraverso un periodo transitorio che si completerà nel 2017, tutte le forme di tutela per la disoccupazione involontaria con il graduale superamento della vigente indennità di mobilità, tutti i lavoratori con contratti cosiddetti «atipici» di cui al capo I del titolo III, ai capi I, II e III del titolo V e capi I e II del titolo VII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
q) previo confronto con le parti sociali, risolvere definitivamente il problema del lavoratori cosiddetti «esodati», includendo tra i soggetti interessati dalla deroga all'applicazione della nuova normativa in materia pensionistica di cui al comma 14 dell'articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, oltre ai lavoratori di cui allo stesso comma 14, anche i lavoratori il cui rapporto di lavoro si sia risolto o debba risolversi in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, o in applicazione di accordi collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale fino al 31 dicembre 2011;
r) bloccare, in via definitiva, il programma per la produzione e l'acquisto dei 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter;
s) procedere senza indugi all'archiviazione del progetto definitivo del ponte sullo Stretto di Messina, non ritenuto prioritario neppure dalla Commissione europea;
t) avviare, in raccordo con le regioni, un piano pluriennale per la difesa del suolo nel nostro Paese, quale vera e prioritaria opera infrastrutturale in grado non solamente di mettere in sicurezza il nostro fragile territorio, ma di attivare migliaia di cantieri con evidenti ricadute importanti dal punto di vista economico e occupazionale. Infatti, al posto di molte inutili grandi opere una manutenzione costante e diffusa del territorio mette in sicurezza il Paese e crea sviluppo nelle aree interne soggette all'abbandono: attività forestali, pescicoltura, allevamento di selvaggina, agricoltura non solo per produrre ma per lo svago e l'assistenza sociale;
u) abbattere lo stock del debito mediante:
1) l'attuazione di un programma di dismissioni di beni immobili di proprietà pubblica da attuarsi vincolando tutti i soggetti pubblici a cedere sul mercato gli immobili non strumentali e non sottoposti a vincoli ambientali e culturali;
2) il conferimento degli introiti di tali dismissioni, per quanto concerne le somme derivanti dall'alienazione di immobili di proprietà delle amministrazioni centrali, al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato, e finalizzare al ripianamento dei debiti delle autonomie locali, ove accertati, o alla spesa per investimenti delle medesime, per quanto concerne le somme derivanti dalle alienazioni di immobili di proprietà delle regioni e degli enti locali. Qualora non si realizzassero le dismissioni, i trasferimenti statali a qualunque titolo spettanti alle regioni e agli enti locali vanno ridotti di una somma corrispondente;
3) la cessione delle partecipazioni pubbliche nazionali e locali non ritenute strategiche.
(6-00117) «Borghesi, Mura, Donadi, Di Pietro, Evangelisti, Barbato, Cimadoro, Di Giuseppe, Di Stanislao, Favia, Aniello Formisano, Messina, Monai, Paladini, Palagiano, Palomba, Piffari, Porcino, Rota, Zazzera».