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Atto a cui si riferisce:
S.1/00645 [Investimenti nel settore della cultura]



Atto Senato

Mozione 1-00645 presentata da FELICE BELISARIO
giovedì 31 maggio 2012, seduta n.734

BELISARIO, GIAMBRONE, CARLINO, BUGNANO, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,

premesso che:

il programma di riforme economiche approvato a Lisbona dai Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea nel 2000, cosiddetta Strategia di Lisbona, aveva come obiettivo, espressamente dichiarato, quello di fare dell'Unione la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010;

pertanto, oltre 10 anni fa la strategia di Lisbona individuava un obiettivo preciso e ambizioso per l'Unione europea: diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale;

i dati più recenti testimoniano come non solo l'Italia non abbia operato verso tali obiettivi ma come nell'ultimo decennio il divario con gli altri Paesi europei sia costantemente aumentato;

l'Italia ha il più importante patrimonio culturale al mondo, ma la cultura contribuisce per poco più del 2 per cento al prodotto interno lordo (Pil), meno della metà di Francia e Germania; dunque, il potenziale di crescita è enorme, ma mancano capacità e fondi;

gli interventi sul settore culturale, intesi come valorizzazione dei molteplici beni culturali e come sostegno e qualificazione delle università e degli istituti di ricerca, possono costituire stimolo al decollo di imprese innovative e rilanciare il turismo: basti pensare che una ricerca presentata nel 2010 calcolava in 3,8 milioni di unità l'occupazione legata alla filiera produttiva che ruota intorno al patrimonio culturale;

la miopia culturale ed economica di una politica di tagli nei settori della formazione e della ricerca è stata denunciata già nel "Manifesto per la ricerca in Europa", promosso nel 1996 dall'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli;

anche il Presidente della Repubblica, in occasione della XX giornata del Fai (Fondo ambiente italiano) di primavera, ha affermato: "Dobbiamo essere tutti convinti che se vogliamo più sviluppo bisogna saper valorizzare la risorsa della cultura" (si veda "Il Sole-24 ore" del 25 marzo 2012);

per "cultura" si deve intendere una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica e conoscenza, tutela e valorizzazione dei beni culturali, sviluppo della fruizione e della produzione culturale; in questo senso il rapporto dialettico tra sviluppo economico e culturale rappresenta un volano per la crescita produttiva e sociale;

il ruolo della cultura e del sistema di formazione in particolare risiede nell'attuazione del principio delle pari opportunità, nella realizzazione del merito reale e nella garanzia di quella mobilità sociale indispensabile in una società democratica;

considerato che:

la sconsiderata politica dei tagli degli ultimi anni ha messo in ginocchio tutti i settori della cultura, dalla scuola all'università, alla ricerca, ai beni culturali, determinando un'allarmante situazione generalizzata di regresso e di forte riduzione della mobilità sociale;

in particolare, si è proceduto a sottrarre sempre più risorse economiche dal sistema di istruzione fino ad arrivare al taglio epocale di più di 8 miliardi di euro, effettuato in applicazione dell'articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, che ha inferto un colpo letale al mondo della scuola;

il sistema di istruzione pubblica italiano è stato privato di circa 90.000 insegnanti negli ultimi tre anni e il decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 (art. 19, comma 7), nell'impedire, a partire dall'anno scolastico 2012/2013, un'integrazione degli organici rispetto all'anno scolastico precedente, di fatto ha determinato l'impossibilità di creare nuovi posti di lavoro per accogliere i giovani che usciranno dai corsi di tirocinio formativo attivo;

il precariato scolastico, che conta ormai oltre 200.000 insegnanti abilitati, è diventato un elemento strutturale del sistema, anche a causa delle suddette politiche che hanno impedito un graduale assorbimento di chi, dopo aver superato procedure concorsuali, per anni ha prestato la propria professionalità, garantendo di fatto il funzionamento della scuola pubblica;

i finanziamenti al sistema di istruzione pubblica, mai veramente adeguati alle sue reali esigenze, sono ulteriormente diminuiti con l'acuirsi della crisi economica e l'impennata del debito pubblico: nel 2010 essi sono crollati alla soglia del 4,2 per cento del Pil (dato, sic stantibus rebus, destinato ad un ennesimo decremento) a fronte di una media europea intorno al 6 per cento, mentre fino agli anni '90 la percentuale italiana di investimento in istruzione rispetto al Pil era pari al 5,5 per cento;

la dispersione scolastica conta numeri allarmanti: il 18,8 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi senza conseguire un titolo di scuola media superiore o una qualifica professionale (la media europea è pari al 14,1 per cento); l'abbandono si registra in misura maggiore tra i maschi che sono il 22 per cento, nel Mezzogiorno e nelle periferie delle metropoli; con la crisi economica si è interrotto il progressivo miglioramento che dal 2004 al 2010 aveva ridotto di 4 punti la dispersione scolastica;

nel triennio 2009-2011, contestuale all'iter e all'approvazione definitiva della legge di riforma universitaria (legge n. 240 del 2010), gli atenei sono stati sottoposti a una sorta di "condizione emergenziale" in materia di risorse e di assunzioni, come confermato dal calo (ridotto del 7,3 per cento nominale nel triennio 2009-2011) del personale e docente e ricercatore (ridotto del 10,5 per cento nel triennio 2009-2011);

oggi i giovani italiani tra i 30 e i 34 anni che hanno conseguito un titolo di studio universitario rappresentano una percentuale pari al 19,8 per cento, a fronte di una media Ocse pari al 37 per cento;

non si può chiedere alle università italiane, a fronte di un numero di docenti drammaticamente in calo (decremento del 10,5 per cento nel triennio 2009-2011) e di una conseguente offerta formativa pericolosamente decurtata, di continuare a ridimensionarsi anche negli anni successivi al triennio "emergenziale" appena trascorso;

in questa fase, dopo i durissimi sacrifici dell'ultimo triennio e dell'ultimo semestre in maniera particolare, il Paese deve ricominciare a crescere e a questa crescita non può né deve sottrarsi l'università che ne è motore fondamentale;

anche la capacità di intercettare fondi di ricerca, in particolare europei, risente del basso numero di ricercatori italiani in relazione alla popolazione, se confrontato con quello degli altri Paesi. È anche per questo motivo che l'Italia intercetta una frazione di fondi europei per la ricerca inferiore al contributo del Paese all'ammontare complessivo degli stessi. Un'ulteriore riduzione del numero di docenti e di ricercatori avrebbe un immediato riflesso negativo sulla capacità del sistema di competere nel contesto europeo;

la situazione strutturale del diritto allo studio contempla regolarmente un'insufficienza di fondi per garantire gli idonei, un quarto dei quali è non beneficiario e questo ha già determinato uno sforzo delle Regioni che pesa sempre tramite il corrispondente incremento delle tasse universitarie su studenti e famiglie, tanto che negli ultimi mesi, inoltre, le Regioni stanno avendo difficoltà anche a garantire i pagamenti degli idonei;

gli investimenti nel diritto allo studio vedono l'Italia agli ultimi posti in Europa, quando invece Germania e Francia investono fino a 10 volte di più;

dai dati relativi a un campione di 26 università statali, negli ultimi 4 anni il numero di borse bandite è sceso da 5.701 nel 2009 a 4.229 nel 2012 (con una riduzione del 25,8 per cento). Nell'ultimo anno la situazione varia moltissimo da un'università all'altra: se Trieste ha incrementato le borse del 17,4 per cento (portandole da 109 a 128), Catania le ha invece drasticamente ridotte da 251 a 48 (con un taglio netto dell'80,9 per cento); complessivamente, però, il trend è negativo;

circa il precariato universitario, il dato principale che emerge da un'attenta analisi dell'Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) sulla situazione negli atenei ad un anno dalla legge n. 210 del 2010, cosiddetta riforma Gelmini, è che i ricercatori restano senza alcuna prospettiva di carriera accademica nell'università italiana, dove ormai il precariato "in ingresso" è diventato strutturale e la stabilizzazione per la maggior parte delle nuove leve della ricerca non arriverà mai;

dall'analisi si riporta un dato allarmante: nell'ultimo anno i ricercatori precari sono passati da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). Pertanto questi quasi 20.000 precari sono stati "espulsi" dal sistema accademico: niente rinnovo, niente tutele, niente università. Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turnover. L'Adi stima che l'85 per cento degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria;

attualmente su ricercatori e docenti precari si reggono in maniera essenziale la didattica e la ricerca nel Paese. Prima della riforma Gelmini il 40 per cento della didattica era svolto da personale precario, mentre adesso sui 20.000 precari in procinto di uscire dal circuito accademico si basano attività strutturali ed ordinarie di didattica e ricerca;

in questo quadro, proprio in relazione alla preclusione di ogni possibilità di carriera per i precari, va infine segnalato che, a seguito del decreto legislativo n. 49 del 2012, sul cui schema si è espressa recentemente la 7a Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) del Senato, che attua la delega della legge n. 240 del 2010, si riduce in maniera drammatica la possibilità di reclutamento e avanzamento di carriera e si dimezzano le possibilità di utilizzo delle risorse per cessazioni, al punto che, se nel 2010 gli atenei in media sono riusciti a mantenere un reclutamento pari al 41 per cento circa dei pensionamenti, per via del decreto-legge n. 180 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 1 del 2009, già recante problemi, d'ora in poi la percentuale media, stando alle simulazioni del Ministero dell'istruzione, università e ricerca, sarà almeno dimezzata. A fronte di tutto questo, il Paese si trovava già nel 2010 quartultimo su 29 Paesi Ocse nel rapporto studenti-docenti;

la situazione è anche peggiore per quanto concerne i beni culturali, in cui il Paese ha investito nel 2010 solo lo 0,21 per cento del Pil, un valore tanto basso da mettere a rischio la tutela anche del patrimonio culturale più prezioso e noto come l'area archeologica di Pompei, il Colosseo, l'archivio nazionale, mentre il blocco delle assunzioni sta paurosamente depauperando la capacità dello Stato di assicurare la normale attività di tutela, affidando tale attività a interventi straordinari o al solo intervento del privato;

il FUS (Fondo unico per lo spettacolo) nel 2009 ammontava a 457 milioni di euro; per il 2011, dopo continue decurtazioni, il FUS poteva contare solo su 258 milioni di euro; con il congelamento di 27 milioni di euro, si è arrivati ad un record negativo di 231 milioni di euro, con evidente grave pregiudizio per tutti gli addetti del settore;

anche nel settore dei beni e delle attività culturali stanno crescendo forme di precariato privo totalmente di tutele, comprese quelle previste dalle nuove norme sul mercato del lavoro e si stanno mettendo a rischio le nuove attività produttive e libero professionali, pur cresciute negli ultimi anni;

considerato ancora che:

investire nell'intero settore culturale, con strategie di lungo periodo, serve alla crescita; bisogna quindi invertire completamente la pratica, consueta negli ultimi tempi, di considerare le risorse destinate alla cultura come spese inutili o comunque non prioritarie stante la situazione di crisi economica e dei conti pubblici;

investire sulla cultura è una delle principali strade percorribili dal Paese per uscire dalla crisi che, ormai, non è più solo economica, ma investe in maniera profonda e strutturale la radice stessa della società. I freddi dati numerici lo testimoniano: il suo indotto, fatto di turismo, nuove imprese, localizzazioni straniere e investimenti esteri, frutta ogni anno al Paese 68 miliardi di euro, il 5 per cento della ricchezza totale, dando lavoro ad oltre un milione e mezzo di persone, il 5,7 per cento del dato nazionale;

nel triennio 2007-2010, il valore aggiunto delle imprese della cultura è cresciuto del 3 per cento, ovvero secondo un tasso di crescita di 10 volte superiore rispetto a quello del Pil italiano (0,3 per cento), registrando un attivo di 13,7 miliardi di euro. L'export del settore vale 30 miliardi di euro e rappresenta l'8,9 per cento dell'export nazionale (dati dell'istituto Tagliacarne, 2011);

negli ultimi mesi, a difesa della cultura e della ricerca sono scesi in campo soggetti e interlocutori sociali eterogenei tra loro. Persino il quotidiano "Il Sole-24 ore" ha avviato una mobilitazione per la difesa ed il rilancio della cultura italiana quale fattore critico per lo sviluppo del Paese, tanto da affermare che: "La cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo" ("Il Sole-24 ore" del 19 febbraio 2012);

la cultura, in una parola, deve tornare al centro dell'azione di Governo; si tratta di una condizione imprescindibile per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura e senza innovazione ipotizza per loro un futuro da disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d'uscita;

offrire ai precari e ai giovani prospettive ragionevolmente certe di un futuro lavorativo stabile, in particolare a quelli che in questi anni hanno lavorato in modo discontinuo, pur essendo dotati di formazione e abilitazione professionale, diventa essenziale per restituire speranza al Paese e a milioni di famiglie italiane;

considerato infine che il settore della cultura nei suoi vari aspetti necessita dunque di risorse certe e continuative, e che alcune possibili fonti di finanziamento possono essere le seguenti: 1) in seguito alla spending review di cui è incaricato un gruppo di lavoro presieduto dal ministro Giarda, si possono distribuire in maniera più intelligente i tagli lineari definiti con le manovre di finanza pubblica recuperando finanziamenti per i settori della conoscenza e della cultura; 2) si possono innalzare le aliquote del prelievo erariale unico (PREU) sui giochi unificandole ad un'aliquota unica del 15 per cento, disposizione che determinerà un maggior gettito di almeno un miliardo e mezzo di euro all'anno; 3) si possono ridurre le spese militari a partire dalla soppressione del programma degli F35 e destinare i relativi fondi a spese di pace e certamente più utili per la crescita del Paese,

impegna il Governo:

1) ad adottare politiche che concentrino risorse aggiuntive sul settore della conoscenza, individuando fonti di finanziamento reperibili nell'immediato, anche operando una selezione delle priorità e delle urgenze di sviluppo;

2) a non perdere di vista l'importanza di investire nella scuola, nella preparazione dei giovani, nella valorizzazione dei saperi, anche restituendo al ruolo dei docenti la centralità che loro compete, affinché il sistema di istruzione diventi veramente innovativo e capace di interpretare la complessità del presente e di garantire più certezze nel futuro;

3) a programmare la costruzione di un sistema integrato e trasversale che coinvolga formazione, università, nuove tecnologie e linguaggi multimediali, biblioteche, editoria, eventi, musei, valorizzazione del patrimonio artistico, start-up, turismo, infrastrutture, trasporti e comunicazione;

4) a coordinare e selezionare con le università, i centri di ricerca, le imprese, i progetti di ricerca prioritari nei settori nei quali il Paese può diventare leader e sui quali concentrare le risorse finanziarie ed umane, ed a favorire l'insediamento nei territori, anche sulla base dei risultati conseguiti da tali ricerche, di imprese innovative, con capitali reperiti sul mercato;

5) a realizzare un piano di investimenti pluriennale nel settore dei beni culturali, non limitandosi ad interventi straordinari dettati solo dall'urgenza e dalla contingenza, ma attraverso una seria programmazione che veda il coinvolgimento e la responsabilizzazione delle Regioni.

(1-00645)