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Atto a cui si riferisce:
C.1/00848 [Sostenere in tutte le sedi europee l'introduzione di un'imposta sulle transazioni finanziarie a livello dell'Unione europea o dell'eurozona]



La Camera,
premesso che:
il progressivo diffondersi di un'economia eccessivamente finanziarizzata è degenerato in gravissime distorsioni nei mercati finanziari a partire dall'insostenibile entità dei prodotti derivati, oltre 7 volte il prodotto interno lordo mondiale;
l'accelerazione dei processi di deregolamentazione finanziaria è stata accompagnata da fenomeni di instabilità sempre più vistosi, soprattutto in campo valutario. Inoltre, il pressoché completo abbattimento dei vincoli alla libera circolazione internazionale dei capitali ha fortemente ristretto i gradi di libertà delle politiche economiche nazionali. Inoltre, la combinazione tra instabilità finanziaria e impotenza della politica economica ha notevolmente contribuito all'inquietante divaricazione dei redditi verificatasi, sia tra i Paesi che all'interno dei singoli Paesi;
la recente crisi economica e finanziaria mondiale ha avuto un impatto considerevole sulle economie e sulle finanze pubbliche. Il settore finanziario è stato uno dei principali responsabili della crisi economica, mentre i Governi e i cittadini europei ne hanno sostenuto i costi. In Europa e a livello internazionale è diffusa l'opinione che il settore finanziario debba contribuire in modo più giusto, dati i costi legati alla gestione della crisi e l'attuale tassazione insufficiente del settore. Diversi Stati membri dell'Unione europea hanno già intrapreso iniziative divergenti nell'ambito della tassazione del settore finanziario;
è dunque sempre più sentita l'esigenza di conferire alla politica nuove leve, nazionali e internazionali, di controllo e di governo dei mercati. Un primo passo nella direzione del cambiamento è stato allora individuato in una proposta, avanzata dagli stessi economisti e su cui esiste il consenso da parte, tra gli altri, di Francia, Belgio, Spagna, Portogallo Slovacchia, Grecia e Germania, ossia l'introduzione di un'imposta sulle transazioni finanziarie (itf), comunemente nota come financial transaction tax;
la manovra attuata dal Governo italiano impone importanti sacrifici: per questo è ancora più cruciale fermare gli attacchi speculativi che grandi attori finanziari europei e internazionali operano ai danni dei titoli di Stato italiani, della sostenibilità del debito italiano e, in generale, dei mercati. L'azione di questi soggetti impatta negativamente sulle risorse da destinare alle politiche sociali e del lavoro, alle tutele ambientali, climatiche e dei beni comuni, alla cooperazione: limitarne il potere è un atto di equità e giustizia sempre più necessario ed urgente;
l'Europa deve agire in fretta per introdurre questa tassa, fattibile anche se implementata nella sola eurozona, come dimostrano numerosi studi. Se ciò non è possibile con l'Europa dei 27, l'eurogruppo deve fare da capofila. Si è sostenuto che una tassa sulle transazioni finanziarie applicata solo in alcuni Paesi europei frenerebbe l'accesso di capitali, mentre è invece questo uno dei benefici della tassa sulle transazioni finanziarie, perché essa rappresenta una rete che lascia passare gli investimenti «bona fide» e frena quelli meramente speculativi. È noto che i mercati finanziari funzionano principalmente tramite due gigantesche piattaforme telematiche. Anche agendo solamente sulle piazze e gli scambi nell'area euro, sia in entrata che in uscita da questa, si potrebbero intercettare molte operazioni dirette sulla City e Wall Street;
le tre principali obiezioni all'istituzione della tassa (non si può imporre se non a livello globale, in quanto altrimenti non ci sarebbe gettito per la fuga dei capitali, la tassa aumenta significativamente il costo del capitale, la tassa riduce la liquidità dei mercati) sono false o infondate

o per l'evidenza dei fatti (la prima) o per mancanza di prove (le seconde due):
a) sino a poco tempo fa si è ritenuto che essa non fosse applicabile se non a livello globale, pena la fuga di capitali dal Paese che decidesse di porla in vigore. Questo pregiudizio è falso perché esistono ad oggi, come documenta un lavoro di ricerca del Fondo monetario internazionale, ben 23 Paesi che applicano unilateralmente la tassa (nient'altro che un fissato bollato) senza che si sia verificata alcuna fuga di capitali (Matheson T., Taxing financial transactions. issues and evidence, IMF working paper n. 11/54, marzo 2011, 8). Il Paese con la tassa più alta è il Regno Unito che applica la stamp duty reserve tax su un solo tipo di attività finanziaria (tassa del 5 per mille sui possessori di azioni quotate alla borsa di Londra). La tassa consente di raccogliere circa 5 miliardi di sterline all'anno. Ancora sul piano scientifico, esistono numerosi lavori che misurano l'elasticità dei volumi di transazioni all'introduzione di tasse simili, evidenziando coefficienti piuttosto contenuti e non tali da avvalorare l'ipotesi di fuga dei capitali. Un altro motivo per i quali la fuga non può avvenire è che proprio le operazioni ad altissima frequenza usufruiscono di un vantaggio di prossimità alla sede fisica della borsa da cui partono le informazioni in via telematica. Spostare le operazioni lontano dai mercati principali comporterebbe la perdita di questo vantaggio;
b) un'altra obiezione che appare infondata è quella dell'impatto della tassa sul costo del capitale. Per l'aliquota fissata, dalla proposta della Commissione europea i calcoli fondati sui modelli di capitalizzazione dei valori futuri attesi degli asset dimostrano che questo costo è pressoché nullo;
c) la terza obiezione che la tassa diminuisca la liquidità dei mercati è anch'essa del tutto opinabile. È dimostrato che la tassa riporterebbe ai costi di transazione e alla liquidità di dieci anni fa, ovvero ad un periodo più florido di quello che si sta vivendo. La verità è che non esiste nessun evidenza certa sugli effetti della tassa sulla liquidità ma solo una serie di diversi modelli che trovano risultati opposti a seconda del tipo di microstruttura dei mercati finanziari e del modello di competizione ipotizzato tra gli intermediari;
l'imposta sulle transazioni finanziarie è uno strumento disponibile e necessario anche quale freno alla degenerazione della finanza che ha obbligato gli Stati a finanziare con oltre 6.000 miliardi di dollari gli istituti bancari occidentali per salvarli dal fallimento. L'imposta sulle transazioni finanziarie è una piccola tassa che rende non conveniente e onerosa la mera speculazione. L'imposta sulle transazioni finanziarie è uno strumento che interviene in maniera equa e che salvaguarda il risparmio;
a differenza della Tobin tax e delle successive varianti che si riferiscono agli scambi di valuta, l'imposta sulle transazioni finanziarie prende in considerazione tutte le transazioni su strumenti finanziari, allargando così sostanzialmente la base imponibile rispetto alla Tobin tax;
l'imposta sulle transazioni finanziarie è un'imposta con un tasso molto ridotto (tra lo 0,01 per cento e lo 0,1 per cento) da applicare su ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari. Un'imposta sufficientemente piccola da non scoraggiare le «normali» operazioni di investimento realizzate sui mercati finanziari. Tale tassa non avrebbe effetti apprezzabili per chi opera sui mercati con un'ottica di lungo periodo. Il tasso ipotizzato è nettamente inferiore alle commissioni annuali richieste dai gestori di fondi di investimento o fondi pensione;
è ben diversa la situazione per chi intende speculare. È, oggi, possibile comprare e vendere strumenti finanziari centinaia, anche migliaia di volte in un giorno, 24 ore su 24, nella speranza di guadagnare su piccole oscillazioni dei prezzi degli stessi strumenti. Tali operazioni non hanno alcun legame con l'economia reale,

ma aumentano l'instabilità e la volatilità dei mercati, con impatti potenzialmente devastanti per l'economia globale. Oggi, infatti, una gran parte delle transazioni finanziarie sono operate da mega-computer che, in automatico, speculano in millesimi di secondo sull'arbitraggio tra i valori marginalmente diversi degli stessi titoli o monete presenti nello stesso istante su piazze diverse. Si ottengono guadagni minimi, ma corposi per una miriade di operazioni e muovendo grandi cifre ogni giorno;
se è vero che i mercati finanziari hanno bisogno di un intervento regolatorio stringente e complesso, è altrettanto vero che la decisione sull'introduzione dell'imposta sulle transazioni finanziarie ha, finalmente, immediate possibilità applicative, vista il largo consenso del Parlamento europeo (si veda la risoluzione del Parlamento europeo, P7-TA(2010)0056 del 10 marzo 2010) e la recente proposta della Commissione europea attualmente oggetto di consultazione. Si tratta di una proposta in grado di dare un segnale forte della volontà politica di riportare sotto controllo la «finanza-casinò»;
la proposta della Commissione europea di direttiva del Consiglio [COM(2011)594] del 28 settembre 2011, concernente un sistema comune d'imposta sulle transazioni finanziarie e recante la modifica della direttiva 2008/7/CE, si propone quattro obiettivi (ai quali andrebbero aggiunte altre finalità come specificato più avanti):
a) evitare la frammentazione del mercato interno dei servizi finanziari, visto il crescente numero di provvedimenti fiscali nazionali non coordinati attualmente al varo;
b) assicurare il giusto contributo degli enti finanziari alla copertura dei costi della recente crisi, nonché la parità di condizioni con gli altri settori dal punto di vista fiscale;
c) creare i disincentivi opportuni per le transazioni che non contribuiscono all'efficienza dei mercati finanziari, integrando le misure regolamentari mirate a evitare crisi future;
d) creare un nuovo flusso di gettito con l'obiettivo di sostituire gradualmente i contributi nazionali al bilancio dell'Unione europea, riducendo l'onere per i bilanci nazionali;
la Commissione europea ha svolto anche una valutazione dell'impatto derivante dall'introduzione dell'imposta sulle transazioni finanziarie da parte dell'Unione europea raccomandando alcune linee guida onde evitare fenomeni elusivi ed i rischi di delocalizzazione:
a) un ampio campo di applicazione per quanto riguarda prodotti, transazioni, tipi di operazioni e attori finanziari nonché transazioni effettuate all'interno di un gruppo finanziario;
b) l'utilizzo del principio di residenza: tassazione nello Stato membro in cui sono stabiliti gli attori finanziari, indipendentemente dal luogo di esecuzione delle transazioni;
c) la definizione delle aliquote d'imposta a un livello adeguato per minimizzare gli eventuali impatti sul costo del capitale a fini diversi da quelli degli investimenti finanziari;
d) l'esclusione dal campo di applicazione dell'imposta sulle transazioni finanziarie delle operazioni dei mercati primari sia per i titoli (azioni, obbligazioni) - per non ostacolare la raccolta di capitali da parte dei Governi e delle imprese - sia per le valute;
e) la separazione delle attività di concessione e assunzione di prestiti dei nuclei domestici, delle imprese o degli enti finanziari e di altre attività finanziarie quotidiane, come i prestiti ipotecari o le transazioni di pagamento;
f) l'esclusione dal campo di applicazione dell'imposta sulle transazioni finanziarie delle transazioni finanziarie con, ad esempio, la Banca centrale europea (Bce) e le banche centrali nazionali,

per evitare ripercussioni sulle possibilità di rifinanziamento degli enti finanziari o sugli strumenti di politica monetaria;
anche al G20 del 3-4 novembre 2011 tenutosi a Cannes, per la prima volta in un comunicato finale di un vertice del genere la proposta viene menzionata esplicitamente: «Abbiamo anche concordato - si legge nel comunicato al punto 28 - sul fatto che, nel tempo, nuove fonti di finanziamento devono essere trovate per soddisfare le esigenze di sviluppo e il cambiamento climatico. Abbiamo discusso una serie di opzioni di finanziamento innovativa evidenziata dal signor Bill Gates (si tratta del rapporto della Gates Foundation). Alcuni di noi hanno attuato o sono disposti a esplorare alcune di queste opzioni. Riconosciamo le iniziative in alcuni dei nostri Paesi di tassare il settore finanziario per vari scopi, tra cui una tassa sulle transazioni finanziarie, tra l'altro per sostenere lo sviluppo». Si tratta di una formulazione che, tra le altre cose, lascia intendere come la tassa sia perfettamente realizzabile anche in un gruppo di Paesi e non solo a livello internazionale;
durante il G20, ai Paesi europei favorevoli all'introduzione di tale imposta, si sono aggiunte diverse potenze emergenti, dal Sud Africa, al Brasile e all'Argentina. Persino dagli Usa, storicamente contrari a qualunque tassazione della finanza, è arrivata una «disponibilità» ad affrontare l'argomento;
l'imposta sulle transazioni finanziarie, così come disegnata dalla Commissione europea, offrirebbe un gettito annuo di circa 57 miliardi di euro, che potrebbero avvicinarsi ai 200 miliardi di euro se si allargasse la base imponibile, si aumentasse l'aliquota in esame sui derivati e se venisse meglio chiarito l'intervento sulle transazioni in valuta, distinguendo tra transazioni di mera speculazione e transazioni legate alla protezione di «operazioni economiche reali»;
è evidente che un tale gettito consentirebbe agli Stati dell'Unione europea di affrontare meglio i costi della crisi, così da sostenere adeguatamente la coesione sociale, il welfare state, il lavoro e difendendo, inoltre, i singoli Paesi dall'attacco speculativo al finanziamento del debito pubblico;
non bisogna, altresì, dimenticare gli scopi originari di tale tassa, quali l'impegno a sostenere la cooperazione e lo sviluppo dei Paesi più poveri, anche attraverso il raggiungimento dei Millenium development goals;
anche in Italia è particolarmente attivo un vasto movimento a sostegno della tassa sulle transazioni finanziarie, con la presenza, tra gli altri, delle principali sigle sindacali, delle associazioni del terzo settore e di svariate organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione allo sviluppo;
il nostro Paese potrebbe essere, con ogni probabilità, uno dei Paesi che più avrebbe da guadagnare dall'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, come hanno sempre affermato i promotori della campagna Zerozerocinque: «Pensiamo ai prezzi delle materie prime, a partire dal petrolio, che il nostro Paese importa e che sono oggi in balia di mercati finanziari. Pensiamo ai vantaggi di valute più stabili per le imprese che esportano. Pensiamo soprattutto agli attacchi speculativi portati nelle ultime settimane contro i nostri titoli di Stato, e che verrebbero enormemente frenati dall'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e da altre misure per regolamentare la finanza»;
anche la Camera dei deputati del nostro Paese si è pronunciata a favore dell'introduzione dell'imposta sulle transazioni finanziarie con l'approvazione il 16 giugno 2010 delle risoluzioni n. 7-00328 Zacchera, n. 7-00333 Barbi e n. 7-00346 Evangelisti, nonché della mozione n. 1-00800 approvata il 25 gennaio 2012. Inoltre, sono state presentate alcune proposte di legge in tal senso tra le quali si segnalano: l'atto Senato n. 2189 Amati, l'atto Senato n. 2964 Barbolini, l'atto Senato

n. 2444 Lannutti, l'atto Camera n. 3585 Borghesi, l'atto Camera n. 3740 Sarubbi e l'atto Camera n. 4389 Bersani;
alcuni di questi disegni di legge propongono, riferendosi all'esempio di quanto fatto dalla Francia e dal Belgio, che inizialmente, in attesa della sua adozione almeno da parte di un certo numero di Paesi dell'Unione europea, l'imposta sia con un'aliquota zero per poi diventare operativa con un'aliquota massima dello 0,05 per cento;
si devono, pertanto, valutare positivamente le parole pronunciate dal Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti che ha affermato che l'Italia sta riconsiderando «in sede europea una posizione in senso più favorevole alla proposta di tassazioni finanziarie come già Francia e Germania ritengono necessario fare»;
risulterebbe incomprensibile e debole da parte del nostro Paese una posizione di mero rinvio a una discussione globale. Una pratica attendista che di fatto frenerebbe lo sviluppo di una governance politica ed economica unitaria nell'Unione europea,


impegna il Governo:


a sostenere con forza, in tutte le sedi europee, le proposte di introduzione di un'imposta sulle transazioni finanziarie a livello dell'Unione europea oppure a livello dell'eurozona;
a prendere le necessarie iniziative per estendere, anche gradualmente, tale imposta a livello internazionale, cominciando a coinvolgere le potenze emergenti che hanno già manifestato il loro consenso all'imposta sulle transazioni finanziarie;
a sostenere l'adozione della proposta di direttiva del Consiglio avanzata il 28 settembre 2011 dalla Commissione europea [COM(2011)594] proponendo le seguenti modifiche:
a) definire la destinazione del gettito dell'imposta sulle transazioni finanziarie a favore delle politiche sociali, dei programmi infrastrutturali europei, dei programmi, a partire da quelli previsti al «Pacchetto energia-clima» e dal Protocollo di Kyoto, per il contrasto ai cambiamenti climatici, senza dimenticare gli scopi originari di tale tassa quali l'impegno a sostenere la cooperazione e lo sviluppo dei Paesi più poveri, anche attraverso il raggiungimento dei Millenium development goals;
b) rafforzare il principio di residenza: tassazione nello Stato membro in cui sono stabiliti gli attori finanziari, indipendentemente dal luogo di esecuzione delle transazioni;
c) prevedere un'ampia base imponibile - onde tra l'altro evitare manovre elusive - che includa anche le transazioni in valuta, distinguendo tra transazioni di mera speculazione e transazioni legate alla protezione di «operazioni economiche reali»;
a monitorare e verificare che una significativa percentuale di tale tassazione venga effettivamente impiegata per il raggiungimento degli «obiettivi del millennio», che vedono proprio il nostro Paese essere in grave ritardo rispetto alle scadenze prefissate, ovvero dello 0,51 per cento entro il 2010, già disatteso, e dello 0,7 per cento entro il 2015;
a valutare le opportune iniziative, anche normative, ferme restando le prerogative del Parlamento, al fine di introdurre l'imposta sulle transazioni finanziarie nella legislazione del nostro Paese, in attesa della sua adozione a livello europeo, definendo per il calcolo dell'imposta un'aliquota zero, imposta che diverrebbe operativa in un secondo tempo con l'aliquota definita in ambito europeo.
(1-00848)
«Di Pietro, Donadi, Evangelisti, Leoluca Orlando, Borghesi, Porcino, Di Stanislao, Barbato, Messina».