• Testo DDL 3125

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Atto a cui si riferisce:
S.3125 Modifica della legge 24 marzo 2001 n. 89 sull'equa riparazione





Legislatura 16ª - Disegno di legge N. 3125


 
 

Senato della Repubblica

XVI LEGISLATURA

 

N. 3125
 
 
 

 

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa dei senatori DELLA MONICA, D’ALIA, CHITI, D’AMBROSIO, CASSON, CHIURAZZI, CAROFIGLIO, GALPERTI, MARITATI, PERDUCA, SERRA, CECCANTI, ADAMO, FIORONI, PASSONI, GHEDINI, BERTUZZI, BLAZINA, MAGISTRELLI, DE SENA, SCANU, NEROZZI, COSENTINO, CARLONI, CHIAROMONTE, BIONDELLI, AGOSTINI, BARBOLINI
e DI GIOVAN PAOLO

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 31 GENNAIO 2012

Modifica della legge 24 marzo 2001, n. 89, sull’equa riparazione in caso
di violazione del termine ragionevole del processo

 

Onorevoli Senatori. – Una giustizia ritardata equivale a giustizia denegata, e rappresenta anche un pesante costo per lo Stato. Basti considerare che risultano destinati circa 250 milioni di euro per le richieste di indennizzo per violazione del termine di ragionevole durata del processo, avanzate in base alla cosiddetta «legge Pinto» (legge 24 marzo 2001, n. 89). E sul punto si è registrata una crescita media annua del 40 per cento, con conseguente passaggio del contenzioso dai circa 5.000 ricorsi del 2003 agli oltre 34.000 del 2009 e con effetto moltiplicatore. Il rimedio interno offerto dalla legge Pinto, dunque, ha tradito le aspettative e anziché ridimensionare il contenzioso esistente ha dato vita a un circolo vizioso che ne ha generato uno nuovo, che pesa per il 20 per cento sul carico di lavoro delle ventisei corti di appello italiane. Basta leggere la relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 del Presidente della Corte di cassazione per rendersi conto della drammaticità del problema.

    Il carico derivante dalle controversie di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, promosse ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, gravante in unico grado di merito sulle corti di appello, costituisce infatti una pendenza che ha raggiunto il numero di 44.357 procedimenti (+ 6.964 rispetto al 2009, pari a un aumento del 18,6 per cento), malgrado il forte incremento delle definizioni, pari a 26.125 (+ 22,7 per cento), che sono ancora inferiori, però, alle sopravvenienze (33.194) a loro volta cresciute dell’1,7 per cento.
    La forte e crescente incidenza di tali giudizi sul complessivo carico di lavoro delle corti, sull’impegno dei singoli consiglieri e sulla stessa funzionalità degli uffici, nonché la constatazione che anche nella trattazione di tali giudizi si verifica una frequente violazione del termine ragionevole di durata, con la paradossale conseguenza dell’applicazione della cosiddetta «legge Pinto» con riferimento alla durata dei giudizi inerenti alla violazione della stessa legge (cosiddetta «Pinto sulla Pinto»), rendono opportuna qualche specifica riflessione.
    In una logica deflattiva, in tali tipi di procedimento sarebbe auspicabile un maggior apporto collaborativo da parte dell’amministrazione, in termini sia di spontaneo adempimento dell’obbligo di indennizzo che di ricerca di accordi transattivi, tenuto conto degli ormai consolidati indirizzi giurisprudenziali della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di cassazione formatisi in materia, che consentono di formulare ragionevoli previsioni sulla sorte dei giudizi di equa riparazione via via intrapresi. Assume rilievo anche il principio dell’interesse alla proposizione del ricorso per equa riparazione, quando il valore del giudizio presupposto, come spesso accade, è di modestissima entità e comunque inferiore all’entità degli indennizzi normalmente riconosciuti in ragione del protrarsi della durata non ragionevole del processo, oppure nei casi in cui nel giudizio presupposto la domanda è rigettata per manifesta infondatezza e risulti dimostrata in atti la piena consapevolezza da parte del ricorrente dell’insuccesso a cui la sua iniziativa giudiziaria è destinata.
    Il presente disegno di legge vuole degiurisdizionalizzare la decisione sulle richieste di risarcimento di cui alla legge Pinto attribuendola ad un organo diverso dalla giurisdizione civile. Tale misura può essere realizzata attraverso l’affidamento alle prefetture della liquidazione delle somme determinate sulla base dei criteri già ormai ben codificati dalla Cassazione.

 

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

    1. Gli articoli 2, 3 e 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89, sono sostituiti dai seguenti:

    «Art. 2. - (Diritto all’equa riparazione). – 1. Chi ha subìto un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione.

    2. Nell’accertare la violazione deve essere data considerazione alla complessità del caso e, in relazione alla stessa, al comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché a quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione.
    3. Si presume che vi sia stata violazione se il procedimento ha ecceduto la durata di tre anni in primo grado, di due anni in grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, salvo che la parte interessata deduca e dimostri la sussistenza di specifiche circostanze di fatto idonee a rendere ragionevoli termini di durata massima maggiori o minori.
    4. Nella determinazione della durata del procedimento non si computano i periodi di sospensione previsti per legge nonché i rinvii disposti a richiesta di parte, salvo che la parte che richiede il risarcimento non si sia ad essi espressamente opposta.
    5. La riparazione è determinata a norma dell’articolo 2056 del codice civile, osservando le disposizioni seguenti:

        a) rileva solamente il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di cui ai commi da 1 a 4;

        b) il danno non patrimoniale è riparato, oltre che con il pagamento di una somma di denaro, anche attraverso adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell’avvenuta violazione;
        c) l’indennizzo è determinato in una somma da euro 500 a euro 2.000 per ogni anno di ritardo, a seconda della complessità oggettiva e soggettiva, per i processi penali, civili e amministrativi, salvo che la parte interessata non deduca e dimostri la sussistenza di specifiche circostanze di fatto idonee a dimostrare un danno maggiore o minore;
        d) si presume che il ritardo non abbia determinato alcun danno alla parte che è stata soccombente nel giudizio civile o amministrativo ovvero che è stata condannata nel giudizio penale, salvo che essa deduca e dimostri specifiche circostanze di fatto idonee a dimostrare la sussistenza in concreto di un danno effettivo;
        e) il danno è escluso nel caso di dichiarazione della temerarietà della lite e nell’ipotesi di estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

    Art. 3. - (Procedimento amministrativo). – 1. La domanda di equa riparazione si propone con ricorso notificato alla controparte e alla prefettura nel cui territorio si è svolto in primo grado il giudizio cui la domanda di indennizzo si riferisce.

    2. Per la proposizione del ricorso la parte deve avvalersi del ministero di un avvocato munito di procura speciale ai sensi dell’articolo 83 del codice di procedura civile.
    3. La domanda di riparazione è proposta a pena di decadenza entro sei mesi dalla data in cui la decisione che conclude il procedimento principale è divenuta definitiva.
    4. Il ricorso contiene, a pena di inammissibilità, le indicazioni prescritte dall’articolo 163 del codice di procedura civile, in quanto compatibile, nonché l’indicazione della somma che viene richiesta a titolo di equa riparazione, l’esposizione specifica delle circostanze di fatto poste a fondamento della domanda e l’indicazione dei documenti depositati.
    5. Entro il termine di dieci giorni dalla notifica del ricorso debbono essere depositati in prefettura i documenti prodotti a prova delle circostanze di fatto poste a base della domanda e tra di essi, a pena di inammissibilità della domanda, copia dell’atto introduttivo del giudizio principale e di tutti i provvedimenti pronunziati nel corso del processo e di tutti i verbali formati nel corso di esso.
    6. Il ricorso è proposto nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare. Negli altri casi è proposto nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze.
    7. L’amministrazione intimata, se non si oppone al ricorso proposto, deposita in prefettura dichiarazione di adesione entro trenta giorni e il prefetto emette decreto esecutivo.
    8. L’amministrazione intimata, se riconosce il diritto del ricorrente all’equo indennizzo ma ritiene dovuta una quantificazione diversa rispetto alla richiesta avanzata, la propone con dichiarazione di adesione che deposita in prefettura entro trenta giorni, notificandola al ricorrente entro il termine di sessanta giorni dalla notifica del ricorso. Il ricorrente, se accetta la proposta, deposita dichiarazione di accettazione entro venti giorni e il prefetto emette decreto esecutivo.
    9. Nell’ipotesi di adesione dell’amministrazione all’istanza di equa riparazione proposta o di accettazione del ricorrente della proposta dell’amministrazione, gli importi liquidati a titolo di indennità e di spese legali ed esborsi con decreto esecutivo del prefetto possono essere commutati in credito di imposta.
    10. Nei casi previsti dai commi da 7 a 9 il decreto esecutivo emesso dal prefetto contiene anche l’ordine, a carico dell’amministrazione intimata, del pagamento delle spese legali in misura pari ad una quota del 5 per cento della somma liquidata a titolo di equa riparazione, nonché delle spese sostenute e documentate per la copia dei documenti allegati, in misura pari a quella certificata dall’autorità che ha rilasciato la copia.
    11. Il ricorrente, se non accetta la proposta di diversa quantificazione avanzata dall’amministrazione, deposita entro venti giorni in prefettura dichiarazione con la quale la rifiuta. In tal caso l’amministrazione intimata può procedere ai sensi del comma 12.
    12. L’amministrazione intimata, se si oppone al ricorso, deposita memoria difensiva in prefettura, notificandola al ricorrente entro il termine perentorio di novanta giorni dalla notifica del ricorso. In tal caso, a pena di decadenza, nella memoria sono dedotte le specifiche circostanze di fatto che vengono opposte alla domanda di indennizzo e ad essa sono allegati i documenti che si intendono produrre.
    13. La parte ricorrente, entro il termine perentorio di venti giorni dalla notifica della memoria difensiva di cui al comma 12, può depositare in prefettura e notificare all’amministrazione intimata memoria integrativa contenente le deduzioni rese necessarie dalle eccezioni e dalle deduzioni dell’amministrazione intimata.
    14. Scaduti i termini di cui ai commi da 11 a 13, il prefetto decide senza ritardo sulla domanda di equa riparazione con decreto esecutivo che contiene anche l’ordine a carico della parte soccombente del pagamento delle spese legali in misura pari ad una quota del 10 per cento della somma liquidata a titolo di equa riparazione, nonché delle spese sostenute e documentate per la copia dei documenti allegati, in misura pari a quella certificata dall’autorità che ha rilasciato la copia. Il decreto non è esecutivo fino alla scadenza del termine per l’opposizione di cui all’articolo 4, salvo espressa rinunzia delle parti all’opposizione.

    Art. 4. - (Giudizio di opposizione). – 1. L’opposizione avverso il decreto di liquidazione emesso dal prefetto ai sensi dell’articolo 3 si propone, entro il termine perentorio di novanta giorni dalla comunicazione del decreto, alla corte d’appello che ha sede nel capoluogo del distretto determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, mediante ricorso depositato nella cancelleria della corte di appello, sottoscritto da un difensore munito di procura speciale e contenente gli elementi di cui all’articolo 125 del codice di procedura civile.

    2. L’opposizione sospende l’esecuzione del provvedimento.
    3. Nel giudizio di opposizione non sono ammesse domande o eccezioni nuove, né la deduzione di circostanze di fatto diverse da quelle fatte valere nel procedimento amministrativo né la proposizione di mezzi istruttori precedentemente non richiesti, salvo che la necessità di tali deduzioni sia stata determinata da fatti successivi o che si tratti di deduzioni o di mezzi istruttori illegittimamente dichiarati inammissibili nel procedimento amministrativo.
    4. I motivi dell’opposizione e dell’opposizione incidentale non possono essere modificati nell’ulteriore corso del processo.
    5. La corte di appello provvede ai sensi degli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile. Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione della camera di consiglio, è notificato, a cura del ricorrente, alla controparte; se la convenuta è l’amministrazione, la notifica è effettuata presso l’avvocatura dello Stato. Tra la data della notificazione e quella della camera di consiglio deve intercorrere un termine non inferiore a quindici giorni.
    6. La corte pronuncia, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, decreto impugnabile per Cassazione per violazione di legge».


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