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Atto a cui si riferisce:
C.1/00880 [Investimenti produttivi nel Mezzogiorno]



La Camera,
premesso che:
la Costituzione italiana sancisce che «l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (articolo 1), che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (articolo 3), che la Repubblica «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto» (articolo 4), che lo Stato cura «la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori»(articolo 35), i quali hanno diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa» (articolo 36), che «per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni (articolo 119);
la più recente rilevazione dell'Istat sulle forze lavoro, diffusa a gennaio 2012, indica un ulteriore calo dei livelli occupazionali. Il tasso di occupazione nazionale a dicembre è pari al 56,9 per cento (fermo sul mese e in calo di 0,1 punti percentuali sull'anno) con un tasso di inattività al 37,5 per cento (-0,1 sul mese precedente, -0,5 rispetto a un anno prima). L'analisi di genere mostra per i maschi un tasso di occupazione al 67,1 per cento, di disoccupazione all'8,4 per cento e di inattività al 26,7 per cento; per le donne il tasso di occupazione è al 46,8 per cento, quello di disoccupazione al 9,6 per cento e di inattività al 48,2 per cento;
considerando la componente degli scoraggiati, il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-nord supererebbe la soglia del 10 per cento e al Sud raddoppierebbe, passando nel 2010 dal 13,4 per cento al 25,3 per cento. Significa che oltre una persona su quattro dell'intera forza lavoro meridionale non ha lavoro. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono i giovani. A livello nazionale uno su tre di quanti partecipano attivamente al mercato del lavoro, è senza impiego. Un tasso di disoccupazione ufficiale al 31 per cento;
tutte le criticità occupazionali colpiscono maggiormente il Sud, a cominciare dal fenomeno Neet, che coinvolge nel Meridione oltre 1,2 milioni di ragazze e ragazzi (il 54,5 per cento del totale). Il dato più allarmante è quello relativo agli occupati. Nelle regioni meridionali il tasso di occupazione delle persone tra 15 e 34 anni è sceso nel 2010 ad appena il 31,7 per cento e per le donne non raggiunge che il 23,3 per cento, marcando una distanza di 25 punti percentuali con il Nord del Paese (56,5 per cento), come denunciato dal rapporto Svimez 2011 sull'economia del Mezzogiorno. Ne risulta che nelle zone depresse del Sud lavora meno di un giovane su tre;
il rapporto annuale 2011 dell'Istat mette in evidenza che circa un quarto degli italiani «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale». Il fenomeno riguarda in particolare 24,7 per cento della popolazione, pari a 15 milioni di persone. La povertà si conferma un fenomeno che riguarda soprattutto il Mezzogiorno, dove le famiglie sono mediamente più numerose e tendenzialmente monoreddito. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57 per cento delle persone a rischio

povertà (8,5 milioni) e il 77 per cento di coloro che vivono in condizione di «grave deprivazione». In Italia quasi una famiglia su tre ha difficoltà ad arrivare a fine mese, ma se la media nazionale si attesta al 28,5 per cento, nelle regioni del Sud tale indice si alza fino al 36,5 per cento. Le possibilità di finire in una situazione di povertà relativa o assoluta aumentano in maniera significativa nel Mezzogiorno, dove le famiglie sono mediamente più numerose e tendenzialmente monoreddito;
la disoccupazione reale al 25 per cento alimenta drammaticamente l'emigrazione dal Sud causando un vero e proprio «tsunami demografico» nelle zone deboli del meridione. Secondo stime diffuse dalla Svimez, negli ultimi dieci anni hanno lasciato il Meridione quasi 600 mila persone. Di questo passo nel 2050 quasi un abitante su cinque nelle regioni del Sud avrà più di 75 anni e gli under 30 passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5. A quella data, inoltre, la quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall'attuale 8,3 per cento al 18,4 per cento nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5 per cento;
le dinamiche relative all'emigrazione dal Sud al Nord sono l'effetto più evidente dello stallo del tessuto sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i giovani vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro-nord;
il fenomeno dell'emigrazione interna si traduce anche in una allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i giovani percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l'implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro;
dai dati appena illustrati appare evidente come nell'attuale fase di crisi è nel Mezzogiorno che si registrano gli effetti più devastanti sia in termini economici che sociali. L'aumento dei divari economici e sociali rappresenta la fondamentale causa scatenante della «tempesta perfetta» che tre anni fa ha investito il nostro Paese. Da allora, la recessione si è abbattuta sull'Italia con più forza che sull'Europa e sul Mezzogiorno con più intensità che sul resto della nazione. Questo proprio perché l'Italia riproduce al suo interno le forti sperequazioni che sono alla base della crisi. Mettere al centro dell'azione politica nazionale la convergenza e la coesione territoriale significa quindi realizzare l'unica politica in grado di risollevare l'intero Paese dalla stagnazione. Le zone deboli devono essere considerate oggi la più grande opportunità di rilancio economico e morale del Paese. Come ha detto il Capo dello Stato, affrontare il loro sviluppo «è un dovere della comunità nazionale e un impellente interesse comune per garantire all'Italia un più alto livello di sviluppo e di competitività. Non c'è alternativa al crescere di più, e meglio, insieme»;
in contrasto con questa indicazione, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, il precedente Esecutivo ha assunto una strategia sostanzialmente antimeridionalista, che ha incrementato il divario economico, sociale e geografico invece di colmarlo. Secondo Svimez, l'effetto cumulato delle manovre varate dal Governo Berlusconi nel 2010 e nel 2011 peserà in termini di quota sul prodotto interno lordo 6,4 punti al Sud (di cui 1,1 punti

nel 2011, ben 3,2 punti nel 2012, 2,1 nel 2013) e 4,8 punti al Nord (1 nel 2011, 2,4 nel 2012, 1,4 nel 2013). I provvedimenti varati negli ultimi tre anni hanno di fatto azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici. Il continuo ricorso al Fondo per le aree sottoutilizzate nazionale per la copertura di provvedimenti di carattere generale ha determinato nei fatti un'ulteriore divaricazione tra le condizioni economiche e sociali delle zone forti e quelle delle zone deboli;
questa sistematica distrazione di fondi, valutabile nella somma di 35 miliardi di euro, oltre a compromettere il rispetto dell'originario vincolo di ripartizione delle risorse del fondo (si riconosceva alle regioni sottoutilizzate almeno l'85 per cento del complesso delle risorse) ha di fatto azzerato le politiche di sviluppo che le regioni del Sud realizzano solo grazie al trasferimento di fondi stanziati dal Governo centrale e dall'Unione europea. A tale drenaggio si è aggiunta una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali. In una fase congiunturale così difficile, invece di supportare le imprese del Sud, il Governo pro tempore ha annullato di fatto per tre anni l'operatività del credito d'imposta, lasciando le aziende del Sud senza alcuna fiscalità di sviluppo;
sul versante delle infrastrutture, il quadro è altrettanto avvilente. Gli investimenti indirizzati al Sud dalle aziende a capitale pubblico risultano gravemente sottodimensionate. In questi due anni grandi realtà come Anas, Ferrovie dello Stato ed Enel hanno praticamente abbandonato il Sud. Per quanto riguarda le ferrovie solo il 7,8 per cento delle linee ferroviarie ad alta velocità si sviluppa nel Mezzogiorno (la Napoli-Salerno). E nei prossimi anni la situazione non migliorerà: tutti i cantieri della TAV riguarderanno esclusivamente tratte settentrionali. Quanto alla rete ferroviaria ordinaria, secondo gli ultimi dati disponibili, Trenitalia ha indirizzato al Sud appena il 18 per cento delle risorse investite per l'ammodernamento della rete. Ugualmente preoccupante è la condizione delle altre opere pubbliche. Negli ultimi tre anni, ha denunciato Confindustria, la spesa pubblica destinata alle infrastrutture ha registrato un crollo del 35 per cento. Un allarme a cui si sono uniti anche i costruttori dell'Ance, secondo i quali nel solo 2011 le dotazioni per le opere medio-piccole scenderanno del 14 per cento;
per sostenere i Paesi in maggiore difficoltà, la Commissione europea ha recentemente varato una modifica alle regole dei fondi strutturali destinati agli investimenti produttivi nelle aree sottoutilizzate. In particolare, Bruxelles ha concesso all'Italia di abbassare la quota di cofinanziamento nazionale dal 50 al 25 per cento. Una opportunità che determina lo sblocco di 8 miliardi di risorse europee che devono dare concretezza a una politica di sviluppo e di convergenza delle aree deboli;
il recente via libera della Commissione europea all'utilizzo dei fondi strutturali per la copertura dei crediti d'imposta per l'occupazione al Mezzogiorno apre a una nuova e importante possibilità di destinare fondi europei al finanziamento di strumenti di fiscalità di sviluppo. Tali strumenti devono tornare a stimolare anche gli investimenti produttivi delle aziende meridionali. La Commissione europea ha inoltre avviato una missione specifica nel nostro Paese con l'obiettivo di impegnare al più presto una parte dei fondi sbloccati per dare impulso a specifiche politiche occupazionali nelle aree a più bassa occupazione giovanile. La via da seguire, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, passa anche per la riattivazione del credito d'imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, strumento introdotto dall'Esecutivo Prodi e smantellato dal Governo Berlusconi;
il piano di azione coesione, presentato a dicembre 2011 dall'attuale Governo rappresenta il primo passo in tre anni verso le zone deboli del Mezzogiorno. L'obiettivo immediato, come è noto, riguarda il salvataggio di quasi due miliardi

di fondi non impegnati che rischiano di andar via a causa del disimpegno automatico previsto da Bruxelles. Per scongiurare il rischio di perdere questi fondi, l'Esecutivo ha riorganizzato e concentrato 3 miliardi di euro «in scadenza» su quattro priorità. Si va dal potenziamento della rete ferroviaria (1,5 miliardi) al piano scuola (1 miliardo), dall'agenda digitale (400 milioni) al credito d'imposta per le nuove assunzioni (140 milioni). Per mettere a sistema i progetti e garantire efficacia di spesa, il Governo si è fatto poi promotore di un nuovo coordinamento con le regioni, incardinando così l'obiettivo della convergenza sul binario di una strategia complessiva di sviluppo nazionale;
si inverte completamente quella che ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo è stata l'impostazione localistica e disgregante del precedente Esecutivo. Dove prima si teorizzava l'esistenza di due sistemi socioeconomici distinti e indipendenti - quello virtuoso del Nord e quello vizioso del Sud - ora si ritrova la consapevolezza che la ripartenza della crescita nazionale passa dal rilancio delle zone deboli del Mezzogiorno. Prospettiva che trova corrispondenza in alcune importanti misure introdotte nel cosiddetto decreto-legge salva Italia, come la deduzione IRAP differenziata territorialmente per giovani e donne;
tuttavia, sia nel piano di coesione, sia nella manovra di dicembre 2011, mancano ancora risposte decisive sul versante degli investimenti produttivi. La movimentazione di 3 miliardi di euro, a fronte di una disponibilità complessiva di 40 miliardi di euro, configura una dimensione ancora troppo modesta per marcare una vera svolta meridionalista;
la strada maestra, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, passa per un potenziamento del credito d'imposta nazionale per l'occupazione, fermo alla somma esigua di 140 milioni di euro, e per la reintroduzione dell'automatismo del credito d'imposta per gli investimenti produttivi. Bisogna cogliere l'occasione offerta dall'Europa di utilizzare risorse europee in questa direzione impiegando una quota rilevante dello stanziamento disposto dalla manovra finanziaria varata a dicembre 2011 di un fondo di cofinanziamento capace di sbloccare diversi miliardi in tre anni. Secondo stime della Ragioneria dello Stato, se 2 miliardi di euro di questa dotazione venissero utilizzati sul credito d'imposta per gli investimenti sarebbe possibile creare oltre 200 mila posti di lavoro produttivo nelle zone più deboli del Meridione, con effetti immediati sui consumi e sulla crescita di tutto il Paese;
il 13 gennaio 2010 il Parlamento italiano ha approvato, contro il parere favorevole del governo, una mozione del PD che impegna l'Esecutivo a dare risposte su tre capitoli fondamentali: il reintegro delle risorse distratte dal fondo per le aree sottoutilizzate (FAS), il ripristino integrale di strumenti di fiscalità di sviluppo, come il credito d'imposta e le zone franche urbane, e l'attivazione di un piano-occupazione che incentivi il lavoro produttivo nelle aree più deboli. Tali indicazioni risultano completamente disattese dal precedente Governo,


impegna il Governo:


ad assumere iniziative volte a impegnare almeno due miliardi di euro dei fondi sbloccati dall'Unione europea a copertura del credito d'imposta per gli investimenti produttivi al Sud;
a riprendere le linee della mozione 1/300 disattesa dal precedente Governo e, in particolare, ad assumere iniziative per reintegrare le risorse impegnate del Fas per destinarle a un programma di coesione nazionale incentrato sul rilancio del tessuto produttivo meridionale che preveda anche il finanziamento e la realizzazione di una adeguata rete infrastrutturale materiale e immateriale;
a utilizzare l'intera dote dei fondi nazionali risultante dall'abbassamento della quota di cofinanziamento, per realizzare fiscalità di sviluppo e investimenti produttivi nel Mezzogiorno, posto che la

distrazione di questa dote su altri capitoli di spesa si configurerebbe come l'ennesima sottrazione di risorse stanziate specificamente per il rilancio delle zone deboli del Sud;
a utilizzare l'intera dote messa a disposizione dall'Unione europea specificamente per il credito d'imposta e per l'occupazione al Sud.
(1-00880)
«Franceschini, D'Antoni, Ventura, Maran, Villecco Calipari, Boccia, Amici, Lenzi, Quartiani, Giachetti, Rosato».