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Atto a cui si riferisce:
C.1/01008 [Dedicare il 17 luglio di ogni anno alla memoria delle donne algerine morte nella rivoluzione algerina]



La Camera,
premesso che:
la cosiddetta «rivoluzione algerina» ha causato dal 1990 al 2001 quasi 200.000 morti (corriere.it del 19 febbraio 2011 «in Algeria la memoria della violenza frena la rivolta, come in Libano» di Lorenzo Cremonesi);
fonti in lingua araba e francese riportano che le vittime sarebbero ben superiori alla cifra di 200.000 morti, quasi tutte donne;
le donne furono infatti vittime di una violenza indiscriminata, sottoposte a torture, stupri, violenze fisiche e morali, carcerazione e morte per sgozzamento;
nell'estate del 2001 decine di donne lavoravano presso Hassi Messaoud, la più importante base petrolifera nel Sahara algerino, a 800 chilometri dalla capitale. Facevano le pulizie nelle case degli stranieri e presso le multinazionali che lì avevano sede;
abitavano nelle baracche di El Haicha per ottomila dinari al mese e ne davano gran parte al datore di lavoro che le impiegava come manovalanza a bassissimo costo;
vivevano sole, senza i mariti. E soprattutto lavoravano. Elementi sufficienti a scatenare la rabbia della gente che parlava della baraccopoli come di un covo di prostitute;
la miccia fu una predica del venerdì dell'imam Amar Taleb: erano queste donne, nelle parole dell'imam estremista, le responsabili della dissoluzione dei costumi e per questo andavano punite;
Taleb non fece altro che riproporre i sermoni che il Fronte islamico della salvezza (Fis) gridava per il Paese durante il grande terrore degli anni Novanta;
quel giorno una banda di circa 300 estremisti uscì dalla moschea e si diresse verso El-Haicha, picchiando, violentando, torturando e sottoponendo ad ogni sorta di sevizie e mutilazioni tutte coloro che trovarono;
ne torturarono 39, violentandole a turno. Usarono bastoni e spranghe di ferro. Tagliarono organi sessuali e segni di femminilità, seppellendo vive la maggior parte delle donne vittime del massacro;
lo stupro di massa, le sevizie, le violenze e le torture durarono per oltre cinque ore prima che la polizia locale intervenisse;
molte delle donne coinvolte sono morte prima di arrivare negli ospedali o prima di essere sottoposte a cure contro le sevizie subite;
il processo ai responsabili, svoltosi davanti al tribunale criminale di Ouargla nel mese di giugno del 2002, si concluse con una manciata di lievi condanne;
solo tre accusati vennero condannati a pene da uno a tre mesi di prigione, con le imputazioni di incitamento alla sommossa e furto. Su di una quarantina di vittime dell'aggressione solo tre hanno resistito in tribunale fondo in fondo;
dopo le proteste di associazioni dei diritti umani in Algeria, il processo di appello, apertosi a Biskra il 16 dicembre 2004, ha ribaltato il giudizio di primo grado infliggendo pesanti condanne a quasi tutti gli accusati;
l'episodio di Hassi Messaoud è significativo in relazione all'eccidio legalizzato e dalle proporzioni ancora non perfettamente quantificabili, della popolazione algerina e in particolare della sua componente femminile;
si sono infatti registrati eccidi di massa e uccisioni di donne poi gettate in fosse comuni nelle città di Algeri, Tadjena, Costantina, Boumama, Larbaa, Meftah e Eucalyptus («il triangolo della morte»), Orano, la regione del Kwaili (roccaforte

delle frange estremiste), Tebessa, Bentalha, Lakhdaria, Saida, Blida, Ain Defla, Medea, Antar Zouabri, Sidi Ahmed, Zouya;
la stragrande maggioranza delle donne algerine uccise, massacrate e sgozzate in questa guerra civile giace ancora sotto terra, in fosse comuni che aspettano solo di essere trovate e aperte per rendere giustizia a chi ha testimoniato con la sua vita l'ascesa e la presa del potere dell'estremismo di matrice islamica in Algeria;
le donne uccise in quei massacri, di cui ancora debbono essere aperte le fosse comuni, rappresentano l'inizio di una resistenza femminile di massa all'estremismo islamico che ha devastato l'Algeria;
le famiglie di quelle donne ancora chiedono le salme o quel che ne rimane per poter celebrare i propri defunti;
peraltro, in virtù dell'accordo del FIS con l'attuale presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, che ha permesso ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, di insabbiare colpevolmente quel periodo di violenze atroci con un'amnistia, le famiglie delle vittime di quei massacri sono costrette a nascondersi o ad emigrare per non essere rintracciate e sanzionate socialmente e correre dei rischi per la propria incolumità,


impegna il Governo


ad assumere le iniziative di competenza per dedicare il 17 luglio di ogni anno alla memoria delle donne algerine, in ricordo di una intera popolazione femminile caduta per la libertà e per i diritti, ad opera dell'estremismo, giornata che non è riconosciuta da alcun ordinamento statuale anche straniero, il che ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo dimostra la netta e distinta volontà storica e politica di insabbiare il sangue delle donne algerine massacrate da un fondamentalismo liberticida e assassino.
(1-01008)
«Sbai, Scelli, Lisi, Laboccetta, D'Alessandro, Ventucci, Savino, Fiano, Stracquadanio, Renato Farina, Mazzocchi, Porcu, Paglia, Pianetta, Stradella, Beccalossi, Antonione, Sardelli, Pugliese, Nola, Maurizio Turco, Zamparutti, Bernardini, Barbato, Palagiano, Mantini, Mantovano, Faenzi, Calabria, Pelino, Bellotti, Castiello, De Corato, Armosino, Ciccioli, Fitto, Aracri, De Angelis, Granata, Di Virgilio, Consolo, Angela Napoli, Raisi, Menia, Rampelli, Speciale, Holzmann, Pagano, Carlucci, Negro, Munerato, Laura Molteni, Anna Teresa Formisano, Fallica, Stagno d'Alcontres, Terranova, Pittelli, Gava, Lainati, Scilipoti, Cossiga, Milanese, Del Tenno, De Camillis, Garagnani, D'Anna, Gianni, Barbieri, Ascierto, Vignali, Scandroglio, Lehner, Laffranco, Contento, Berruti, Saltamartini, Razzi, Moles, Abrignani, Nicolucci».