• Testo MOZIONE

link alla fonte

Atto a cui si riferisce:
S.1/00566 [Iniziative per le piccole e medie imprese]



Atto Senato

Mozione 1-00566 presentata da GIAN CARLO SANGALLI
martedì 14 febbraio 2012, seduta n.674

SANGALLI, BUBBICO, ARMATO, DE SENA, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, TOMASELLI - Il Senato,

premesso che:

il settore delle piccole e medie imprese (PMI) industriali e di servizio, già sottoposto ai contraccolpi di una delle peggiori congiunture economiche degli ultimi decenni, vede la sua situazione aggravata da un problema di razionamento del credito che sembra aggravarsi di settimana in settimana;

il fenomeno è causato da una lunga serie di fattori fra loro strettamente interrelati, alcuni dei quali non governabili a livello nazionale. Tra questi, i più evidenti riguardano: il forte rallentamento di alcune delle principali economie mondiali che in molti casi si è trasformato in vera e propria recessione; il forte impatto della congiuntura economica sui bilanci pubblici europei, che ha determinato un notevole deterioramento dei deficit e un aumento dello stock di debito pubblico in tutta Europa, ed in particolare nei cosiddetti Paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna);

tale situazione ha innescato forti dubbi sulla capacità di alcuni Stati di ripagare nel medio periodo i propri debiti e lo scatenarsi della crisi dell'eurodebito, alimentata anche da fenomeni speculativi, che hanno trovato spazio di azione grazie anche ai timori provocati da una gestione perlomeno discutibile della crisi finanziaria che ha travolto la Grecia;

l'assenza di una reazione rapida ed unitaria da parte degli Stati membri dell'area euro, in particolare quelli più grandi ed influenti, l'adozione tardiva di politiche aggressive di gestione dei deficit e del debito da parte di diversi Paesi in grave difficoltà e l'insufficiente attenzione alle politiche di crescita e sviluppo da accoppiare a quelle di taglio e ristrutturazione della spesa e del debito hanno amplificato i timori sulla capacità di ripresa economica dell'area euro e sulla conseguente solvibilità anche di altri importanti Stati membri dell'Unione europea (UE);

la crisi ha evidenziato, poi, la mancanza di una Banca centrale europea (BCE) dotata di tutti i poteri necessari per gestire in maniera completa la moneta di quella che rimane una delle aree economiche strategiche per il benessere dell'economia mondiale;

negli ultimi mesi, tale situazione ha determinato un rapido aumento dei tassi d'interesse pagati da taluni Stati membri dell'UE, ed in particolare dall'Italia, per il rifinanziamento del debito pubblico ed un forte deprezzamento del valore dei titoli pubblici;

la crisi si è propagata al sistema bancario che, in presenza di una situazione già pesante a causa della congiuntura reale, con aumento delle sofferenze e delle perdite su crediti, ha subito un forte innalzamento dei tassi pagati sulla raccolta di denaro e un forte deprezzamento degli enormi attivi investiti in titoli del debito pubblico di Paesi in fase di stress finanziario;

contemporaneamente, il sistema bancario europeo ha dovuto ottemperare a regole più stringenti sulla valutazione degli attivi di bilancio (EBA) e sulla patrimonializzazione (Basilea 3), con la necessità di riequilibrare il rapporto fra attivo, passivo e mezzi propri che può avvenire tramite ricapitalizzazioni, molto difficili in questo momento, e riduzione dei volumi di finanziamento all'economia;

il sistema bancario europeo, pertanto, si è trovato ad affrontare una grave crisi di sfiducia all'interno del mondo finanziario alimentata dai dubbi sulla reale solidità di bilancio dei vari operatori bancari, che ha causato il progressivo "prosciugamento" del canale dei prestiti interbancari;

i tentativi dei singoli Stati membri dell'UE - in Italia tramite la garanzia delle passività bancarie - e della BCE - tramite il prestito al sistema bancario europeo di circa 500 miliardi al tasso dell'1 per cento - di rianimare i volumi del credito e di diminuirne il costo non sembrano avere per ora prodotto risultati significativi. Le risorse messe a disposizione dalla BCE sono rimaste, in gran parte, sulla deposit facility che le banche hanno presso la BCE, pur essendo remunerati ad un tasso dello 0,25 per cento, la cui consistenza ha sfiorato i 500 miliardi di euro nelle ultime settimane;

gli spread praticati dalle banche alla clientela sono rimasti molto alti, con il denaro che ormai facilmente raggiunge costi del 7-8 per cento;

la situazione attuale, pertanto, è ora caratterizzata da una scarsa disponibilità e da un elevato costo del credito per l'economia reale, nonché da un credito assistito da garanzie sempre più pesanti;

considerato che:

le imprese si trovano a sostenere uno sforzo straordinario per evitare che errori altrui - ieri la sottovalutazione della volatilità di alcuni prodotti finanziari, oggi l'inadeguatezza di iniziative e strumenti atti a governare la crisi del debito sovrano - si traducano in ulteriori elementi di indebolimento del tessuto produttivo italiano;

fin dal 2008, le imprese hanno reagito contenendo i costi di gestione, gli investimenti fissi e le spese per il personale, ma ciò non è bastato a ridurre il fabbisogno finanziario di capitale circolante, anche a causa dell'allungarsi dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali. Fenomeno che ha colpito particolarmente le imprese di minori dimensioni, contrattualmente più deboli;

a conferma delle preoccupazioni e delle sollecitazioni che provengono dalle imprese, sono molti i segnali che indicano una restrizione dei finanziamenti alle imprese più piccole. A partire dal mese di luglio 2011, i dati relativi al monte dei finanziamenti alle imprese artigiane e alle imprese del commercio e del turismo con meno di 20 addetti, hanno iniziato a segnalare una significativa riduzione rispetto alla fine del 2010. In particolare, lo stock dei finanziamenti all'artigianato, pari a 51.089 milioni di euro al 30 settembre 2011, corrispondenti ad una quota di mercato pari al 5,48 per cento, ha fatto registrare una contrazione media su base annua pari al 2,4 per cento, evidenziando un vero "crollo" per le imprese artigiane con più di 20 addetti (-8,9 per cento);

di fronte al pericolo concreto che il sistema bancario italiano non riesca ad avere sufficiente disponibilità per sostenere famiglie e imprese, gli interventi del Governo e della BCE sono stati indirizzati al ripristino della capacità di finanziamento delle banche. Il recente intervento della garanzia a favore delle banche promosso dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, e l'ingente iniezione di prestiti a tasso particolarmente favorevole da parte della BCE mirano al ripristino di una situazione di normalità. Tuttavia, è necessario che tali interventi siano effettivamente finalizzati a garantire il permanere di livelli quantitativi di credito coerenti con i fabbisogni del sistema imprenditoriale e delle famiglie, e producano effetti positivi sul pricing, ovvero in termini di contenimento del costo del denaro;

rilevato che:

in Italia il razionamento del credito diventa particolarmente dirompente per le PMI, che rappresentano la quasi totalità del sistema produttivo, in un momento in cui la disponibilità di credito diventa questione di sopravvivenza;

il razionamento del credito per le PMI avviene in un contesto in cui: il calo della domanda fa scendere fatturati e margini e quindi le possibilità di autofinanziamento delle imprese, specie quelle che non trovano sbocchi sui mercati internazionali, ovvero quelle industriali più piccole e quelle che producono servizi; si allungano i tempi di pagamento sia fra privati che fra pubblico e privato, con debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei privati che ormai hanno raggiunto l'ordine delle svariate decine di miliardi di euro, e occorre dunque finanziare volumi di capitale circolante più elevati a parità di altre condizioni; per le imprese più dinamiche che riescono a crescere, spesso trainate dall'export e dalla loro capacità di innovazione, ci sarebbe bisogno di sostegno da parte del sitema bancario per finanziarne la crescita e gli investimenti; molte aziende che avevano effettuato investimenti fino alla prima metà del 2008, spinte da un pallido miglioramento delle aspettative, si trovano ora in una situazione di forte incertezza e, dopo una debole ripresa nel 2010, si trovano gravate da forti investimenti che per ora non creano cassa sufficiente per ripagare le rate dei finanziamenti;

come evidenziato da un serie di segnalazioni che provengono dal mondo dell'impresa, il fenomeno del razionamento non si risolve solo in un innalzamento del costo del credito e in una mancata disponibilità di nuovo credito, ma implica anche una riduzione dei finanziamenti in essere alle imprese, specie quelli legati agli anticipi su fatture e su contratti, essenziali per garantire la gestione quotidiana della tesoreria delle imprese. Il paradosso è che la riduzione in molti casi sembra coinvolgere anche imprese sane, che in effetti sono quelle potenzialmente più in grado di restituire i finanziamenti;

il risultato è una forte accentuazione delle già notevoli difficoltà del mondo produttivo che sta portando un numero elevato e crescente di operatori verso l'uscita dal mercato. Non si tratta del normale processo di eliminazione degli operatori marginali ed inefficienti dal mercato in situazioni di crisi, un meccanismo che, se tenuto entro limiti fisiologici, rafforza nel medio-lungo periodo il sistema economico. Al contrario, si tratta di un processo che sta assumendo proporzioni preoccupanti e che riguarda non solo un gran numero di aziende molto piccole e con pochi capitali propri che, tuttavia, sono capaci di offrire buoni prodotti e buoni servizi e di creare valore ed occupazione. Il processo sta minando anche aziende più grandi e strutturate, capaci di stare sui mercati internazionali e di innovare. Parliamo insomma di un tessuto economico che va dall'artigiano di talento, al produttore competitivo, all'imprenditore agricolo che lavora su filiere di qualità, al negoziante che offre un buon servizio, a molte piccole e medie aziende che fanno forte il made in Italy nel mondo. Organismi sani che rischiano di scomparire per mancanza di liquidità e di credito e per i quali bisogna agire rapidamente;

preso atto che:

una recente analisi condotta dalla Banca d'Italia su "I confidi e il credito alle piccole imprese durante la crisi" sottolinea come sia stato assai significativo il contributo di questi strumenti nel sostegno all'accesso al credito delle piccole imprese, ma evidenzia altresì come la crescita delle garanzie rilasciate dai confidi sia stata più rapida di quella dei mezzi propri. Infatti, a fronte di una dinamica dei prestiti bancari in contrazione e/o stazionaria (-3 per cento nel 2009 e stazionario nel 2010), i prestiti diretti alle imprese con meno di 20 addetti assistiti dai confidi sono aumentati del 15 per cento nel 2009 e del 9 per cento nel 2010. Durante la crisi, l'intervento dei confidi è stato spesso determinante ai fini della stessa concessione dei finanziamenti;

occorre immettere risorse nel sistema e riattivare il credito bancario andando oltre le misure già adottate quali garanzie dei debiti bancari e potenziamento dei fondi che vanno poi a cascata ai consorzi fidi e organismi simili;

sono cinque le direttrici sulle quali agire rapidamente:

a) trovare molto rapidamente una soluzione che sblocchi i pagamenti dell'enorme massa di crediti che i privati vantano nei confronti delle pubbliche amministrazioni, ricorrendo a soluzioni tecnico-giuridiche che permettano di utilizzare formule semplici come, ad esempio, l'utilizzo di titoli del debito pubblico facilemente liquidabili;

b) creare meccanismi che in qualche modo obblighino le banche che fruiscono della garanzia dello stato sulle loro passività a rendere, in maniera ragionevole ma concreta, il sistema produttivo compartecipe dei benefici di cui le banche godono in virtù di tale garanzia;

c) attivare un meccanismo di "moratoria", che prenda lo spunto da quello messo in opera un paio di anni fa tramite lo stimolo fattivo alla realizzazione di un accordo tra banche e imprese con lo Stato che fa da mediatore, supervisore e garante. Da una parte, essa dovrebbe assicurare perlomeno il mantenimento delle linee di finanziamento a breve già erogate per un periodo sufficientemente lungo per evitare il fenomeno di chiusura dei fidi che rende difficile il finanziamento dell'attività corrente. Dall'altra, per i finanziamenti a lungo si potrebbe lavorare sia su un meccanismo di congelamento del pagamento delle rate per 12-18 mesi. Si tratterebbe di una misura in grado di dare un po' di respiro alle aziende ma che non risolve il problema, soprattutto se la ripresa sarà lenta come dicono le previsioni;

d) trovare delle formule per allungare i periodi di rimborso a parità di importi, con spread che, da un lato, tengano conto dell'aumento del costo della raccolta bancaria ma che, dall'altro, siano in qualche modo concordati e di importo ragionevole. In tale ambito, la sospensione delle rate e l'allungamento dei periodi di rimborso possono essere soluzioni alternative o complementari fra loro. Si potrebbe collegare questa questione con la garanzia concessa alle banche prima menzionata. Lo Stato dà garanzia, ma in cambio le banche, oltre a pagare una commissione, devono in qualche modo "passare" al mercato almeno una parte dei vantaggi in termini di costo e di quantità della raccolta. Forme e modi di una "moratoria" di questo genere dovrebbero poi essere decise dalla contrattazione fra banche e associazioni imprenditoriali, con lo Stato che dà delle linee guida alle quali attenersi, indica alcuni obiettivi di fondo e mette a disposizione dei fondi (magari pescandoli da capitoli meno utili) per "oliare" il meccanismo;

e) lavorare su una efficace legislazione che ponga termini per i pagamenti fra pubblico e privato e fra privati affiancando ai termini un sistema sanzionatorio e di riscossione efficace (a protezione soprattutto degli operatori economici "deboli" nei confronti di quelli "forti") che permetta l'effettiva applicazione della norma,

impegna il Governo:

1) ad operare un'attenta e costante azione di monitoraggio, per evitare che gli ultimi interventi previsti dal decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, si sostanzino in un generico sostegno al sistema bancario, senza ricadute effettive sull'economia;

2) a proseguire gli sforzi, in sede europea, affinché siano attenuate le richieste dell'European Banking Authority (EBA), che prevedono una rapida e consistente ricapitalizzazione delle banche italiane, anche al fine di evitare la sovrapposizione con le prescrizioni di Basilea III;

3) ad adottare interventi finalizzati ad ottimizzare e a razionalizzare la filiera del credito, al fine di ricomporre un sistema frammentato e dispersivo in cui diversi soggetti intervengono a vario titolo nella intermediazione tra banche e imprese, spesso sovrapponendosi, e incapaci di generare effettiva aggiuntività, nonché a valorizzare soggetti e strumenti in grado di essere efficienti ed efficaci, verificando innanzitutto quali di questi, a parità di risorse date, garantiscano il migliore effetto leva;

4) a dare ulteriore sostegno al Fondo centrale di garanzia e a promuovere una sua nuova regolamentazione coerente ed adeguata alla centralità di questo strumento per l'accesso al credito delle PMI;

5) a valorizzare il sistema dei confidi su tutto il territorio nazionale mediante il rafforzamento dei loro patrimoni;

6) ad intervenire con urgenza in materia di ritardati pagamenti, recependo la direttiva comunitaria in materia, almeno finalizzata alle future commesse pubbliche, per porre un argine alla corrente crisi di liquidità che le imprese si trovano a fronteggiare a causa di crediti non ancora soddisfatti, con conseguenti difficoltà per le stesse nell'adempimento delle loro obbligazioni;

7) a rafforzare il piano di smaltimento dei residui debiti delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione avviato con l'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, rendendo operativa in tempi brevi la possibilità di compensare i debiti tributari e previdenziali con i crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione e utilizzando, seppure in modo limitato e compatibile con lo stato della finanza pubblica, l'intervento della Cassa depositi e prestiti e l'emissione di quote di titoli del debito pubblico, con l'obiettivo di garantire quote del debito contratto dalle pubbliche amministrazioni verso le imprese, nella misura adeguata almeno a sviluppare un effetto ''di leva finanziaria'' al fine di rendere certo e progressivo il saldo del debito pregresso.

(1-00566)