• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/00868 [Contrasto alla violenza verso le donne]



Atto Camera

Risoluzione in Commissione 7-00868 presentata da PAOLA BINETTI
mercoledì 23 maggio 2012, seduta n.637
La XII Commissione,

premesso che:

l'articolo 1 dell'introduzione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993, descrive la violenza contro le donne come «Qualsiasi atto di violenza che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». La dignità della donna è bene assoluto per ogni società e cultura;

purtroppo, la donna è spesso vittima di profonde discriminazioni, all'interno della famiglia, nella comunità, nel mondo del lavoro. Una riflessione sulla violenza che le donne subiscono su tanti piani diversi che si intersecano spesso in modo sottile, ma altre volte in modo prepotente ed aggressivo richiede un percorso di formazione ben strutturato, momenti concreti di scambio e di socializzazione, luoghi di condivisione e politiche mirate di tutela e di intervento preventivo che consentano di superare quelle barriere culturali ed economiche che escludono le donne dall'essere protagoniste in prima persona;

le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subìto abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. Le costanti notizie di cronaca che in queste ultime settimane si susseguono sui nostri giornali e nelle trasmissioni televisive e radiofoniche inducono a pensare che siamo ancora molto lontani dal considerare la donna per ciò che è veramente e non semplicemente come un oggetto o una merce da usare per interessi di vario tipo. Occorre chiedersi che immagine si sta dando della donna e del suo ruolo nella società e nella famiglia. Non basta eliminare la prostituzione dalla strada finché c'è una prostituzione dell'immagine della donna che è parte integrante della pubblicità in strada, sui giornali e in TV, su internet e su tanti link a cui è facile accedere anche ai giovanissimi, al cinema e nei programmi televisivi, sempre e comunque alla portata di tutti. Tutto questo purtroppo induce allo sfruttamento, al sopruso, alla falsa idea che una donna sia sempre disponibile: come una merce che si possa comperare, consumare per poi liberarsene come un oggetto «usa e getta». E se ciò non accade, allora lo spazio per la violenza sembra scontato, in famiglia, a scuola, sui luoghi di lavoro e nella società in genere;

l'OMS (Organizzazione mondiale della sanità), nell'ambito del World report on violence and health, esaminando esclusivamente la violenza da parte del partner, ha pubblicato un elenco dei drammatici effetti sulla salute delle donne che l'hanno subìta, elencando le conseguenze fisiche, sessuali e psicologiche;

«La Chiesa non manca di alzare la sua voce per denunciare le ingiustizie e le violenze perpetrate contro le donne, in qualsiasi luogo e circostanza avvengano. Essa chiede che siano realmente applicate le leggi che proteggono la donna e siano messe in atto misure efficaci contro l'uso umiliante di immagini femminili nella propaganda commerciale e contro il flagello della prostituzione». (Documento Ecclesia in Europa, 28.VI.2003). Questo è un tempo in cui a chi accusa la Chiesa cattolica di essere una delle cause o la causa principale del mancato progresso, sul piano dei diritti, delle donne in Italia, si deve rispondere citando non solo il Vaticano II e la lunga appassionata catechesi di Giovanni Paolo II, puntualmente ripresa da Benedetto XVI, ma anche le tante iniziative per la promozione della donna che nascono nelle diocesi, nelle associazioni, e nelle Ong di matrice cattolica. «La donna è forte per la consapevolezza dell'affidamento, forte per il fatto che Dio "le affida l'uomo", sempre e comunque, persino nelle condizioni di discriminazione sociale in cui essa può trovarsi», (Mulieris dignitatem, n. 30). Basta pensare alla riflessione sui diritti di maternità, sulle politiche familiari, che vanno dal rilancio delle politiche demografiche alla creazione di reti di servizi per l'infanzia; dalla conciliazione dei tempi famiglia-lavoro all'enfasi messa sul fattore famiglia;

la riflessione però non è stata approfondita a livello politico e il ripetersi degli stessi concetti, con un linguaggio che a volte appare datato, sembra creare disinteresse, mentre in realtà è solo delusione per una ulteriore forma di violenza burocratica con cui la donna è sospesa tra il senso di responsabilità verso la sua famiglia e verso il suo lavoro e l'ostilità di un contesto che rimanda a tempi migliori, quanto non ha il coraggio di concedere. Anche questa è violenza. Una violenza che colpisce donne che rinunciano alla maternità, o si limitano al primo figlio spingendosi raramente ad avere il secondo, o ritagliano i propri sogni professionali e imbrigliano le loro competenze specifiche, in attesa di altri tempi!. Il dibattito su questo tipo di violenza si è assopito, l'attenzione si è spostata su altri temi, che sembravano più urgenti, dimenticando che nei Paesi in cui le donne possono affrontare con serenità la maternità, sentendosi sostenute a livello sociale e istituzionale, lavorano più e meglio, e anche il PIL migliora. Ma in Italia le donne ancora una volta sono lasciate sole a combattere le loro battaglie al servizio della famiglia e al di là delle ennesime affermazioni di principio anche questo Governo per ora ha fatto ben poco per loro;

non si comprende come si possa parlare di famiglia, sostenerla e difenderla, se si dimentica il problema delle donne; come si possa parlare di vita, se non si ascolta la voce di chi la vita la mette al mondo; come si possa fare la battaglia per il fattore famigliare, e ignorare che oggi le donne hanno bisogno di lavorare, e non ci riescono; desiderano due figli, come dice l'Istat, ma ne fanno uno solo; chiedono di essere valorizzate, ma sono ancora discriminate; questa violenza sottile e persistente va combattuta e sconfitta una volta per tutte, almeno sul piano culturale e politico;

dai dati ISTAT emerge che:

una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è vittima di violenza: nei 12 mesi precedenti alla rilevazione il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila (5,4). Quasi 700 mila donne hanno subìto violenze ripetute dal partner;

ogni anno vengono uccise in media 100 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex;

nel 62,4 per cento dei casi i figli hanno assistito a un episodio di aggressione;

secondo l'Osservatorio nazionale sullo stalking, circa il 10 per cento degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking, l'80 per cento delle vittime è di sesso femminile e la durata media delle molestie insistenti è di circa un anno e mezzo;

le giovani dai 16 ai 24 anni (16,3 per cento) e dai 25 ai 24 anni (7,9 per cento) presentano i tassi più alti. Un milione 400 mila donne hanno subìto violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6 per cento del totale;

il 3,5 per cento delle donne ha subìto violenza sessuale (stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati, attività sessuali degradanti e umilianti). Lo 0,3 per cento, pari a 74 mila donne, ha subìto stupri o tentati stupri;

la violenza domestica ha colpito il 2,4 per cento delle donne, quella al di fuori delle mura domestiche il 3,4 per cento;

il 21 per cento delle vittime ha subìto violenza sia in famiglia che fuori, il 22,6 per cento solo dal partner, il 56,4 per cento solo da altri uomini;

il 69,7 per cento degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4 per cento di un conoscente e solo il 6,2 per cento è stato opera di estranei;

nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate: il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96 per cento delle violenze da un non partner e il 93 per cento di quelle da partner. Lo stesso nel caso degli stupri (91,6 per cento). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite;

la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una vera piaga sociale;

secondo un'indagine, la donna che ha subìto gravi vessazioni ha dodici volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto alle altre donne (Violence aganist Women in the family, 1989). Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica che sessuale e la maggioranza delle vittime ha subìto più episodi di violenza. Tra le violenze fisiche è più frequente l'essere spinta, strattonata, afferrata, l'avere avuto storto un braccio o i capelli tirati (56,7 per cento), l'essere minacciata di essere colpita (52,0 per cento), schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi (36,1 per cento). Segue l'uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1 per cento) o il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3 per cento). Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l'essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5 per cento), l'aver avuto rapporti sessuali non desiderati, (19,0 per cento), il tentato stupro (14,0 per cento), lo stupro (9,6 per cento) e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6,1 per cento);

moltissimi casi di violenza sessuale arrivano da mariti ed ex mariti, conviventi, ex fidanzati, persone di famiglia. Qualche volta produce denunce, ma nessun vero intervento preventivo. Le forze dell'ordine alzano le braccia con un moto di impotenza. La violenza contro le donne e sulle donne è difficile da digerire per gli uomini e per le donne. Perché mette l'accento su una forte tensione che riguarda la relazione fra gli uomini e le donne e fa emergere una certa «arretratezza» della relazione di coppia;

proprio lo stupro in famiglia rende difficile la denuncia e l'emergere di un sommerso pericoloso nel nostro contesto sociale. Manca l'impegno diffuso delle donne contro la complicità sociale che circonda la violenza familiare ed in generale contro le donne e i bambini, un impegno di riflessione teorica e politica. La violenza è sempre in crescendo, e l'unica soluzione è interromperla per evitare che degeneri, occorre approfondire i meccanismi che portano alla sottovalutazione o alla rimozione dei segnali di allarme che confusamente arrivano dalle donne coinvolte;

non di minore gravità è la violenza psicologica che è silenziosa ma può fare molto male. È un tipo di oppressione subdola che accompagna e spesso precede la violenza fisica. La violenza psicologica rappresenta uno dei livelli più profondi e insidiosi tra le varie violenze all'interno delle mura domestiche, è una delle più potenti strategie di potere e controllo che presiedono ai maltrattamenti. Molte donne la subiscono, a volte consapevolmente, altre volte senza neanche rendersene conto, da parte di uomini che vogliono annientare l'identità e l'orgoglio delle proprie vittime. Comincia a manifestarsi gradualmente. Le prime espressioni della violenza psicologica sono il controllo e l'isolamento. Indifferenza, gelosia patologica, denigrazione sono altre manifestazioni della violenza psicologica subìta dalle donne. Si ignorano i bisogni della donna, si alimentano le frustrazioni per portarla ad uno stato di insicurezza sempre maggiore, in cui la vittima è sempre lei, bersaglio dei malumori dell'uomo, dei suoi sospetti, delle sue minacce, succube delle sue accuse, degli insulti, prigioniera in casa propria. La subiscono 7 milioni 134 mila donne: le forme più diffuse sono l'isolamento o il tentativo di isolamento (46,7 per cento), il controllo (40,7 per cento), la violenza economica (30,7 per cento) e la svalorizzazione (23,8 per cento), seguono le intimidazioni (7,8 per cento). Il 43,2 per cento delle donne ha subìto violenza psicologica dal partner attuale; 1 milione 42 mila donne hanno subìto oltre alla violenza psicologica, anche violenza fisica o sessuale, il 90,5 per cento delle vittime di violenza fisica o sessuale;

il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio. La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente. La violenza psicologica è la causa di stati depressivi e anche di suicidi, perché la vittima è incapace di reagire, in quanto logorata, e anche se denunciasse la violenza, la legge italiana non ne terrebbe conto senza prove fisiche di lesioni. Ma c'è soprattutto la vergogna di ammettere di essere trattati male, la paura a chiedere aiuto, per non subire un'altra violenza;

per quanto riguarda la violenza domestica invece, è esercitata soprattutto nell'ambito familiare o nella cerchia di conoscenti, attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, atteggiamenti persecutori, percosse, abusi sessuali, delitti d'onore, uxoricidi passionali o premeditati;

la violenza domestica, quella compiuta all'interno delle mura di casa da parte di un familiare, è, tra le diverse forme di violenza sulla donna, quella che si verifica più frequentemente e con maggiori tragiche ripercussioni sulla salute psicofisica della vittima;

esistono diversi tipi di violenza domestica sulla donna: violenza fisica, violenza psicologica, violenza sessuale, violenza economica, stalking. Si parla di violenza sulla donna perché la violenza vede nella maggioranza dei casi la donna come vittima. Le bambine e le ragazze adolescenti possono essere sottoposte all'incesto;

nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell'aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata;

esiste anche un tipo di violenza cosiddetta economica che consiste in forme dirette ed indirette di controllo sull'indipendenza economica e limitano o impediscono di disporre di denaro, fare liberamente acquisti, avere un proprio lavoro. Ostacola la ricerca o il mantenimento di un posto di lavoro, non permette di disporre di un conto in banca, esclude dalla gestione del denaro familiare, rinfaccia ogni spesa, si appropria dei beni, fa acquisti importanti senza consultare la moglie/convivente;

altre forme di violenza sono rappresentate dalla povertà e prostituzione e dalle mutilazioni genitali: pratica ancora ampiamente utilizzata, effettuata quasi sempre in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute sono devastanti, e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. I flussi migratori hanno portato il problema (e le sue conseguenze) anche nelle ricche civiltà occidentali;

in questo contesto è fondamentale quindi l'attività svolta dai centri antiviolenza; in Italia i primi Centri antiviolenza sono nati solo alla fine degli anni novanta ad opera di associazioni femminili. Attualmente ci sono varie organizzazioni che lavorano sui vari tipi di violenza di genere. La metà delle donne che si rivolgono ai centri per denunciare episodi di violenza non si ritengono autosufficienti dal punto di vista economico e di conseguenza non possono garantirla ai figli. Questo dato è tanto più negativo se si pensa che è spesso lo stesso partner ad usare violenza. Poiché non si sentono economicamente autosufficienti, non vedono alternative alla situazione di cui sono vittime;

i centri antiviolenza in Italia si sono riuniti nella rete nazionale dei centri antiviolenza e delle case delle donne. Nonostante esistano validi centri per il soccorso delle donne che subiscono violenza fisica e/o psicologica, non sempre questi vengono pubblicizzati in modo adeguato. La conseguenza è che solo un numero esiguo di donne si rivolge agli esperti dell'ospedale per avere un appoggio medico e psicologico. Per far fronte a quella che per molti sta diventando un'emergenza di sicurezza è necessario creare risorse preparate e predisposte a fronteggiare con professionalità situazioni di questo tipo;

il Ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri, aderendo alla petizione «Mai più complici» ha recentemente manifestato «massima attenzione e impegno nella lotta contro la violenza sulle donne e solidarietà a tutte le vittime di abusi. Il numero dei reati commessi dall'inizio dell'anno, ai quali potrebbero essere aggiunti anche quelli non denunciati, testimonia che la violenza contro le donne è un fenomeno allarmante, purtroppo in crescita, che va contrastato con determinazione e fermezza». Ha aggiunto poi la Cancellieri - «Il ministero dell'interno, insieme a tutte le forze dell'ordine, è impegnato, e non da oggi, a combattere e a tenere alta la vigilanza contro questo particolare tipo di reato. Ma, prima ancora della giusta e doverosa azione di repressione, le donne e gli uomini del ministero sono impegnati a praticare, coltivare e diffondere una cultura del rispetto che è l'unico antidoto vero contro qualsiasi forma di violenza». Il messaggio del Ministro è chiaro ed incisivo: la violenza è prima di tutto un fatto che denota la mancanza di una cultura del rispetto reciproco diffusa su larga scala: comincia dal linguaggio, dal modo di disimpegnarsi nel traffico, in ufficio e a casa. Le parole chiave sono:

formazione e prevenzione: sportelli di ascolto nelle scuole, in parrocchia e altro;

denuncia precoce e registro dei soggetti a rischio;

codici rosa in questura e nei Pronto soccorso: personale specializzato;

riabilitazione efficace sul piano psicologico ed economico: professionalizzazione;

la consulta femminile, creata in molti comuni e spesso in collaborazione con i dipartimenti per le pari opportunità, ha il compito di lavorare per le donne puntando sulla formazione e coinvolgendo scuole medie e superiori, ma anche le forze di polizia e persone formate sul tema per spiegare e intervenire sul tema;

occorre aiutare le donne vittime di violenza a denunciare il fatto senza dover essere delle eroine: non solo maltrattate, umiliate, picchiate, minacciate, ma spesso anche costrette, direttamente o indirettamente, a mantenere il silenzio su quello che stanno subendo. L'aiuto da parte della società non è molto. L'ignoranza è tanta: occorre fornire materiale di documentazione facilmente accessibile, magari in più lingue. Chi viene picchiata teme di parlarne persino con le proprie amiche: prova a convincersi che siano episodi passeggeri, a volte il pensiero è «me lo merito, è colpa mia». Solo negli ultimi anni in Italia è stato introdotto il reato di «atti persecutori», anche se forse il termine sminuisce il fatto. I tempi lunghi della giustizia italiana non aiutano. Tra la denuncia e il processo passano molti anni, vissuti sotto minaccia costante;

il codice rosa si aggiunge a quelli già in uso nei pronto soccorso per indicare il livello di gravità (bianco, giallo, rosso, e altro). Viene assegnato (da personale addestrato a riconoscerle anche se queste non lo dichiarano) alle vittime di violenza: donne, ma non solo: bambini, anziani, extracomunitari, omosessuali, eccetera. Al codice rosa è dedicata una stanza apposita nel pronto soccorso e, non appena il codice scatta, entra in funzione una task force composta da personale sanitario (medici, infermieri, psicologi), ma anche da forze dell'ordine, che si attivano subito per l'individuazione dell'autore della violenza (il codice rosa è frutto di un protocollo siglato tra regione Toscana e procura della Repubblica);

nonostante una nutrita legislazione in materia e contro la violenza, ci sono parole, comportamenti che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona o almeno ferirla in modo grave e spesso irreversibile. La provocazione continua, l'offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l'isolamento sono alcune forme in cui si manifesta la violenza fisica e psicologica,
impegna il Governo:
a recuperare le risorse necessarie atte a fronteggiare situazioni di violenza come quelle descritte in premessa, rispondendo alle esigenze, non solo economiche, ma di divulgazione e di conoscenza della rete nazionale dei centri antiviolenza e delle case delle donne, dal momento che esistono validi centri per il soccorso delle donne che subiscono violenza fisica e/o psicologica, ma non sempre questi vengono pubblicizzati in modo adeguato;

a promuovere interventi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema del contrasto alla violenza verso le donne, intervenendo nelle scuole con azioni concrete e didatticamente efficaci per insegnare il rifiuto della violenza, degli episodi di bullismo, della violenza sessuale nei confronti delle compagne;

ad adottare ogni iniziativa necessaria, anche di carattere normativo atta a far fronte a quella che sta diventando un'emergenza di sicurezza;

a favorire per quanto di competenza, il potenziamento coinvolgendo le aziende ospedaliere, del servizio offerto nei pronto soccorso attraverso il «codice rosa», valorizzando le competenze di medici ed infermieri, primi interlocutori qualificati delle persone vittime di violenza;

a rispettare gli impegni assunti dal Governo, in diverse occasioni in Parlamento, in materia di lotta alla violenza sulle donne, anche attraverso un adeguato sostegno all'attività svolta dalla consulta femminile, in collaborazione con i dipartimenti per le pari opportunità, puntando sulla formazione e coinvolgendo scuole medie e superiori, ma anche le forze di polizia e persone formate sul tema per poter intervenire adeguatamente.

(7-00868)
«Binetti, Anna Teresa Formisano, Buttiglione, Volontè, Nunzio Francesco Testa».