• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
S.4/06809 [Informazioni sulla reale entità dei titoli derivati in possesso del Tesoro ]



Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-06809 presentata da ELIO LANNUTTI
mercoledì 8 febbraio 2012, seduta n.672

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

secondo la rivista "International Financing Review" il Tesoro italiano ha in portafoglio strumenti derivati per un ammontare di 30 miliardi di euro. Si tratta in particolare dei cross currency swap e degli interest rate swap, utilizzati largamente dagli enti pubblici;

l'Italia è dunque uno dei maggiori investitori sovrani in tali controverse attività finanziarie;

tutti i Governi succedutisi nel tempo si sono sempre rifiutati di dire da dove vengono questi derivati e quanti si annidano nello stock del debito pubblico;

questa scarsa trasparenza getta un'ombra circa la composizione del debito stesso e, in ultima analisi, sulla sua sostenibilità, alla luce dell'attacco speculativo di cui l'Italia è bersaglio da mesi;

l'articolo segnala il caso di Morgan Stanley, che ha ridotto la propria esposizione in credit default swaps verso l'Italia di 3,4 miliardi di dollari. Ciò che non emerge dai risultati finanziari della banca sono le modalità con cui questa dismissione è avvenuta. Se lo swap fosse stato ristrutturato o ceduto ad un altro intermediario, il Tesoro potrebbe non aver pagato nulla. Se invece il contratto è stato chiuso, e molti pensano sia andata così, l'operazione potrebbe esserci costata circa 2 miliardi di dollari;

secondo la European Bank Authority, l'Italia deve alle banche dell'area euro circa 5,1 miliardi di euro in contratti swap, ovvero al netto di quelle statunitensi, svizzere e inglesi. Se tali investitori decidessero di chiudere le rispettive posizioni, peraltro sempre più costose da mantenere in virtù del nuovo regime normativo, il salasso per le italiche finanze potrebbe rivelarsi astronomico;

"Linkiesta" ha ripreso l'articolo cercando di ricostruire la genesi di questo fenomeno sulla base delle informazioni già in possesso. In sintesi, un anno fa il Wall Street Italia metteva in correlazione un articolo del "New York Times", il quale denunciava che l'Italia avrebbe truccato i propri conti pubblici a partire dal 1996, con un altro del "Fatto quotidiano", secondo cui gli interessi sul debito pagati dallo Stato si mantenevano costanti, nonostante i tassi di mercato fossero in discesa. Da sospettare l'ombra della finanza creativa dietro le operazioni del Tesoro. Sempre "Linkiesta", citando fonti Eurostat, segnalava mesi fa che l'Italia ha fatto un ingente (ab)uso di strumenti finanziari nel periodo tra il 1998 e il 2008. Per la verità le speculazioni avevano preso avvio due anni prima, ma è stato sotto Tremonti che questa prassi ha conosciuto un netto incremento. Si parla in particolare di cross-currency swap swap e interest rate swap, ma anche cessioni di crediti in cartolarizzazioni. Fino al 2008 l'Italia ha guadagnato un ricavo di 8 miliardi, ma con l'avvio della crisi il trend trend deve essersi invertito, per quanto non esistano dati certi per mancanza di informazioni ufficiali. Ma la discrepanza tra tassi di mercato e interessi pagati segnalata dal "Fatto quotidiano" rappresenta una prova circostanziale che tali contratti sono ora in perdita, sebbene sia impossibile stabilire di quanto;

il volume totale delle "scommesse" sulla bancarotta dell'Italia, sotto forma di CDS, ammonta a 8.611 contratti per un controvalore di 21 miliardi di euro. Segno che il mercato nutre serie preoccupazioni sulla capacità dell'Italia di tenere fede ai propri impegni,

si chiede di sapere se al Governo risulti a quanto ammonta la reale entità dei titoli derivati in possesso del Tesoro e quali siano precisamente i relativi rischi per le finanze del Paese.

(4-06809)