• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione del Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, sui recenti sviluppi politici nella regione mediterranea.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro degli affari esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, sui recenti sviluppi politici della regione mediterranea.
Saluto il senatore Dini, presidente della Commissione affari esteri del Senato, i colleghi presenti e colgo l'occasione per rendere noto che la Commissione esteri della Camera sta per deliberare lo svolgimento di un'indagine conoscitiva sugli obiettivi della politica mediterranea dell'Italia nei nuovi equilibri regionali, ai cui atti sarà acquisita l'odierna audizione, che viene, pertanto, a costituire una sorta di prologo.
Do la parola al Ministro Terzi di Sant'Agata per lo svolgimento della relazione.


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GIULIO TERZI DI SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Ringrazio molto il presidente Stefani, il presidente Dini e gli onorevoli senatori e deputati per quest'invito a condividere valutazioni su un tema cruciale per la sicurezza e lo sviluppo del nostro Paese. Trovo quest'audizione particolarmente tempestiva. Cade, infatti, a un anno dal momento culminante della Primavera araba. L'11 febbraio 2011 il Presidente Mubarak fu costretto a dimettersi e ciò avvenne dopo la precipitosa fuga di Ben Alì, segnando così una svolta per l'intero Medio Oriente.
A un anno da questi momenti epocali, credo sia doveroso trarre i primi bilanci e riflettere su come ricalibrare le nostre relazioni e strategie, tanto più che, come ho osservato in occasione della mia prima audizione in questa sede, il Mediterraneo è per l'Italia un'essenziale e prioritario punto di riferimento geografico, politico, culturale ed economico.
Prima di sviluppare le mie osservazioni sul rilancio della politica mediterranea, riterrei doveroso fare con voi il punto della situazione sulle ultime vicende in Siria. La crisi in quel Paese ha provocato costi umani inaccettabili. Dopo il veto russo-cinese Assad si è sentito autorizzato a intensificare ulteriormente una violentissima repressione. Hanno colpito noi tutti le notizie dei vili eccidi di civili innocenti. L'Alto commissario dell'ONU per i diritti umani, Pillay, ha parlato di oltre 5.000 vittime, 18.000 detenuti, 25.000 profughi e 70.000 sfollati. Un regime, quello di Assad, che uccide il proprio popolo non può più avere alcuna credibilità e legittimità.
Proprio pochi giorni fa, quando si stava intensificando il bombardamento su Homs, ho chiesto al segretario generale della Farnesina, ambasciatore Massolo, di esprimere nel modo più fermo al capo missione siriano la condanna e lo sdegno del Governo per le inaccettabili violenze del regime. Ho, inoltre, disposto il richiamo per consultazioni dell'ambasciatore


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Amerio da Damasco e sono in costante contatto con il segretario generale della Lega araba, Nabil el-Arabi, con i principali partner europei e con la Turchia, con Ahmet Davutoglu; consideriamo la Turchia un partner assolutamente cruciale nella soluzione dei problemi dell'area.
La scorsa settimana, peraltro, ho potuto registrare una piena identità di vedute sulla crisi siriana nell'incontro che ho avuto con il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Stiamo, allo stesso tempo, sollecitando i russi verso una posizione più costruttiva.
La popolazione siriana non può più attendere. La comunità internazionale deve rispondere a questa gravissima crisi politica e umanitaria perché abbiamo il dovere politico e morale di difendere i diritti dei siriani. È vero, però, che ogni crisi è un caso a sé. Io non credo ci siano nel caso della Siria le condizioni per un intervento militare che possa riaffermare il principio della responsabilità di proteggere i civili dagli attacchi. Occorre, piuttosto, lavorare in modo coeso a livello internazionale per una soluzione politica, inasprendo le sanzioni contro il regime e aiutando l'opposizione a unificarsi intorno a un'unica piattaforma politica che possa essere condivisa da tutte le componenti della società siriana.
Certamente positivi sono stati gli esiti della riunione ministeriale della Lega araba del 12 febbraio scorso. Senza dubbio l'Italia sostiene la proposta di inviare una forza di pace congiunta Lega araba - Nazioni Unite nel Paese.
Per parte mia, sono stato invitato e parteciperò alla Conferenza degli Amici del popolo siriano che si terrà a Tunisi il 24 febbraio con l'obiettivo di coordinare le iniziative internazionali volte a fermare questo massacro.
Come le Commissioni sanno, ho nominato da qualche settimana, inviato speciale per il Mediterraneo e Medio Oriente


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un alto funzionario della Farnesina, il ministro Massari, che ha avuto la scorsa settimana consultazioni a tutto campo in Turchia con alcuni membri del Consiglio nazionale siriano. Ciò ci dà modo di svolgere un'azione di collegamento, che ho perseguito anche personalmente incontrando e parlando a più riprese col presidente Gallium, tra le diverse anime dell'opposizione siriana. Fermo restando che il processo politico facilitato dalla Lega araba dovrà essere condotto dalla Siria e che spetta esclusivamente al popolo siriano decidere del proprio futuro, è evidente che un impulso internazionale sia altrettanto importante.
Più in generale, per quanto riguarda i processi di transizione democratica e le incertezze che ne derivano, è certo che il Mediterraneo è ancora una volta alla ribalta, in modo più prepotente che negli ultimi decenni, della scena mondiale dopo che per anni il fenomeno dalla globalizzazione si era forse maggiormente incentrato sulle regioni del Pacifico, dell'America latina e dell'Africa.
Le rivolte non hanno solo rimosso dittatori e determinato cambi di regime, ma anche e soprattutto denunciato una profonda crisi sociale e morale. Hanno fatto emergere in quei Paesi una nuova società civile che non conoscevamo e che oggi non possiamo ignorare. I giovani e le donne, islamici e laici scesi nelle piazze e nelle strade hanno indicato con chiarezza di non essere più disposti ad accettare un'esistenza artificiale, in cui le libertà siano confiscate dalle autorità, l'individuo umiliato da favoritismi e la società anestetizzata dalla corruzione.
Non possiamo, tuttavia, nemmeno illuderci che vi siano scorciatoie verso la democrazia. La democrazia è un sistema da costruire lentamente, in modo complesso, affrontando le insidie e le transizioni che nelle diverse realtà arabe presentano


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ancora elementi di incertezza e di rischio. Tali difficoltà sono testimoniate dai recenti scontri in Egitto e in Libia e dalle proteste in Tunisia.
Tutti questi Paesi si trovano ad affrontare emergenze economiche e sociali a fronte di elevate aspettative che erano nate nei giorni cruciali della protesta ed è, quindi, una sfida con la quale i nuovi governi della sponda sud dovranno confrontarsi, ma con la quali dobbiamo confrontarci anche noi europei.
Basta guardare alle cifre impressionanti sulla situazione economica e sociale in quei Paesi. I tassi di crescita hanno registrato contrazioni che hanno portato al Tunisia a un meno 4 per cento del PIL, l'Egitto ha ridimensionato la crescita dal 5 all'1,8 per cento e persino in Libia, un Paese così ricco sul piano delle risorse petrolifere, l'economia si sarebbe addirittura contratta del 60 per cento anche se lo sforzo soprattutto dell'ENI di intensificare l'attività estrattiva comporta un afflusso di risorse in netta crescita. L'Egitto, per parte sua, ha visto dimezzate le sue riserve valutarie da 36 a meno di 18 miliardi e gli stessi investimenti stranieri in Egitto sono in forte diminuzione.
Nell'ultimo anno i passi avanti compiuti dai Paesi della sponda sud sono stati, in ogni caso, notevoli. Dopo decenni di frustrazioni, infatti, tunisini, marocchini ed egiziani hanno dato indubbia prova di maturità democratica, partecipando in massa e con senso di responsabilità alle elezioni, fatto ampiamente certificato dagli osservatori internazionali.
In Tunisia un quarto degli eletti sono donne; in Libia il CNT sta definendo in questi giorni la nuova legge elettorale per l'elezione di fine giugno del Congresso nazionale e sarà la prima Assemblea eletta dopo 42 anni di dittatura; in Algeria, Paese che non ha conosciuto rivolgimenti interni e con il quale


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l'Italia da tempo ha un partenariato strategico, sono previste a maggio elezioni con la partecipazione di numerosi partiti.
Ho visitato in quest'ultimo mese Tunisi, Il Cairo e, con il Presidente Monti, Tripoli e ho tratto in tutte queste città la consapevolezza che i nuovi leader hanno ben compreso la portata della sfida e le loro responsabilità. Lo stesso vale anche per il Marocco, altro Paese partner importante per l'Italia, dove non ho potuto recarmi di persona, ma in cui ho inviato il ministro Massari per riscontri diretti anche in preparazione della riunione del Dialogo 5+5, di cui dirò tra qualche minuto. Se queste transizioni avranno successo, sarà possibile creare un nuovo modello capace di combinare pluralismo e Islam, rispetto per i diritti e per la tradizione, libertà di mercato e equità sociale. Occorre agire in fretta per sostenere queste transizioni, con aiuti concreti, mobilitazione di risorse, una strategia di lungo termine che ci consenta, appunto, di favorire il consolidamento democratico.
L'Italia non solo può svolgere un ruolo di primo piano, ma deve farlo perché in tutti i contatti diretti che ho avuto l'occasione di avere, e che sono sicuro anche per parte parlamentare si siano avuti frequenti in queste ultime settimane, ho registrato, come sono sicuro abbia fatto ognuno di loro, una forte domanda di Italia, di presenza del nostro Paese. È una richiesta delle classi dirigenti politiche, ma anche degli operatori economici.
Abbiamo un capitale di credibilità sul quale non mi devo certamente dilungare, ma siamo anche visti come il Paese che può focalizzare meglio l'attenzione dell'Unione europea sul Mediterraneo per dare veramente contenuto a quell'idea di casa comune euro-mediterranea che tante volte abbiamo auspicato.


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Sotto il profilo bilaterale, credo si tratti di condurre contatti intensi a livello governativo, partenariati politici, coinvolgimento più stretto delle nostre imprese. Credo, inoltre, che siano soprattutto di grande importanza i rapporti parlamentari. È essenziale, a livello economico, che i nostri imprenditori siano rassicurati anche sulla tutela degli investimenti e sulla certezza del diritto in queste società.
In un momento in cui è diffuso indubbiamente un sentimento di rivalsa nei confronti delle oligarchie vicine agli ex dittatori per gli enormi guadagni ottenuti, spesso a spese del popolo, si deve poter rassicurare ed essere rassicurati al tempo stesso da parte delle nuove leadership. Nel corso della mia visita in Egitto è stato marcato ripetutamente a tutti i livelli il punto della garanzia alle imprese e società italiane che operano nel Paese a poter proseguire e contare sul pieno rispetto degli impegni assunti da parte egiziana.
In Egitto ho avviato le misure per finalizzare la terza tranche dello swap sul debito, pari a 100 milioni di dollari, avviata dal mio predecessore, onorevole Frattini. Ho sottolineato che l'Italia continuerà ad alimentare la propria presenza economica nel Paese a condizione, appunto, che i nostri investimenti siano adeguatamente tutelati.
In Egitto esiste certamente un clima di pressione sugli investitori stranieri da parte di quelle frange populiste che ritengono che il precedente regime abbia avuto una modalità di comportamento che ha favorito la corruzione a tutti i livelli. Dobbiamo, quindi, lavorare affinché si abbia la chiara visione di un mondo imprenditoriale italiano serio e alieno alle pratiche addebitate da alcuni leader populisti al business generale che aveva caratterizzato l'epoca di Mubarak.


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Su questo, tuttavia, abbiamo ottenuto espressioni rassicuranti da parte della dirigenza egiziana e anch'io credo che il quadro sia sostanzialmente positivo per il futuro delle nostre imprese in quel Paese.
Nuovi meccanismi arbitrali controllati dal Ministero della giustizia hanno la finalità di scindere eventuali responsabilità del precedente management egiziano da quello delle proprietà straniere delle aziende. Incontrerò a Roma il 21 febbraio il collega egiziano, Ministro Amr, per fare il punto dell'intera situazione e tornerò su questo tema importante della tutela dell'investimento italiano nel Paese.
Nella visita a Tunisi ho concordato con il collega tunisino il superamento dello schema che ci pareva obsoleto della grande commissione mista, che risale un po' al passato, per mirare alla creazione di tavoli tecnici ai quali parteciperanno anche esponenti del mondo privato e della società civile. Stiamo lavorando alla Farnesina alla convocazione di tali tavoli per discutere in concreto progetti di cooperazione nel turismo, nell'energia, nei trasporti, nelle infrastrutture e anche nelle questioni di sicurezza e di immigrazione. Questi esiti saranno oggetto di valutazione e di sintesi da parte di un comitato dei seguiti gestito dei ministeri degli esteri dei due Paesi e questo avverrà entro fine marzo.
In Libia siamo di fronte a una situazione complessa. Il Presidente Obama, che abbiamo incontrato a Washington, ha riconosciuto, nel corso del colloquio con il Presidente Monti, che l'operazione militare a difesa dei civili libici non avrebbe certo avuto successo senza il contributo fornito dall'Italia in termini di azione diretta, di sostegno logistico, di disponibilità delle basi italiane. C'è, quindi, pieno riconoscimento da parte del nostro principale alleato del ruolo avuto dall'Italia nella


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tutela della popolazione libica attraverso l'intervento autorizzato dal Consiglio di sicurezza e richiesto dalla Lega araba.
Anche la fase di ricostruzione della Libia presenta incognite e incertezze. Ne consegue un atteggiamento, da parte nostra, che deve essere improntato a una prudenza di fondo, ma che caratterizzi anche i passi della nuova dirigenza libica nei rapporti con i Paesi occidentali. Siamo di fronte a interlocutori certamente consapevoli delle impellenti necessità che devono essere affrontate per vincere le sfide del momento, della sicurezza, della stabilizzazione e della ripresa economica del Paese.
Credo che noi dobbiamo muoverci con un approccio pienamente rispettoso di molte sensibilità libiche, manifestare disponibilità ad aiutare, ma guardandoci bene da atteggiamenti di tipo paternalistico, essere pronti a sostenere il rilancio nella loro interezza del rapporto bilaterale, ma attenti a evitare forzature che provocherebbero dei risultati controproducenti.
In questo quadro, la missione a Tripoli del Presidente Monti ha avuto esiti certamente positivi. La Tripoli Declaration contiene uno specifico richiamo ai diritti umani, agli accordi che regolano le relazioni tra Italia e Libia, incluso quindi il Trattato di amicizia, ed è stata la prima intesa bilaterale firmata dal Governo transitorio con uno Stato straniero. Insieme alla lettera di intenti firmata nel settore della difesa, la Dichiarazione di Tripoli conferma che siamo sulla buona strada per un rilancio a tutto campo della collaborazione bilaterale.
Altri segnali incoraggianti provengono dalle concrete iniziative avviate e affidate ai comitati tecnici bilaterali: è stato firmato un memorandum di intesa per il sostegno alle autorità doganali libiche; sono state inviate nei giorni scorsi a Tripoli navi della nostra Marina per lo sgombero di relitti del conflitto


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dal porto commerciale; è stato concordato un programma per il ricovero in Italia fino a 1.500 feriti nei prossimi sei mesi; nel settore della pesca gli operatori privati hanno raggiunto un'intesa per lo sviluppo di una collaborazione di ampio respiro; nei prossimi giorni l'attività di Governo vedrà le visite dei Ministri dello sviluppo economico e dell'interno per intensificare la collaborazione nei settori degli investimenti, del commercio, della sicurezza e migratorio.
Vi è, quindi, un clima che non esiterei a definire di fiducia di fondo, nel quale continueremo a lavorare intensamente per sciogliere i nodi vitali per le nostre aziende, innanzitutto la questione dei crediti delle società italiane non pagati a seguito della crisi, lo sblocco dei contratti, la soluzione dalla questione dei crediti storici, la liquidazione dei danni riconducibili agli eventi bellici, tutte questioni sulle quali Tripoli ha mostrato un approccio costruttivo manifestando la volontà di certificare i crediti attraverso l'esame di documentazioni e la verifica della legittimità e congruità per poi procedere alla loro liquidazione.
Fin qua ho accennato al tipo di rapporti bilaterali che stiamo sviluppando, ma è certo che la dimensione europea e multilaterale è altrettanto importante. Perché, a partire dalla nostra azione in ambito europeo, siano aumentate le risorse destinate al vicinato meridionale, dobbiamo mobilitare effettivamente i 1.200 milioni euro aggiuntivi che sono nell'attuale bilancio e allocati solo in parte. Soprattutto, però, è necessario un sostanziale incremento dei fondi per il vicinato meridionale nel quadro 2014-2020. Ricordo che, di questi 1.200 milioni di euro, 350 riguardano il Mediterraneo nel quadro del programma SPRING. Abbiamo sostenuto la proposta della Commissione di portare a 18 miliardi di euro le risorse per la politica estera di vicinato meridionale, ma non escludiamo che possano esserci ulteriori stanziamenti.


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Lo stesso vale per il G8, dove stiamo promuovendo una rapida mobilitazione di risorse attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, la BEI e la BERS, e cerchiamo di assicurare il mantenimento delle promesse fatte a Deauville anche nella prospettiva del vertice G8 di Chicago. Credo che la nostra esperienza potrà servire per iniziative internazionali che favoriscano la formazione e lo sviluppo della mentalità imprenditoriale, soprattutto nel campo delle piccole e medie imprese.
Abbiamo promosso la costituzione di un Centro euro-mediterraneo per facilitare l'accesso al credito e all'assistenza delle micro, piccole e medie imprese. Stiamo elaborando uno strumento finanziario, il Mediterranean partnership fund, per il sostegno alle piccole e medie imprese della regione. Si tratta di un fondo di natura pubblico-privata che potrà essere aperto alla partecipazione di tutti i Paesi interessati e a fondi di investimento privati. I suoi obiettivi dovranno essere promuovere la competitività e l'innovazione, gli investimenti produttivi e l'assistenza tecnica.
Occorre, inoltre, favorire un maggiore accesso dei giovani della sponda sud del Mediterraneo alle nostre università. L'estensione del progetto Erasmus è una strada percorribile e incoraggiamo, appunto, le istituzioni europee a muoversi in questa direzione.
Siamo anche fautori di un più intenso dialogo tra Commissione europea, Tunisia e Marocco per la definizione di partenariati di mobilità e di sicurezza, che si propongono di giungere a una gestione condivisa del fenomeno migratorio, che non sia più lasciato alla sola iniziativa dei Paesi di frontiera. L'Europa fornisce assistenza economica e assicura facilitazione nella mobilità per motivi di studio e lavoro e, in


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cambio, ottiene un impegno dei Paesi arabi nella prevenzione e contrasto dell'immigrazione irregolare. Analogo dialogo dovrebbe essere avviato con Egitto e Libia.
Considero, inoltre, fondamentale lavorare, oltre che a livello bilaterale, in ambito G8 europeo e OSCE per sensibilizzare le leadership arabe all'esigenza di tenere in considerazione nei nuovi ordinamenti princìpi e standard riconosciuti dalle convenzioni internazionali in materia di diritti umani e dalla stessa civiltà islamica.
Sono stato molto interessato nel corso della visita a Il Cairo dall'avere l'illustrazione da parte del Grande Imam dell'università Al Azhar dei princìpi contenuti nella Carta delle libertà fondamentali sottoscritta dai Fratelli musulmani e anche da parte dei salafiti.
Ho già detto in un'altra audizione alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, ma desidero ripeterlo qui, che la Carta è significativa in quanto individua delle libertà fondamentali che dovrebbero essere riflesse nella nuova Costituzione egiziana: coesistenza pacifica, libertà di religione, incluso il diritto all'ateismo, libertà di espressione, libertà di condurre ricerca scientifica e libertà artistica e letteraria.
Ancora nell'ambito della nostra strategia multilaterale, vorrei ricordare la nostra partecipazione alla missione di pace in Libano. Siamo stati nel 2006 i promotori di questa missione, l'abbiamo guidata fino a gennaio 2010, continuiamo a guidarla da fine gennaio del 2012 con la nomina del generale Serra. Sappiamo che è in corso un esercizio di revisione strategica, ma contiamo di mantenere l'efficacia di questa missione continuando a dotarla di tutti i mezzi che possano essere utili anche sul piano tecnico per assistere le forze armate libanesi nel controllo del territorio.


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A fianco alle iniziative bilaterali della strategia multilaterale va il Dialogo 5+5, al quale prendono parte Francia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna, per parte europea; Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia, per parte araba.
Il foro non si riunisce da due anni, ma per la sua struttura flessibile si presta a iniziative concrete. La riunione si svolgerà a Roma il 20 febbraio alla presenza dei ministri degli esteri dei Paesi citati insieme a quella dell'Alto rappresentante Catherine Ashton, del Commissario Füle e del segretario generale dell'Unione per il Maghreb arabo.
Intendo dare a questa riunione un carattere concreto e operativo, parlare di sicurezza e di crisi regionali, ma anche di lotta al terrorismo e alle organizzazioni criminali, di gestione di flussi migratori, di energia, di sicurezza alimentare, di protezione dell'ambiente e di sviluppo. La riunione sarà integrata nel pomeriggio dello stesso giorno dall'allargamento al formato Foromed con Egitto, Grecia e Turchia, con i segretari generali della Lega araba e dell'UpM.
Vorrei concludere con alcune brevissime considerazioni sul processo di pace. Certamente, l'Italia ha una relazione speciale con israeliani e palestinesi e vedo in quest'aula membri del Parlamento che hanno compiuto recenti missioni in quella regione. È un dato importante quello di questo rapporto speciale con entrambe le componenti di questa lunga questione che ha caratterizzato la storia della metà del secolo scorso e continua a caratterizzare i problemi mediorientali. Abbiamo avuto una relazione intensa e speciale che prescinde dai governi che si sono succeduti in Italia, ma siamo tutti ben consapevoli che non potranno esserci sicurezza e stabilità durature nel Mediterraneo e nel Medio Oriente fino a quando non si sarà trovata una vera soluzione a questo conflitto. Le primavere arabe e il risveglio della società civile in quei Paesi


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rendono ancora più urgente oggi una soluzione che soddisfi gli interessi di sicurezza di Israele e il legittimo diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato.
Vorrei anche cogliere quest'occasione per esprimere nel modo più fermo la condanna per i recenti attentati contro le rappresentanze diplomatiche israeliane in India e in Georgia e la piena vicinanza del Governo italiano alle persone rimaste ferite. L'Italia sostiene da tempo, dall'inizio della formazione del Quartetto, gli sforzi per la riattivazione e la prosecuzione del negoziato diretto tra israeliani e palestinesi e abbiamo negli ultimi tempi sperato che l'impulso dato dalla monarchia giordana al rilancio delle trattative potesse portare a qualcosa di più decisivo che non lo stallo al quale abbiamo purtroppo assistito negli ultimi mesi.
Sappiamo che c'è una scadenza di fine anno entro la quale dovrebbero essere conclusivi i negoziati, ma è un tema che so essere fortemente sentito dalle Commissioni esteri di Camera e Senato e sul quale sarei molto interessato a raccogliere degli elementi e delle osservazioni. Grazie infinite.

PRESIDENTE. Do ora la parola agli onorevoli colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

MARGHERITA BONIVER. La relazione del Ministro Terzi è stata, come sempre, molto completa e puntuale. È entrato anche in alcuni dettagli di grande interesse, ma soprattutto ha potuto delineare una linea d'azione sempre più profonda da parte del nostro Paese. Va dato, quindi, atto e merito a una capacità di comprensione dei processi che hanno cominciato a destabilizzare molti di questi Paesi con la caduta delle


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dittature e con le cosiddette rivolte arabe, che però non hanno ancora portato a una stabilità e a una stabilizzazione accettabile per tutti.
Proprio anche tenuto conto del sostanziale fallimento dell'Unione per il Mediterraneo, desidero sottolineare quanto sia assolutamente indispensabile proseguire nel tracciato che ha voluto darci, signor ministro, di un ruolo italiano sempre più presente, sempre più marcato.
È un ruolo che ci spetta non soltanto, ovviamente, per motivi geografici, ma proprio perché la buona politica mediterranea è frutto di una lunghissima consuetudine, alla quale tutti i Governi italiani hanno dato il loro contributo indipendentemente dalla collocazione politica. È uno dei nostri patrimoni di politica internazionale.
Se la strada è tracciata, quindi, e credo che nessuno potrebbe obiettare a un simile «banale» considerazione, pure io credo che il ruolo della politica dell'Unione europea nei confronti del Mediterraneo sembri in questa fase assolutamente evanescente e insufficiente, non tanto e soltanto perché i fondi che riguardano la politica di vicinato, come diceva, possono essere incrementati, considerati manchevoli, ma proprio perché non mi sembra che ci sia da parte dell'Unione europea quella visione di insieme che l'urgenza della situazione in quest'area del mondo impone.
I dati economici che ha citato, signor ministro, sono assolutamente devastanti. Io stessa ho guidato una delegazione del Comitato Schengen in Tunisia, tra le altre cose uno dei Paesi che sembrerebbe aver trovato la strada più giusta e logica per uscire dalla fase rivoluzionaria: in un Paese con pochi milioni di abitanti, 800.000 disoccupati, il 50 per cento


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in meno di introiti derivanti dal turismo e dalla produzione di fosfati e così via risultano dati impressionanti e fanno presagire tutto quello che di peggio si possa immaginare.
Oltretutto, tutto questo avviene in un momento in cui i Paesi europei sono, a loro volta, implicati in difficoltà enormi di pareggio di bilancio, di conti pubblici e via discorrendo, per cui la combinazione di una debolezza economica estrema nel sud del Mediterraneo e un'incertezza economica che riguarda quasi tutti i Paesi europei - il nostro certissimamente, come sappiamo - è esplosiva.
Un'ultima considerazione vorrei fare a proposito di una sua affermazione che mi ha molto colpito, quella sui famosi princìpi elencati dall'Imam di Al Azhar. Posso dire, a titolo personale, che questo fa venire i brividi perché, se a distanza di duecento anni dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo si sente ancora la necessità di mettere nero su bianco la libertà di fede o di parola, vuol dire che sono troppi ancora quelli che dubitano e che la minacciano.

MASSIMO D'ALEMA. La ringrazio, signor ministro. Trovo anch'io che lei ci abbia illustrato in modo ampio una situazione in grande movimento e proponendo, innanzitutto, un approccio appropriato, che condivido, ossia la necessità di impegnarsi, di ingaggiarsi, di non ritrarsi spaventati di fronte a questa grande trasformazione, che ha un segno fondamentalmente positivo.
Naturalmente, ci sono tutte le contraddizioni di un grande moto democratico che avviene in un mondo in cui a lungo il peso della dittatura ha compresso la società e le sue aspettative. Un moto di questo genere non avviene in modo lineare, tranquillo. Come è stato scritto, «la rivoluzione non è un pranzo di gala», meno che mai nel mondo arabo, dove si presenta anche con aspetti fortemente contraddittori, asprezze,


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conflitti, in cui non sempre i buoni e i cattivi sono divisi. Basta pensare agli episodi molto gravi di violazione dei diritti umani che si sono avuti in Libia dopo la caduta del regime.
È, quindi, particolarmente importante che senza diffidenze, senza rimpianti il mondo occidentale, l'Europa e, per quanto ci riguarda, l'Italia siano presenti come partner attivi in grado di accompagnare un processo di transizione verso regimi democratici più stabili e anche di misurare in modo esigente che queste democrazie rispettino gli standard dal punto di vista dei diritti umani e religiosi.
In Egitto c'era la dittatura, ora stanno scrivendo una nuova Costituzione. Il fatto che ci scrivano che sono per la libertà religiosa gli islamici che hanno vinto le elezioni è positivo, poi si tratterà di verificare se rispetteranno quello che scrivono. Oltretutto, ritengo che il Grande Imam di Al Azhar stia giocando un ruolo positivo, di moderazione nel complesso contesto egiziano.
È evidente, però, che il pericolo maggiore, sotto il profilo dei nostri fondamentali interessi, è che in questo processo si radichino, prendano forza posizioni e sentimenti antioccidentali che, d'altro canto, avrebbero anche le loro buone motivazioni, a partire dalle responsabilità storiche che abbiamo nel sostegno e nei rapporti amichevoli con le dittature e i regimi di oppressione e corruzione che hanno dominato quei Paesi. Non sarebbe, dunque, neppure così sorprendente che chi si ribella a quelle dittature si volga con sentimenti ostili verso il mondo europeo e occidentale. È importante cercare di evitare che questo avvenga. Mi sembra questo il problema.
In qualche modo, quindi, va ridislocato rapidamente il nostro mondo nel senso di accompagnare, sostenere, incoraggiare, naturalmente anche in modo vigile ed esigente.


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Punto essenziale di questo processo a me sembra l'atteggiamento verso l'Islam politico, che è un universo complesso, che non può essere ridotto al tema del fondamentalismo, anche se il fondamentalismo e l'estremismo ne sono una componente. Ho trovato, da questo punto di vista, molto positivo l'articolo che Lady Ashton ha pubblicato qualche giorno fa sull'International Herald Tribune perché proponeva un approccio aperto, non diffidente e ostile.
Naturalmente, questo significa un'analisi differenziata, una capacità di articolare le relazioni - i Fratelli musulmani non sono la stessa cosa dei salafiti - e forse anche una visione più appropriata del nuovo equilibrio geopolitico. Basta pensare al ruolo importante che una grande potenza regionale come la Turchia gioca. Qui abbiamo forse un asset, i nostri rapporti tradizionali, che un po' ci differenzia rispetto a un'Europa che appare un partner ingrato.
Nell'opinione pubblica turca, infatti, non ha certamente creato un grande sentimento proeuropeo per la condotta dell'Unione europea e, in particolare, di alcuni Paesi. Più ambiguo, ma non meno rilevante in questo momento, è il ruolo che gioca il Qatar, nel senso del sostegno a movimenti islamisti anche estremi. Resta, tuttavia, di sicuro un ruolo politico assai più grande delle dimensioni del Paese, che comporta forse una qualche attenzione da parte nostra.
Penso che in questo quadro un aspetto centrale sia rappresentato dalla necessità di aiutare un processo di stabilizzazione dell'Egitto, un Paese chiave, importante anche per il peso di una grande componente religiosa-cristiana come il mondo copto, un Paese nel quale penso che inevitabilmente noi o anche gli americani possiamo avere un'influenza.
L'Europa e gli Stati Uniti dovrebbero muoversi con l'orientamento concorde di favorire una stabilità, che non può che


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includere il ruolo delle Forze armate, a mio giudizio tutto sommato un elemento di moderazione. Attiro l'attenzione su questo punto perché recenti tensioni non sempre hanno messo in evidenza una condotta lineare del mondo occidentale e nelle prossime settimane si definirà un equilibrio: un Parlamento a netta prevalenza islamica, un Governo parlamentare che speriamo possa essere di coalizione e che comprenda forze laiche e non solo di matrice islamista, un Presidente eletto che potrebbe essere una figura di garanzia, una nuova Costituzione che speriamo comprenda certi princìpi. Tutta questa situazione, ovviamente, è molto importante ed è seguita con interesse anche in Israele.
Porrei ancora una notazione un po' frutto del recente viaggio, cui accennava anche il Ministro Terzi in Egitto, in Israele e nei Territori palestinesi. A me sembra che in Israele ci siano in questo momento due diverse visioni politiche. Quella prevalente nell'orientamento di Governo, anche se forse non unanime neppure al suo stesso interno, è una visione piuttosto negativa di quello che avviene. Secondo il Primo Ministro Netanyahu la primavera araba è l'inverno di Israele. Questo evidenza un atteggiamento visibilmente negativo verso questi processi e, nello stesso tempo, comunque l'opinione che la primavera araba metta in secondo piano la questione palestinese.
Prevale, dunque, maggiormente un atteggiamento di mantenimento dello status quo nel quadro anche fortemente condizionato dalle preoccupazioni per l'Iran che non una posizione attiva sul piano del processo di pace con i palestinesi.
Ci sono anche le opinioni di chi, invece, considera questo mutamento del mondo arabo come qualcosa che, come il ministro ha giustamente detto nella sua relazione, finirà per


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dare ancora maggiore rilievo alla questione palestinese, e quindi vi è la necessità di agire per evitare un isolamento di Israele anche rispetto ai nuovi regimi arabi.
Queste due opinioni, tuttavia, sono abbastanza divise e la prospettiva di elezioni a scadenza ordinaria o anticipate rende il contesto politico israeliano in questo momento abbastanza bloccato. Credo che dovremmo cercare di fare di tutto per incoraggiare Israele a dare impulso, anche attraverso quelle decisioni coraggiose che, d'altro canto, sono state chieste a Israele dall'amministrazione americana, a un processo di pace altrimenti fermo.
Il resoconto che ho avuto degli ultimi incontri in Giordania dice che non è accaduto nulla ed è molto probabile che nei prossimi giorni le autorità palestinesi annuncino, in sostanza, che non c'è ragione di proseguire in incontri privi di una base negoziale effettiva.
Sottolineo questo aspetto anche perché credo che si debba essere molto preoccupati per quello che può accadere nel mondo palestinese. La primavera araba arriva anche lì e le sue conseguenze oggi sono, a mio giudizio, un certo indebolimento della leadership moderata e un forte riconoscimento internazionale di Hamas. La prima decisione del Governo tunisino democratico, infatti, che tutti apprezziamo, è stata invitare il leader di Hamas in una trionfale visita in Tunisia e, indubbiamente, il Governo dei Fratelli musulmani in Egitto avrà verso Hamas una posizione amichevole.
Il contesto sta cambiando, Abu Mazen e Fatah, che godevano di un ampio sostegno nel mondo arabo mentre Hamas era isolata, in questo momento vedono il rischio di un totale rovesciamento della situazione. Si trovano in un relativo isolamento anche perché la partnership con Mubarak era


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molto forte, mentre Hamas gode di un crescente riconoscimento nelle leadership montanti, tra i «newcomer» nel mondo arabo.
Da ciò nasce anche un negoziato che le autorità palestinesi hanno condotto in condizioni non semplici, i cui esiti vedremo. L'accordo Fatah-Hamas per un nuovo Governo palestinese è alla prova di una difficile discussione interna a tutti e due i movimenti e proprio in queste ore se ne comprenderanno gli esiti. Oltretutto, quell'accordo prevede elezioni palestinesi, in questo contesto dall'esito assai incerto. L'Occidente non dovrebbe farsi prendere di sorpresa. Se non offriamo una sponda alla leadership moderata tra i palestinesi, il rischio è quello, in prospettiva, di una radicalizzazione.
Questi, a mio avviso, sono gli aspetti preoccupanti che ritengo dovrebbero essere oggetto di un'iniziativa politica. Non direi che l'Europa non c'è. L'Europa c'è, si mangia Europa, quel poco che si mangia in tutta quella parte del mondo. Senza l'Europa non ci sarebbe nessun sostegno per i palestinesi e anche Israele ha nell'Europa il suo più grande partner economico e commerciale. C'è talmente tanta Europa in termini economici e non solo che forse potrebbe cercare di avere un po' più di peso politico.
Il problema, semmai, a mio avviso, è che l'Europa non riesce pienamente a esercitare un ruolo politico, sia nel senso di favorire una stabilizzazione democratica in questi Paesi, processi che vanno accompagnati, sia nel senso, forse, di rilanciare le iniziative in Medio Oriente senza arrendersi al corso attuale delle cose.
Quello affidato soltanto alla buona volontà dei due partner non è, a mio giudizio, un corso positivo, ma preoccupante e potrebbe riservarci di qui a non molto tempo delle sorprese negative.


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STEFANO ALLASIA. La sua relazione, signor ministro, è indubbiamente una nota piacevole nel compito gravoso dell'azione di politica estera con una continuità politica rispetto al precedente Governo, come ha già descritto, onorando giustamente il lavoro del Ministro Frattini e, indubbiamente, anche del precedente Ministro degli Interni, dell'amicizia del quale mi onoro.
Ho apprezzato particolarmente la seconda parte, soprattutto quella economica-politica, in cui ribadiva il concetto delle certificazioni dei crediti da parte della Libia. La nostra perplessità è legata anche a una serie di ordini del giorno che sono stati approvati in Parlamento: cosa pensate di fare come Governo per il recupero dei crediti delle piccole e medie imprese italiane, che proprio in Libia non riescono a essere pagate? Qual è la vostra proposta e qual è l'interesse della Libia di onorare questi crediti?

FERDINANDO ADORNATO. Signor ministro, dopo aver ascoltato la sua relazione, confermo il sostegno che io personalmente, ma anche il mio partito, diamo alla sua visione geopolitica e alla sua azione.
La sua relazione è stata convincente sia nelle parti dove esibiva certezze o asserzioni sullo sviluppo delle cose sia nei dubbi che, alle volte espliciti, alle volte tra le righe, trapelavano. Era convincente, quindi, in tutto.
Mi limito a due o tre osservazioni di scenario perché credo che oggi questo sia l'atteggiamento più utile nei suoi confronti. Partiamo anche noi dalla conferma, che lei ha ripetuto, di un giudizio positivo, e quindi di simpatia, verso le manifestazioni di quella che abbiamo chiamato primavera araba. Credo che questo giudizio di sostegno, di valutazione positiva degli eventi vada confermato anche in presenza delle contraddizioni pure evidenti che questo processo ha esibito e che in alcuni dei


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Paesi protagonisti sono chiare, ma voglio essere ancora più esplicito.
Personalmente, non credo, anche ove si affermasse nel voto, nell'atteggiamento delle opinioni pubbliche, con più evidenza ancora di quanto magari ha già oggi la leadership del mondo islamista su questi Paesi, che noi dobbiamo mutare giudizio.
Ho la sensazione che anche in quel mondo siano in atto dei processi di evoluzione e che, tutto sommato, forse quello che da molti osservatori fu accolto al momento con un po' di diffidenza e anche un po' di ironia, ossia il discorso di Obama a Il Cairo, abbia avuto più effetti di quanto abbiamo immaginato all'epoca e forse tuttora immaginiamo.
Esiste un'evoluzione che a me non mette preoccupazione da un punto di vista ideologico. Condivido alcune osservazioni dell'onorevole D'Alema, ma non basta più la parola «Islam» per incutere timore. Dal punto di vista politico della sua azione, quindi, la incoraggiamo a sviluppare i rapporti positivi che ha descritto e a non perdere l'occasione di un recupero di leadership rispetto a quell'area.
C'è, però, una condizione che credo che questo Paese, per le sue tradizioni e per le sue alleanze, debba porre e in questi mesi bisogna monitorare. Forse lei l'avrà già fatto, ma non ne ho avvertito traccia nella sua relazione. La cartina di tornasole di questo sviluppo, obtorto collo, può piacere o non piacere, è l'atteggiamento nei confronti di Israele.
Noi abbiamo molte responsabilità nell'appoggio alle dittature che si sono succedute in quell'area. L'abbiamo fatto per tantissimi motivi. Io, che tendo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ricordo che l'abbiamo fatto anche perché alcuni di quei dittatori garantivano una stabilizzazione dei rapporti con Israele, per cui si puntava a frenare le spinte ideologiche e persino eversive.


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Qui c'è il punto della situazione per lo sviluppo futuro, per valutare se gli effetti di questa primavera araba effettivamente sono quelli che auspicavo prima e molti altri pensano, compreso lei, avendo ascoltato la sua relazione.
Non possiamo offrire sostegno incondizionato rispetto a questo punto, ma questo non significa cambiare causa, quanto piuttosto avere un atteggiamento simile a quello che ebbero i dittatori nazionalisti di responsabilità nei confronti del futuro di quell'area. Questo la invitiamo a chiedere alle nuove leadership di quei Paesi.
Venendo a una questione legata, in fondo, a quanto ho detto finora, le sue parole sulla Siria sono state inequivocabili. Sono le parole esatte, il vestito giusto di un Governo di un Paese che si chiama Italia, di un Governo occidentale. Non posso, però, non aggiungere - lei, certamente, non avrebbe potuto farlo né potrebbe farlo in questi termini - un po' l'amarezza e l'impotenza di un cittadino occidentale, parlamentare o meno. Forse, anzi, al parlamentare l'amarezza aumenta rispetto all'impotenza del mondo.
Che l'ONU - chiedo scusa se parlo in modo forse un po' troppo libero - servisse a poco o a niente per risolvere le controversie internazionali era noto, senza minare la legittimità e l'importanza dell'esistenza di un organismo del genere, che semmai va riformato e sviluppato e non negato. Tuttavia, le controversie non si risolvono lì.
Non è mai successo e, al contrario, mi sembra che in questo caso l'ONU sia la sede che impedisce la risoluzione di una controversia perché l'atteggiamento del mondo, ivi compresa la Lega araba, è talmente chiaro che il veto di Russia e Cina suona come un blocco, un niet rispetto alla possibilità di una soluzione della controversia. L'ONU, quindi, spesso diventa il palazzo che impedisce la soluzione delle controversie.


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Si sa che l'Unione europea - è inutile adesso insistere - non ha risolto i suoi nodi, non ha unità politica, non parla con una sola voce e, quando parla con diverse voci, spesso non sono consonanti.
Le chiedo cosa si può fare partendo dalla sua stessa analisi, che - lo ribadisco - è stata ineccepibile. Può servire che il Parlamento italiano intervenga in qualche maniera? Può essere utile al Governo una mozione, perlomeno per far pesare un minimo di più? Non parlo certo di impedire le morti e le stragi perché non esiste mozione che possa impedirle. Cosa si può fare perché l'atteggiamento politico del Paese e rispetto all'Europa e più in generale possa essere più visibile, più forte?
Non so se il Presidente Monti non abbia voglia di dire una parola. In fondo, si tratta di un Governo nato per altro, ma nel suo esercizio potrebbe essere utile che il Presidente del Consiglio di questo Paese facesse sentire la sua voce. Sono iniziative che lavano la coscienza e non sarebbe male lavarsela, ma in ogni modo la politica è fatta anche di prese di posizione, una cosa può spingere l'altra e un gioco di scatole cinesi può innestarsi.
Pur prevalendo in me più l'impotenza che la proposta, chiedo a lei di ragionare, di dirci se ha bisogno del Parlamento, se vuole parlarne col Presidente. Qualcosa, però, bisognerà fare come Italia o come Europa per tentare di - credo di usare bene le parole - di influire sulla situazione, non essendo di certo alle drastiche possibilità di un diktat che nessuno può intimare.
Anche quella dell'Iran è una situazione da tenere sotto controllo. Ho anche la sensazione - ma queste sono analisi che possono lasciare il tempo che trovano - che dentro l'Iran maturi un sentimento di novità islamica contro Ahmadinejad.


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È più una sensazione se si guarda agli atti parlamentari, ai contrasti che sono stati resi espliciti anche di recente, ma credo che questo della Siria sia un'occasione importante e un passaggio delicato - non credo di scoprire nulla di nuovo, ma voglio ribadirlo - proprio per garantire anche quel futuro che con visione giusta lei ha in mente.
A me sembra che nella questione siriana e in relazione alla quella iraniana si stiano condensando avvenimenti che possono modificare la situazione, come evidenziava l'onorevole D'Alema, dell'area dei territori palestinesi, ma anche più in generale del mondo, ossia cioè che questo snodo sia un po' l'esito finale di questa che abbiamo chiamato primavera araba e che può indirizzarsi in un senso o nell'altro, a seconda di come si risolvono la questione siriana e quella iraniana, anche rispetto al nucleare.
Concludo ringraziandola ancora e ricordandole il mio appello a vedere insieme cosa possiamo fare - what can we do? - rispetto alla questione siriana.

MASSIMO LIVI BACCI. Vorrei brevemente trattare tre punti. Il primo riguarda la reviviscenza - la chiamo così e mi scuso se il termine è poco corretto - del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. Lei ci ha parlato di un'articolazione di colloqui, di tavoli tecnici e credo che questo sia un fatto positivo, che dà la possibilità di valutare meglio che seguito dare, come riannodare i termini del Trattato. Come lei sa, noi del PD abbiamo votato con convinzione quel trattato seppure con una serie di riserve che riguardavano soprattutto il fatto che al tema dei diritti umani fosse stata messa un po' la sordina.
L'articolo 6 afferma sì che «le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite e della


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Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo», ma forse questo è troppo poco o troppo generico e troppo vago.
Occorre, quindi, una più precisa articolazione con un Paese che, certo, non ha una storia brillante per quanto riguarda la materia e dove le braci del conflitto sembrano ancora ardere sotto l'apparenza di una riconquistata pace.
Noto, per esempio, che l'articolo 19 del Trattato riguarda la collaborazione nella lotta alla criminalità, al terrorismo e al traffico di droga - tre cose contro le quali dobbiamo lottare - ma appaiate a queste tre gravi forme di criminalità internazionale c'è anche la migrazione clandestina. Forse i termini e gli accoppiamenti andrebbero fatti con maggiore cautela. Un terrorista non è uguale a un migrante irregolare.
Ancora, lo stesso articolo dispone la collaborazione dell'Italia nella costruzione del sistema di monitoraggio delle frontiere. Questo è un investimento molto costoso, dovremo assumerci il 50 per cento del costo e forse va bene valutata la rispondenza alle finalità di questo mastodontico sistema di controllo di frontiere lunghe diverse migliaia di chilometri. Immagino che non faremo un salto nel buio, ma credo che questo sia un argomento abbastanza delicato.
C'è, inoltre, una formulazione che mi lascia molto perplesso perché dispone, sempre allo stesso articolo, che i due Paesi si associno in iniziative bilaterali e regionali per prevenire l'immigrazione clandestina nei - sottolineo il «nei» - Paesi di origine dei flussi migratori: si tratta di cooperazione allo sviluppo? Cosa vuol dire? Si tratta della formazione della polizia di frontiera? Vanno entrambe certamente bene; ma non si tratta, piuttosto, di altro tipo di intervento? La formulazione mi sembra ambigua e andrà sicuramente chiarita.


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La seconda questione, sollevata da me molto brevemente quando è venuto in audizione la settimana scorsa nella Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, attiene all'asilo e ai rifugiati. In sintesi, per richiedere l'asilo a un Paese bisogna arrivare alle sue frontiere, altrimenti la domanda di asilo non può essere avanzata.
Conosciamo tutti le limitazioni di questo principio. Come, infatti, si possono raggiungere delle frontiere che sono lontane o che sono impervie o difficili da avvicinare? Le conseguenze di questa normativa sono chiare se guardiamo alle indagini che ci dicono che nel solo 2011 hanno perso la vita nei tentativi di traversata del Canale di Sicilia 2.000 persone. Si tratta, probabilmente, di una cifra per difetto rispetto alla reale consistenza, per cui qui si tratta di un argomento che coinvolge strettamente tutti i Paesi del nord del Mediterraneo, oltre che, ovviamente, i Paesi di origine e quelli di transito.
L'onorevole Frattini ha confermato nell'audizione di stamani presso il Comitato per i diritti umani che l'allora Capo del Governo di transizione libico, Jibril, e l'Alto commissario dell'UNHCR, Guterres, avevano dato il loro accordo per l'apertura di tre centri in territorio libico nei quali avrebbero potuto essere accolti eventuali richiedenti asilo. Le loro domande avrebbero potuto essere esaminate e vagliate con la cooperazione delle rappresentanze diplomatiche dell'Italia e dei Paesi europei. Questo è un importante progetto perché eviterebbe i disperati tentativi di traversata e metterebbe anche ordine in un fenomeno disordinato che ha radici profonde. Il fenomeno non si esaurirà solo perché è trascorso il 2011 e le migrazioni dal centro dell'Africa continueranno.
Vorrei una sua opinione anche su un'altra proposta sorta da numerose consultazioni promosse e sostenute dall'Unione


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europea e formalizzate in una proposta del CIR, il Consiglio italiano per i rifugiati, circa l'istituzione di visti con limitata validità territoriale che potrebbero essere concessi dalle rappresentanze diplomatiche nei Paesi di origine e di transito e valido solo per il Paese membro che emanasse questo tipo di visto.
Questa potrebbe essere un'altra via per cominciare a sciogliere questo nodo così intricato. Naturalmente, sia la creazione di centri o presìdi in territorio libico o altrove in nord-Africa sia l'istituzione del sistema dei visti a limitata validità territoriale necessiterebbero dell'accordo dell'Unione europea e di tutti i Paesi dell'Unione.
Mi sembra, però, che questo tema non sia tra le priorità in quest'area di lavoro dell'Unione europea, come del resto non appare una priorità, a dir la verità, un'azione incisiva di partenariato e di cooperazione economica con i Paesi del Nord Africa, ma questa è una questione diversa e lei ci ha assicurato che, in qualche modo, qualcosa sta muovendosi.
Infine, verrei al tema generale della riforma del sistema comune europeo dell'asilo con una riforma del Dublino II. L'adozione di politiche incisive di reinsediamento che passino oltre la mera volontarietà del reinsediamento da parte dei Paesi che reinsediano i rifugiati, un sistema di burden sharing, cioè di oneri condivisi: si tratta di una materia su cui credo che il rinnovato e ritrovato muscolo dell'Italia in Europa potrebbe trovare terreno fertile per esercitarsi.

FIAMMA NIRENSTEIN. Ringrazio di cuore il Ministro Terzi per la puntuale e completa relazione che ci ha fornito la precisa definizione di come l'Italia cerchi di compiere questo slalom così complesso dal punto di vista sia politico sia del farsi della nostra azione quotidiana. Va sottolineato che questo avviene in un mondo del quale ancora oggi riusciamo


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a intravedere soltanto i bagliori, ma ancora non esiste una definizione precisa e compiuta.
Eppure, abbiamo avuto la sensazione - ce l'ha raccontata anche il ministro - di una quantità di azioni intraprese dall'Italia. Direi che questo è il maggiore contributo di rassicurazione che qui abbiamo avuto. L'Italia ha fatto e molto e di questo credo che il Parlamento, perlomeno dal mio punto di vista, possa ritenersi soddisfatto.
Vorrei partire, per quanto riguarda i temi politici, da una questione a cui il ministro ha dato molto rilievo e che è quella della Siria. Innanzitutto, da quanto affermava il ministro si comprende che la strada scelta dall'Italia è quella del valore della libertà e della vita. Lo dico con particolare enfasi perché ci sono una quantità di elementi di carattere politico, strategico, geopolitico di cui tener conto.
Noi abbiamo, invece, stabilito di muoverci sul terreno del valore della vita umana, della proibizione di carattere superiore, valoriale e culturale, per cui un dittatore non può, non deve, agire nella maniera in cui Bashar al-Assad, al di là di qualsiasi considerazione di altro genere, sta agendo, quale che sia l'outcome di questa vicenda. Questo è il modo in cui ci siamo mossi.
Credo, tuttavia, che da questo dobbiamo trarre gravi conseguenze. Se questo, infatti, è il segno, se questo è il modo in cui ci muoviamo, ciò che ne deriverà per noi è molto complesso su parecchi terreni. Si vede con molta chiarezza che questo è un campo da tennis, in cui la partita è giocata su un terreno molto accidentato.
Basta dire che oggi si è svolto un incontro tra i russi e Assad - un fatto quasi ironico dopo il niet della Russia in sede di Consiglio di sicurezza - sull'utilizzazione dei mezzi pesanti per bombardare Homs, mezzi che gli erano stati venduti dalla


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Russia stessa. Questa ha affermato che questo sarebbe stata messa in difficoltà, per cui lo pregava di sospendere i bombardamenti. È una notizia paradossale, a cui, peraltro, Assad ha risposto non paradossalmente che avrebbe momentaneamente sospeso l'utilizzazione di questi mezzi, colpito in maniera definita e puntuale e che i russi non avrebbero dovuto preoccuparsi.
Questo ci dà la dimensione di un rapporto veramente molto fastidioso per tutta quella che può essere la nostra concezione del mondo e ci dà molto da pensare su quelli che sono stati i cambiamenti avvenuti di questo tempo.
Noi sappiamo che su quel terreno giocano i russi, i cinesi, gioca anche la Turchia una battaglia molto scoperta, che non ha a che fare soltanto con l'imposizione di paradigmi democratici, ma anche con l'imposizione di un asse sunnita. Il presenzialismo della Turchia in qualsiasi campo che riguardi questo terreno è del tutto evidente e io credo che nessuno di noi possa ignorarlo.
Quanto all'Iran, il suo interesse verso il suo migliore amico in Medio Oriente, ovvero la Siria, è del tutto evidente, è stata la porta di passaggio delle armi verso gli hezbollah e siamo oggi per l'Iran alla vigilia di un momento veramente molto importante. Voi sapete che ha annunciato che è pronta l'autoalimentazione del reattore. Questo è un fatto di portata strategica gigantesca, che indurrà immediatamente in tutti i Paesi circostanti una reazione micidiale e anche una corsa al nucleare. L'Arabia Saudita ha dichiarato che in tre settimane sarà in grado, se l'Iran otterrà armi nucleari, di procurarsene a sua volta. Forse si sarà lasciata andare a un'affermazione eccessiva, ma questo è lo stato dell'umore dell'area.


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Inoltre, l'Europa ha preso l'impegno di ottemperare entro giugno alle sanzioni per cui saranno chiuse tutte le importazioni dall'Iran. A giugno ci siamo quasi arrivati, per cui è impellente sapere come ci muoveremo.
Se decideremo di seguitare a gestire la questione della Siria solamente sul terreno del principio morale, come mi pare che il ministro abbia detto, ciò comporterà per noi una serie di obblighi di questa stessa natura anche su tutto il resto della scacchiera. Non possiamo, infatti, applicare dei princìpi morali da una parte e ignorarli dall'altra.
Non mi stancherò mai di ripetere che ci troviamo di fronte a un dilemma micidiale perché, avendo nel passato - hanno ragione i colleghi che lo hanno ricordato - sostenuto i dittatori mediorientali, non vorrei che ci trovassimo a sostenere un altro tipo di dittature mediorientali, quella dei Fratelli musulmani e dei salafiti.
La popolazione araba non sarebbe contenta di queste soluzioni, a dispetto dei risultati elettorali. Sapete benissimo, infatti, che le elezioni non rappresentano al 100 per cento il Paese. Si tratta di tutto un altro tipo di dinamiche. Io credo che ci metteremmo in una posizione moralmente e politicamente insostenibile. Mentre sostenevamo una sorta di internazionale panaraba, ci troveremo domani a sostenere una sorta di internazionale panmusulmana.
Il richiamo alla moderazione è una trappola. In relazione alle affermazioni su alcuni princìpi di democrazia, sono d'accordo con la collega Boniver; «too little too late», troppo poco e troppo tardi, se si pensa al corpo gigantesco di princìpi lasciati in eredità a questi gruppi da parte di al-Banna e di tutti i suoi seguaci nel corso degli anni. Sinceramente, conosco troppo questa storia e questi testi per pensare che quattro princìpi siano sufficienti.


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I Fratelli musulmani hanno una fortissima tradizione di prudenza avendo dovuto agire sotto il tallone di poteri che li hanno talora sollevati e talora schiacciati in maniera anche molto crudele e molto poco rispettosa dei loro stessi diritti.
A dire il vero, quando vedo che la Libia, riammessa nel Consiglio per i diritti umani - è stata riammessa adesso - fa come prima dichiarazione di non approvare che ci sia una sessione di discussione sui diritti sessuali perché gli omosessuali sono una minaccia per il futuro dell'umanità, mi preoccupo fortemente.
Allo stesso modo, trovo molto poco tranquillizzante la dichiarazione di un importante rappresentante dei Fratelli musulmani a proposito del legame tra i finanziamenti americani e il Trattato di Camp David: se gli americani si azzardassero a ridurre i fondi donati - il Congresso, di fatto, lo sta discutendo - loro sentirebbero che tutto il Trattato di Camp David, e cioè la pace con Israele di cui parlava Adornato, sarebbe messa in discussione.
Sono, quindi, del tutto d'accordo per l'aiuto alle rivoluzioni, completamente d'accordo per l'aiuto all'anelito di libertà dalla Siria, dove la cosa non è compiuta, e a tutti gli altri Paesi dove le cose, invece, cominciano a definirsi, ma ribatto sul principio di condizionalità, che peraltro l'Europa ha affrontato e in qualche modo accettato col famoso «more for more», di più per di più. Quanto più, infatti, questi Paesi avranno disponibilità nei confronti dei diritti umani, tanto più saremo disposti a dare. Direi anche «less for less», quanto meno questi Paesi dimostreranno di fare, tanto meno noi dobbiamo aiutare.
Credo che non si tratti di riempire le tasche di questi nuovi Governi, ma di stare aderenti alla nostra visione del mondo, che consiste anche nell'aiutare dei Paesi che si rinnovano e che cercano la democrazia.


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Concludo con poche battute su Israele e mi scuso di aver parlato così a lungo. Sinceramente, e sarà senz'altro colpa mia, non ho letto da nessuna parte la dichiarazione sulla primavera araba come inverno di Israele, eppure sono un'attenta lettrice di cose sia israeliane sia arabe. Credo che Israele abbia una giusta preoccupazione - del resto, l'ha detto anche il collega D'Alema - poiché laddove insorgano dei regimi più radicali, c'è un maggiore pericolo per Israele; laddove Hamas acquisti più potere, c'è maggiore pericolo per Israele.
Questo, però, non toglie che il problema basilare sia quello del rifiuto palestinese, che si è concretizzato nel respingimento di mille proposte di pace israeliane, tutte larghissime, comprese quella di Olmert e quella successiva di Netanyahu, a sedersi e a discutere. Non vedo perché, a fronte di una quantità di politica dell'odio espletata giorno dopo giorno e di cui ci sono infiniti testi, purtroppo, e prove e risposte negative, Israele dovrebbe affrettarsi verso una politica di concessioni. Non ha nessuna garanzia in questo senso. Non vedo proprio perché una mente logica dovrebbe arrivare a questa conclusione.

PIETRO MARCENARO. Condivido molte delle affermazioni del Ministro Terzi. Provo solo a sottolineare un punto. La prima e più importante questione, a mio parere - l'ha già detto l'onorevole D'Alema - riguarda il modo «fiducioso» con cui si guarda allo sviluppo di questo nuovo, e sottolineo nuovo, Islam politico. Ribadisco che parlo di Islam politico, non islamismo.
Naturalmente, questo avviene con mille contraddizioni, con un processo differente da un Paese all'altro e tutti dobbiamo sapere che i protagonisti di queste rivoluzioni, di questa primavera, sono stati una parte importante della società civile di questi Paesi, quella più colta, più scolarizzata. Quando si va


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a un voto che riguarda milioni di persone, entrano in gioco altre forze, naturalmente le cose vengono modificate e anche per questo credo che, quando pensiamo all'Islam politico, non dobbiamo concepire questo come un rapporto che riguardi solo i Governi e gli Stati.
Di quest'Islam politico, delle sue potenzialità di sviluppo, fa parte una società civile con la quale bisogna stabilire un rapporto. Non si può commettere oggi lo stesso errore che per tanto tempo ci ha portato ad avere un'interlocuzione esclusivamente coi regimi di quei Paesi. Si tratta di un problema interessante.
L'onorevole D'Alema ha parlato del viaggio trionfale del leader di Hamas a Tunisi. All'interno di questo viaggio trionfale, però, c'è stato un piccolo episodio che forse val la pena ricordare perché ha un certo significato. Quando all'aeroporto di Tunisi Haniyeh è stato accolto da centinaia o forse migliaia di persone al grido di «morte a Israele», sia Jebali, il Primo Ministro tunisino, sia Ghannouchi, il leader di Ennahda, hanno convocato il presidente della comunità ebraica tunisina per chiedere scusa e precisare che quella non era la linea del Governo tunisino e di quel partito. È un fatto che ritengo persone e osservatori attenti come quelli presenti non dovrebbero sottovalutare.
Vorrei aggiungere un'osservazione sulla Siria, consapevole di non aggiungere, però, nulla a tutte le cose che sono state dette, partendo naturalmente dalla considerazione del Ministro Terzi che nessuno può pensare in Siria a una soluzione come quella che è stata adottata per la Libia. Penso che si aiuterebbe un'evoluzione politica in Siria se la comunità internazionale aiutasse a chiarire, soprattutto in questo caso da parte dell'opposizione siriana, un punto che riguarda il pluralismo e la libertà.


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Sappiamo che oggi esistono forze importanti, come quella della comunità cristiana, che guardano con preoccupazione agli sviluppi della situazione. La questione, tuttavia, non riguarda solo la comunità cristiana: stesso problema hanno i curdi, i drusi e, soprattutto, hanno e avranno gli alauiti.
Contribuire a definire una posizione che metta in sicurezza e garantisca rientra nelle possibilità dal nostro Paese e della politica europea.
Le rivolgo, infine, signor ministro, una richiesta: forse bisognerebbe che alla questione Iran dedicassimo uno specifico approfondimento. Non mi sento di affrontare adesso e in questa sede questo problema, ma penso che anche in quel campo, attraverso le decisioni già prese e, in generale, la pressione politica, possano esservi dei risultati.
Anche ieri qui è successo qualcosa che si può sottovalutare sostenendo, naturalmente, che il mondo civilizzato è arrivato a questi risultati già da molto tempo. Il fatto, però, che sia stata annunciata l'abolizione della pena di morte per i minorenni oltre che la fine della lapidazione, è il segno che una pressione dell'opinione pubblica internazionale anche in questi Paesi è in grado di produrre dei risultati, dei segnali. Di ciò si deve tenere conto.
Credo che ci sia qui un terreno importante e che su questo ci sia ancora stata una sottovalutazione da parte di tutto l'Occidente delle potenzialità presenti nella mobilitazione iraniana del giugno del 2009, dell'onda verde. Quelle possibilità ancora esistono in quella società e io penso che sarebbe lungimirante guardare a quelle forze e cercare con esse una nuova interlocuzione.

ALFREDO MANTICA. Il ministro ha svolto un'amplissima relazione e ha toccato un punto su cui ho visto che nessun collega si è soffermato. Per questo motivo ho chiesto la parola.


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Noi tutti abbiamo fatto bellissimi discorsi sul ruolo dell'Italia, sul Mediterraneo e così via e oserei dire molto prosaicamente che senza soldi non si fa la guerra.
Il ministro ha posto un problema sul quale vorrei incentrare il mio intervento. Si tratta della pianificazione finanziaria 2014-2020, sede nella quale si destineranno i fondi dell'Unione europea per alcuni grandi piani di intervento dell'Unione stessa. Rispetto al Partenariato orientale, ossia l'Europa che guarda a Est, abbiamo appena ricevuto un atto comunitario e parliamo di 18 miliardi di euro. Non so quanto sia disponibile in questo momento per l'Unione per il Mediterraneo, ma si tratta certamente di una cifra molto più bassa.
Il problema è di articolare per il 2012-2013, e credo che questo spetti all'Italia, una proposta in sede europea di cosa voglia dire una politica per l'area mediterranea nel settennato 2014-2020. Vorrei, peraltro, in maniera propositiva ricordare che, a mio avviso, viviamo un momento connotato da una certa forza politica.
Dobbiamo cercare, magari, di evitare un errore che credo fu commesso da tutti noi quando l'Europa si allargò, si riunificò e nessuno in quel momento pose condizioni politiche. Era evidente, infatti, che l'allargamento e l'entrata di 11 Paesi dell'Europa orientale apriva i cancelli verso l'Oriente.
Ci sarà un momento in cui firmeremo questo trattato, forse, come giustamente dice il Presidente Monti, un accordo, un atto, di cui sostanzialmente abbiamo discusso anche recentemente. Credo che quella sia anche una sede politica in cui un Paese come l'Italia, che garantisce in questo momento una «stabilità europea», possa in qualche modo cominciare a evidenziare un problema di grande priorità per noi e che è


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rappresentato dal Mediterraneo, e proporre quindi un occhio di riguardo, anche in termini di investimento, dell'Europa verso il Mediterraneo.
Peraltro, siamo serenamente consapevoli che l'Unione per il Mediterraneo è fallita, come è fallito il Processo di Barcellona. Questo significa chiedere un atto politico di riconoscimento. Credo, però, che allo stesso tempo occorra, da parte dell'Italia, cominciare a immaginare quale potrebbe essere l'architettura che configura la strategia per il Mediterraneo dell'Europa.
I fallimenti del Processo di Barcellona e dell'Unione per il Mediterraneo mi spingono a dire che la dimensione e l'eccessiva diversificazione dell'area non consentono di mantenere sotto un unico ombrello una politica necessariamente diversa.
Per questa ragione credo che il Dialogo 5+5, ad esempio, sia un modo corretto di curare alcune aree omogenee del Mediterraneo e, nel caso specifico, il Maghreb e i Paesi del sud Europa, così come altre aree possono trovare una loro collocazione. Il Dialogo 5+5 è uno degli strumenti che può essere assunto come modello.
Mi preme anche ricordare al ministro - ne avevamo già, peraltro, parlato in altra sede - che è giusto parlare del Mediterraneo sempre guardando alla sponda sud, ma esiste un'altra area strategica dell'Italia ed è quella dei Balcani, che c'è un altro mare di cui spesso ci dimentichiamo, ossia l'Adriatico. Anche quell'area può avere una sua ipotesi di architettura visto che si parla di macroregione adriatico-ionica.
Mi pare che per queste tappe, non quelle suggerite da me, ma ovviamente quelle che il Governo riterrà più opportune, non si possano perdere le occasioni se non vogliamo arrivare tristemente sempre a lamentare che l'Europa non guarda al Mediterraneo. Credo che un'attenzione al Mediterraneo sia anche un elemento di stabilità complessiva.


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Vengo a due punti di carattere più contingente. Sul Trattato di amicizia con la Libia c'è una questione che era stata anche molto criticata allora e che, invece, personalmente difesi come Governo in Parlamento. Si tratta della questione dei confini meridionali della Libia.
Vi accenno non tanto perché penso che con quel controllo di confine si debbano bloccare le immigrazioni o meno - peraltro, forse costringeremo perlomeno i libici a considerare che lo sviluppo del Paese non è legato allo sfruttamento della manodopera dei popoli subsahariani, come è stato durante il regime di Gheddafi - quanto per ricordare, tra i motivi del Dialogo 5+5, che tutta l'area sud di Libia, Tunisia, Algeria e Mauritania è di grande preoccupazione di terrorismo internazionale. Non voglio asserire che Al Qaeda abbia lì le sue basi, ma mi pare che questo sia un discorso importante.
Il Dialogo 5+5 rappresenta un'architettura strategica e un'esigenza obiettiva è il controllo dei confini sud dei Paesi coinvolti nel Dialogo, a cominciare dalla Libia. Noi parliamo molto, infatti, di quello che dobbiamo prevenire e crediamo molto nella democrazia dei Fratelli musulmani, ma dimentichiamo che esiste anche questo problema.
L'ultima questione è rappresentata dalla Siria. Dissento da molte affermazioni sentite qui. Dico con grande sincerità che non credo che la Siria sia una problema di primavera araba. La primavera araba è una delle componenti, ma non la maggior componente di quello che sta avvenendo.
Nell'emettere giudizi esorterei molti colleghi, tranne l'onorevole D'Alema, che lo ha già fatto e dal quale riprendo infatti alcuni spunti, anche ad ascoltare quello che pensano gli altri di quello che facciamo. Piuttosto che andare a insegnare come si bombardano i civili dopo quello che abbiamo fatto in Libia, credo sia meglio stare zitti. L'uso delle bombe intelligenti della


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NATO è esattamente come l'uso delle bombe intelligenti dei siriani. Non esistono bombe intelligenti, esistono, purtroppo, bombe che uccidono.
È chiaro che siamo qui per rivolgere domande al ministro e non per fare i politologi, ma lo scontro tra sunniti e sciiti, cui si lega anche forse il primo atto della guerra contro l'Iran, probabilmente spiega o fornisce una risposta ad alcune attenzioni, per esempio, del Qatar nei confronti delle Siria, dei turchi che hanno aperto le frontiere e creato l'esercito di liberazione siriano - niente di simile era avvenuto in nessun'altra realtà - del fatto che le due le parti hanno contribuito quanto meno a creare le condizioni di una guerra civile.
Si sente parlare, signor ministro, di truppe ONU o di intervento di truppe internazionali in Siria. Onestamente, credo che prima vada chiarito l'obiettivo politico, e quindi capire che cos'è la Siria, perché il solo entrare nel discorso di truppe ONU in Siria è un atto suicida, soprattutto assolutamente scorretto perché significherebbe che l'ONU può intervenire in tutte le guerre civili stabilendo da che parte stare. Questo mi sembra gravissimo.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Terzi per la replica.

GIULIO TERZI DI SANT'AGATA, Ministro degli affari esteri. Credo che riuscirò a essere breve, anche se gli spunti di riflessione sono talmente ampi e abbracciano un po' tutto lo scibile della nostra conoscenza del Mediterraneo e del Medio Oriente nei suoi valori profondi e nelle sue dinamiche sociali e politiche. Potrei partire molto brevemente da alcune riflessioni svolte dall'onorevole Boniver, dal presidente D'Alema e dall'onorevole Adornato su alcuni aspetti particolari.
Innanzitutto, sento profondamente la domanda che l'onorevole Boniver ha rivolto sulle azioni dell'Unione europea nel


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processo di sviluppo di questa nuova realtà che abbiamo dinanzi e su cosa è disposta a fare, su quali sono i fallimenti e quali i meriti. Sicuramente, anche in questo campo avvertiamo tutti un'insufficienza dell'Europa, che non è mai integrata, non è presente, non ha mai una politica estera determinata quanto vorremmo che potesse avere, né è certamente adeguato il modo in cui dispiega le missioni di pace di sicurezza ed in cui si attiva sui finanziamenti. Eppure io credo che non si debba neanche essere così fortemente pessimisti perché su tutto questo percorso mi sembra che l'Europa in quanto tale, ma anche i governi dei Paesi europei, siano stati in movimento.
Abbiamo assistito e partecipato a molte missioni; è una presenza costante attraverso interventi politici, dichiarazioni; c'è stata - mi riferisco al caso siriano, naturalmente ci tornerò - la questione del sostegno e dell'incoraggiamento all'opposizione siriana in tutte le sue componenti ad agire in modo unito e non violento, senza il ricorso alle armi, che purtroppo, come ricordato dal senatore Mantica, adesso comincia ad esserci in modo sempre più forte.
Direi, quindi, che in questa visione d'Europa dobbiamo essere ben consci delle carenze, ma vedere anche che sono in corso iniziative, che devono essere corrette e incoraggiate attraverso il nostro intervento, soprattutto sul piano del partenariato meridionale, per l'utilizzo dei fondi. C'è, quindi, molto lavoro da fare per riequilibrare la presenza europea nel Mediterraneo, ma non partiamo da zero. Costanti sono l'attenzione e la pressione politica sui temi delle primavere arabe. Naturalmente, ciò che in questo momento ha maggior risonanza è il caso siriano.
In relazione alla Siria, abbiamo visto che le posizioni europee sono state in crescendo per quanto riguarda le sanzioni. Il 27 febbraio al Consiglio affari esteri a Bruxelles si


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proporranno nuove misure di isolamento finanziario del regime, ci sono proposte per il blocco dei finanziamenti che si scambiano con la Banca centrale, e delle importazioni di alcune materie prime in Europa che provengono dalla Siria; sono elementi che riguardano beni preziosi che sono fonti di finanziamento della famiglia Assad. Esistono, quindi, proposte con le quali l'Europa intende continuare a muoversi e a esercitare un ruolo di pressione economica.
Sul piano politico, ho sentito dalla viva voce degli interlocutori arabi e dall'ambiente della Lega araba quanta importanza si dà alla posizione che l'Unione europea esprime in sostegno del piano che la Lega araba stessa sta portando avanti. Questo dà la prova che l'Europa non è uno spettatore, ma un protagonista presente se influenza e gioca a favore, anche in campo arabo, nel portare avanti determinazione e motivazione sulla questione siriana.
È, quindi, necessario, un lavoro continuo, ma dobbiamo essere presenti. Credo che questo valga anche per il grande tema, come è stato giustamente definito, della nostra relazione nei confronti dell'Islam politico, tema estremamente complesso, che abbraccia tutto lo scacchiere geopolitico e che va anche molto al di là dell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente perché si estende all'Afghanistan, all'Indonesia, addirittura alla Cina. È un tentativo per capire e interpretare secondo schemi a cui non eravamo abituati.
Una relativa stabilità era data da regimi precedenti, che svolgevano una funzione di sicurezza in una certa area, ma al prezzo di una compressione delle popolazioni e delle società che ha rischiato di produrre forti radicalizzazioni. È stato citato al-Banna, ma possiamo ricordare le pietre miliari scritte da gente che è stata incarcerata, processata, condannata a morte e che ha prodotto filiere di estremisti e di radicalizzazione


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proprio perché è mancato quel momento di minima partecipazione per la calotta di un regime che non consentiva nessuna libertà di espressione. Qual è la scommessa che credo noi europei dobbiamo cercare di fare? È quella di apparire come degli interlocutori vigilanti, attenti.
Se n'è parlato, ma non sono così sicuro che il percorso della condizionalità sia particolarmente efficace ed utile in una situazione così fluida e iniziale di consolidamento di questi mondi. In ogni caso, si può immaginare anche un discorso di punti di riferimento sui valori che devono essere mantenuti come fondamentali nell'evoluzione di queste società. È certo che si tratta molto spesso di un problema di percezioni reciproche ed è di estrema importanza che gli «occidentali» siano visti dall'Islam politico come interlocutori non solo dialoganti e aperti ad ascoltare ma anche che diano fiducia e manifestino una certa forma di credito intellettuale.
Interviene a questo punto il ragionamento sulle modalità di intervento. L'onorevole Adornato mi aveva stimolato una riflessione su cosa fare anche in termini di attività parlamentare. Ho accennato brevemente all'inizio che credo sia di estrema importanza il contatto tra il mondo politico italiano, europeo e di questi Paesi, la società civile, il mondo delle università, un mondo di un'estrema ricchezza - ricordiamo che in Egitto e in Tunisia ci sono già decine di accordi con le università dei nostri Paesi - ma c'è indubbiamente l'esigenza di una forte intensificazione e di un impegno immediato ad accrescere i programmi, le iniziative, la capacità di parlarsi.
Penso che questo sia un dato al quale il Parlamento può dare seguiti interessanti, sia sotto il profilo delle indicazioni da dare al Governo per la prosecuzione di questo percorso, sia anche per iniziative dirette. Mi fa molto piacere apprendere che ci sarà a breve una visita della Commissione esteri della


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Camera proprio in Medio Oriente, ma anche in altri Paesi che abbiamo menzionato ogni contatto, che sia o meno una visita ufficiale, è di grande interesse.
L'onorevole Boniver ha parlato di dati economici devastanti per questi Paesi: è assolutamente così. Quando ho incontrato il presidente Marzouki, è stato addirittura preso dall'emozione nel raccontare la sensazione che traeva nell'incontrare le famiglie delle vittime di suicidi che si erano dati fuoco per la situazione, disperante sul piano economico, di incapacità di dare sostentamento ai propri familiari.
Pochi giorni dopo averlo incontrato c'era la notizia delle contestazioni che le massime autorità tunisine avevano avuto in diverse occasioni proprio nell'interno del Paese. Parliamo della realtà che si è stabilizzata più rapidamente, non definitivamente, ma ha avuto comunque un percorso virtuoso.
In effetti, la Tunisia si pone, anche nelle parole dei suoi dirigenti, come il Paese modello essendo riuscito a esprimere una maggioranza islamista moderata - so che è difficile aggettivare l'Islam - e, in ogni caso, sicuramente Ennahda è un partito che è entrato nella logica di un governo di una certa apertura nei confronti del pluralismo e del rispetto dei diritti. Si pongono nei confronti degli interlocutori europei come rappresentanti di un Paese che ha espresso un governo di coalizione, sulla base di elezioni libere, che stanno consolidando le istituzioni democratiche verso un processo costituzionale. Il ragionamento sull'Islam politico, dunque, è fondamentale e riguarda la Tunisia come l'Egitto, una realtà che vede comunque degli incidenti di percorso che non dobbiamo di certo pensare saranno gli ultimi.
La tensione che si sta verificando tra autorità egiziane e americane è preoccupante ed è scaturita da un fatto inatteso, le accuse relative all'operato di organizzazioni non governative,


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asseritamente in violazione di determinati obblighi di non finanziamento di certi gruppi di piazza Tahrir. Preoccupa perché vorremmo tutto tranne che il forte aggravarsi di una crisi tra gli Stati Uniti e questo importantissimo Paese in Medio Oriente.
Io spero che tutto possa essere ridimensionato e su questo aspetto particolare si possa trovare rapidamente una via d'uscita, ma è chiaro che l'Egitto rappresenta un fattore importantissimo di stabilità nell'intero contesto mediorientale. Basta apprezzare la sua influenza diretta anche sul processo di riconciliazione intrapalestinese per cui ci aspettiamo dalle autorità egiziane un atteggiamento trasparente, serio, di continuità nel rispetto degli Accordi di Camp David, non certamente delle sorprese sotto questo profilo perché sarebbero estremamente pregiudizievoli e potrebbero sì rimettere in seria discussione l'atteggiamento di apertura che vogliamo dimostrare come europei nei confronti di questi Paesi in trasformazione.
Il presidente D'Alema ha fornito degli elementi di «prima mano» di grande interesse sul clima attuale in quella regione per quanto riguarda il processo di pace. Sul piano della politica europea c'è un senso di marcata delusione per il fatto che non ci sia stato un avanzamento nei termini temporali che erano stati previsti dal Quartetto, perlomeno per entrare nel vivo di un negoziato diretto tra le due parti.
Anch'io ho colto nelle dichiarazioni dei protagonisti una certa staticità sulle proprie posizioni sul versante israeliano, naturalmente fortemente preoccupato dall'incubo della capacità nucleare iraniana e anche da uno stato di incertezza su dove va questa evoluzione delle primavere arabe. Anch'io ho colto che in questa situazione il Governo israeliano appare estremamente prudente nel portare avanti un negoziato con la controparte palestinese e ancor più riluttante nell'accettare


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che siano poste condizioni fondamentalmente sul punto centrale dell'aumento delle abitazioni nella zona della West Bank al di là della Linea Verde.
Da parte palestinese, specularmente, la preoccupazione è contraria e credo che sia giusto vedere un'accelerazione degli sforzi che Fatah e Hamas stanno facendo, praticamente in un contesto di blocco delle prospettive negoziali, per riportare una dinamica all'interno del mondo palestinese in modo da apparire rapidamente come un interlocutore unico.
Il giudizio su quello che sta avvenendo nel negoziato intrapalestinese non può essere per il Governo italiano e i governi europei che sospeso. Credo, infatti, siano evidenti le condizioni che ci aspettiamo siano soddisfatte da un movimento come Hamas a proposito di trasparenza e unicità di propositi nel rispettare il principio dell'esistenza di Israele, gli accordi pregressi e la non violenza.
Sulla situazione, però, diversi analisti hanno scritto cose interessanti in questi ultimi giorni: la situazione potrebbe essere anche meno focalizzata e dividersi all'interno di Hamas in una tendenza a valorizzare una certa ala politica del movimento per lasciare distaccata la componente militare.
Se questo avvenisse, indubbiamente potrebbero esserci delle suggestioni sul versante di Fatah per riaprire i giochi più seriamente in direzione di una riconciliazione. Fortemente sospeso è, tuttavia, il giudizio col quale dobbiamo guardare a queste dinamiche perché, innanzitutto, la solidità di questo percorso di riconciliazione intrapalestinese ha precedenti non certo incoraggianti dal punto di vista dei palestinesi essendoci stati, nel corso dell'ultimo anno, ripetuti tentativi, poi naufragati, ritorni, dichiarazioni che si sarebbe andati a elezioni poi posposte, incapacità di decidere sul nome del Primo Ministro e via dicendo. Di conseguenza, si tratta di un percorso


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molto accidentato per loro, che determina una situazione di ancor maggiore incertezza sul piano delle prospettive di riattivazione del negoziato con la parte israeliana.
Per riassumere questo aspetto, direi ancora che serve una valutazione su dove sta andando il mondo palestinese. Dall'altra parte, un sostegno, un incoraggiamento è dovuto al Governo israeliano sul piano dell'assicurazione della sua sicurezza come Stato e della possibilità di sviluppare rapporti pacifici con i vicini, ma certo anche di incoraggiamento nel primo momento possibile a riattivare il negoziato. In questo senso avevo già indicato nella mia breve relazione l'utilità dell'iniziativa giordana, che mi auguro possa continuare a svolgersi.
Ci sono state alcune domande specifiche da parte dell'onorevole Allasia per quanto riguarda la situazione dei nostri rapporti economici con la Libia, il tipo di meccanismo che pensiamo di stabilire per il recupero crediti soprattutto per le piccole e medie imprese. Il Governo è profondamente impegnato in questa direzione. Abbiamo inserito questo aspetto nella Dichiarazione di Tripoli e siamo al lavoro per trovare un modo che assicuri una presenza paritaria in un gruppo di valutazione dei crediti pregressi, ma partiamo anche in questo caso da un'apertura e una volontà libiche dichiarate in modo formale di rispettare questi impegni.
Il senatore Livi Bacci ha rivolto alcune domande in materia di asilo ai rifugiati, di frontiere, di centri per vagliare i titolari dell'asilo politico. Qui ci muoviamo in un campo sul quale c'è un negoziato. La creazione di presìdi per valutare nel Paese di origine dei flussi le richieste di asilo richiederebbe, indubbiamente, una modifica della normativa italiana vigente, che andrebbe valutata essenzialmente insieme al Ministero dell'interno.


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Su questo tema ho già richiesto alcuni approfondimenti ai colleghi del Ministero dell'Interno per rispondere in modo più completo a queste proposte.
Il Trattato di amicizia e cooperazione conteneva dei riferimenti ai princìpi delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Li abbiamo ribaditi in quella Dichiarazione di Tripoli, che intende confermare, per l'appunto, che c'è una continuità dell'attuazione del Trattato, che si continua a lavorare per portare avanti gli impegni nei diversi campi, economico, politico, di immigrazione, di sicurezza, ai quali i due Paesi si erano collegati.
Naturalmente, si tratta di un percorso, come accennato, sul quale stiamo andando avanti e ho già accennato alle visite ministeriali. Credo che sia molto importante quella del Ministro Cancellieri, programmata a breve.
L'onorevole Nirenstein ha detto qualcosa che ritengo molto importante riferita alla Siria: quando parliamo di rilevanza dei diritti umani nella politica estera non è un'affermazione astratta, deve esserci presente e dobbiamo pensarci come scriminante della nostra azione. Nel gestire la situazione siriana credo che sia il punto fondamentale.
Non possiamo fermarci, dobbiamo continuare a sottolinearlo anche a interlocutori difficili come la Russia, che certamente è coinvolta in questa crisi anche per dimostrare una sua forte rilevanza internazionale nello scacchiere, che poteva pensare di avere se non perso almeno ridimensionato, e che è legata, naturalmente, all'alleato siriano da rapporti storici e anche di tipo strategico-militare; penso alla importante base navale a Tartus. Sono state ricordate le forniture militari rilevanti che hanno continuato ad affluire dalla Russia alla Siria.


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Questo valore della vita umana deve essere un faro acceso alle Nazioni Unite in Consiglio di sicurezza per riprendere quegli sforzi che dovrebbero portare, finalmente, all'approvazione di una risoluzione autorizzativa di una missione di osservatori molto più efficace e numerosa e con un mandato più serio di quello che aveva la missione precedente.
Avrete notato come il precedente responsabile della missione abbia lasciato e gli sia subentrato il Ministro degli esteri giordano: anche questo è un segnale politico rilevante dato dalla Lega araba. Non mi faccio soverchie illusioni sul fatto che il Consiglio di sicurezza riesca ad approvare una risoluzione ma, dopo averne parlato a Washington e con altri interlocutori, ho la sensazione che ci sia qualche margine di possibilità che una risoluzione possa passare. Non sono ottimista, ma qualche margine potrebbe esserci per una decisione di questo tipo.
Queste sono le poche osservazioni che volevo riservare in chiusura, senza prendere troppo tempo. Grazie al senatore Mantica per aver ricordato il rilievo dell'esercizio del Dialogo 5+5, come questo si estenda anche al confine sud di questi Paesi mediterranei e come il ruolo dell'Italia sia dimostrato dall'impegno col quale stiamo organizzando la riunione di Roma del 20 febbraio prossimo.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Terzi di Sant'Agata e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,10.