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Atto a cui si riferisce:
C.1/00975 [Sulla crisi politica in Siria]



La Camera,
premesso che:
il 2011 è stato un anno di importanti rivolgimenti e grandi manifestazioni antigovernative nel Paesi del Maghreb e del Mashrek che hanno determinato gravi e violente crisi politiche, sociali ed economiche (avvenimenti ormai noti come «primavera araba»);
nel marzo del 2011, le proteste sono giunte anche in Siria, dove a Daraa, città nel sud del Paese, i residenti si sono riversati in piazza. In quello che venne poi ribattezzato il «giorno della rabbia», per chiedere il rilascio di circa 15 studenti arrestati e presumibilmente torturati dopo aver scritto su un muro slogan che riprendevano gli stessi apparsi nel corso delle rivolte in Tunisia ed Egitto;
attualmente è ancora in atto una dura rivolta contro il regime alawita di Bashar Al Assad, presidente dal luglio 2000, succeduto al padre, Hafez Al Assad presidente ininterrottamente dal 1971 al 2000 (la famiglia Al Assad appartiene alla minoranza islamica degli Alawiti, di orientamento sciita, che fornisce la maggior parte dei quadri dirigenti del Ba'ath siriano);

il Governo di Damasco sta rispondendo con un uso sproporzionato della forza militare; stando agli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite, infatti, tale violenta reazione avrebbe provocato finora la morte di oltre 8mila persone e l'arresto di altre 14mila; tra le forze dell'ordine e di sicurezza notizie non verificate parlano di circa duemila agenti morti negli scontri;
quella in atto in Siria appare sempre più una guerra civile ampiamente iniziata piuttosto che qualcosa in procinto di accadere, con conseguenze ancora più devastanti per la popolazione;
il presidente siriano Bashar al-Assad ha fissato al 7 maggio la data delle prossime elezioni legislative, dopo averle rimandate più di una volta;
occorrerebbe mantenere comunque l'attenzione internazionale sulla questione siriana malgrado lo sfortunato tentativo avviato con la missione degli osservatori della Lega araba, poi ritirata il 28 gennaio 2012; successivamente, nel corso della riunione del 12 febbraio 2012 al Cairo, i Ministri degli affari esteri della Lega araba hanno deciso di chiedere al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'avvio di una missione, in sostituzione di quella appena fallita, che preveda l'invio in Siria di una forza di pace internazionale mista composta da rappresentanti arabi e rappresentanti scelti dalle Nazioni Unite, finalizzata a porre fine ai massacri che insanguinano, da ormai un anno, il Paese arabo; nel corso della stessa riunione è stato chiesto al Paesi arabi di sospendere ogni forma di cooperazione diplomatica con il regime di Damasco, e di intensificare le sanzioni economiche e l'apertura di canali di comunicazione con le opposizioni, ancorché divise;
dopo i recenti sviluppi in Libia e alla luce di una crisi economica e finanziaria che si aggrava sempre più, i Governi occidentali sono molto riluttanti a intervenire, avendo anche ben presente il complesso quadro regionale e internazionale in cui si colloca la crisi siriana; inoltre, va tenuto in debita considerazione il fatto che in Siria una delle principali incognite è caratterizzata dal carattere frammentario dell'opposizione al regime, dominata da una maggioranza sunnita sostenuta dai Fratelli musulmani e da Paesi arabi del golfo e rappresentata da un insieme di gruppi in esilio che si fa chiamare Consiglio nazionale siriano (Cns), con una prevalenza sempre più consistente di movimenti e partiti islamisti sunniti a fronte della presenza sciita di matrice iraniana;
proprio l'Iran ovviamente ha dimostrato di essere particolarmente attento a quel che accade in Siria, offrendo innanzitutto l'appoggio alle forze del regime e alla repressione della rivolta nel Paese;
di fronte alle violenze e alla crisi diplomatica internazionale, anche il nostro Paese, a lungo uno dei principali partner commerciali della Siria, il 14 marzo 2012 ha sospeso l'attività della propria ambasciata a Damasco e rimpatriato lo staff della sede diplomatica; altri Paesi hanno comunque già annunciato di voler procedere in questa direzione;
al di là delle inevitabili ripercussioni sugli assetti politico-istituzionali dell'intera area geografica, tale situazione sta generando un forte allarme umanitario per i violenti massacri che da mesi si stanno perpetrando ai danni della popolazione civile e che rischia di provocare delle inevitabili e gravi ripercussioni sui già delicati equilibri dell'intero territorio mediorientale, per cui risulta quanto mai urgente e prioritario un decisivo e unanime intervento della comunità internazionale;
la Turchia, ad esempio, ha già fatto sapere di essere disposta e preparata a ricevere profughi siriani per proteggerli dalle forze armate lealiste e a ospitare le forze armate libere della Siria, escludendo in maniera assoluta un coinvolgimento militare;
nei giorni scorsi, l'Alto Commissario dell'ONU per i diritti umani ha denunciato che «la mancanza di un accordo nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla

Siria sembra aver incoraggiato le autorità di Damasco a portare avanti un massacro ancora più indiscriminato di dissidenti e crimini contro l'umanità»;
ogni tentativo fin qui esperito dalle Nazioni Unite - da ultimo, proprio l'invio dell'ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan - per porre fine alla repressione e per garantire un accesso umanitario alle città più colpite, ha prodotto esiti fallimentari;
l'Occidente è ancora impegnato nel ritiro dall'Afghanistan mentre già giungono sollecitazioni a intraprendere nuove imprese militari contro i regimi di Siria e Iran;
occorrerà, dunque, riaprire, ancora una volta, una riflessione proprio sull'Afghanistan, sulla necessità di concludere un'avventura a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, spericolata e sbagliata, nata come «missione di pace» ma che si è trasformata in una operazione di controguerriglia, di guerra guerreggiata, di lotta contro fazioni con impiego di mezzi altamente aggressivi che hanno già ucciso indiscriminatamente troppe vittime civili;
la recente, tragica strage commessa da un sergente americano in Afghanistan è stata troppo frettolosamente rubricata come un caso isolato di follia, mentre l'uccisione di 18 innocenti colti nel sonno, tra cui donne e moltissimi bambini, rivela invece quale assurda escalation di violenza si stia producendo in quella guerra che va condannata senza se e senza ma;
ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, l'Italia non è presente in Afghanistan per combattere il terrorismo, come quando era presente la minaccia del defunto leader di al Qaeda, Bin Laden, ma per affiancare una fazione contro le altre in quella che appare, anche in questo Paese, sempre più una guerra civile;
le finalità e la struttura di questo conflitto sono tremendamente mutate nel corso del tempo e ormai è cambiata anche la natura dell'intervento italiano;
negli ultimi tempi si sono anche succedute dichiarazioni da parte del Ministro della difesa, Di Paola, relative all'eventualità che gli aerei italiani non si limiteranno più solo alla ricognizione ma saranno dotati di bombe che, ad avviso dei firmatari del presente atto, inevitabilmente, finiranno per colpire anche la popolazione civile;
si assiste ormai a un assurdo e inutile sperpero di vite umane ma anche a uno spreco di soldi che sarebbero oggi necessari per alleviare il peso insopportabile della crisi che si riversa sui cittadini e sui lavoratori italiani;
da tempo, ci si chiede, infatti, quale sia lo scopo di questa missione, chi si stia difendendo, quale sia il reale scenario politico dell'Afghanistan in questo momento e in divenire, perché far restare i soldati italiani, ancora esposti al rischio della morte ogni giorno che passa (è proprio del 24 marzo 2012 la cinquantesima vittima italiana, il sergente Michele Silvestri) e, soprattutto, fino a quando vi si dovrà rimanere e con quali costi economici (è giusto ricordare che sono oltre 700 i milioni di euro annui che questa sola missione assorbe dell'intero ammontare riguardante il rifinanziamento delle missioni internazionali),


impegna il Governo


a farsi promotore, nelle opportune sedi internazionali, di iniziative volte a:
a) favorire un deciso intervento diplomatico, di concerto con le istituzioni europee, per rafforzare la pressione internazionale sul regime siriano, far cessare qualsiasi atto di violenza nei confronti della sua popolazione, assicurare un forte sostegno politico all'opposizione siriana nella direzione di evitare un'ulteriore degenerazione della situazione che rischia sempre più di scivolare verso una vera e propria guerra civile;
b) far sì che il Consiglio di sicurezza dell'Onu si pronunci nel più breve tempo possibile nel senso di fornire una

chiara risposta all'inaccettabile susseguirsi di violenze e repressione in Siria attraverso l'adozione di una risoluzione di condanna e di valutare la possibilità di avviare una missione di peacekeeping congiunta Onu-Paesi arabi nell'estremo tentativo di dissuasione nei confronti del presidente siriano;
c) porre, senza indugi e con maggior determinazione, l'esigenza di un riesame e di una modifica della strategia d'intervento per il ristabilimento della pace e della democrazia in Afghanistan, avviando in tempi rapidi e certi un percorso di ritiro progressivo del contingente militare italiano presente da troppo tempo in questo Paese.
(1-00975)
«Di Pietro, Donadi, Evangelisti, Borghesi, Leoluca Orlando, Di Stanislao».