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Atto a cui si riferisce:
C.1/00894 [Difesa del suolo e sistemazione idrogeologica del territorio nazionale]



La Camera,
premesso che:
la consistente accentuazione di eventi meteo-climatici, per molti aspetti anomali, aggrava costantemente la vulnerabilità del territorio del nostro Paese;
la superficie del territorio italiano a rischio idrogeologico è pari a 21.504 chilometri quadrati, di cui 13.760 per frane e 7.744 per alluvioni e rappresenta il 7,1 per cento della superficie nazionale. I comuni interessati sono 5.553, pari al 68,8 per cento del totale;
l'elevata esposizione al suddetto rischio di frane e alluvioni costituisce un problema di grande rilevanza sociale, sia per il numero di vittime che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie ed alle infrastrutture;
le cause del dissesto idrogeologico sono da ricercarsi, oltre che nella fragilità territorio, anche nella modificazione radicale degli equilibri idrogeologici lungo i corsi d'acqua e nella mancanza d'interventi manutentivi da parte dell'uomo soprattutto nelle aree montane in abbandono;
l'elevata vulnerabilità del territorio annovera tra le possibili cause oltre ai fattori naturali anche e soprattutto i fattori antropici quali ad esempio l'errata pianificazione territoriale, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, i criteri di difesa del suolo frammentari e spesso non coerenti. Non sempre, infatti, è stato seguito un modello di sviluppo compatibile con le esigenze difesa del suolo e di conseguenza le situazioni di degrado e di rischio potenziale o aumentate, ed hanno comportato negli ultimi anni un elevato impegno di spesa, da parte degli enti pubblici, per il risanamento dei danni provocati da frane e alluvioni;
le recenti calamità abbattutesi sul nostro Paese ci impongono un imperativo non più eludibile: quello di uscire dalla cultura dell'emergenza per incentivare una nuova cultura della prevenzione dei rischi ambientali;
l'avvicendarsi di calamità naturali come terremoti ed alluvioni ed il relativo stanziamento di cospicui fondi per la ricostruzione del territorio rappresentano un'emergenza, al punto che qualsiasi decisione amministrativa non scaturisce dalla diligente, corretta, sana e buona programmazione ma viene sovente trasformata in una contingenza ove poter operare ricorrendo a decreti straordinari o ad ordinanze, o come sistema per introdurre forzature negli i strumenti di programmazione nazionale;
tale approccio ha portato a considerare i corsi d'acqua semplici manifestazioni idrauliche da cui difendersi in nome della sicurezza della vita umana, come «qualcosa» che incute timore e che contribuisce alla diffusione della cosiddetta «difesa passiva del territorio», una politica, cioè, che, basandosi esclusivamente o quasi sulla ricostruzione e sulla riparazione a danno avvenuto, instaura quella logica perversa dell'intervento straordinario, mettendo, così, in secondo piano i sistemi della prevenzione;
il ricorrere di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni non può essere attribuito ad eventi esclusivamente naturali o solo alle intemperanze del clima ma anche e soprattutto a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio, primo fra tutti l'abusivismo edilizio;
occorre adottare una strategia di intervento di lungo respiro, capace di inquadrare i vari interventi in una più generale ipotesi di sistemazione idrogeologica del territorio nazionale per eliminare

le criticità esistenti, ed operare una inversione di rotta condannando con forza l'ordinarietà della pianificazione straordinaria, superando la cultura dell'emergenza permanente e modificando la politica finora adottata nella pianificazione e nella gestione dei corsi d'acqua e del territorio, contrastando qualsivoglia forma di cementificazione selvaggia, di abusivismo, di ricorso a sanatorie edilizie, e sostenendo una sorta di contaminazione di saperi, un'azione interdisciplinare in grado di coinvolgere, oltre a quelle tradizionali dell'ingegneria idraulica, le competenze di ecologia, geologia, ingegneria ambientale, architettura del paesaggio, biologia e scienze forestali;
nel quadro dei fattori che concorrono a definire la pericolosità di un'area rispetto ad eventi di dissesto idrogeologico, l'attività antropica riveste un ruolo determinante. Spesso l'incidenza umana modifica le dinamiche naturali, incrinando i delicati equilibri di un territorio ad alta fragilità, innescando, con una sorta di reazione a catena, nuovi fattori di rischio oppure incrementando la pericolosità di fenomeni di dissesto già presenti;
dal rapporto «Ecosistema Rischio 2009», indagine condotta da Legambiente e dal dipartimento per la protezione civile, emerge che complessivamente sono ancora troppe le amministrazioni comunali che tardano a implementare un efficace ed adeguata politica di prevenzione, informazione e pianificazione d'emergenza. Soltanto il 34 per cento del comuni risulta infatti svolgere un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, che è conseguibile soltanto attraverso una politica congiunta di previsione e prevenzione. Quasi un comune su tre non fa praticamente nulla per ridurre i rischi e prevenire i danni conseguenti ad alluvioni e frane;
sempre riguardo alla questione delle risorse finanziarie sono state sottolineate varie criticità: oltre alla loro insufficienza per coprire i costi di ripristino dei luoghi colpiti da fenomeni di dissesto idrogeologico, i criteri di ripartizione delle risorse hanno finora tenuto conto soltanto degli indici demografici e di superficie delle regioni, causando talune sproporzioni. Pertanto, occorrerebbe ancorare l'erogazione dei fondi disponibili a parametri maggiormente legati alle effettive condizioni di rischio;
con due distinte risoluzioni parlamentari, del 4 febbraio 2009 (n. 8-00030) e del 24 aprile 2009 (n. 8-00040), ben antecedenti dunque ai tragici eventi alluvionali degli ultimi anni, la Commissione VIII della Camera dei deputati ha impegnato il Governo ad incrementare i fondi della protezione civile diretti al ripristino delle condizioni di sicurezza del territorio, ad individuare adeguati stanziamenti per il fondo per l'assetto idrogeologico del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e a sostenere ed attuare un organico programma di interventi diretti principalmente alla prevenzione del rischio idrogeologico ed alla manutenzione del territorio ed in tale ambito ad individuare confacenti risorse economiche;
purtroppo, il verificarsi di fenomeni eccezionali dovuti ad avversità atmosferiche non è prevedibile né costante nel tempo: non ci sono fattori di incidenza che possono preannunciare tali fenomeni. L'unica sicurezza è che le gravi conseguenze dei fenomeni meteorologici sul territorio e soprattutto in termini di vite umane sono inscindibilmente collegate con la vulnerabilità e fragilità del nostro territorio e con la struttura idraulica e geologica del terreno;
l'emergenza sembra essere stata negli ultimi decenni e da parte dei governi che si sono avvicendati, quasi una «cultura amministrativa» ove si è persa qualsiasi iniziativa di programmazione ordinaria, fino a rappresentare la questione ordinaria dell'intero assetto territoriale del nostro suolo;
ancora oggi, non a caso, ad ogni piena, ad ogni evento alluvionale eccezionale, ricompaiono puntuali le proposte ed

i meccanismi dell'intervento straordinario delle grandi opere, al di fuori di piani e programmi adeguati che rischiano di sconfinare in un sistema di interventi disarticolati;
affrontare le calamità naturali alluvioni esclusivamente come «emergenza» significa, altresì, semplificare i problemi, restringere i tempi, facilitare la lettura delle cause ripercorrendo il più delle volte scelte ed indirizzi, ma anche errori, del passato;
il più delle volte i disastri ambientali che vedono protagonisti i fiumi italiani sono infatti la diretta conseguenza di scelte sciagurate compiute dall'uomo come l'abusivismo o l'urbanizzazione delle aree golenali. Diventa improrogabile allora che soprattutto i sindaci segnino un'inversione di tendenza verso la buona gestione del territorio, mettendo la sicurezza del cittadini tra le priorità assolute della loro amministrazione;
ben il 90 per cento dei comuni hanno nel proprio territorio abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Più della metà dei comuni, il 56 per cento vedono addirittura sorgere in aree a rischio fabbricati industriali. Di fronte ad una situazione tanto grave ancora oltre il 40 per cento non svolge attività di manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua e delle opere di difesa idraulica, poco di un comune su tre ha realizzato reti di monitoraggio per l'allerta della popolazione in caso di pericolo e solo il 54 per cento è attivo nelle delocalizzazioni dei fabbricati dalle aree a rischio e nelle opere di consolidamento del versanti franosi o dei corsi d'acqua;
negli ultimi anni gli stanziamenti per la difesa del suolo da parte dello Stato sono stati costantemente ridotti. Le risorse finanziarie si sono concentrate su investimenti una tantum stanziati in occasione delle emergenze piuttosto che sulla programmazione ordinaria;
i costi delle emergenze, peraltro notevoli, possono essere ridotti solo se si interviene in via preventiva attraverso una costante manutenzione. Da un'indagine sulle esigenze manutentorie è emerso che occorre un programma poliennale di interventi che, nell'attuale situazione della finanza pubblica, potrebbe essere finanziato attraverso limiti di impegno di durata quindicennale;
la legge n. 191 del 2009 (legge finanziaria per il 2010), all'articolo 2, comma 240, ha destinato ai piani straordinari diretti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico (individuate dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentite le autorità di bacino e il dipartimento della protezione civile) 900 milioni di euro a valere sulle disponibilità del Fondo infrastrutture, attraverso accordi di programma con le regioni;
il 20 gennaio 2012 il Cipe, con l'approvazione della delibera cosiddetta «Frane e versanti» ha sbloccato 679,7 milioni di euro per interventi contro il dissesto idrogeologico nel Mezzogiorno grazie ai quali verranno finanziati 518 interventi identificati tra il 2010 e il 2011 attraverso un processo di collaborazione tra le sette regioni del sud interessate e il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Sulla cifra totale, 352 milioni sono messi a disposizione dalle Regioni sui Programmi attuativi regionali e 262 milioni attraverso i programmi attuativi interregionali. Le sette regioni del Mezzogiorno che beneficeranno degli interventi sono, oltre alla Campania, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia,


impegna il Governo:


ad adottare una strategia di intervento di lungo respiro, capace di inquadrare le varie iniziative in una più generale ipotesi di sistemazione idrogeologica del territorio nazionale mirata ad eliminare le criticità esistenti, e di operare una inversione di rotta condannando con forza l'ordinarietà della pianificazione straordinaria, superando la cultura dell'emergenza

permanente, modificando la politica finora adottata nella pianificazione e nella gestione del corsi d'acqua e territorio, e contrastando qualsivoglia forma di cementificazione selvaggia, di abusivismo o di ricorso a sanatorie edilizie;
ad impedire la ulteriore manomissione di porzioni di territorio, attraverso la nuova edificazione di insediamenti residenziali e produttivi che potrebbero essere localizzati in aree a rischio, attualmente non sufficientemente tutelate e vincolate;
ad adottare un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico, che contempli le operazioni di messa in sicurezza delle zone a rischio, le delocalizzazioni degli edifici nelle aree golenali, la manutenzione del territorio ma anche e soprattutto la formazione dei cittadini verso la diffusione di una cultura della difesa del suolo come bene comune;
ad assicurare con rapidità, con riferimento specifico ai fenomeni idrogeologici, a tutto il territorio nazionale una tutela unitaria ed uniforme.
(1-00894)
«Commercio, Lo Monte, Lombardo, Oliveri, Brugger».