• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Seguito dell'audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, sulle linee programmatiche del suo Dicastero in materia di pari opportunità.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, il seguito dell'audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, sulle linee programmatiche del suo Dicastero in materia di pari opportunità.
Do ora la parola ai deputati iscritti nella precedente seduta che intendano porre quesiti o formulare osservazioni; seguirà la replica del Ministro che potrà svolgere le proprie considerazioni conclusive.

BARBARA POLLASTRINI. Professoressa Fornero (mi permetta di chiamarla così), lei oggi è qui come ministra per le pari opportunità innanzitutto, funzione - diceva martedì scorso - a cui intende dare il massimo impegno, e questo le fa onore. Mi capirà, quindi, se le rivolgo un augurio davvero speciale.


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Prima di fare pochissime domande, permettetemi una considerazione più generale. Il Ministro Riccardi ha definito il suo come «il ministero della globalizzazione e dell'attualità», vedendo in ciò il segnale del cambio di passo dell'attuale esecutivo. In questo c'è del vero. Voglio aggiungere, però, che senza uno sguardo sui diritti umani e su una uguaglianza di opportunità per le donne sarà difficile offrire alla globalizzazione uno sbocco nella crescita e nella coesione sociale.
Il primo invito che rivolgo a tutte e tutti noi e naturalmente a lei, ministra, è a non dimenticare mai le donne nel mondo che lottano per la loro dignità e la libertà di tutti. Direi di più: senza il rispetto di quel principio di uguaglianza la stessa difesa dei diritti umani e delle opportunità di ognuno cammina davvero in salita.
In sintesi, secondo me, quello per le pari opportunità è simbolicamente il ministero dell'articolo 3 della Costituzione, dove spicca il riferimento all'uguaglianza tra tutti i cittadini senza distinzione di sesso - e non a caso si parte da lì -, razza, lingua, religione. Parliamo, dunque, di un piccolo ministero tra grandi corazzate, ma che ha il compito davvero non facile di illuminare e attraversare l'insieme delle politiche del Governo.
Lei, Ministra, ha detto martedì scorso che il tempo da qui al 2013 non è molto. Aggiungo che le forze a sostegno del Governo sono assai diverse. Non siamo qui a chiederle l'impossibile, ma questo confronto diventa decisivo per capire la traccia che lei vorrà imprimere. Lei si è riferita alle esperienze precedenti e in termini gentili. Penso che ogni ministra abbia cercato di dare una piccola impronta, orientata da una visione e da chiare scelte di campo e frutto spesso -


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lo voglio sottolineare - dell'ascolto di una rete plurale di culture, associazioni e movimenti femminili, che anche oggi sono una ricchezza nel nostro Paese.
La mia prima domanda, per forza di cose, è intrecciata alla crisi drammatica che investe l'Italia e l'Europa. So che è un tema enorme e lei ha ragione quando ci ricorda che combattere la recessione in corso non sarà facile. Conosciamo la fotografia dell'Italia: scarso dinamismo sociale, profonde disuguaglianze, salari che non reggono, disoccupazione e crisi aziendali che non danno tregua. Ma ne conosciamo anche le grandi risorse e le generosità. Ebbene, molto di tutto questo ci riporta alla vita, alle fatiche e allo spreco imperdonabile dei talenti delle donne e dei giovani.
Lei, Ministra, sa più di me quanto le misure sulle pensioni abbiano imposto alle donne di pagare un prezzo in termini di progetto e in termini di risparmio. Come è noto, la loro vita, man mano che avanza l'età, subisce uno squilibrio sempre più oneroso tra sapere, formazione, carriera, stipendi, tutte variabili alle quali si sommano i carichi familiari e che condizionano molto la realizzazione di sé. Tra i diseguali le donne lo sono di più, ovviamente con tutte le differenze del caso, sociali, culturali e di generazione.
Lei ci ha proposto un progetto ampio, basato anche sull'educazione a una cultura della conciliazione - che io preferisco chiamare condivisione - a partire dalla scuola, dall'uso dei congedi parentali e dall'immagine pubblica della donna. A questo proposito aggiungo solo che ci farà piacere se vorrà vedere le proposte di legge depositate da colleghe di tutti i gruppi. È d'accordo su questo, tutto va bene, ma mi domando se da subito non riusciamo a dare un segnale più


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esplicito e mirato di ciò che definirei l'inizio di una vera e propria restituzione alle donne, anche in termini di uso delle risorse.
Come e dove agire? Ci saranno altre occasioni per discuterne più approfonditamente. Intanto io darei da un messaggio duplice, in primo luogo di civiltà (il che può avvenire anche a costo zero), e, allo stesso tempo, di qualcosa di più concreto. A proposito di civiltà, si dice che mai come oggi l'Europa è davanti a uno spartiacque, ma non si rilancia l'Europa - a cui lei fa giustamente riferimento nella relazione che ci ha distribuito - se non si fa vivere la parte migliore della sua storia, fondata sulla cittadinanza, l'integrazione e la democrazia.
Durante la recente giornata della memoria - permettetemi questo cenno - si ricordava come l'identità europea si sia fondata a Auschwitz sulla questione enorme della dignità del singolo, a seguito della persecuzione degli ebrei, ma anche dei rom, degli omosessuali e dei disabili. Nasce anche da questa nostra storia terribile la Carta europea dei diritti, con le successive direttive ai singoli Stati, che lei bene ha rammentato, direttive intese a combattere tutte le discriminazioni, partendo da quella di genere.
Civiltà dunque è proporsi un'idea di crescita capace di ricomporre il valore della persona, i cui diritti umani, sociali e civili dobbiamo tutelare come un bene indivisibile, diritti senza i quali sarà più difficile costruire la casa dei doveri e un bene comune. Perdonatemi un unico riferimento personale. Ancora una volta mi è spiaciuto che il precedente Governo abbia tolto proprio la parola diritti dal nome del Ministero.
Per queste ragioni, ministra, è del tutto scontato il nostro appoggio al diritto alla inviolabilità del corpo femminile e alla sua sicurezza e al piano di azione contro le persecuzioni alla


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violenza, fatto, come lei ricordava, di prevenzione e di tutela della vittima. Voglio insistere, però, sul ruolo dei centri e delle case delle donne maltrattate.
Serve una legge, ma intanto, da subito, vorremmo approfondire, in raccordo tra Stato, regioni e città, una griglia di valutazione dei centri e delle case delle donne maltrattate perché esperienza e saperi non si inventano e vanno riconosciuti, anche nella redistribuzione delle risorse, i centri migliori. A proposito di risorse, le chiedo se sia possibile elevare il fondo, oggi di dieci milioni di euro, soprattutto offrendo la certezza della sua triennalità: senza di questo, sarebbe impossibile ogni tipo di programmazione.
Civiltà è, però, dare un messaggio sostenendo la Commissione LGBT o strumenti analoghi. Non è un fatto di quattrini: i costi sono minimi! L'Italia ha conosciuto una recrudescenza degli attacchi contro gay, lesbiche e transessuali ed è bloccata, per responsabilità del Parlamento, la legge contro l'omofobia. Lei ha parlato dei differentemente abili e noi la sosterremo su quel pacchetto di misure e di investimenti contro le barriere più odiose. E aggiungo che la sosterremo se vorrà rilanciare quel programma sostenuto e richiesto, dopo di noi, da numerosissime associazioni e famiglie.
In questo quadro permetta anche a me di insistere sul ruolo dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR). In ottemperanza alle direttive europee, la missione dell'UNAR si è ampliata, allargando il campo di contrasto alle discriminazioni. L'UNAR - e sono d'accordo con la richiesta di audizione in I Commissione - va sostenuto. Innanzitutto va sostenuta la sua autonomia ed è giusto che la struttura stia presso il Ministero per le pari opportunità, che potrà agire di concerto con il Ministero per la cooperazione internazionale e l'integrazione.


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Civiltà è che le bambine e i bambini stranieri che nascono qui siano cittadini italiani, e anche su questo chiedo un suo diretto impegno.
Vengo all'ultima domanda a proposito della restituzione. Oggi - lei stessa lo dice - nel parlare di crescita non si può prescindere dalla parola lavoro, e io aggiungo dalla parola redistribuzione. Ciò significa innanzitutto parlare del lavoro per le donne e per i giovani. L'Italia potrà crescere strutturalmente se tre grandi temi verranno affrontati insieme: legalità, fisco e fattore «D», cioè l'economia delle donne. È inutile ripetere quel rosario di dati da tutti conosciuto. La verità in sintesi è che due stipendi in casa significano meno rischi di povertà, più consumi, più occupazione indotta, più figli e più autonomia.
Sarebbe davvero interessante che il Parlamento si confrontasse sul perché c'è stata tanta cecità nelle nostre élite. Con lei il Governo ha aperto il tavolo sul mercato del lavoro. Mi permetta di dirle, anche da questa sede, che sarà apprezzata una ricerca di condivisione coi sindacati e con le parti sociali, senza la quale diventerebbe impervio affrontare un passaggio tanto decisivo.
Altre colleghe del mio gruppo interverranno per chiedere correttivi su pensioni e la copertura della maternità per le donne. Io condivido, ma voglio dire che sono anch'io contenta di leggere oggi, nella relazione che ci ha distribuito, che si farà parte insieme a noi perché da subito venga approvata e promulgata una legge contro le dimissioni in bianco. Abbiamo depositato una proposta a nome Maria Grazia Gatti, ma siamo pronti a discutere anche la sua proposta, Ministra.
Ho colto la sua insistenza per il lavoro di giovani e donne e l'introduzione dell'uso della leva fiscale (IRAP) per aziende che assumano donne giovani. Per le donne lo sperimentammo


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anche con il Governo Prodi. Il tema, dunque, è costruire e fare avanzare un patto per il lavoro, un piano d'urto pluriennale per il lavoro delle donne con l'uso della leva fiscale, con un protocollo con l'ABI per il credito alle piccole imprese che nascono su input femminile - una su quattro nel Paese, una su tre in Lombardia -, con l'emersione del sommerso nel lavoro di cura e la relativa detrazione fiscale, con particolare attenzione al recupero di aziende a mano d'opera femminile (penso al caso dell'OMSA).
È un tema trasversale dei lavori in corso e sarebbe da valutare, anche per rappresentare maggiormente il mondo femminile, la possibilità, ministra, di un tavolo specifico sull'occupazione, sul percorso lavorativo, su carriere, salari e stipendi delle donne, assai più magri di quelli altrui.
Finisco con una sottolineatura. So che spetta al Parlamento accelerare il percorso sulle riforme istituzionali ed elettorali. Per quanto riguarda il mio gruppo, siamo pronti e determinati. Le chiedo, tuttavia, ministra, di essere persuasore morale e attivo affinché, qualsiasi sia il modello di riforma elettorale, venga salvaguardato lo spirito e l'attuazione dell'articolo 51 della Costituzione.
Ciò vale per le liste - a questo proposito lei sa che la I Commissione della Camera sta portando a compimento la legge che immette la doppia preferenza per eleggere i consigli regionali e comunali (siamo in attesa di un parere del Governo) - vale per le giunte inadempienti, nell'ambito delle quali si sono vinti dei concorsi, vale però anche per le nomine negli enti e nelle società di competenza governativa o per fare «pesare» la recente legge sulla formazione dei consigli di amministrazione.
Come vede, ministra, la questione di fondo è sempre la stessa e attiene a un'idea di crescita e di democrazia, di


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restituzione a chi più ha dato a questo Paese. In un Paese dove le donne hanno il rispetto tutti, davvero tutti, hanno più dignità. In un mondo in cui i diritti dei deboli non siano considerati più deboli diritti, tutti hanno più chance di avanzare.
Questo è il messaggio, ministra, col ringraziamento per essere qui ora e con l'augurio, davvero sincero, di buon lavoro.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, faccio notare che se continuiamo con interventi così lunghi, pur apprezzabili, parleranno in pochi.
Mi rendo conto che la relazione del Ministro è molto stimolante e che c'è la tentazione di dare una struttura convegnistica alla nostra Commissione, ma non siamo a un convegno. Vi pregherei, quindi, di porre domande secche e riassuntive. Abbiamo accettato questo intervento perché un gruppo può voler presentare una relazione, ma il resto dei colleghi è invitato a formulare le proprie domande mantenendosi in tempi molto stretti. Diversamente non saremo nelle condizioni di garantire la replica del Ministro e sarò costretto a tagliare gli ultimi interventi.
Mi sembra che questo sarebbe poco rispettoso nei confronti di coloro che sono stati qui fin dall'inizio ad ascoltare tutti.

BARBARA SALTAMARTINI. Visto che questo è il tema della discussione odierna, per dare pari opportunità a tutti i colleghi, e soprattutto a quelli del mio gruppo, mi limiterò, ringraziando il Ministro per la sua presenza, a una considerazione di natura generale, passando subito a porre le domande che mi stanno più a cuore.
Ho apprezzato, Ministro, la sua relazione e la sensibilità che ha dimostrato nel riconoscere una continuità con il lavoro impostato dal ministro Carfagna in questi tre anni. Credo che


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sia stato un lavoro valido e in molti casi reso possibile - mi piace ricordarlo - anche dall'intensa attività che tutti i gruppi presenti in Parlamento, PdL in testa, hanno compiuto, arrivando spesso a formulare proposte bipartisan.
Quando su un tema quale quello delle pari opportunità in senso ampio, così come lei lo ha descritto, e su altri temi fondamentali che riguardano i diritti della persona e in particolare della donna le forze politiche hanno la capacità di ragionare seriamente e serenamente insieme, credo che si abbia la riprova del fatto che a livello parlamentare si può fare buona politica.
Detto questo, Ministro, mi soffermerò sul mondo del lavoro. Credo che il lavoro oggi sia al centro dell'agenda politica, come lei stessa ci ha confermato la volta scorsa, soprattutto in vista della riforma di cui sentiamo spesso parlare sui giornali, ma nel merito della quale dobbiamo ancora entrare. Sono convinta che lei non abbia voluto anticiparci molto su questo punto probabilmente perché il primo tavolo con le parti sociali non è ancora stato avviato. Mi auguro anch'io che sulla riforma del mercato del lavoro sia possibile dialogare con le parti sociali, ma anche con le parti politiche.
In particolare, mi preme capire da lei come intenda procedere e quali siano le sue idee su alcuni punti. Con il cosiddetto collegato lavoro, con il decreto sviluppo e con la legge di stabilità per il 2012 abbiamo avviato alcune linee di intervento strategiche sul lavoro e sull'occupazione femminile, quali la detassazione, il credito di imposta e l'ampliamento dei contratti di inserimento a favore delle donne che siano fuori dal mercato del lavoro per più di sei mesi e risiedano in aree geografiche dove il tasso di disoccupazione femminile supera di venti punti quello maschile. Il Mezzogiorno è l'area che più risente del tasso di disoccupazione femminile.


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Come abbiamo avuto modo di sottolineare in Parlamento nel question-time, è importante capire come il suo Ministero intenda muoversi con riferimento alla delega al governo che è ancora in corso e che prevede tali misure. Siamo convinti che una maggiore occupazione femminile sia una possibilità per far crescere il PIL. Alcuni studi mostrano chiaramente che, se l'occupazione femminile in Italia fosse al 60 per cento, avremmo un aumento di circa sei punti percentuali del PIL. Occupazione femminile significa sviluppo, significa crescita e significa risorse, ma vuol dire anche rafforzamento dell'istituto della famiglia.
Come ben sappiamo e come lei giustamente sottolineava, l'altro grande problema è la conciliazione. A questo tema il Governo Berlusconi aveva destinato 40 milioni di euro, di cui 37 sono già stati giuridicamente vincolati e quindi assegnati. Ne sono rimasti soltanto 3 e ovviamente sono pochi per proseguire in questa azione. Posto che occupazione femminile e conciliazione sono strettamente legate, ci interessa capire ancora una volta come intenda proseguire il lavoro sulle politiche di conciliazione e soprattutto quali risorse intenda destinare.
L'ultima domanda riguarda il ragionamento culturale che lei ha impostato. Sono contenta che al suo Ministero siano state affidate tre deleghe così importanti e sono convinta che questa sia un'ottima strada da percorrere, anche perché, a mio giudizio, o le pari opportunità sono trasversali a tutte le politiche o non sono tali.
Credo che le pari opportunità debbano riguardare l'accesso e non l'uscita. Mi permetta di dirle che, seppure il PdL fosse a favore di una riforma del sistema pensionistico, quella


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approvata ha forse penalizzato troppo le donne. Detto questo credo che abbiamo la possibilità di recuperare in parte il gap creato dalla riforma previdenziale.
Inoltre le politiche per le pari opportunità devono arrivare all'inizio e non alla fine di un percorso. Lei ci ha parlato di politiche per il futuro. Tali politiche sono quello di sostegno alla natalità. Come intende avviare una seria politica per la natalità in Italia? Posto che il calo demografico italiano è ai massimi storici e siamo all'emergenza demografica (un vero e proprio dramma), per avviare politiche a favore della natalità bisogna sostenere le donne.
Come intende farlo?

MASSIMILIANO FEDRIGA. Cercherò di essere il più sintetico possibile per rispetto nei confronti degli altri colleghi. Ringrazio il Ministro per la sua presenza e per la relazione introduttiva che ha voluto illustrarci durante la scorsa seduta.
Vorrei addentrarmi subito nelle domande. Preso atto della riforma delle pensioni, sulla quale il mio gruppo si è schierato in modo critico soprattutto per quanto riguarda il repentino innalzamento dell'età per accedere ai benefici previdenziali per le donne, voglio ricordare che il precedente Governo aveva deciso la parificazione dell'età pensionabile di donne e uomini, anche nel settore privato, ma dal 2026 in avanti. Il nostro gruppo intendeva sfruttare questo lasso di tempo per offrire, in cambio dell'aumento dell'età per accedere ai benefici previdenziali, un corrispettivo di servizi e opportunità in particolar modo per le lavoratrici madri.
La prima domanda è mirata a questo. Come intende intervenire il suo Ministero per salvaguardare la maternità? Ci sono diverse proposte di legge. Una, per esempio, prevede di aumentare la maternità o il congedo per i padri al 100 per cento di retribuzione e di recuperare questo periodo alla fine


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della carriera lavorativa. È una proposta di legge della Lega Nord sulla quale il Governo potrebbe lavorare.
In secondo luogo, le pari opportunità sono sia intragenerazionali sia intergenerazionali e nel nostro Paese esistono carenze storiche per quanto riguarda il lavoro giovanile e degli over 50 anche in termini di stabilità. Stabilità del lavoro non vuol dire rimanere nello stesso posto per tutta la vita professionale. Vuol dire avere la certezza di mantenere se stessi e la propria famiglia. Io penso che sia questa la linea guida da seguire. La Lega ha depositato una proposta di legge sulla flexicurity e siamo disposti a collaborare e lavorare insieme al Governo.
Per quanto riguarda gli over 50, le chiederei un chiarimento circa le notizie apparse sui mezzi di informazione in questo periodo. Mi auguro che smentisca il fatto che sia prevista una differenziazione salariale in relazione all'età anagrafica del lavoratore. Ricordo in proposito una sua audizione nella quale affermò che il lavoratore anziano costa troppo all'impresa. Se fosse vero, vorrei capire come vi state muovendo e se esista una misura di welfare mirante a coprire l'eventuale differenza nel salario del lavoratore che avanza in età anagrafica.
Le chiederei anche come intende affrontare l'innalzamento dell'età pensionabile per le persone con disabili a carico. In questa Commissione abbiamo lavorato a una proposta di legge bipartisan, che, pur avendo diversi problemi di copertura economica, trovava un'unità di intenti. Con l'aumento dell'età pensionabile per tutti vengono, infatti, penalizzate anche le persone con familiari a carico che presentano difficoltà di auto-sostentamento e che necessitano di una persona sempre vicino. Le chiedo come intenda affrontare tale problematica, considerate le penalizzazioni previste nel decreto cosiddetto «Salva Italia».


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Poiché una collega ha chiamato in causa la questione dello ius soli, vorrei dirle, ministro - con umiltà, consapevoli di non avere la verità in tasca - che dal nostro punto di vista non si può fare demagogia parlando di cittadinanza. Bisogna parlare prima di tutto di servizi e vorrei capire quale cittadino o bambino straniero non goda già di servizi pubblici come la sanità o la scuola. Stiamo quindi considerando pochissimi casi, come per esempio la circolazione all'interno dell'Unione europea. Non penso che questo sia un diritto essenziale da garantire a un bambino.
In secondo luogo credo che la cittadinanza non possa essere interpretata come uno strumento di integrazione. La cittadinanza è la certificazione dell'integrazione dell'individuo. Non si può pensare che un bambino che cresce legittimamente in una famiglia con cultura, tradizioni e leggi totalmente diverse dalle nostre acquisisca la cittadinanza semplicemente perché è nato nel nostro Paese. Oltre tutto ciò comporterebbe a sua volta l'acquisizione della cittadinanza da parte di genitori e familiari.
Penso che questa concezione demagogica debba essere superata affinché si discuta concretamente di tutela dei bambini e dei cittadini stranieri presenti sul nostro territorio. Se parliamo di cose concrete, parliamo di diritti reali. Se facciamo della filosofia, parliamo sì di cittadinanza ma non per forza rispondiamo alle esigenze reali. Invito a una riflessione seria che non sia dettata dalle esternazioni estemporanee di qualche ministro - non lei, Ministro Fornero - durante un'apparizione televisiva.
La ringraziamo e attendiamo con curiosità e spirito collaborativo le sue risposte.


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SESA AMICI. Ringrazio il Ministro per averci voluto offrire un testo che sarà molto prezioso per ulteriori approfondimenti.
Tuttavia, il Ministro ha inteso collocare il suo intervento in uno spazio temporale di un anno (ciò è condivisibile), togliendo tutta una serie di elementi che potrebbero creare eccessive speranze e aspettative. Inoltre, lo ha collocato all'interno di un impianto culturale, sicuramente condivisibile, teso a evitare uno spezzettamento delle politiche attive e di pari opportunità rivendicative di una questione di genere. Se tale impianto culturale fa i conti con la realtà e non opera una sorta di discrasia, credo che al Ministro non sfuggirà questo aspetto del mio intervento, che non vuole essere una critica, bensì un elemento di valutazione.
Il Ministro ha un'idea della cultura delle pari opportunità che unisce lavoro, diritti, discriminazioni e politiche attive. È una sorta di rappresentanza sociale delle donne, viste come soggetto che richiederebbe meno tutela, ma maggiore capacità di incidere nelle politiche. All'interno di questo impianto culturale, ha elencato una serie di elementi positivi, ma ritengo che manchi un anello fondamentale. Lo giudico grave, soprattutto se non sarà accompagnato da una correzione di rotta da parte del Governo. Non esiste, infatti, alcuna rappresentanza sociale, tanto meno forte, se questa non è collegata ai diritti politici.
Credo che sia un errore culturale (probabilmente dettato da una serie di elementi) e presumo che il ministro opererà una correzione. Se noi continueremo ad alimentare questa discrasia, compiremo un'operazione culturale sulle pari opportunità che ci riporterà indietro anche rispetto alle direttive europee. Al contrario, questo legame si impone a tutti i Governi, compreso il Governo italiano di cui il Ministro Fornero fa


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parte e che noi sosteniamo e sosterremo, come diceva la collega Pollastrini, finché avremo l'occasione di un confronto di merito.
Se non si opererà questa correzione sulla rappresentanza politica, saremo uno di quei Paesi in cui alla rappresentanza sociale visibile e forte delle donne corrisponderà l'assenza dell'esercizio del potere politico. Credo che questo sia importante nella prospettiva dell'anno che ci apprestiamo a vivere insieme, un anno in cui non ci si dovrà occupare solo di questioni relative al mercato del lavoro e di riforme importanti. Il Governo, infatti, dovrà impiegare la propria capacità di incidere sui meccanismi affinché, quando discuteremo di questioni elettorali, non assuma una posizione neutra, ma dia indicazioni precise.
Lo dico perché, come ricordava la collega Pollastrini, ci sono una serie di provvedimenti in discussione che incidono su materie, sulle quali il ministro è competente, dato che le pari opportunità riguardano questioni importanti che discuteremo a breve: lavorare su quel versante sarebbe il segnale evidente del cambio di rotta su temi nodali.
Inoltre, ministro, mi permetto di sottolineare che l'atteggiamento tenuto in precedenza nei confronti del Dipartimento per le pari opportunità - retto da un ministro senza portafoglio - portava a ritenere che esso potesse agire e avere un senso - come prevede la delega - se era capace non solo di lanciare messaggi innovativi sul piano culturale, ma anche di introdurre nell'ordinamento legislativo dinamiche correttive. Non è un caso che la direttiva del 1999 sul mainstreaming sia stata un notevole salto di qualità.
Elencando le varie problematiche, lei citava il tema dell'imprenditoria femminile. La legge n. 125 del 1991 non è stata più finanziata e credo che sia una difficoltà aggiuntiva. Nel


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lasso di tempo che il Governo ha a disposizione, non volendo creare aspettative eccessive, abbiamo l'obbligo di fissare, anche in questo settore, delle priorità, un obbligo dovuto all'intreccio profondo fra talenti femminili che si esercitano nell'attività di impresa e alcuni elementi politici.
Io provengo da una realtà del Mezzogiorno, dove le piccole e media imprese sono prevalentemente a conduzione femminile. Sono le imprese che meglio hanno retto la crisi, perché spesso a conduzione familiare, ma sono anche quelle che chiudono nel giro di pochissimo tempo (una al mese secondo i dati delle Camere di commercio), a testimonianza di una vera difficoltà nell'accesso al credito. Non occorre semplicemente rifinanziare la legge, bisogna predisporre protocolli e azioni affinché quella leva, che oggi è data dalla forza della rappresentanza sociale delle donne, non sia tutelata, ma intesa nell'ottica di favorire un'impresa efficiente.
Credo che in questa audizione non sentirà in nessun collega uno spirito rivendicativo di tutele, ma sicuramente sentirà affermare con dignità che il soggetto femminile chiede ai ministri competenti e all'insieme della politica il rispetto che si deve a chi negli anni ha accumulato sapere e formazione per dare un volto migliore al Paese.
Da ultimo, credo anche che occorra una riflessione più serena e leale tra di noi rispetto all'attività del Dipartimento per le pari opportunità. Sul Piano nazionale antiviolenza, occorre dire che la costruzione dei centri e l'emanazione del primo bando hanno rappresentato sicuramente elementi importanti. Quel bando però non è sufficiente. Finiti i soldi, i centri si troveranno nelle condizioni di chiudere di fronte a un fenomeno che invece è ancora più emergenziale perché influenzato dalla cultura politica che agisce nella società.


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Occorre probabilmente rivedere e rifinanziare quel fondo e compiere un atto - inspiegabilmente disatteso - quale la firma della Convenzione europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Siamo uno dei pochi Paesi a non aver ancora firmato quel protocollo.
Infine, mi piacerebbe molto ragionare del fatto che il Dipartimento ha emanato un bando in cui si mettono sullo stesso livello centri pubblici e centri privati. Non penso che questa discussione sia ideologica. Al contrario è necessaria visto che riguarda la difficoltà nota di vivere con operatrici che agiscono su donne maltrattate e che compiono violenza. Credo non possa essere una scappatoia per affermare che, trattandosi di violenza, si è tutti uguali. Non siamo tutti uguali, nemmeno gli operatori.
Credo che siano questi i temi che avremmo bisogno di approfondire.

BEATRICE LORENZIN. Mi limiterò anch'io ad alcune domande e osservazioni sintetiche, così da dare la possibilità a tutti i colleghi e alle colleghe di intervenire.
Ringraziando il Ministro per la sua relazione onesta ed esaustiva dell'attività del Dipartimento, non posso non riprendere in parte l'intervento dell'onorevole Amici. Se c'è qualcosa che manca nella relazione, e forse sarà anche stato oggetto di riflessione da parte del Ministro, è proprio il riferimento alla rappresentanza (alla rappresentanza politica in particolare).
Spesso questo tema è oggetto di visioni contrapposte non solo nella società, ma anche all'interno del mondo femminile. Questo Parlamento ha avviato un lavoro trasversale con l'aiuto del ministro che l'ha preceduta, affrontando i temi della rappresentanza e delle pari opportunità non solo in un'ottica di genere, ma come conquiste di civiltà appartenenti a tutto il Parlamento. Devono essere un patrimonio comune da


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promuovere, superando alcune diffidenze, alcune paure e alcune perplessità, talvolta di natura giuridica, sui limiti che ci pone la nostra Carta costituzionale o l'interpretazione che di essa viene data.
Fortunatamente, Ministro, non siamo all'anno zero né in termini di pari opportunità tout-court né in tema di lavoro femminile e conciliazione. Lo dico perché sembra sempre che dobbiamo cominciare da capo, rischiando perdere tempo e risorse strategiche. Non siamo all'anno zero, ma abbiamo una strada da percorrere con tenacia.
Sul tema della rappresentanza, in Parlamento si sta discutendo di provvedimenti estremamente importanti. In Commissione affari costituzionali riaffronteremo il tema oggi pomeriggio. A seguito della lettura incrociata delle norme che abbiamo elaborato per comprimere la spesa pubblica, rischiamo che il nuovo Testo unico degli enti locali operi una contrazione assai significativa della presenza femminile. È il tema dell'accesso alla rappresentanza politica di cui parlava prima la collega Saltamartini.
Oggi la presenza negli enti locali delle donne è stimata attorno al 15 per cento complessivo, considerando anche le donne nominate nelle giunte. Sono numeri che purtroppo rappresentano un gap che va al di là del problema di competizione. Ci troviamo di fronte a un'azione fortemente discriminatoria, nonostante le tante misure attive promosse negli anni. A quanto pare non sono state sufficienti e ci chiamano a uno sforzo creativo che ci permetta di coniugare l'esigenza effettiva del rispetto della nostra Costituzione e dell'eguaglianza dei diritti con la necessità di aprire a un mondo che oggi è ancora ostacolato a partecipare in modo forte e attivo, nonostante rappresenti il 53 per cento della popolazione.


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Forse questa è la discriminazione delle discriminazioni. Non per fare una guerra tra poveri all'interno degli ambiti sociali delle nostre comunità, ma effettivamente è un elemento da cui non possiamo prescindere nelle nostre valutazioni e forse è il motivo per cui esiste un Dipartimento per le pari opportunità (retto da un ministro senza portafoglio). Diversamente non ne avremmo bisogno perché le materie potrebbero essere assorbite dagli altri dicasteri. Detto questo, che è il punto cardine della mia domanda, penso che potremo fare affidamento su un rapporto di collaborazione sempre più ampio.
Un altro aspetto che ha caratterizzato l'azione della precedente maggioranza è la lotta alla violenza sessuale e alle violenze sulle donne e sui bambini. Il lavoro compiuto con l'approvazione della legge sullo stalking, con il Piano nazionale antiviolenza, con l'Osservatorio antiviolenza deve essere proseguito non solo attraverso il rifinanziamento dei centri antiviolenza, ma anche con un monitoraggio costante del lavoro di questure e prefetture perché lì è possibile avere il polso di una realtà emergente. Come abbiamo detto fin dall'inizio, la legge sullo stalking è stata una legge apripista e siamo aperti, senza fare della norma un dogma, a correttivi migliorativi in base a ciò che emerge dal reale contrasto del fenomeno.
A questo proposito, introduco un argomento che so non essere simpatico a tutti. Noi abbiamo avviato anche un'azione contro la prostituzione su strada e la tratta delle donne. Il problema non è diminuito e non è stato celato sotto il tappeto. La tratta delle donne rimane uno dei crimini più infamanti e una delle maggiori forme di reddito della criminalità organizzata


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in Europa. È un tema caro al Dicastero e l'abbiamo affrontato in vari modi. Credo che sarebbe il caso di dargli una rispolverata e fare il punto della situazione.
L'ultimo punto che vorrei toccare riguarda il lavoro. L'argomento è stato già esaurito dalle mie colleghe, anche se con qualche piccola differenza di opinione su alcuni punti, ma vorrei segnalare un dato certo. Se il tema della natalità e della demografia è per eccellenza il tema legato allo sviluppo economico del nostro Paese, oltre a quello della sostenibilità del sistema previdenziale, è evidente che, accanto alle riforme in atto, dobbiamo cominciare a pensare a forme di assistenza sussidiaria perché probabilmente vivremo un capovolgimento del sistema del welfare così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent'anni.
Accanto alla conciliazione intesa come tema di contrattazione aziendale, trasferita dal concetto di servizio tout court a nuove forme di trattazione all'interno delle imprese e dei servizi di lavoro privato, dobbiamo sapere che a breve ci troveremo di fronte una nuova problematica dovuta al fatto che la forma della famiglia tradizionale italiana potrebbe cambiare. Le nonne che si prendevano cura dei nipoti non ci saranno più perché saranno al lavoro.
Abbiamo, quindi, la necessità di pensare al reinserimento professionale soprattutto delle donne anziane, benché tale problema riguardi anche gli uomini, ma dobbiamo anche trovare nuove forme di assorbimento e di modulazione dei tempi di lavoro dopo una certa età e a livello di cura, perché dopo i 60 anni le cose cambieranno.
Da questo punto di vista, ministro, forse bisognerà parlare sempre di più, oltre che dei temi della maternità, dei temi della genitorialità e cambiare l'approccio culturale al tema classico della natalità nel nostro Paese.


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LINDA LANZILLOTTA. Anche se è passato ormai un certo tempo dall'insediamento del Governo, poiché per quanto riguarda la Commissione affari costituzionali è la prima occasione di incontro col ministro, voglio formulare un augurio di buon lavoro e sottolineare un dato che si riallaccia ad alcune considerazioni della collega Lorenzin sul ruolo delle donne nelle istituzioni.
Io credo che il fatto che nel Governo Monti siano state nominate in ruoli politici molto significativi donne autorevoli per il loro percorso professionale costituisca già di per sé un'azione positiva per la valorizzazione del ruolo sociale, economico e politico delle donne. Penso anch'io che la presenza di donne in ruoli chiave sia fondamentale per il sostegno di politiche che vanno nella direzione del modello sociale europeo, ma certo bisognerà anche fare una riflessione e un bilancio di ciò che la rappresentanza femminile nelle istituzioni ha comportato.
In effetti c'è stato un processo di tutela e tuttavia questo non ha prodotto di per sé né un rafforzamento delle politiche di sostegno all'occupazione e al ruolo economico e sociale delle donne né un effettivo rafforzamento della presenza autonoma delle donne nelle istituzioni. Penso che si debba fare una riflessione sulla struttura e sull'organizzazione dei partiti e da ultimo - un tema di attualità che probabilmente non riguarda il Ministro e il Governo perché la materia è rimessa al Parlamento - sulla legge elettorale. Occorrerà trovare un bilanciamento tra il modello di mera cooptazione e il modello di pura competizione, che certo non avvantaggia il profilo femminile con cui le donne sono impegnate nella politica e nelle istituzioni.
Ciò premesso, molto brevemente vorrei porre due questioni al Ministro. La mia personale idea è che la differenziazione


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nell'età di pensionamento che c'è stata fino a poco tempo fa rappresentasse per le donne una sorta di trappola. Sono di questa idea perché le donne andavano tardi al lavoro e ne uscivano presto, il che significava che avevano meno opportunità sia di aumentare il loro livello retributivo, e quindi il loro livello di pensione, sia di accrescere il loro ruolo nei luoghi di lavoro e nella carriera.
Penso quindi che l'equiparazione del sistema previdenziale tra uomini e donne sia un elemento che avvantaggia in prospettiva le donne, anche se mi rendo conto che la transizione può essere complicata. Soprattutto nel momento in cui vengono meno i sistemi di welfare, puntare su un welfare familiare tutto basato sulle donne credo che sarebbe una forma di marginalizzazione del loro ruolo sociale.
Le vorrei, però, ricordare che, quando si adottò la prima decisione per l'equiparazione dell'età di pensionamento nel settore pubblico, era stato concordato che le risorse rinvenienti sarebbero andate a finanziare un fondo a consolidamento progressivo, per cui nell'arco di alcuni anni si sarebbero resi disponibili alcuni miliardi di euro da destinare a politiche sia di defiscalizzazione del lavoro femminile sia di conciliazione. Pur rendendomi conto dei vincoli stringenti e drammatici di bilancio, mi domando se possa essere gradualmente ripristinata una qualche correlazione tra questi due percorsi, cioè aumento delle risorse rinvenienti dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne e sostegno a politiche per il lavoro femminile.
Mi riferisco soprattutto al lavoro perché, pur ritenendo molto importanti le politiche di conciliazione, tuttavia si concilia ciò che esiste. Oggi come oggi il lavoro delle donne effettivamente non esiste. Pur non sottovalutando gli investimenti in welfare per bambini e per anziani, ritengo però che


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in una prospettiva dinamica gli interventi per il lavoro e per l'aumento del tasso di occupazione femminile abbiano la priorità.
Tuttavia, come lei ben sa, accanto ai nuovi ammortizzatori a cui lei sta lavorando con difficoltà ma con determinazione, c'è un welfare di servizi sul territorio altrettanto essenziale come modello alternativo e integrativo al welfare tradizionale. Al di là di risorse marginali che possono derivare da politiche integrative, esiste una crisi strutturale della finanza locale a cui spetterebbe il finanziamento di questo nuovo welfare. Mi domando se il tavolo del welfare, sebbene per fasi successive, non debba essere un tavolo trilaterale.
Ognuno degli attori di questo processo deve, infatti, compiere delle scelte e rendersi conto che l'integrazione di un sistema di welfare moderno comporta investimenti su più piani e che quindi occorre un'assunzione di responsabilità collettiva, anche da parte del sindacato, affinché le risorse siano sufficienti. La contrattazione separata io non l'ho mai molto condivisa. Il Governo non può contrattare una volta col sindacato e una volta con gli enti locali perché sia il sindacato che gli enti locali devono assumere la responsabilità collettiva della complessità degli interventi e della ripartizione delle risorse sulle diverse leve politiche.
Mi domandavo, quindi, se questo elemento che riguarda la modificazione culturale della concezione del welfare, anche se affrontato in sequenza, non debba essere posto sin d'ora nello scenario della trattativa e nel progetto a cui tendere come sistema Paese.

PAOLA CONCIA. Grazie, Ministro, per essere qui. Ieri sera nel corso della trasmissione Otto e mezzo lei ha detto di essere


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refrattaria agli obblighi. Io mi auguro, da autentica liberale, che sia refrattaria anche ai divieti, per esempio alla piena cittadinanza di cittadini omosessuali e transessuali.
Sono contenta che la sua relazione sia più ampia della sua esposizione, ma sappiamo che il tempo è tiranno. Credo che lei abbia un grande compito, quello di tenere insieme i diritti sociali e i diritti civili. È un compito di natura culturale e politica fondamentale per il nostro Paese. Credo che sia giusto affrontare il tema delle discriminazioni in modo organico e cercherò molto schematicamente di riempire di contenuti i titoli con cui lei affronta il tema delle discriminazioni nei confronti di omosessuali e transessuali.
Dopo i Ministri Balbo e Belillo, è stata il Ministro Pollastrini ad aver tracciato con grande forza e determinazione la strada su questi temi. Il Ministro Carfagna ha provato ad affrontare alcune questioni perché a un certo punto si è messa in ascolto. Sul piano legislativo siamo, però, all'anno zero, Ministro. Lei cita molte volte l'Europa nella sua esposizione, ma noi siamo in Europa l'unico Paese fondatore a non avere una legislazione anti-discriminatoria nei confronti di omosessuali e transessuali.
Nel nostro Paese l'omofobia e la transfobia sono diventati in questi ultimi anni un grande allarme sociale. Grazie al Ministro Pollastrini prima e al Ministro Carfagna poi, che l'hanno finanziata, lei sta per ricevere la prima indagine Istat sull'omofobia nel nostro Paese. Non si è mai fatta prima e, infatti, l'Europa ci ha anche molto rimproverato. A meno che non succeda qualcosa, lei dovrebbe essere il primo ministro ad avere in mano quell'indagine.
Sarà uno strumento importantissimo per lei perché costituirà la prima fotografia dell'omofobia nel nostro Paese. Il


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Ministro Carfagna ha promosso la prima campagna contro l'omofobia istituzionale. Vorrei sapere se lei ha intenzione di farne un'altra.
Vengo all'UNAR. Si tratta di uno strumento molto importante. Lei lo sa e lo ha molto valorizzato nella sua relazione. Mi auguro che sappia valorizzarlo sempre di più e che, come chiedeva l'onorevole Pollastrini, sappia dargli autonomia amministrativa.
Un'altra questione riguarda l'immagine e lo stigma sociale degli omosessuali e dei transessuali nei mass media. Siccome lei parla di immagine della donna nei mass media, anche questo è un problema che va affrontato perché è uno degli strumenti che alimentano l'omofobia e la transfobia. Lei non è il ministro dell'istruzione e forse non sa che il bullismo omofobo è in grandissima espansione. Purtroppo in Italia il 30 per cento degli adolescenti si suicida per ragioni di omofobia e transfobia (oltre al 30 per cento dei giovani disoccupati, di cui tanto si parla, questo è un altro dato che inquieta). Credo che sia un dato record in Europa e non penso che ci sia molto altro da aggiungere.
Lei ha parlato della vicenda della legge contro l'omofobia e la transfobia che ci ha «deliziato» in questi tre anni e mezzo. Abbiamo lavorato per approvare una legge contro l'omofobia e la transfobia, una parte del Parlamento si è molto impegnata, ma non ci siamo riusciti. Poiché lei ne parla come di uno strumento importante al pari di altri, quali la scuola e l'educazione, credo che possa essere arrivato il momento, dato che il Governo tecnico è più algido e non ideologico, per mettere insieme il ministro per le pari opportunità, il ministro della giustizia e i parlamentari che vogliono approvare questa legge. Secondo me, essendo pragmatici, ci possiamo riuscire.


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La Corte costituzionale il 15 aprile 2010 ha emesso la sentenza n. 138 in cui invitava il Parlamento a legiferare in tema di unioni tra persone dello stesso sesso, riconoscendole come legittime e destinatarie di diritti. Sono passati due anni. È vero che sono successe tante cose, ma anche questa sarebbe un'azione positiva.
Nella sua relazione dice testualmente che la tutela dell'infanzia costituisce un aspetto fondamentale del suo mandato. Lei sicuramente non sa che esistono 100.000 bambini - la cifra è sottostimata - nati e cresciuti nelle famiglie omogenitoriali. Sono bambini discriminati rispetto agli altri e hanno meno diritti degli altri bambini. Io penso che in tema di tutela dei bambini non ci possano essere «figli e figliastri». Penso, quindi, che questo sia un altro tema da affrontare nella lotta organica all'omofobia e alla transfobia.
Lei parla inoltre di contrasto alle discriminazioni nei luoghi di lavoro e indica giustamente nelle transessuali i soggetti più discriminati (possiamo immaginarci perché!). Il suo dicastero ha finanziato una ricerca dell'Arcigay che le può fornire il quadro del livello di discriminazione in entrata nel mercato del lavoro degli omosessuali e dei transessuali. La metà dei transessuali non riesce a entrare nel mercato del lavoro, ma anche per gli omosessuali la stima è molto inquietante. Dietro mia sollecitazione, il Ministro Sacconi si era impegnato a emanare alcune direttive contro le discriminazioni di omosessuali e transessuali nell'accesso al mercato del lavoro.
Le chiedo anch'io, come l'onorevole Pollastrini, che aveva cominciato a farlo, di attivare il tavolo delle associazioni LGBT perché sono un grandissimo strumento di conoscenza della problematica e di costruzione delle priorità e delle buone prassi. In trent'anni di storia del nostro Paese, Ministro, le


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protagoniste del cambiamento culturale in tema di diritti degli omosessuali e dei transessuali sono state le associazioni.
Il fatto che il Ministro le coinvolga nel lavoro di costruzione delle politiche credo sia fondamentale.

PRESIDENTE. Dopo l'intervento dell'onorevole Tassone, poiché saranno intervenuti tutti i gruppi, non concederò più di un minuto e mezzo alle domande dei colleghi. Entro le 13,30 il Ministro deve essere messo nelle condizioni di rispondere.

MARIO TASSONE. Non ripeterò le osservazioni dei colleghi che mi hanno preceduto. Mi limiterò a sottoporre al Ministro una valutazione e una domanda.
La questione femminile non è il problema di una categoria, di un settore o di una corporazione. Riguarda tutta la società, il suo evolversi e il raggiungimento di obiettivi di civiltà all'interno del nostro Paese. È un obiettivo che va perseguito attraverso comportamenti, atti e provvedimenti di carattere legislativo che diano senso e significato a questo percorso.
Quando parliamo di donne parliamo soprattutto di famiglia e quando parliamo di famiglia certamente parliamo delle donne e del loro ruolo, così come di disoccupazione e di lavoro. Occorre recuperare una dimensione culturale. Quando si è deciso di istituire un ministero per le pari opportunità, lo si è pensato come un ministero senza portafoglio, con uno spazio di manovra anche a livello di altri ministeri, attraverso una funzione di coordinamento e di armonizzazione delle politiche. Non si tratta di una tutela di parte; non riguarda un settore, una categoria, non è un sindacato.
Ho sempre visto con grande preoccupazione alcune forzature in materia, come ad esempio la questione delle quote rosa. Sono sempre stato contrario alle quote rosa perché


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ritengo che le donne debbano essere messe in condizione, attraverso altri strumenti, di accedere a posti di responsabilità. Il Parlamento ha approvato in questa legislatura un provvedimento per la presenza delle donne nei consigli di amministrazione degli enti. Dopo la sua audizione, Ministro, avrà luogo in Commissione affari costituzionali l'esame dei progetti di legge in materia di riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte delle regioni e degli enti locali, a cui ha già fatto accenno qualche collega. Ho avanzato qualche perplessità su questo provvedimento perché non è, a mio avviso, il percorso migliore per dare contenuto e materializzare tutto quello che si è detto. È un'altra cosa e parte da un'altra visione di carattere culturale.
Il Parlamento ha approvato una serie di interventi apprezzabilissimi sullo stalking, sulle violenze, sulle discriminazioni, sul lavoro e sul pensionamento, su cui sono perfettamente d'accordo. Ma questi processi forzosi non credo che si sintonizzino sulla presa di coscienza non soltanto della questione femminile, ma della questione che investe tutto il Paese, sulla quale tutti scommettiamo per il presente e per il futuro.
È la mia valutazione di carattere personale. So che anche il mio gruppo ha presentato una proposta di legge sulla materia, ma ognuno ragiona in base ai propri convincimenti.

PAOLA PELINO. Ringrazio il Ministro per la sua relazione.
L'argomento delle pari opportunità è molto complesso perché, come sappiamo, spesso vengono messi da parte alcuni diritti della persona. Un punto su cui vorrei che lei, Ministro, ponesse la sua attenzione riguarda la conciliazione tra lavoro e famiglia. Un argomento che, a mio avviso, è molto importante specialmente oggi con la crisi che le famiglie stanno affrontando con grande dignità e grandissimi sforzi è quello del ricongiungimento familiare.


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L'ambito è quello del pubblico impiego e io vorrei che il ricongiungimento familiare fosse acquisito come un diritto non solo per agevolare le famiglie nelle spese che devono affrontare, ma anche perché ormai, benché i livelli di disoccupazione siano sempre molto alti, la presenza nel lavoro della donna è un dato di fatto. Chi fa politica sul territorio riceve spesso richieste da parte di mariti e moglie che vivono lontani. Si tratta di famiglie che vengono meno come nucleo. Il Ministro Carfagna ci disse che avrebbe affrontato questo problema, cercando un'interfaccia con altri ministeri, per garantire, dove possibile, l'unione del nucleo familiare.
Le mie più che domande sono dei suggerimenti. In tema di violenza, con il precedente governo sono stati approvati provvedimenti che quanto meno hanno determinato l'inasprimento delle pene ed è stata varata la legge sullo stalking. Visto che la violenza è un elemento che insorge dai primi anni della vita, io suggerirei una sorta di programma educativo. Si potrebbe verificare con il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca se non fosse il caso, fin dai primi anni della scuola elementare, di inserire nei programmi scolastici un'ora di educazione e di rispetto verso la persona in generale, verso l'altro. Probabilmente si formerebbe così un orientamento culturale e si potrebbe evitare tutto ciò che accade oggi.
Indubbiamente ci preoccupiamo dell'occupazione femminile, ma secondo me ci dovremmo occupare soprattutto della tutela e del mantenimento del posto di lavoro delle donne. Come sappiamo, ci sono momenti della vita in cui la donna deve assentarsi dal lavoro e, soprattutto nelle forme di lavoro precario, non sempre queste licenze permettono di conservare il posto. Per questo suggerisco di parlare non solo di occupazione, ma anche di salvaguardia del posto di lavoro.


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Infine, vorrei offrire alla sua attenzione una risoluzione sulle politiche a sostegno delle donne e dell'occupazione femminile che la Commissione lavoro ha approvato nel giugno 2010. La collega Codurelli del PD, il collega Paladini dell'Italia dei Valori e io giungemmo a un atto unico dove indicammo le priorità che si sarebbero dovute affrontare nel corso di questa legislatura.
Gliela consegno perché possa prenderne conoscenza.

LUIGI BOBBA. Signor Ministro, oltre che a sollecitare anch'io, come l'onorevole Fedriga, la ripresa dell'esame da parte del Senato del progetto di legge, varata con voto unanime dalla Camera, per l'anticipo della pensione di chi ha assistito per lunghi anni un familiare disabile, vorrei sottoporle una questione di tipo innovativo, che attraversa alcuni punti da lei affrontati nella sua relazione scritta.
Le chiedo se non sia il caso di valutare se l'esperienza realizzata in Francia con l'introduzione, ormai più di sei anni fa, del voucher universale per l'erogazione di servizi alla persona, alla famiglia e alla casa non sia uno strumento utile per conseguire quattro obiettivi: la conciliazione, tema toccato nella parte finale della sua relazione, un numero più ampio di servizi per i più deboli, l'emersione consistente di lavoro nero e un salario aggiuntivo per i lavoratori.
Cito solo tre dati dell'esperienza francese: 10 milioni di famiglie si avvalgono di questo sistema; circa mezzo milione di persone è emerso dal lavoro nero; più di 5.500 strutture sono state accreditate per erogare questi servizi e circa 500 grandi aziende hanno utilizzato questo sistema, che funziona come i buoni pasto e diventa salario aggiuntivo per i lavoratori deducibile da parte delle aziende.
Il Forum del lavoro ha svolto, ormai più di un anno e mezzo fa, uno studio che mostra come l'introduzione di questo


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voucher, che necessiterebbe ovviamente di un sistema di detrazioni per le persone e di deduzioni per le aziende fino al 40 per cento, in modo da risultare competitivo con il costo del lavoro nero così largamente diffuso, potrebbe generare un costo di circa 300 milioni di euro, ma contemporaneamente porterebbe all'emersione di circa 100.000 lavoratori in nero ogni anno, con un introito aggiuntivo in termini di contributi previdenziali e di versamenti fiscali di circa 280.000 euro.
Si tratta di una misura che si ripagherebbe e che allo stesso tempo consentirebbe di ottenere risultati più significativi sul piano della conciliazione e dei servizi per le famiglie, un reddito maggiore per le persone che lavorano e soprattutto una gamma di servizi più ampia e più estesa per le persone più deboli.

ALESSIA MOSCA. Ringrazio il Ministro. Anch'io mi limiterò ad alcune considerazioni, visto che molti temi sono stati già anticipati da colleghi e colleghe intervenuti in precedenza.
Voglio fare un apprezzamento all'impostazione culturale che lei ha dato alla sua relazione e che ha manifestato in tante altre occasioni di espressione pubblica del suo pensiero su queste tematiche. Sono convinta che nel nostro Paese sia necessario far passare dei messaggi, soprattutto in un momento in cui la crisi sta indirizzando l'attenzione verso altre tematiche, mentre quelle di cui stiamo discutendo oggi rischiano, come spesso accade ciclicamente, di tornare a scomparire.
Credo che uno dei maggiori obiettivi in questo momento sia fare in modo che il tema non sia percepito come accessorio e marginale nei momenti di crisi. Deve al contrario diventare parte della soluzione del problema. Penso che si possano lanciare segnali che vadano in questa direzione.


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Sempre dal punto di vista culturale, credo importante far passare un concetto che, a mio avviso, ancora fatica a farsi strada nel nostro Paese, vale a dire che il lavoro delle donne non è un lavoro accessorio che può esserci o non esserci, ma è un lavoro fondamentale. Ritengo che sia importante tenere separata la questione del lavoro giovanile e del lavoro femminile. È vero che in entrambi i casi ci sono grosse problematicità, ma sappiamo bene che il lavoro femminile presenta peculiarità tali che, se i due temi venissero affrontati insieme, si rischierebbe di perdere. Il lavoro femminile, invece, deve mantenere la propria importanza.
Sappiamo bene che in un momento come questo è difficile trovare risorse, ma io penso i segnali da dare possano essere anche a costo zero. Le chiedo se ci può illustrare in modo più specifico i modi e i tempi con cui si vogliono affrontare alcune proposte che sono già depositate in Parlamento, relativamente, per esempio, a una diversa organizzazione del tempo di lavoro e alla riforma del part time, anche nell'ottica della riorganizzazione del lavoro per tutto l'arco della vita. C'è una delega da riprendere e credo che si possa fare molto. Sarebbe un segnale importante e poco costoso. Lo stesso vale per il telelavoro se affrontato con modelli innovativi e con la capacità di considerarlo non una ghettizzazione, ma una modalità moderna di lavorare.
Da ultimo, ieri sera a Otto e mezzo le è stata posta ancora una volta una domanda esplicita in tema di congedi di paternità. In Parlamento abbiamo lavorato molto su questo. L'iter della proposta di legge potrebbe chiudersi in brevissimo tempo se ci fosse la volontà di tutti e se il Governo si impegnasse a trovare le soluzioni utili per portarla a compimento.


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In Commissione lavoro la stiamo esaminando da un anno e mezzo ed è inserita nel programma trimestrale della Commissione approvato all'inizio dell'anno.
Se ci fosse la volontà, potremmo davvero arrivare all'approvazione di questa proposta di legge in tempi rapidi.

MARIA LUISA GNECCHI. Altre colleghe hanno già sottolineato l'impostazione culturale della sua relazione. Arriverò quindi subito alle domande.
Nella sua relazione è scritto che c'è stato un aumento delle imprese femminili dell'8,7 per cento. Ne prendiamo atto con piacere. Purtroppo, quando ci occupiamo di mercato del lavoro in generale, ci troviamo di fronte alle cosiddette partite IVA «spintanee». Le chiamiamo così perché si tratta di partite IVA spinte e poco spontanee come scelta di lavoro.
Siccome questo è un fenomeno esistente, ci piacerebbe che fosse verificata la qualità dell'impresa femminile e l'aumento delle imprese femminili. Sottolineiamo ovviamente che intorno alle imprese edili è un fiorire di partite IVA, ma vorremmo capire, con riguardo alle donne, quali sono i settori nei quali le imprese femminili sono in crescita.
Condivido il concetto da lei espresso di occupazione femminile come volano dell'occupazione. Sappiamo che ogni donna occupata crea inevitabilmente maggiore esigenza di servizi. Nel riconoscere questo, vorremmo però capire se l'occupazione femminile sia prevalentemente a tempo pieno, a tempo parziale e quali settori riguardi. Le chiediamo, cioè, un monitoraggio dell'aumento di occupazione femminile.
Per quanto riguarda il part time, ad esempio, esso penalizza le donne sul piano retributivo e ancora di più dal punto di vista pensionistico. Se da un lato può essere positivo cercare di aumentare i posti di lavoro anche part time, è assolutamente indispensabile che le politiche per la conciliazione dei tempi


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di vita e di lavoro siano orientate fortemente anche verso i maschi.
Noi troviamo questo indirizzo nella sua relazione, ma vorrei sottolineare che fin dalla legge 30 dicembre 1971 n. 1204 in materia di tutela delle lavoratrici madri, la prima legge vera di tutela della maternità, il diritto per i padri ai congedi per maternità, almeno facoltativi, era legato solo ed esclusivamente al tipo di lavoro della madre del bambino. Siamo dovuti arrivare alla legge 8 marzo 2000 n. 53, recante disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità perché quello al congedo di paternità diventasse un diritto soggettivo dei padri.
È stata una conquista strepitosa, ma ci sono voluti trent'anni per arrivare alla legge n. 53 del 2000, che ci piace sottolineare fu un'iniziativa di Livia Turco. C'è stato un forte movimento delle donne per conquistare questo diritto soggettivo dei padri. Adesso, come hanno sottolineato altre colleghe, ci sarebbe bisogno del congedo di paternità obbligatorio. Le leggi sono una spinta verso impostazioni culturali e, se anche i padri fossero costretti al congedo obbligatorio di paternità, i datori di lavoro si troverebbero di fronte al fatto che padri e madri sono pari «rischio» e non ci sarebbe vantaggio nell'assumere gli uomini rispetto alle donne.
Sono felice che nella sua relazione si dica che i vantaggi e le previsioni della nostra attuale legislazione non sono ancora noti. Non a caso noi componenti del gruppo del Partito Democratico in Commissione lavoro abbiamo preparato un dossier sulla maternità perché ci siamo accorti che, per esempio, l'assegno universale di maternità è sconosciuto e che i congedi parentali non sono riconosciuti. Arrivo alla mia domanda. Come intende il Ministero diffondere realmente la


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cultura dell'utilizzo di questi strumenti, in particolare dai padri, affinché padri e madri siano a conoscenza dei vantaggi?
Concludo, anche se avrei voluto parlare anche di pensioni e di innalzamento dell'età delle pensioni delle donne. Apprezzo molto che il collega Fedriga l'abbia ricordato, ma ci tengo e non posso fare a meno di dire che le donne in questo Paese vanno in pensione soprattutto per vecchiaia e purtroppo non per anzianità. Il 31 per cento degli uomini va in pensione per vecchiaia e contro il 69 per cento delle donne. La pensione di vecchiaia delle donne in questo Paese è purtroppo mediamente pari a 643 euro.
È evidente che aumentare così bruscamente l'età per la pensione di vecchiaia in questo momento vuol dire lasciare coppie di sessantenni e sessantacinquenni senza un'entrata sulla quale contare. Siccome la pensione è il riassunto di tutta la vita e poiché ora vanno in pensione le donne che erano giovani quarant'anni fa e che di pari opportunità o diritti ne hanno avuti davvero pochi, vorremmo che i diritti e le pari opportunità fossero veri fin da oggi. Purtroppo lo saranno solo per chi inizia il proprio percorso familiare e lavorativo.
Le donne di sessant'anni oggi scontano almeno quarant'anni di discriminazione. Su questo vorremmo davvero una riflessione.

PRESIDENTE. Vorrei rassicurare le colleghe e i colleghi sul fatto che il Ministro Fornero ebbe a dire, fin dalle prime audizioni, che non sarebbe scomparsa. Avrete opportunità infinite di tornare sugli argomenti.
Cerchiamo quindi di concludere l'audizione odierna.

MARIA GRAZIA GATTI. Ringrazio la signora Ministra per essere venuta per la seconda volta in audizione. Auspico di rivederla spesso.


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Dirò tre cose soltanto. Mi piacerebbe, Ministra, che lei riuscisse a fare una valutazione dell'impatto di genere dei provvedimenti che assume. Scoprirebbe una serie di cose interessanti. Le chiedo se si renda conto, per esempio, dell'effetto che può avere la cancellazione delle penalizzazioni, quando si considera come lavoro effettivo solo quello relativo alla maternità obbligatoria. Stiamo tagliando fuori tutti i contributi figurativi delle madri e dei padri relativi alla maternità volontaria e ai congedi parentali nel un momento in cui diciamo di volerli favorire.
Si rende conto di che cosa significhi questo per un uomo che ora va in pensione con quarantadue anni e tre mesi dopo aver sperimentato il congedo parentale? Non solo ha dovuto rompere varie forme di pregiudizio, ma si ritrova a dover accettare di andare in pensione con una penalizzazione. Penso che questo abbia un effetto dirompente e la inviterei seriamente a riflettere. Mi rendo conto della situazione e so che i vincoli di bilancio hanno determinato molte delle scelte compiute, ma una misura di questo tipo condiziona molto ogni apertura, per esempio, ai congedi parentali obbligatori.
Vorrei sottolineare altri due punti. Il primo è ancora relativo alle pensioni. Penso che nella sua riforma sia mancata una fase transitoria. Io ho votato il provvedimento, ma se lei facesse una valutazione di impatto di genere si renderebbe conto che il passaggio per molte donne è stato tragico, drammatico. C'è stata una terribile compressione dei tempi e un allungamento altrettanto lungo e faticoso da reggere.
Io avevo presentato un emendamento, poi ritirato a causa della fiducia e ripresentato come ordine del giorno. Sono preoccupata perché, mentre in occasione del primo provvedimento


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era stato accolto, con il decreto-legge cosiddetto milleproroghe quell'ordine del giorno è stato accolto con riformulazione. C'è quindi stata una diluizione.
Poiché siamo passati tutti al contributivo a partire dal 1o gennaio 2012, chiedevo di poter applicare anche al regime misto il comma 40 dell'articolo 1 della legge 8 agosto 1995, n. 335, la riforma Dini, laddove si riconosce questo tipo di percentuale di contribuzione figurativa alla maternità. Sarebbe un piccolo segnale che permetterebbe alle donne di vedersi riconosciuto il diritto, all'interno di un passaggio drammatico, di ridurre la durata del tempo di lavoro.
Da ultimo, ho letto con piacere la sua relazione, che si chiude con la questione delle dimissioni in bianco. La Commissione lavoro ha interpellato il suo Ministero varie volte al proposito e c'è una proposta di legge calendarizzata per febbraio. Speriamo di poter lavorare anche su una proposta del Governo che diventi trasversale e coinvolga tutte le deputate di questa Commissione e del Parlamento.
Credo che una vera discussione parlamentare sul tema sarebbe importante.

DONELLA MATTESINI. Grazie, Ministro. Anch'io non farò valutazioni generali perché condivido quanto detto dalle mie colleghe, a partire dall'onorevole Amici.
Voglio parlare di un tema che non è stato affrontato, ma che invece ho trovato molto interessante nella sua relazione e cioè la salute delle donne. Mi ha molto colpito il riferimento che lei ha fatto alla salute di genere. È una grande sfida e ancora oggi un problema sconosciuto. Vorrei capire come intende lavorare su questo.
Nell'ambito della riorganizzazione complessiva della sanità, a cui pare il Governo stia lavorando, l'efficientamento della sanità e l'appropriatezza delle cure sono temi fondamentali.


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L'approccio alla salute di genere diventa essenziale perché sappiamo che le donne vivono più a lungo, si ammalano di più e utilizzano di più il servizio sanitario nazionale. Laddove le ricerche non tengono conto delle differenze di genere, vuol dire che non c'è appropriatezza della cura, ma vuol dire anche che forse non ci accostiamo nel modo giusto alla riorganizzazione complessiva del sistema sanitario. Ho apprezzato questo passaggio della sua relazione, ma vorrei chiederle cosa farà in concreto.
Un'altra questione che attiene alla salute delle donne, anche se il tema è più generale, è quella che riguarda la legge 22 maggio 1978, n. 194, la legge sull'aborto. Le chiedo se sia oggetto di un ragionamento dal parte sua. Come sappiamo, in Italia i medici obiettori di coscienza sono circa 160 e sono enormemente in aumento le interruzioni di gravidanza di ragazze minorenni e donne immigrate. Vorrei sapere se il Governo stia pensando a come garantire e rafforzare il diritto degli obiettori di coscienza, salvaguardando al contempo il diritto all'applicazione complessiva della legge, ivi compreso l'accesso all'interruzione di gravidanza.
Anche le politiche di conciliazione possono avere a che fare con la salute delle donne. Non voglio aggiungere altre questioni perché sappiamo benissimo che sono strumento fondamentale di accesso e permanenza al lavoro. Nella sua relazione lei, però, fa riferimento alla questione della salute e della sicurezza per le donne nei luoghi di lavoro. Qualche mese fa la regione Toscana in collaborazione con l'università e l'INAIL ha promosso una ricerca da cui è emerso che in quel territorio gli incidenti sul lavoro delle donne sono in aumento del 3 per cento, a fronte della diminuzione di occupazione.
La ricerca mostra anche che, diversamente dagli uomini, la maggior parte degli incidenti che coinvolgono donne non


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avviene nel luogo di lavoro, ma in itinere nel percorso casa-lavoro e lavoro-casa. Ciò ha a che fare con lo stress aggiuntivo che le donne subiscono a causa delle carenze delle politiche di conciliazione. Vorrei chiederle se e cosa intenda fare al riguardo. Credo che un primo intervento importante potrebbe essere quello di dare indicazione all'INAIL di cominciare a utilizzare il parametro di genere nelle proprie ricerche.
Sarebbe di aiuto per i territori e per chi determina le politiche sapere che le politiche di conciliazione attengono anche alla salute delle donne e non soltanto all'equa distribuzione del carico di lavoro.

DORIS LO MORO. Sarò brevissima perché tante cose sono state già dette.
Vorrei entrare nello specifico di un problema, ma non mi aspetto una risposta, Ministro. La mia è soprattutto una sollecitazione motivata da un'osservazione. Lei è un ministro tecnico, così come è tecnico tutto il governo in carica. Non avete alle spalle, come è normale che sia, partiti politici e movimenti in grado di darvi l'idea della complessità dei problemi non visti dall'alto, sulla base di statistiche, ma come si manifestano sui territori.
Nella sua relazione scritta vi è un elemento critico dal mio punto di vista. Non lo segnalo per farle una critica, ma perché voglio che lei lo sappia. Nella sua relazione, che essendo predisposta per un intervento in Commissione non necessariamente contiene tutto il suo pensiero e tutto il suo progetto, mi sembra che non ci sia grande consapevolezza del divario esistente tra il nord e il sud del Paese con riferimento a varie problematiche, ma specialmente mi vorrei riferire all'occupazione


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e alla condizione della donna e dei giovani. Le pari opportunità, come diceva prima il collega della Lega, riguardano anche i giovani.
Del resto noi dobbiamo uscire dalla crisi velocemente per assicurare e garantire un futuro alle nuove generazioni. La preoccupazione iniziale contenuta nella sua relazione circa il fatto che potessero venire meno le risorse per il dipartimento per le pari opportunità sarebbe una contraddizione. Un governo che vuole affrontare la crisi dovrebbe potenziare i dipartimenti abilitati a interviene su settori specifici, e le donne sono un «settore» specifico. Sono un mondo che rappresenta pienamente la crisi, ma che può aiutare a uscire dalla crisi stessa.
Le offro una testimonianza che segnala una specificità, uscendo dagli schemi dell'audizione di oggi. Nel mondo femminile meridionale si stanno verificando episodi che il suo Dipartimento e lei in particolare devono conoscere e approfondire. Faccio soprattutto riferimento al fenomeno delle giovani donne che, rompendo una tradizione familiare e familistica di omertà e di silenzio assoluto, hanno deciso di testimoniare in processi contro i familiari. Molte giovani donne hanno testimoniato contro mariti, contro fratelli e contro padri.
In questi giorni si sta svolgendo il processo per la morte di Lea Garofalo. Ci sono altre due donne che si sono suicidate ingoiando acido muriatico e ci sono altre donne che, pur continuando a essere testimoni di giustizia, sono in grande difficoltà anche perché non hanno la solidarietà della famiglia e in particolare delle madri. Molte madri, anzi, hanno preso le distanze. Le pongo questo problema che riguarda anche il


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Ministro dell'interno. È un fenomeno che ci deve far interrogare profondamente perché è eversivo rispetto al sistema di potere 'ndranghetista e mafioso e merita aiuto.
Molte di queste donne a un certo punto vengono meno ai doveri che hanno come testimoni di giustizia, vengono abbandonate dallo Stato e in alcuni casi finiscono suicide perché sentono il bisogno e il richiamo della famiglia e dei propri figli. Si rendono conto che per avere scelto la giustizia o quello che hanno ritenuto essere il loro dovere hanno perso non solo il marito, il padre o il fratello, ma anche i loro figli. Credo che anche questo dipartimento dovrebbe indagare il fenomeno.
Non tutte le cose che riguardano le donne comportano dei costi. Per quello che mi riguarda, le battaglie per i diritti, che sono l'oggetto principale dell'attività di un ministero di questo genere, richiedono consapevolezza e conoscenza e quindi approfondimento. Spero pertanto che il dipartimento da lei diretto possa intervenire.
Le ho voluto portare una testimonianza per farle comprendere l'importanza del problema. Avere consapevolezza della diversità delle situazioni che ci sono nel Paese sul piano amministrativo significa impostare i bandi in maniera conseguente. Un bando nazionale sui centri antiviolenza che tratti nord e sud in maniera indifferente, che tratti i luoghi dove ci sono tali centri e dove invece non ci sono in maniera indifferente indica che questa consapevolezza non c'è. Solleciterei, quindi, un maggiore lavoro di analisi e di approfondimento della realtà.
Penso che come parlamentari abbiamo il dovere di essere di supporto a questo governo tecnico anche dal punto di vista della conoscenza, perché non ci sono al suo interno rappresentanti del territorio, come accade nei governi politici, e non


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c'è neanche un progetto politico che nei partiti e nei gruppi si consolida nel corso di una discussione che dura anni e talvolta decenni.

LUCIA CODURELLI. Ringrazio il Ministro. Sarò breve perché condivido tutto ciò che è stato detto rispetto alle linee d'azione presentate nella scorsa seduta.
La riforma delle pensioni è materia sua e, parlando di linee programmatiche sulle pari opportunità, bisogna fare una riflessione su ciò che ha comportato e che comporterà. La situazione preesistente era altamente disuguale. Non è certo da imputare a lei, ma com'è possibile intervenire in modo uguale di fronte a situazioni così diverse e alle tante discriminazioni che sono state ricordate?
Di fronte a questo provvedimento c'è angoscia a parlare di pari opportunità, in particolare per quanto riguarda le donne, per via delle implicazioni che ha sulla vita, sul vissuto e sulle discriminazioni che ha subito in passato chi di pari opportunità non ne ha mai avute in termini di servizi e chi ora paga la crisi.
Ringrazio l'onorevole Pelino per avere citato la risoluzione che abbiamo firmato insieme. La invito ad approfondirla perché di tali problematiche ne stavamo già discutendo. Voglio anche citare la rappresentanza delle donne nell'ambito delle nomine perché è suo dovere farla rispettare.
Poiché è stata citata la proposta di legge sui congedi parentali, le rivolgo un invito. Abbiamo svolto in Commissione lavoro delle audizioni e un dibattito. Non voglio dare giudizi nel merito, ma solo dire che in questa istituzione il cammino da fare è ancora lungo.
Quando si dice che c'è ancora una battaglia culturale da compiere, questo ci dà l'idea che forse dovrebbe partire da noi legislatori per poi essere trasmessa all'esterno.


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PIERLUIGI MANTINI. Grazie, Ministro. Vorrei solo ribadirle la piena condivisione della sua relazione da parte del gruppo dell'UdC e l'impegno a collaborare nell'attuazione delle linee programmatiche indicate.
La domanda è molto breve, ma riguarda una materia complessa, vale a dire le specifiche azioni per l'integrazione delle donne immigrate in Italia, appartenenti anche ad altri gruppi etnici e ad altre culture. Non mi riferisco solo al tema delle mutilazioni genitali, di cui pure lei si occupa nella sua relazione, ma anche a un problema culturale.
Nella proposta di riforma della legge sulla cittadinanza che abbiamo formulato abbiamo inserito un impegno a conoscere e giurare sulla Costituzione nonché al rispetto dei diritti di autodeterminazione delle donne. Mi riferisco ai tanti casi in Italia e fuori di prevaricazione violenta da parte dei parenti sulle libere scelte di autodeterminazione delle figlie, casi che spesso si risolvono con omicidi e violenze e che costituiscono la punta dell'iceberg di un atteggiamento di tipo culturale molto preoccupante. Lei condivide azioni e impegni di questo tipo?
Il tema dell'integrazione nei diritti fondamentali delle donne immigrate in Italia è certamente una grande questione.

PRESIDENTE. Ringrazio i colleghi e do la parola al Ministro Fornero per la replica.

ELSA FORNERO, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. L'intervento dell'onorevole Mantini, se non sbaglio, è stato il diciassettesimo e io ho preso appunti su tutto. Non riuscirò a rispondere a ogni domanda oggi, ma vale la promessa di tornare in occasioni diverse.
Vi ringrazio moltissimo perché in generale mi sembra di aver colto un clima di apertura e di condivisione su molte


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tematiche. Su altre c'è amarezza e non sfuggirò alle mie responsabilità in termini di riforma delle pensioni, che forse è il boccone più amaro. Mi sembra un'occasione di scambio molto proficua, della quale vorrò approfittare in maniera piena perché credo che da solo un ministro delle pari opportunità non possa fare molto. L'appoggio e l'aiuto del Parlamento sono vitali.
Ringrazio tutti gli interventi che hanno riconosciuto valore alla mia relazione e hanno riconosciuto che essa si pone non in una logica di discontinuità, ma di valorizzazione di ciò che è già stato fatto. D'altronde io credo che non sia il caso di smentire un dato che tutti abbiamo sotto gli occhi sempre, vale a dire il grave ritardo culturale e di apertura mentale che il nostro Paese presenta in termini di pari opportunità. Non mi riferisco soltanto - mi scuso con l'onorevole Concia per non averlo citato espressamente nel mio intervento - a pari opportunità in termini di genere, ma ribadisco con convinzione che le pari opportunità devono essere garantite nell'accesso ai diritti da parte delle diversità, che sono tante e che non possono essere motivo, causa, oggetto di discriminazione.
È ovvio che rispetto a questo tema, che comprende le discriminazioni nei confronti degli omosessuali e dei transgender, il mio impegno è pieno. Il tema è quello dei diritti. I diritti sono importanti e le diversità non possono essere oggetto di discriminazioni. L'impegno contro le discriminazioni e contro ciò che le fa sorgere, persino nei bambini, deve essere massimo. Non può appartenere soltanto al ministro e al ministero, ma deve essere una questione che si diffonde nel Paese ed entra a far parte di ciò che i bambini imparano da piccoli. Deve essere appreso che la diversità è un valore e non


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un ostacolo. Cercherò la collaborazione del Ministro Profumo, con cui ho già avuto contatti informali, perché i semi si gettano soprattutto tra i bambini nelle scuole.
C'è un tema che voi riferite ai diritti sociali, ma che io definisco di assicurazione sociale perché lo considero più nei termini dei rischi ai quali tutti noi andiamo incontro: il rischio di perdere il lavoro o di avere un lavoro episodico e mal remunerato, il rischio di subire delle disabilità, il rischio di contrarre malattie con carattere permanente. Sono rischi e la società deve attrezzarsi non soltanto con trasferimenti, ma anche con disegni di distribuzione del rischio tali per cui i soggetti su cui questi rischi gravano abbiano una sorta di equo indennizzo. È un altro aspetto molto importante perché dietro a questa concezione stanno la riforma previdenziale e la riforma degli ammortizzatori sociali, che spero possa essere uno dei risultati della riforma più ampia del mercato del lavoro.
C'è poi l'aspetto delle pari opportunità legate a quella che dovrebbe essere per tutte le persone adulte la normale attività e cioè il lavoro. Il lavoro dovrebbe essere una caratteristica di tutte le persone adulte. Oggi non esistono più i cosiddetti rentier, coloro che vivono di rendita, e perciò una persona adulta, dopo il periodo scolastico, uomo o donna che sia, indipendentemente dalla sua nazionalità e dalle sue preferenze, dovrebbe lavorare. È il tema dell'accesso.
Il tema dell'accesso al lavoro lo si affronta soprattutto con l'istruzione. L'istruzione ben fatta è il principale equalizzatore delle opportunità, ma non dei risultati, che sono altra cosa. Pur essendo materia di un altro collega, sulla scuola per un ministro delle pari opportunità ci sono possibilità di sinergia interessanti.


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Oggi noi sappiamo che la formazione scolastica non termina il percorso di formazione del capitale umano. Dobbiamo perciò proiettare un percorso di vita lavorativa nel quale inserire la formazione continua, sia pure in maniera differenziale, dopo il momento dell'ingresso nel mercato del lavoro, dove può assumere ed ha nella sostanza, non sono nominalmente, un carattere di apprendistato, cioè di formazione professionale.
La formazione deve andare avanti nella vita rispetto a situazioni che possono capitare a tutti, come la perdita del posto di lavoro dovuta al fatto che l'impresa nella quale si lavorava per ragioni economiche o di altro tipo non c'è più. Attraverso la formazione professionale dobbiamo dare alle persone che hanno perso il posto di lavoro una chance. Non basta un semplice trasferimento di reddito o un facile prepensionamento. Questa per noi è parità di opportunità anche nella vita adulta.
Ho parlato di diritti politici, di assicurazioni sociali e di accesso al lavoro. Non mi sfugge certo che per l'accesso al lavoro, nella situazione in cui ci troviamo e per il fatto che la famiglia è importante e noi vogliamo darle importanza, servano servizi. Serve, quindi, cambiare quella mentalità che implica che, laddove non ci sono i servizi, c'è una donna che supplisce.
Se stabiliamo che una donna adulta ha lo stesso diritto di accesso al mercato del lavoro di un uomo adulto, lo stesso diritto alla formazione, alla riqualificazione del suo capitale umano, servono servizi, che sono importanti non solo per il lavoro della donna, ma anche come occasione di pari opportunità per i bambini. Questo credo che sia molto importante.
La nostra visione è questa, ma dobbiamo superare ritardi culturali e geografici enormi. Ringrazio moltissimo l'onorevole


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Lo Moro per la sua segnalazione. È stata davvero interessante e l'ho molto apprezzata. Vorrei che ne discutessimo più approfonditamente perché credo che sia un tema molto importante. Sicuramente non mi tirerò indietro.
Io ho visitato la fabbrica di Pomigliano e ho visto una bella fabbrica, dove la sicurezza e la salute sul posto di lavoro sono prese molto seriamente. Mi sono compiaciuta nel sentire che lì non sono possibili contaminazioni da parte della criminalità organizzata, ma mi è dispiaciuto sentire che, per esempio, in quella fabbrica è ancora diffuso un atteggiamento locale rispetto al lavoro delle donne. Non è considerato socialmente adeguato per una ragazza andare a lavorare in fabbrica e si preferisce la sottooccupazione, un lavoro in nero oppure nessuna occupazione. Questo, a mio avviso, è un ritardo culturale.
Vi dicevo però che tutto questo, che a mio avviso fa parte del disegno con cui una società civile organizza il tema delle pari opportunità, sconta il fatto che i cambiamenti avvengono su ciò che è storicamente determinato. Abbiamo alle spalle un passato e abbiamo davanti un futuro. La riforma delle pensioni è un caso emblematico. Non lo devo ripetere, ma questa riforma è intervenuta su una situazione che non era semplicemente di crisi o di recessione. Era una situazione di vera emergenza finanziaria.
La riforma delle pensioni nasce da una transizione lunga vent'anni. Abbiamo avuto più di vent'anni per completare la transizione e non ci siamo riusciti. Vent'anni sono una generazione. So che l'intervento è duro, non l'ho mai nascosto, ma non credo che si possa riaprire questa partita e ve lo dico in maniera molto aperta ed esplicita. È uno degli elementi che in Europa hanno considerato con maggiore attenzione e su cui hanno dato credito alla volontà italiana di cambiare sul serio.


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Tornare indietro è pericolosissimo e vi dico in maniera molto chiara che questo ministro non è disposto a tornare indietro. Voglio anche dire, però, che le richieste che arrivano sul mio tavolo in questi giorni sono tutte richieste che non hanno a che fare con il sistema pensionistico in sé. Sono tutte richieste che hanno a che fare con gli ammortizzatori sociali. Sono tutte richieste che in un certo senso vanno incontro a quello che stiamo facendo o cercheremo di fare nel mercato del lavoro, e cioè la riforma degli ammortizzatori sociali.
Mi si chiede che cosa faranno le persone che sono andate in mobilità e non hanno più un lavoro. Dobbiamo mandarle in pensione a cinquantasette o cinquantotto anni o possiamo pensare a qualcos'altro? Abbiamo cercato di salvarne alcune, ma non possiamo riaprire la partita. Anche le imprese si aspettano che sia riaperta, ma sul sistema previdenziale di nuovo verrebbero a gravare tutte le crisi aziendali, delle quali, proprio perché siamo in recessione, non deve farsi carico il solo sistema pensionistico.
Mi dite, inoltre, che le donne che oggi vanno in pensione non hanno avuto pari opportunità. Questo è vero, ma sulla questione del risarcimento a posteriori di mancate parità a priori vorrei andarci piano. Fino a quando avvalleremo la logica risarcitoria, non avremo il pieno diritto di pretendere le pari opportunità. A un certo momento della storia arriva l'occasione di rompere con certe pratiche del passato.
L'operazione pensioni è stata pensata per sottrarre il sistema a una gestione, certamente molto inefficiente, di grande ammortizzatore sociale. Non è il sistema pensionistico che deve fare questo né per le donne né per gli uomini e noi lo abbiamo messo a nudo. Adesso bisogna reagire cercando di fare ciò che prima faceva il sistema pensionistico con grande dispendio di risorse. Sarà il prossimo passo. Come ho detto


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prima, capisco il grido di dolore e l'amarezza, ma vorrei anche che voi capiste che il Paese ha avuto l'occasione di correggere venti anni di quasi negazione dell'evidenza.
Sono stati vent'anni di tentennamenti.

TERESA BELLANOVA. Anche di riforme, Ministro! Dini e Amato hanno riformato il sistema.

ELSA FORNERO, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Certo, ma hanno rinviato.
Il punto è che se noi avessimo avuto un'economia fiorente, non ci sarebbe stato bisogno di intervenire duramente sulla transizione. Però la crisi c'è e tutta l'Italia la deve affrontare. Noi l'abbiamo colta come l'occasione per cambiare alcuni aspetti e per migliorare, anche sotto il profilo delle pari opportunità, la situazione delle generazioni più giovani e future in particolare.
La vera sfida è costruire un'Italia migliore dal punto di vista delle pari opportunità nei diritti politici e nelle situazioni sfortunate che possono capitare a tutti, vale a dire la disoccupazione, la disabilità, l'assenza di opportunità dal punto di vista geografico, la malattia. Poi vi è l'età anziana e il pensionamento deve dare la possibilità di godere dei risparmi e dei contributi accumulati durante la vita lavorativa.
Credo che questo sia il disegno. È un cambiamento culturale, ma io ho aperto questa breve risposta sottolineando l'arretratezza culturale sotto il profilo delle pari opportunità. Compito di un governo tecnico è, quindi, agire in maniera incisiva per instradare il Paese verso qualcosa che sia, anche sotto questo profilo, migliore di ciò che ci lasciamo alle spalle.
Ho qui tutti i vostri quesiti. Mi avete detto che non ho parlato della partecipazione delle donne agli organi elettivi e istituzionali. Ben sapendo che non era un tema di mia


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competenza, ho però scritto ad esempio una lettera al sindaco Alemanno circa il mancato rispetto della rappresentanza femminile. Il sottosegretario Guerra verrà oggi in Commissione affari costituzionali per riferire tutta la nostra partecipazione.
Anch'io penso che in generale gli obblighi e i divieti non siano una buona pratica. La consapevolezza e gli incentivi sono sempre la strada migliore, ma talvolta bisogna anche andare per le vie spicce. L'importante è che gli obblighi e i divieti siano temporanei, siano monitorati e incamminino o almeno consentano di recuperare i ritardi culturali in tempi non biblici. Prometto che a tutte queste domande risponderò in un'altra occasione.
Vi ringrazio soprattutto per i suggerimenti, ma anche per le critiche. Lavoreremo bene insieme.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Fornero e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14,05.