• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, sulle linee programmatiche del suo Dicastero in materia di politiche sociali.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, sulle linee programmatiche del suo Dicastero in materia di politiche sociali.
È presente anche il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali Cecilia Guerra.
Do la parola al Ministro Fornero per la sua relazione.

ELSA FORNERO, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Vi ringrazio. Sono contenta di avere l'occasione di essere qui oggi e mi devo scusare se questa occasione arriva con un certo ritardo rispetto alla vostra richiesta. Tuttavia, come sapete, non è trascorso inutilmente il tempo dal nostro insediamento ad oggi.


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Qui con me c'è il sottosegretario Cecilia Guerra, cui sono affidate le deleghe per le politiche sociali e assistenziali. Abbiamo pensato a una presentazione che lasci a me l'inquadramento generale e a lei il compito di approfondire alcune iniziative specifiche che riguardano le politiche sociali. Ho riflettuto a lungo sull'essere ministro del lavoro e della previdenza, nonché delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità. Non è certamente un caso, anzi offre materia di lavoro su temi che sono strettamente interconnessi e per i quali la comunanza di ruoli ha perfettamente senso.
La parte apparentemente minore del lavoro del Ministero è la delega alle pari opportunità, che rappresentano una chiave di lettura delle politiche sociali e un modo per spianare la strada alle politiche sociali e agli interventi sul mercato del lavoro.
Pari opportunità significa pari diritti della persona indipendentemente dalle differenze e pari opportunità di accesso sia al lavoro, sbocco naturale per le persone adulte nella nostra società, sia ai servizi, che sono una componente molto importante delle politiche sociali. Parliamo, quindi, di pari opportunità di accesso al lavoro, ai diritti e ai servizi.
Il tema delle pari opportunità è importante e tocca le altre due aree su cui il mio Ministero è chiamato a intervenire. Il lavoro è centrale nella vita delle persone e noi stiamo cercando di impostare una riforma del mercato del lavoro ispirata all'aumento sia dell'occupazione sia della occupabilità delle persone, il che significa dotarle di tutto ciò che serve a inserirsi in maniera adeguata e proficua nel mercato del lavoro.
Sappiamo bene, però, che le regole e gli interventi normativi non bastano. Il mercato del lavoro funziona se offre a tutti opportunità di accesso e questo è possibile quando l'economia è sana e, possibilmente, in crescita. Il lavoro, come


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ripeto, deve essere per tutti, per gli uomini, per le donne, per i giovani e per gli anziani. Questo, tra l'altro, è l'anno dell'invecchiamento attivo e la nostra riforma delle pensioni sposta in avanti - forse in una maniera che voi considerate eccessivamente brutale - l'età del pensionamento. Tale spostamento implica chiedere anche al lavoratore anziano di restare nel mercato del lavoro, mentre a noi è richiesto di curarne l'occupabilità.
Ho avuto con l'onorevole Argentin un colloquio che considero molto utile su questo punto: quando dico «lavoro per tutti», intendo includere anche le persone che presentano disabilità e, possibilmente, anche gli immigrati. Dobbiamo puntare a una società che includa, non che escluda e ghettizzi. Non siamo ingenui e sappiamo benissimo che non potremo raggiungere il traguardo domani, ma si tratta comunque di un obiettivo molto importante.
Parlando di politiche sociali bisogna avere elementi per compiere una distinzione. Siamo consapevoli che dentro il capitolo relativo al lavoro ci sono schemi di protezione sociale indirizzati alla persona in quanto lavoratore. Si tratta, quindi, di schemi legati a ciò che può capitare nella vita lavorativa delle persone e che richiedono percorsi volti a reintegrare un reddito perso e, soprattutto, a rafforzare il capitale umano nell'ottica dell'occupabilità. Se un'impresa chiude, non è detto che chi era abituato a svolgere un certo lavoro troverà lo stesso impiego in un'altra impresa, ma è importante che la società offra a quel lavoratore una possibilità di riqualificazione che lo renda nuovamente occupabile. Questo è il capitolo degli ammortizzatori sociali, che fanno anch'essi parte delle politiche sociali.


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Sono divisioni che hanno una ragion d'essere storica, ma a noi non devono sfuggire le numerose interconnessioni. Accanto al lavoro e alle politiche attive, dunque, abbiamo gli schemi di protezione del reddito da lavoro.
Le persone sono, inoltre, inserite in una famiglia, primo elemento di aggregazione, e nella società. Il tema delle politiche sociali riguarda tutto ciò che può aiutare a rafforzare la persona, non tanto nelle pari opportunità, quanto sul piano dell'accesso.
Quando parlo di accesso dei bambini agli asili nido, è chiaro che intendo riferirmi sia alle pari opportunità, sia a politiche sociali che tendano a mettere sullo stesso piano i bambini di diverse zone geografiche, di diversa nazionalità e di diversa condizione economica. Le politiche sociali, quindi, inglobano temi di diritto, temi legati alle pari opportunità e il tema dei servizi. La persona, infatti, ha anche bisogno che la società l'aiuti a esplicare al meglio il proprio ruolo come membro della famiglia e della società.
Tali distinzioni sono anche dovute alla generale diversità delle fonti di finanziamento. Quando parlo di schemi di protezione del reddito dei lavoratori, penso soprattutto a schemi di finanziamento di tipo assicurativo, cioè assicurazione sociale e contribuzione. Quando parlo, invece, di servizi assistenziali o di assistenza, penso a logiche di redistribuzione che richiedono finanziamenti basati sulla tassazione generale e quindi sulla redistribuzione, tenendo conto anche di un'eventuale compartecipazione ai costi.
Questo è il quadro generale. Come abbiamo detto molte volte, il senso dell'azione di questo Governo è l'instradamento su percorsi virtuosi - alle spalle non ne abbiamo molti - dell'economia e più in generale della società italiana. La logica che traspare è una logica di integrazione che implica che ciò


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che si fa sul mercato del lavoro non deve contraddire ciò che si fa nell'ambito delle politiche sociali. È molto importante mantenere questa visione di insieme.
Vorrei darvi alcuni messaggi specifici, prima di lasciare la parola a Cecilia Guerra. Per onestà intellettuale devo dirvi che i vincoli di risorse sono drammatici, non solo per questo capitolo, ma per quasi tutti i capitoli della spesa pubblica. Abbiamo di fronte a noi, per molti anni, un piano di restituzione del debito molto impegnativo. Ciascuno deve acquisire piena consapevolezza del fatto che ogni euro destinato a una spesa è sottratto a un'altra, ciò che è sempre vero, ma che diventa molto più drammatico in circostanze in cui la quantità di risorse è limitata.
Noi non disponiamo di risorse aggiuntive, ma il messaggio positivo - so che questo all'inizio preoccupava molti di voi - è che abbiamo evitato o, almeno, confidiamo di aver evitato, il depauperamento di risorse implicito nell'esercizio della delega fiscale e assistenziale. Venti miliardi dovevano provenire proprio dal capitolo assistenziale. Questo vuol dire, se non altro, arginare la perdita di risorse. Certo, non è motivo di grande soddisfazione perché so che l'elenco dei bisogni è molto maggiore di quanto le risorse ci consentano di fare, ma mi sembra un risultato abbastanza importante.
Sempre sul piano del finanziamento, c'è una questione di metodo. Il metodo che abbiamo scelto per il mercato del lavoro è quello di disegnare un sentiero virtuoso, sapendo però che non sarà possibile intraprenderlo subito. Lo stesso vale per le politiche sociali. Proveremo a disegnare strumenti buoni, in grado di rappresentare il sentiero virtuoso di cui parlavo prima, ma siamo anche consapevoli del fatto che non si può applicare tutto e subito.


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Quando parlo di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, immagino qualcosa di molto importante che, però, verrà realizzato nel tempo. Avvieremo il processo e individueremo un metodo, ma sappiamo che difficilmente, completato l'esercizio definitorio, potremo subito verificare chi è al di sotto dei livelli essenziali e stanziare risorse per colmare il gap. Purtroppo non siamo in grado di prometterlo.
Questo processo per stadi può avere un suo significato anche nell'ambito delle politiche a favore degli anziani non autosufficienti. L'obiettivo è soltanto quello di avviare una sperimentazione. Non possiamo elaborare schemi generalizzati di non autosufficienza da applicare con immediatezza. Pensiamo, invece, a buone pratiche che potranno essere realizzate in un futuro che speriamo non sia troppo lontano. L'importante è avere in mente un quadro coerente rispetto alle cose da fare e rispetto al tempo. Credere di poter fare tutto subito ci schiaccerebbe e dovremmo rassegnarci al fatto di poter fare poco o niente.
Questo è il disegno complessivo su cui stiamo lavorando. I vincoli finanziari sono enormi, ma almeno abbiamo il vantaggio di poter mantenere le risorse disponibili e di non vederle decurtate in maniera importante. È un risultato che vorrei riconoscere a questo Governo. Ci sono poi i tanti interventi specifici e vorrei che a raccontarveli fosse il sottosegretario Cecilia Guerra.
Prima di darle la parola, vorrei parlarvi di una questione che ha preoccupato alcuni di voi e che riguarda un ambito strettamente connesso alle politiche assistenziali, cioè la collaborazione con le associazioni del terzo settore e del volontariato e l'attivazione di questo reciproco supporto. Come sapete, in questi giorni è uscita la notizia di una possibile


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chiusura dell'Agenzia per il volontariato. Se sarà così, me ne assumerò la responsabilità, anche se la decisione non è stata ancora assunta.
Voglio spiegarvi che, al di là delle rappresentazioni basate su possibili percorsi, noi non abbiamo intenzione alcuna di ridurre la collaborazione tra il Ministero, che come sapete possiede una direzione generale che si occupa di questo tema, e le associazioni del terzo settore e del volontariato. Non abbiamo intenzione alcuna di dimostrare che la loro funzione non sia fondamentale in questo Paese, non intendiamo sminuirne né il ruolo né la funzione. Però occorre confrontarsi con i fatti e i fatti sono che l'Agenzia, pur avendo compiuto un lavoro meritevole sotto diversi profili, non ha né i compiti definiti statutariamente né, soprattutto, le risorse per fare ciò che un'autorità potrebbe fare.
Il punto è quello di valorizzare il lavoro che l'Agenzia aveva avviato senza poterlo completare per mancanza di risorse che non le sono mai state attribuite. Non intendiamo accentrare, ma utilizzare le risorse che il Ministero ha a sua disposizione. Non ci è sembrato utile adottare una logica di mera conservazione. È difficile trovare soldi da destinare all'Agenzia e, anche qualora fossero trovati, sarebbero sottratti ad altri impieghi, obbligandoci a verificare cosa sia più meritevole dal punto di vista sociale. L'Agenzia, inoltre, non ha compiti di certificazione dei bilanci, ma solo compiti di coordinamento e di indirizzo che potrebbe svolgere il Ministero, e forse è giusto che sia così. Quanto alla certificazione dei bilanci, all'interno del Ministero operano molti ispettori che effettuano controlli e certificazioni come loro ruolo principale.
Il percorso è stato questo, ma non è ancora chiuso. Ho voluto affrontare la questione perché ho sentito che si rincorrono già tante voci. La decisione sarà presa in modo


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trasparente e sarà studiata e istruita sulla base di fatti e documenti, con la volontà di svolgere un'azione positiva con le associazioni del volontariato al di là dei limiti che l'Agenzia presenta non per suoi difetti, ma per carenza di risorse. Vorrei tranquillizzarvi sul fatto che non abbiamo alcuna intenzione di negare il valore del terzo settore e delle associazioni del volontariato.
Detto questo, lascerei la parola al sottosegretario Guerra per illustrare i programmi più specifici e dettagliati, restando naturalmente entrambe a disposizione per rispondere alle vostre domande.

PRESIDENTE. Do la parola al sottosegretario Guerra.

CECILIA GUERRA, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Buongiorno e grazie. Ho qualche imbarazzo a entrare nel dettaglio perché le cose che stiamo facendo e che abbiamo in progetto sono veramente molte. Anziché soffermarmi su singoli progetti, vorrei richiamare qualche elemento del contesto generale, per poi riferire in modo trasversale su alcune politiche, dando ovviamente piena disponibilità, come ha detto il Ministro, a rispondere a domande più specifiche da parte vostra.
Tengo a richiamare alcuni elementi del contesto generale perché, come è ovvio, le nostre linee di intervento muovono da un'analisi della realtà in cui ci troviamo, cercando di indirizzarla. Senza riempirvi di cifre che conoscete meglio di me, vorrei però richiamare il fatto che il contesto italiano è allarmante soprattutto con riferimento ai dati relativi alla povertà relativa e assoluta. La povertà relativa interessa nel nostro Paese 8.300.000 persone, cioè il 13,8 per cento della popolazione. È sicuramente un primo elemento su cui porre tutti l'attenzione.


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Il dato più rilevante di questa povertà è la variabilità territoriale. Infatti, la percentuale che vi ho dato, diventa circa il doppio della media nazionale se guardiamo alle regioni del Mezzogiorno. Un altro dato importante da tenere presente è che sono povere soprattutto le famiglie in cui la persona di riferimento è disoccupata: da ciò derivano le considerazioni fatte poc'anzi dal Ministro circa lo stretto legame che esiste tra le politiche di contrasto alla povertà e le politiche del lavoro. Sono più povere delle altre le famiglie numerose e, in particolare, abbiamo un rilevantissimo problema di povertà minorile. Il fenomeno della povertà relativa è, infatti, particolarmente diffuso tra i bambini, interessando il 30 per cento delle famiglie con tre o più figli.
Le cifre concernenti la povertà relativa, che sono abbastanza stabili nel tempo, potrebbero essere fuorvianti. Infatti, essendo per definizione riferita a una soglia mobile, la povertà relativa può nascondere un problema di povertà assoluta. Nel caso limite, potrebbe darsi che tutti stiano peggio e che la povertà relativa non si modifichi. È ciò che forse sta succedendo nel nostro Paese, dove il problema della povertà assoluta coinvolge il 5,2 per cento della popolazione, cioè 3.100.000 persone. Anche la povertà assoluta incide soprattutto sulle famiglie in cui nessuno lavora e in cui ci sono tre o più figli. Tra gli occupati la povertà è più forte dove il soggetto di riferimento è un operaio.
Sono partita volutamente da questi dati perché la nostra azione è legata non solo alla lettura del contesto, ma anche alle politiche sociali impostate in ambito europeo. La strategia «Europa 2020» ha nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale il proprio obiettivo principale, con il target ambizioso di riportare venti milioni di persone fuori dall'area della povertà e dell'esclusione sociale entro il 2020.


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Se adottiamo i criteri di valutazione dell'esclusione sociale e della povertà dell'Unione europea, che fanno riferimento non solo alla povertà relativa, ma anche alla deprivazione materiale e all'esclusione familiare dal mercato del lavoro, la popolazione italiana che si trova in una di queste condizioni è il 24,5 per cento. Come Ministero del lavoro e delle politiche sociali abbiamo promosso un'apposita e importantissima rilevazione i cui esiti sono stati resi pubblici alla fine dell'anno scorso. La stessa analisi riferita alla popolazione degli immigrati restituisce un dato davvero impressionante. Risulta essere in una delle condizioni indicate dall'Unione europea come «a rischio esclusione» per la metà della popolazione, con punte dei due terzi per alcune comunità, come quelle di Ucraina, Moldavia e Marocco.
Per quanto riguarda le problematiche concernenti la spesa, sappiamo che la spesa sostenuta genericamente per la vecchiaia, assorbita in gran parte dalle pensioni, non è molto diversa da quella degli altri Paesi. Siamo, invece, drammaticamente indietro in tutti gli altri campi classificati e comparati nelle statistiche europee, ovvero spesa per la famiglia, per la disabilità, per la casa e per l'esclusione sociale. In tutti e quattro questi campi spendiamo molto meno della media europea.
Nel suo intervento il Ministro sottolineava la nostra particolare preoccupazione per la questione dei servizi. Per interventi e servizi sociali nei comuni investiamo complessivamente 6 miliardi e 662 milioni di euro, secondo i dati riportati dall'ultima rilevazione Istat del 2008. Il rischio è spendere meno, non certo di più. Anche in questo caso esiste un drammatico problema di distribuzione territoriale: il rapporto tra chi spende di più, la Provincia di Trento, e chi spende di meno, la Calabria, è di dieci a uno.


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Questo è il quadro entro cui ci muoviamo. La situazione è destinata a peggiorare drasticamente a causa del taglio di tutti i fondi: il quasi azzeramento del Fondo nazionale per le politiche sociali e l'azzeramento del Fondo per la non autosufficienza aggraveranno non solo il livello, ma anche il dislivello perché questa capacità di spesa, supportata da finanziamenti nazionali, incideva nelle regioni del sud per quote superiori alle altre regioni.
Abbiamo ancora un fondo significativo da gestire, cioè il Fondo per l'infanzia e l'adolescenza: lo indirizzeremo verso progetti di cui vi darò brevemente conto, con l'idea di dover guardare ai minori come a cittadini in crescita, considerandoli un investimento di grande interesse per la nostra nazione.
Vorrei ora darvi una visione d'insieme circa il nostro orientamento, senza seguire le classificazioni classiche, quali povertà, disabili, bambini, anziani, ma offrendovi una lettura di tipo diverso. Preso atto del contesto dato dai vincoli che il Ministro ha ricordato, ci siamo assunti il forte impegno di rilanciare la collaborazione interistituzionale. Il nostro riferimento prioritario sono le regioni, cioè i soggetti in cui costituzionalmente si concentra la responsabilità primaria nell'attivazione delle politiche sociali, e secondariamente i comuni, l'ente di vicinato a cui queste politiche si rivolgono.
Per quanto riguarda le regioni, stiamo attivando due tipologie di rapporto. Il primo è basato sullo strumento delle linee guida condivise. Un grande investimento riguarda, in particolare, il campo dell'affido, con il coinvolgimento dei comuni, delle associazioni e delle famiglie affidatarie.
Attraverso il tavolo tecnico regionale stiamo per mettere a punto, per poi portarle dinanzi alla Conferenza Stato-regioni, alcune linee guida centrate sull'idea dell'affido come percorso


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di integrazione e non di esclusione, basato sul supporto che sia la famiglia d'origine sia la famiglia affidataria possono offrire al bambino, in tutte le dimensioni che lo riguardano.
È un progetto impegnativo che, qualora proseguisse, dovrebbe tradursi in un vero e proprio manuale da diffondere presso gli operatori affinché mettano in pratica questo percorso che noi monitoreremo. Stiamo anche formulando un'ipotesi di coordinamento aperto con le regioni relativamente alle persone senza fissa dimora, un altro gravissimo problema nel nostro Paese.
Il Ministro ricordava la nostra massima apertura al dialogo con le associazioni del terzo settore e del volontariato e l'intenzione di attivare un ruolo di promozione e supporto nei loro confronti. Al di là del problema dell'Agenzia, il discorso è già avviato. Come sapete, il nostro Ministero gestisce fondi per progetti che vengono distribuiti alle associazioni di promozione sociale quali osservatori del volontariato; stiamo operando in modo coordinato con questi osservatori per cercare di dare ai vari progetti più futuro attraverso una linea di lettura comune. Spesso si destinano risorse a progetti molto belli e importanti, ma senza la soddisfazione di vederli progredire. La nostra idea è quella di valorizzare le best practice affinché non rimangano fine a se stesse, ma diventino il lancio per politiche più strutturate.
Un altro investimento forte che stiamo compiendo riguarda il sistema informativo. Questa nostra «fissazione» sta emergendo nei provvedimenti che abbiamo proposto o che sono già stati approvati, con riguardo sia all'ISEE che alla social card, ed esplicitamente, da ultimo, con riferimento al decreto-legge sulle semplificazioni. Vogliamo portare avanti, con un forte sostegno da parte del nostro Ministero, il meccanismo modulare previsto dalla legge n. 328/2000 per il sistema informativo


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dei servizi sociali, attuato finora solo in alcuni moduli, tra cui la non autosufficienza e l'infanzia. Attualmente stiamo puntando molto sui servizi educativi.
Il decreto-legge sulle semplificazioni, approvato dal Governo e in fase di presentazione alla Camera, va anche oltre, in quanto riprende il discorso del cosiddetto casellario costituito presso l'INPS, con l'obiettivo di stabilire flussi di informazioni bidirezionali. L'idea è quella di canalizzare tutte le informazioni in possesso dei soggetti che effettuano prestazioni verso un unico centro, che potrebbe essere istituito presso l'INPS, e allo stesso tempo far sì che ogni soggetto erogatore possa ricevere dall'INPS tutte le informazioni di cui ha bisogno sugli strumenti di aiuto e le politiche di cui è investito. Questo servirà sia per valutare le politiche attuate sia per impostare politiche successive, oltre che per funzioni di coordinamento e di controllo. È un investimento significativo a cui teniamo molto.
In campi diversi stiamo progettando e sperimentando politiche basate su una definizione precisa di progetto individualizzato, un progetto cioè che tenga conto della multidimensionalità del bisogno. Il Ministro ne richiamava prima un esempio, vale a dire la cura degli anziani, in cui prevale la tematica dell'integrazione socio-sanitaria. Un soggetto anziano non autosufficiente dovrebbe essere valutato in relazione a entrambi i profili, al fine di progettare una risposta che sia efficace per la qualità della sua vita ed efficiente nell'uso della spesa pubblica. Le carenze sul piano della presa in carico o progettazione individualizzata sono all'origine dell'attuale sanitarizzazione di casi che non lo richiederebbero, con un incremento della spesa pubblica dovuto a ricoveri inappropriati.


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Nel decreto-legge che, ci auguriamo, sarà convertito in tempi rapidi, proponiamo anche la sperimentazione della social card in una forma diversa da quella precedentemente adottata, proprio perché fondata su un'analisi di progetto personalizzato. La logica è quella del cosiddetto empowerment e prevede di accordare al soggetto interessato un beneficio condizionato che lo spinga a farsi parte attiva nell'uscita da situazioni di disagio attraverso processi di inclusione attiva e di partecipazione al mercato del lavoro.
Per motivi di finanziamento questo strumento era stato pensato in modo categoriale e cioè limitato a persone di età inferiore ai tre anni e superiore ai sessantacinque, con condizioni di prova dei mezzi piuttosto stringenti. La nostra sperimentazione implica, invece, che sia inserito in un progetto più ampio, finalizzato al contrasto alla povertà assoluta e gestito dai comuni nell'ambito della propria rete di interventi con la collaborazione del terzo settore, che presta grande aiuto attraverso mense, sostegno monetario, alloggi e così via. È pensata come una sperimentazione in senso stretto.
Un altro esempio riguarda l'attenzione all'inserimento lavorativo degli immigrati residenti attraverso un ripensamento delle politiche sui flussi migratori. Stiamo compiendo un lavoro molto preciso per realizzare un migliore incontro tra domanda e offerta di lavoro. Invece di far arrivare nuovi immigrati in una situazione di elevata disoccupazione sia tra la popolazione locale che tra gli immigrati, riteniamo che sia meglio indirizzarsi al bacino degli immigrati presenti, avendo in mente processi di regolarizzazione della manodopera esistente per evitare la piaga della clandestinità.
Un altro aspetto molto importante, di cui ha già parlato il Ministro, è lo sviluppo dei servizi da attuare in coordinamento con altri Ministeri, in particolare con quello della coesione


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territoriale affidato al Ministro Barca. L'obiettivo è collaborare nella definizione, sia qualitativa che quantitativa, di obiettivi di servizio che poi saranno monitorati. Siamo molto impegnati anche su questo fronte.
Per quanto riguarda le persone con disabilità, l'obiettivo è dare piena implementazione, attraverso il lavoro dell'Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, alla Convenzione dell'ONU sui diritti delle persone con disabilità. Un punto importante per noi, come ricordava il Ministro, è il collegamento con le politiche del lavoro e il controllo attento dell'applicazione della legge n. 68/1999.
Inoltre, continua l'impegno sui programmi di presa in carico dei minori stranieri non accompagnati. Abbiamo gestito, in collaborazione con i comuni, il programma relativo all'emergenza del Nord Africa. L'emergenza, per fortuna, è destinata a finire, ma per seguire o allocare sul territorio questi bambini sono state messe a punto modalità che non vogliamo perdere perché rappresentano una buona pratica. Ci stiamo, quindi, muovendo in questa direzione, essendo molto forte, come dicevo, la nostra attenzione alla progettazione europea in campo sociale.
Per concludere, vorrei dire solo due parole sull'ISEE. Lo strumento di valutazione della condizione economica è forse il terreno su cui siamo più impegnati in questo momento. Poiché le condizioni economiche delle famiglie sono molto difficili, come ho spiegato all'inizio, dobbiamo essere capaci di impostare politiche selettive che si basino su un sistema di misurazione della condizione economica credibile, altrimenti rischiamo di fare ancora più danno. Questo è il nostro compito. C'è un problema di ridefinizione del concetto di reddito e di patrimonio utilizzabile che deve essere affrontato


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in stretto contatto con l'Agenzia delle entrate, in modo da capire quali modalità di verifica adottare per evitare abusi.
Inoltre, alle regioni e ai comuni sta molto a cuore la possibilità di usare questo strumento in modo flessibile. Come sapete, esistono ragioni, soprattutto in ordine alla definizione del nucleo familiare, per considerare in modo diverso le politiche che si rivolgono alle persone con disabilità, per le quali l'elemento cruciale è l'autonomia, agli anziani non autosufficienti, rispetto ai quali è doveroso applicare un concetto ampio di famiglia, anche per via del costo delle prestazioni, o ai minori, nei cui confronti probabilmente è auspicabile una definizione di nucleo familiare più ristretta. È un lavoro ancora in corso di definizione. Per noi sarà molto importante il confronto con le regioni in modo particolare, ma anche con comuni e terzo settore.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Fornero e il sottosegretario Guerra per la esauriente esposizione.
Lo scenario che abbiamo di fronte non è felicissimo, tuttavia cercheremo di lavorare al fine di individuare le soluzioni giuste. Il quadro della povertà che ci è stato descritto ci era in parte già noto e sappiamo che la povertà è più accentuata al sud dell'Italia. È un tema su cui ci confrontiamo anche noi quasi quotidianamente, viste le richieste continue che riceviamo.
Nell'ambito della discussione degli argomenti presenti nell'agenda della Commissione stiamo incontrando alcune difficoltà. Come il Ministro sa, siamo ancora in fase di discussione generale sulla delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale, che è stata inserita nel programma dei lavori dell'Assemblea per il mese di marzo. I lavori su questo provvedimento non sono andati avanti proprio perché aspettavamo l'audizione del Ministro del lavoro, per capire se c'è


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ancora interesse da parte del Governo verso questo disegno di legge ovvero se intenda modificarlo o rinunciarvi.
Tra gli altri progetti di legge all'ordine del giorno della nostra Commissione, uno dei più datati è quello dell'onorevole Turco sul «dopo di noi», altri riguardano i problemi dei disabili. Sono tutti temi di cui questa Commissione si è sempre occupata, ma spesso ci siamo dovuti fermare per motivi economici. Trovandoci in questa situazione economica non felice, non sempre riusciamo a portare avanti le proposte e a risolvere i problemi. Dobbiamo fare i conti anche con questo.
Do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

ANNA MARGHERITA MIOTTO. Ringrazio molto il Ministro e il sottosegretario intervenute a questa audizione, che purtroppo si è svolta con un certo ritardo, ma abbiamo avuto altre urgenze. Mi auguro che questo ritardo si possa recuperare con una maggiore intensità di iniziativa politica.
Come Partito democratico, ci attendiamo un'intensificazione dell'iniziativa politica perché, signor Ministro, la crisi si affronta in maniera appropriata, salvaguardando quel principio fondamentale che il Presidente della Repubblica ha più volte citato e cioè l'obiettivo della coesione sociale. Di fronte a risorse che sono decrescenti o addirittura azzerate, non si può far mancare la vicinanza delle istituzioni e il sostegno dei servizi a chi è rimasto più indietro.
Nella crisi ci sono coloro che soffrono di più e che ne pagano di più il peso. Purtroppo finora, nelle proposte riguardanti la crescita, il capitolo concernente le politiche sociali e assistenziali, che sono una componente importante delle politiche sociali, è rimasto, ahimè, nell'ombra. Credo che sia sbagliato il modo di guardare a questo grande universo di bisogni che non sempre trovano risposta. Pare che l'attenzione


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alle politiche sociali non appartenga alle categorie della crescita. È un approccio sbagliato.
Lo ricordava anche il G8 che, subito dopo il crollo di Lehman Brothers, ha approvato un documento importante, presenti i Ministri del welfare. Mi riferisco a People first. Io non ho visto alcuna traccia di questo grande e ambizioso obiettivo. Ho visto il contrario.
Va benissimo la sterilizzazione degli effetti finanziari e noi diamo atto al Governo di aver affrontato rapidamente questa spada di Damocle sospesa sopra la testa, di 7,5 milioni di persone in Italia tra invalidi, persone non autosufficienti con assegno di accompagnamento, vedove, vedovi e orfani con assegno di reversibilità. Questa è la platea della quale si occupa l'articolo 10 della delega fiscale e assistenziale. Ben venga, quindi, la sterilizzazione degli effetti finanziari.
Tuttavia, signor Ministro, noi le chiediamo una cosa in più. Le chiediamo che il Governo prenda atto che quel testo va ritirato perché dimostra un approccio all'assistenza che capovolge cinquant'anni di faticosissima storia del nostro Paese, dalla Costituzione in poi. Purtroppo, solo nel 2000 il Parlamento ha approvato la legge n. 328, ma sono stati cinquant'anni di lavoro importante per cambiare il modello paternalistico legato alla beneficenza, all'approccio categoriale, ai trasferimenti monetari e al centralismo.
Abbiamo recuperato il gap che avevamo nei confronti degli altri Paesi? No, oggi però l'abbiamo allargato. Mi piacerebbe che questo Governo indicasse nel suo orizzonte di attività e di azione quotidiana una visione del welfare che, per quanto riguarda gli aspetti dell'assistenza, si rifaccia al modello incompiuto disegnato dalla legge n. 328. Se così non sarà, è fatale - lo dico con tutta la comprensione possibile - che si ricada nel modello categoriale e che si ritorni al modello


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settoriale degli interventi. Questo, secondo me, significherebbe tornare indietro. Vorrebbe dire che si guarda al passato.
Innanzitutto, in Italia abbiamo un modello di assistenza sottofinanziato rispetto agli altri Paesi europei. Non occorre dire molto di più, ma ci deve essere l'impegno al fine di colmare questo gap, non ci si può limitare a fare cassa. In secondo luogo, le criticità sono la non autosufficienza, il contrasto alla povertà e le politiche per la famiglia. Della famiglia parleremo con il Ministro Riccardi, ma per le altre due questioni occorre un'inversione di tendenza. Accanto al primo pilastro rappresentato dal Fondo sanitario, il Fondo per le politiche sociali e il Fondo per la non autosufficienza avrebbero dovuto essere il secondo e il terzo pilastro, mentre il quarto avrebbe dovuto essere rappresentato dai fondi integrativi. Avendone azzerati due, l'impianto complessivo non sta più in piedi.
Azzerati il Fondo per le politiche sociali e quello per la non autosufficienza - negli anni scorsi avevamo visto accenni di politiche su questo versante, seppur fragili e gracili - resta solo il Fondo sanitario. Gravare la sanità di oneri impropri è un delitto perché metterebbe in discussione anche i livelli essenziali di assistenza (LEA), ormai l'unica conquista per i bisogni di salute dei cittadini.
Poiché sentiamo circolare varie ipotesi che addosserebbero la non autosufficienza alla sanità, io le ricordo, signor Ministro, che per gli anziani non autosufficienti gravi e istituzionalizzati i LEA prevedono il 50 per cento della spesa, cioè - per capirci - 50 euro al giorno. Questo già avviene nelle regioni più avanzate d'Italia. Per gli anziani non autosufficienti di pari gravità che sono a domicilio non è previsto un euro e questa è un'ingiustizia.


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Accettiamo che si voglia intervenire su quel versante, ma occorre mettersi d'accordo con la sanità. È chiaro che l'assegno per la non autosufficienza è vitale. Senza quei 480 euro le famiglie non provvedono in proprio con le badanti e non provvedono per la spesa non coperta dal Fondo sanitario per l'assistenza nelle case di riposo e soprattutto nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA). Sia chiaro che, quando si intacca quell'intervento, che è monetario, ma può aiutare comunque la permanenza a domicilio attraverso la rete dei servizi, rischiamo di far fallire l'intero sistema e di determinare spese più elevate per la sanità. Quando un anziano viene ricoverato in ospedale servono un posto letto in più e 800 euro in più in media a carico della comunità. È un'operazione fallimentare anche sul piano economico.
Mi auguro che ci sia un'inversione di rotta anche in questo approccio, da categoriale a universale. Il modo per rendere visibile tutto questo, signor Ministro, sono i LEA. Faremo il salto di qualità verso l'universalismo nel campo di alcuni diritti fondamentali, qual è il diritto all'assistenza, se affronteremo il tema dei LEA. Questo Governo ha tutte le caratteristiche per riuscirci. Sappiamo che fissare i LEA vuol dire trovare risorse, ma Lei giustamente ha detto che si precederà gradualmente.
Lo strumento esiste, signor Ministro. Gli obiettivi di servizio contenuti nella legge sul federalismo fiscale sono lo strumento per fissare i LEA e per raggiungerli gradualmente. Non può più essere speso un euro se non è coerente con i LEA, altrimenti ripeteremmo ciò che si è fatto nel passato e che con fatica la riforma che porta il nome del Ministro Turco, ma che è stata votata dal Parlamento all'unanimità nel 2000, aveva tentato di cancellare.
Per quanto riguarda il terzo settore e il volontariato, la sua dichiarazione sull'Agenzia mi rassicura, ma le chiediamo di


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ritirare la delega perché inverte la sussidiarietà. Lo Stato diventerebbe sussidiario rispetto al volontariato e al terzo settore. È un capovolgimento, peraltro irrealizzabile. Affermare che dove non arrivano volontariato e terzo settore interviene lo Stato, ma senza stabilire i LEA in sanità è solo un manifesto ideologico. Solo i livelli di assistenza sanitaria rendono possibile valutare l'apporto dei soggetti pubblici e privati alla garanzia dei diritti.
L'ultimo capitolo che vorrei trattare è il modello istituzionale. Abbiamo assistito a un'evidente centralizzazione di tutti gli interventi dell'assistenza e lo riteniamo sbagliato, dovendo essere, invece, il comune il principale attore in questo campo, in quanto principale destinatario della domanda dei cittadini. Sono preoccupata per il grande ruolo affidato all'INPS perché non viene eletto dai cittadini, diversamente dai sindaci.
Per quanto riguarda, poi, la raccolta dei dati, occorre prudenza. Faremo inviare all'INPS da tutti gli 8.000 comuni d'Italia il corrispondente onere finanziario per tutte le prestazioni erogate ai cittadini? Abbiamo già alle spalle una piccola esperienza, signor Ministro. È già stato fatto ed è emersa una sovrapposizione fra interventi economici e interventi in materia di servizi, cioè fra pensioni ai disabili e varie provvidenze misurabili con le detrazioni fiscali.
La grande enfasi sui doppioni e sui doppi benefici nell'indagine del professor Mauro Marè ha dato un risultato che lascia senza parole. Queste famose duplicazioni ammontano alla bellezza di 200 milioni di euro. Nella delega che è stata azzerata si trattava di tagliare 20 miliardi, ma la preoccupazione era per quei 200 milioni. Credo che un esame accurato delle varie provvidenze possa condurre a qualche razionalizzazione.


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Non pensiamo, però, che l'INPS possa fare ciò che qualsiasi assessore ai servizi sociali può realizzare in sede locale meglio e più democraticamente.

PAOLA BINETTI. Ringraziamo il Ministro e il sottosegretario per la loro esposizione delle linee di intervento sia in termini di contenuti che in termini di metodo.
In termini di metodo, però, in una situazione come quella che stiamo vivendo in questo momento, mi sarei immaginata che occupassero maggiore spazio circostanze concrete, come per esempio la gravità dei problemi, la possibilità di intervenire oggettivamente secondo un criterio di realtà, la possibilità di creare in alcuni casi attraverso quelli che Lei ha chiamato interventi di sperimentazione prospettive di tipo esemplare, che possano servire come linee guida. Un altro aspetto interessante è quello della centralità della famiglia nella percezione dei bisogni e nella valutazione degli interventi.
Quando parliamo di soggetti poveri, di soggetti disabili e dei giovani stessi come una delle categorie fragili in questo momento storico, parliamo di un rapporto in cui la centralità della persona fa immediato riferimento al contesto familiare. Si avverte sempre di più l'urgenza che le misure di welfare, anche quando si passa da un welfare di tipo assistenziale al welfare delle opportunità, come Lei ha ben detto, vengano pensate in termini in termini di politiche familiari.
È vero che esiste una sorta di barriera mobile tra il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. Tuttavia, nel momento in cui le famiglie sono messe davanti ai problemi reali della povertà, del lavoro, dei giovani e della disabilità, interessa poco sapere chi è il Ministro di riferimento e interessa molto di più sapere chi può dare risposte ai loro bisogni.


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Realisticamente, credo che sarebbe necessario avere presente questo prima di tutto. Il mandato del Governo, che durerà in linea di massima tredici mesi, non deve limitarsi a disegnare scenari per il futuro. Il Governo ha anche il compito di intervenire ora nel concreto, scegliendo obiettivi molto precisi. Il sottosegretario Guerra ci ha presentato un panorama di possibilità e si è dispiaciuta di non poter descrivere ulteriormente la molteplicità degli interventi in gioco. Non vorrei che nella pluralità di prospettive si perdesse di vista la concretezza richiesta dal fatto che alla fine si potranno portare a casa solo pochi risultati. È, quindi, necessario avere degli obiettivi molto precisi e concreti.
Provengo da un convegno, al quale era presente anche l'onorevole Turco, in cui si parlava della dimensione nascosta della disabilità. Sia le associazioni sia il Censis, che era tra gli enti promotori dell'incontro, hanno affrontato un discorso da cui non possiamo prescindere. Lei prima diceva che i fondi non sono stati ridotti, ma mi è sembrato inconciliabile con quanto ci dicevano stamattina a proposito della totale mancanza delle risorse necessarie ai comuni per far fronte alle politiche sociali. A livello di cifre, le risorse sarebbero passate da 500 milioni di euro a 70-80 milioni di euro.
Questa riduzione massiccia influisce sulla concretezza di ogni giorno. Le cooperative chiudono perché non sono in grado di fare fronte ai bisogni. Oltre alla realtà lavorativa che si riduce, c'è l'esperienza concreta delle famiglie che non sono in grado di garantire, ad esempio, una fisioterapia o il supporto necessario all'occupabilità della persona portatrice di disabilità, il cui inserimento lavorativo richiede una sorta di tutoraggio positivo, che non è una sottrazione di dignità, bensì una valorizzazione del potenziale di quella persona.


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I dati fornitici questa mattina erano dati pesanti e riflettevano il disagio profondo delle persone che si muovono in questo campo. Poiché gli interlocutori sono qualificati, non si tratta di un «lamento di corridoio», ma di un lamento strutturato e organico che proviene da chi, come il Censis, è in grado di dare dei numeri molto concreti. Il problema esiste. Lasci a noi immaginare che cosa succederà nel 2013, se e quando cambierà lo scenario politico. Per un governo tecnico le soluzioni vanno calibrate anche sulla concretezza e sulla gravità dei problemi da affrontare al momento.
Lei ha detto giustamente che il metodo scelto è quello della gradualità perché non si può disegnare un panorama e pretendere di realizzarlo tutto e subito. Noi vorremmo vedere questo principio di gradualità, ma non in una serie di iniziative «a pettine», bensì in un'organizzazione «ad albero», in cui da una decisione principale se ne diramano altre.
Lei ha parlato di sperimentazione sulla non autosufficienza per ricavarne delle buone pratiche, che in un secondo momento possano servire a generalizzare i processi. Poiché la partenza di una sperimentazione significa destinazione di risorse ad alcune iniziative piuttosto che ad altre, ci farebbe piacere sapere perlomeno quali sono i criteri che presidieranno a questa sperimentazione.
È evidente che le tentazioni sono di due tipi. Da un lato, si tende a sperimentare laddove già ci sono capacità di lavorare, di organizzare e di creare il modello di riferimento, cioè dove c'è l'esemplarità a cui anch'io mi riferivo come criterio. Dall'altro lato, alcune regioni non sono in grado di proporsi come esempio, ma sono invece in condizioni di drammatica urgenza e gravità. Ci piacerebbe, quindi, conoscere a quali criteri vi affiderete.


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Un altro punto si interfaccia molto più profondamente con la struttura del suo Ministero. Come lei ha detto giustamente, c'è più povertà dove manca il lavoro e oggi emerge, a volte con una strumentalizzazione antipatica sui giornali, il tema del lavoro dei giovani. Noi vorremmo sapere cosa faremo per contrastare la povertà dei giovani. Lei ha parlato sia di occupazione sia di occupabilità, ma oggi assistiamo a un depauperamento della ricchezza dei giovani, delle loro conoscenze e delle loro competenze. I giovani escono da un percorso di studi prolungato, fatto di lauree triennali e magistrali, di master, di dottorati di ricerca. Sono ragazzi fortunati, ma sono dei fortunati che non trovano lavoro. Non c'è solo la povertà. L'impoverimento della nostra società deriva anche da questo depauperamento dei giovani.
Le nostre caselle e-mail sono invase da richieste di questo tipo e dobbiamo farci carico di questi problemi. Anche su questo, però, vorremmo avere un panorama più ristretto, un menù più concreto per poter dire tra dodici mesi come è stata ridotta la disoccupazione, come si è rivalutato l'ISEE delle famiglie, come è stato consentito agli anziani di essere assistiti nelle proprie case e non mediante una sorta di «sanitarizzazione».
Nella replica del Ministro e del sottosegretario, ci aspettiamo di ricevere risposte concrete e non solo scenari prospettati.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GERO GRASSI

CARMELO PORCU. È doveroso un ringraziamento al Ministro e al sottosegretario per la loro partecipazione all'audizione odierna e un augurio sentito di buon lavoro e di


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successo. Signor Ministro, su queste materie non si possono fare errori e non si possono nemmeno creare spaccature di carattere politico. Si tratta di politiche che riguardano tutti quanti i cittadini. Toccano profondamente le famiglie e decidono della qualità della vita di una persona e del suo destino personale.
Spesso, signor Ministro, ci interroghiamo su che cosa poteva capitare a noi stessi se la persona con cui siamo venuti a contatto in un dato momento avesse avuto la luna storta o se l'istituzione a cui ci siamo rivolti non fosse stata disponibile a darci risposte. Probabilmente il nostro destino sarebbe cambiato e oggi non saremmo seduti davanti a Lei in un banco di una Commissione parlamentare. Questo per dire quanto sia importante l'approccio culturale ai problemi, la disponibilità personale, il coinvolgimento di ordine culturale dell'intera società in questo tipo di problematiche.
Vado subito al sodo e le pongo due problemi a proposito di qualcosa che il Governo ha già fatto e su cui non mi trovo molto d'accordo - e le dirò perché - e di qualcosa che il Governo dovrebbe fare e che spero farà. Ciò che il Governo ha già introdotto è l'obbligo per gli anziani pensionati di aprire un conto corrente bancario. Non so spiegarglielo in termini economici, forse per la mia ignoranza di tali materie, ma le assicuro che ha creato un serio problema per la vita quotidiana di centinaia di migliaia di cittadini anziani di questo Paese.
È un problema, signor Ministro, ma forse l'eco di questo disagio non è arrivata abbastanza forte nelle stanze ministeriali. Le chiederei che si ragionasse su questo tipo di problematica. Il semplice rito di andare a ritirare la pensione alle Poste e fare una chiacchierata con gli amici per l'anziano è un momento di vita quotidiana, è un tesoro, una ricchezza,


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qualcosa di davvero inalienabile. Non riesco a capire quale giovamento abbiano le casse dello Stato dall'obbligare un ottantenne a compiere operazioni che non ha mai fatto.
Vorrei, invece, richiamare l'attenzione su qualcosa che il Governo dovrebbe fare. Il Governo dovrebbe mostrare le armi all'INPS sulla questione della disabilità. Dovrebbe fare la faccia dura più di quanto non abbia fatto chi l'ha preceduto. Io appartengo alla maggioranza del precedente Governo, ma non sono riuscito a farmi sentire. Spero che questo Governo mi ascolti. Non tutto quello che è INPS luccica, per quanto riguarda i disabili italiani. La partita è assolutamente aperta.
Tutte le parti politiche di questo Parlamento e di questa Commissione hanno sommerso il precedente Governo di interrogazioni, di mozioni, di interpellanze sul problema dell'INPS nel rapporto con i disabili. È vero che l'INPS deve combattere i falsi invalidi e deve farlo in maniera severa e feroce perché sono una vergogna italiana e non dobbiamo sopportare e consentire che truffino e danneggino per primi gli invalidi veri.
Però, signor Ministro, non si può assistere impunemente a situazioni che vedono disabili con tetraplegie spastiche gravissime, allettati da decenni, chiamati a visita in continuazione in modo vergognoso e assolutamente intollerabile. Le famiglie che assistono i disabili non possono essere anche vessate dalla burocrazia e dalle visite continuate e continuative, nonostante le leggi vigenti. E non mi si dica che c'è un problema di comunicazione tra l'INPS e le ASL. Questo problema deve essere risolto, essendo un problema di civiltà quanto quello dei falsi invalidi.
L'INPS revoca le pensioni, ma poi ci sono i ricorsi che i cittadini ricorrenti spesso vincono. Bisogna fare anche un esame del costo economico di questa partita. Alla fine c'è un


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vero risparmio o c'è invece un aggravio di spesa per lo Stato tra commissioni istituite per il controllo, medici pagati per i controlli successivi e continuativi e spese legali? È vero o no che in Italia ci sono studi legali che si sono arricchiti molto su questa materia?
Anche se il circuito mass-mediatico italiano non recepisce a fondo questi problemi, perché sembra che l'invalidità e la disabilità siano passate di moda, esse toccano nel profondo centinaia di migliaia, forse milioni, di cittadini italiani. In tutte le famiglie italiane c'è un problema di disabilità. Direttamente o indirettamente ogni cittadino italiano vive un contatto, un confronto con la disabilità.
Sulla questione degli anziani e dell'INPS, Ministro, Le chiedo, quindi, di darci una risposta e un segno della volontà di comprendere problemi così gravi.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIUSEPPE PALUMBO

ILEANA ARGENTIN. Parlerò davvero poco perché ho già avuto il piacere di incontrare il Ministro personalmente. Vorrei sottolineare due aspetti che ritengo politicamente fondamentali. È inutile ribadire quanto sia stato importante che nell'ambito del Fondo per la non autosufficienza, per quanto azzerato, siano stati bloccati 20 miliardi di euro. Come sappiamo, le cose si fanno con i soldi e di soldi per il disagio e la disabilità ce ne sono veramente pochi.
Poiché si parla tanto di pensioni, tengo a ribadire l'importanza del cosiddetto prepensionamento per i genitori dei disabili, codificato in più di tredici proposte di legge depositate in Parlamento e lasciate ammuffire in qualche cassetto. In questa situazione di crisi, vorremmo che queste persone non


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subissero l'allungamento dell'età lavorativa. Non si tratta di un privilegio. Chi ha un figlio disabile grave è costretto nella quotidianità a sostenere una serie di costi aggiuntivi dovuti alle carenze dello Stato e degli enti locali e deve essere sempre molto presente. Il prepensionamento è stato utilizzato come uno strumento quasi clientelare. In questo caso, invece, risponderebbe a un bisogno reale. Chiedo la vostra attenzione su questo e vi chiedo di rivedere le proposte di legge che giacciono nei cassetti e che vi farò pervenire al più presto.
Come Partito democratico, riteniamo inoltre fondamentale prestare attenzione al collegamento tra l'ambito sociale e quello sanitario. Mettere insieme questi ambiti permette realmente di ridurre i costi, ma sbaglieremmo a voler sanitarizzare tutto o a rendere tutto sociale. Dobbiamo trovare un equilibrio, stabilendo che non necessariamente i disabili sono una categoria.
Siamo in una Commissione parlamentare e parliamo di questioni strettamente politiche, ma io credo che per fare politica sulla diversità e sul disagio bisogna avere la consapevolezza che non tutti i diversi sono uguali tra loro, bensì che i diversi sono diversi fra loro. Non è detto che tutti abbiano gli stessi bisogni. La cosa più importante è sancire che ci deve essere compartecipazione solo dove c'è reddito personale.
Il disabile non è necessariamente povero. Qualcuno lo deve dire, ma si ha paura a parlare di questo. Parliamo sempre di «poveri disgraziati» e mai di coloro che hanno possibilità economiche. Sono pochi, ma esistono. Io e l'onorevole Porcu ne siamo l'esempio, così come centinaia di persone che io conosco. Chiedo, quindi, che si impari a dire di no a una forma di clientelismo.
Vi ringrazio, inoltre, per aver preso in mano la situazione dell'Agenzia del volontariato. Come disabile, lo leggo come un


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limite agli interventi a pioggia, con cui non si arriva da nessuna parte. È necessario programmare e progettare in modo mirato. Se deciderete che le linee di indirizzo spettano al Ministero, io sarò con voi. È giusto così, perché spesso per far star zitto l'uno o l'altro si buttano migliaia o milioni di euro che non risolvono un bel niente. Parlo fuori dai denti perché ho la consapevolezza di parlare a nome di un grande mondo, fatto di diversi, ma soprattutto di diversi l'uno dall'altro.
Chiudo con una considerazione che ritengo primaria. Per favore, fate in modo che i vostri colleghi aprano le orecchie. Non tutto ciò che è disabilità riguarda gli affari sociali. La mobilità, i trasporti, le barriere architettoniche sono problemi che riguardano i lavori pubblici. Parlare di sport e tornare ai servizi sociali non serve. È una questione sociale come lo è per il bambino, per l'anziano o per la persona normodotata. Quel di più non deve essere scaricato sul Ministero delle politiche sociali.
Il decreto del Presidente della Repubblica n. 503 del 1996 che riguarda l'eliminazione delle barriere architettoniche dagli edifici pubblici non può essere un problema del Ministero delle politiche sociali, bensì dei lavori pubblici. Lo stesso discorso vale per la legge n. 68 del 1999 sull'inserimento lavorativo dei disabili. Ora rientra tra le deleghe del Ministro e ne sono molto felice, ma è solo una coincidenza. Se non si opereranno queste distinzioni, saremo cittadini solo assistiti, inseriti in un contesto in cui la nostra produttività non si vedrà mai.
Per fare un esempio banalissimo, non è possibile che al cinema il disabile ancora non paghi. È l'operatore che l'accompagna a non dover pagare, ma nessuno l'ha mai scritto.


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Il disabile paga perché sceglie di andare al cinema, mentre l'operatore diventa la pari opportunità per arrivare al cinema. È lui a non dover pagare.
Come ripeto, sono con voi e ringrazio il sottosegretario per la prospettiva che ci ha illustrato a proposito di enti locali e regioni. Finalmente qualcuno ha capito che per dare risposte occorre parlare con le regioni in modo diverso. È pur vero, tuttavia, che non dovrete creare regioni di serie A o di serie B.
Anche le regioni devono avere pari opportunità, altrimenti noi a nostra volta saremo fortunati se nasceremo al nord piuttosto che al sud o al centro.

LAURA MOLTENI. Signor Ministro, signor sottosegretario, ho ascoltato con attenzione la vostra relazione, ma non avendo sotto mano il testo scritto della vostra audizione mi riservo di esprimermi ancora in seguito.
Alcuni punti mi hanno lasciato molto perplessa, soprattutto laddove si rileva che nelle quattro aree, famiglia, disabili, infanzia e adolescenza, inclusione sociale, spendiamo meno del resto d'Europa. Come qualche collega ha già riferito, in alcuni casi sono stati fortemente ridotti i capitoli di spesa. Mi riferisco, ad esempio, all'assegno per la non autosufficienza o all'assistenza domiciliare. Questa situazione è abbastanza emblematica. Il costo di una persona seguita a domicilio è ben diverso da quello sostenuto per la residenzializzazione della stessa persona in una struttura, quale una casa di riposo. Il secondo è un costo che incide molto di più sulla spesa pubblica. Ridurre certi capitoli di spesa significa talvolta aumentare la spesa per l'assistenza.
Per questo ritengo importante che sia necessario investire nell'ambito sociale in termini di prevenzione per far sì che le persone anziane e disabili restino nel contesto della propria


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famiglia, evitando così che costi ben maggiori, come ben sa chi è stato sindaco, assessore ai servizi sociali o consigliere in un grande comune o in una regione, ricadano sui bilanci degli enti e delle famiglie del nostro Paese. Questi conti sono sotto gli occhi degli amministratori.
Credo che vada, invece, perseguita con tenacia la lotta ai falsi invalidi e ai falsi poveri, fenomeni che purtroppo interessano prevalentemente certe aree geografiche del nostro Paese. Ricordo un report dell'Agenzia delle entrate secondo il quale nel 2006 l'intensità di evasione fiscale dell'IRAP in Calabria era intorno al 93,89 per cento. Ciò vuol dire che il sistema paese non funziona e che i dati non rispecchiano una realtà oggettiva. Mi riallaccio alla questione della povertà di cui parlava prima il sottosegretario. Se non leghiamo la questione della povertà all'evasione fiscale ed all'intensità di evasione fiscale per area geografica di riferimento, troveremo territori dove la gente sembra vivere di nulla e sembra essere estremamente povera nonostante le automobili, le pellicce, le case, le vacanze. In alcune parti del Paese, peraltro, le case non vengono accatastate e quindi non producono reddito perché pur essendo materialmente visibili formalmente per il fisco non esistono.
Dobbiamo prestare attenzione quando parliamo di povertà. Io che vivo al nord pongo la questione settentrionale. Vi assicuro che, se esaminerete i dati delle associazioni del terzo settore che si occupano di povertà, vi renderete conto di quanti italiani si rivolgono alla Caritas o alla ONLUS «Pane quotidiano» per un pasto caldo e qualche servizio. A volte sono persone anziane, altre volte sono persone che hanno perso il lavoro e a quaranta o a cinquant'anni non riescono a trovarne un altro. Se avrete occasione di fare un giro nei mercati di periferia di una metropoli, troverete, soprattutto al nord e


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sempre più in crescendo, persone vestite con abiti lisi, ma dignitosi, che nel raccogliere gli avanzi di frutta e verdura esprimono comunque una grande dignità. Io le ho incontrate e ho parlato con loro, è gente che, in buona parte, ha lavorato per una vita intera.
Occorre prestare attenzione quando si ha a che fare con dati asettici, pur elaborati da istituti competenti. Se non si tiene conto del contesto reale dal quale provengono, tali dati potrebbero risultare falsati rispetto a una realtà evidente del contesto territoriale di riferimento.
Voglio evidenziare anche il ruolo della famiglia. La famiglia nella società del nostro Paese ha un ruolo importante, è la cellula fondante, il punto di riferimento al quale fanno capo i bisogni degli anziani, delle persone disabili e anche dei giovani. Nel momento in cui i giovani non trovano lavoro si rivolgono ancora una volta alla famiglia di provenienza. Se è vero che nel resto d'Europa la situazione è diversa dalla nostra in termini di risorse destinate agli affari sociali, è altrettanto vero che in Europa anche il peso delle politiche sociali in termini di servizi è diverso rispetto alla realtà del nostro Paese.
Dal lato delle politiche del lavoro, con la riforma del Ministro Fornero le donne italiane andranno in pensione più tardi come le donne di altri Paesi europei, peccato che i servizi che gli altri Paesi europei offrono a sostegno della famiglia e dei bisogni dei cittadini sono molto diversi dai nostri per qualità e quantità di offerta. Come faranno le donne italiane a occuparsi dei genitori diventati anziani? Li dovranno sistemare in strutture residenziali! Chi pagherà questi maggiori costi? È bene fare attenzione.
Anche il volontariato svolge nel nostro Paese un ruolo importantissimo. Per il principio di sussidiarietà orizzontale volontariato e terzo settore collaborano strettamente con gli


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enti locali su programmi e progetti. Per questo in tanti comuni è stato istituito il tavolo del terzo settore, dove le realtà associative presenti sul territorio si coordinano direttamente con i locali assessorati ai servizi sociali nell'offerta di servizi ai cittadini.
Non siamo favorevoli a una centralizzazione dell'assistenza, ma siamo per la valorizzazione del ruolo dei comuni e delle regioni affinché si crei una vera integrazione dei servizi socio-sanitari e socio-assistenziali, prevedendo un meccanismo premiale per chi persegue linee di intervento che rispondono a criteri di efficacia, di efficienza e di appropriatezza nell'erogazione dei servizi. Non si può, inoltre, gravare la sanità di oneri che riguardano la spesa sociale. Lo trovo improprio perché i fondi riferiti all'erogazione dei LEA nella sanità sono già molto risicati.
Sarebbe, invece, opportuno controllare i piani di rientro sanitari delle regioni con gravi disavanzi. Occorrerebbe altresì portare avanti l'elaborazione dei costi standard. Solo attraverso tale logica e attraverso la responsabilizzazione degli amministratori della res pubblica, come previsto dalla legge delega sul federalismo fiscale, si potrà contenere la spesa e punire gli amministratori che per incapacità o altro proseguono nella erronea ed efferata logica del disavanzo.
Vorrei sottoporle un'ulteriore perplessità. Quando è stato elaborato il decreto «salva Italia», si è cercato di capire quanto avrebbe inciso tale decreto in termini di impoverimento delle famiglie del nostro Paese? Mi riferisco, ad esempio, alla rivalutazione delle rendite catastali correlata all'IMU e a tutta una serie di provvedimenti che peseranno sui soliti noti, ovvero sulle spalle delle famiglie.
Inoltre, sono rimasta molto stupita da ciò che ho appeso in tema di flussi migratori e delle politiche migratorie compreso


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quelle orientate alla regolarizzazione della manodopera, ovvero, in molti casi volte a una sorta di legalizzazione della clandestinità, quando invece già dobbiamo occuparci dei tanti lavoratori che, perduto il posto di lavoro e passati i quarant'anni, non riescono a trovare una nuova occupazione. Che faremo di loro? Li manderemo alla Caritas? Qualche tempo fa, se non ricordo male, la progressista Olanda ha rimandato al loro Paese numerosi lavoratori immigrati per il semplice motivo che prima dovevano essere soddisfatte le esigenze interne di lavoro dei lavoratori olandesi legate alla crisi economica. Credo che anche noi dovremmo ripensare la nostra politica. Mi chiedo, inoltre, quali siano le politiche del lavoro a favore dei working poor e dei giovani. Potremmo prendere esempio da altri Paese che hanno affrontato queste situazioni critiche con molta più coerenza.
Vi ho poi ascoltato in tema di minori stranieri non accompagnati. Ci sono anche casi di minori rapiti dalle proprie famiglie ed altri di minori venduti dalle stesse famiglie. Io sono dell'idea che dovrebbero essere ricongiunti alle famiglie d'origine. Perché non prevedere un programma di riammissione assistita e protetta nei Paesi di origine? Ricordo di aver affrontato la questione quando ero presidente della commissione affari sociali del comune di Milano. Il console romeno Mircea Iordonescu, ad esempio, era pronto a sottoscrivere un protocollo per la riammissione assistita e protetta dei minori romeni in patria. Resto dell'opinione che sia utile intensificare i rapporti internazionale affinché questi bambini vengano restituiti al loro Paese di appartenenza.
Mi sembra, invece, importante, come ha detto il sottosegretario, che l'ISEE sia uno strumento credibile. In merito, ritengo necessario che sia posta in essere una verifica di quanto dichiarato dal cittadino attraverso il modello ISE


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rispetto alla coerenza della spesa individuale con le reali condizioni economiche di vita delle persone a partire dalle regioni ove macroscopicamente si registra un alto tasso di intensità di evasione fiscale.
Questo è stato un primo intervento sulla base degli appunti che ho preso mentre il Ministro e il sottosegretario esponevano la loro relazione. Mi riservo di pronunciarmi nuovamente quando il Ministro tornerà in Commissione. Da ultimo, però, le vorrei anche evidenziare che le politiche sociali sottese alle linee programmatiche che ha esposto oggi non portano alla coesione sociale. Ricordiamoci che un popolo che ha fame prima mormora, ma poi può anche reagire.

LUCIO BARANI. Anch'io, a nome del gruppo del Popolo della Libertà, faccio gli auguri al Ministro e al sottosegretario. Abbiamo capito dalla relazione che ne hanno bisogno perché le cose da fare sono tante ed importanti.
Il Ministro sta cercando di portare avanti una progettualità che troverà una sua concretezza e sarà sottoposta alla Commissione, ma non le sfugge sicuramente il fatto di essere entrata in gioco a partita già iniziata, forse addirittura nel secondo tempo. Alle spalle ci sono cinquant'anni di Repubblica con molte luci, ma soprattutto con molte ombre. I colleghi le hanno voluto dare dei suggerimenti di cui lei farà sicuramente tesoro.
Hanno parlato del nostro ruolo da protagonista in negativo rispetto alla media europea della spesa sociale, ma non hanno accennato al fatto che lo eravamo anche nell'ambito del sistema previdenziale, con tre punti di PIL in più rispetto alla media europea e un costo di 45 miliardi di euro che grava sulla bilancia dei pagamenti. La riforma era, quindi, necessaria per riportare l'equilibrio e poter incrementare la spesa per il fabbisogno sociale.


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Io sono tra coloro che non accantonerebbero la delega fiscale e assistenziale. Anzi, la proporrei al Parlamento perché è da decenni che aspettiamo una riforma fiscale e assistenziale. Noi crediamo che le riforme strutturali siano le più importanti perché consentono di avere una visione non settoriale e localistica, ma più ampia.
Credo che il Ministro si sia resa conto che in sede di Conferenza Stato-regioni, con la quale bisogna sempre confrontarsi, ci si trova di fronte a ventuno realtà diverse. Poiché la modifica del Titolo V della Costituzione ha fatto sì che Governo, regioni e comuni siano sullo stesso livello, nessuno ha la possibilità di intervenire sugli altri livelli territoriali. Il problema principale è ottenere l'unanimità nella Conferenza Stato-regioni, con tutte le difficoltà che si pongono, e confrontarsi con gli 8.101 comuni italiani a cui la politica sociale è demandata.
Le difficoltà non mancano. Pur se l'intenzione è quella di elaborare un'ottima programmazione e un'ottima progettualità, perché ciò si realizzi c'è bisogno di questo ramo del Parlamento e di questa Commissione, ma soprattutto del confronto con la Conferenza Stato-regioni e con l'ANCI, sperando che andando verso la semplificazione di questa burocrazia un po' esagerata non ci sia più bisogno di coinvolgere anche le province.
Gli interventi degli onorevoli Binetti, Miotto, Porcu e Argentin hanno colto varie sfaccettature e crediamo che il Ministro saprà trovare una sintesi e proporre a questa Commissione e al Parlamento riforme capaci di evitare i tempi supplementari e di vincere la partita. Di questo Ministro noi abbiamo un giudizio altamente positivo.
Riteniamo che abbia grandi capacità e siamo convinti che le saprà dimostrare in campo.


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PRESIDENTE. Colleghi, interromperei qui l'audizione del Ministro, che ha dato la sua disponibilità a ritornare per dare ad altri colleghi la possibilità di svolgere i propri interventi.

ELSA FORNERO, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Ringrazio tutti voi per le domande, per i suggerimenti, per le critiche e anche per gli apprezzamenti che ci sono stati rivolti.

PRESIDENTE. Ringrazio gli intervenuti e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,50.