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Atto a cui si riferisce:
C.1/00822 [Rafforzare le politiche di coesione europea con una comune politica fiscale e finanziaria e obiettivi comuni per lo sviluppo ]



La Camera,
premesso che:
la crisi sistemica, iniziata il 7 luglio 2007 con la bolla dei mutui sub-prime, è stata indubbiamente generata anche dall'emissione massiccia di derivati e di prodotti finanziari ad alto rischio. Per il salvataggio degli istituti di credito dal 2008 ad oggi sono stati impegnati a spese degli Stati più di 6.000 miliardi di dollari. Il salvataggio degli istituti finanziari privati, senza che si riuscisse a mettere in funzione un sistema regolatorio più stringente, ha fornito loro un enorme liquidità a spese degli Stati sovrani che sono massicciamente intervenuti con soldi pubblici;
rimpinguati dai flussi di denaro pubblico, stimolati da tassi di interesse quasi nulli, banche e fondi d'investimenti hanno ripreso i loro affari come di consueto. Molti di loro hanno riposizionato i loro capitali trasferendoli dal mercato delle partecipazioni azionarie a quello dei titoli pubblici ritenuti più sicuri. Ma essendo i tassi pagati dagli Stati molto bassi, si è pensato di operare un attacco speculativo sui debiti sovrani dei Paesi dell'Unione europea ritenuti più deboli obbligando quest'ultimi ad alzare i loro tassi di interesse;
la crisi finanziaria del 2007-2008, innescata dal debito privato, ha così indotto una riallocazione dei portafogli delle istituzioni finanziarie in direzione del debito sovrano. L'euro con le sue debolezze intrinseche ne è rapidamente diventata la vittima più appetibile. La scommessa ora riguarda la capacità di tenuta dell'euro come valuta di un'ampia area geo-politica dotata di sufficienti coesione interna;
alla fine del 2011, si stima che nell'arco dell'ultimo quadriennio, il debito pubblico dei Paesi dell'area dell'euro è cresciuto di 20 punti percentuali, a fronte di un aumento del debito pubblico in Usa e Giappone rispettivamente di 35 e 45 punti nel medesimo periodo (2007-2010), confermando che le turbolenze dei mercati e le manovre speculative che hanno interessato l'Unione europea non sono dovute ad una fragilità finanziaria più accentuata ma ad una ormai insostenibile debolezza dei meccanismi di governance politica ed economica che occorre pertanto rafforzare per promuovere la crescita e lo sviluppo e per poter assicurare una più efficace tutela della moneta unica europea;
la crisi attuale dell'euro dipende innanzitutto dall'inadeguatezza del processo di costruzione dell'Unione europea che non è riuscito ad affiancai all'euro uno Stato, sia pure in fieri, con un governo unitario delle politiche fiscali ed economiche, nonché dalle divaricazioni tra i vari Paesi europei in termini di produttività e competitività dei relativi sistemi-paese;
l'entrata in vigore dell'euro non ha indotto i paesi più deboli dell'Eurozona, quelli che maggiormente hanno beneficiato della creazione della moneta unica per quanto riguarda i tassi d'interesse (e i fondi strutturali), a intervenire con determinazione sia per ridurre il debito (il caso dell'Italia e della Grecia) che per avviare riforme al fine di incrementare la produttività dell'insieme dei fattori per migliorare la propria competitività sistemica dovendo rinunciare alla prassi delle svalutazioni competitive;
nei Paesi dell'eurozona con bilance commerciali in forte attivo nei confronti degli altri partner europei, invece di operare per ridurre tale divario, è stata attuata una politica di congelamento dei salari non ridistribuendo, se non in una misura minima, gli incrementi di produttività ottenuti al fine di aumentare la concorrenzialità verso gli altri Paesi europei, e comprimendo così la domanda complessiva interna all'Unione europea;
ma, come ha dichiarato in una sua recente intervista il Presidente Monti,

«pensare che la causa della crisi sia l'euro è non solo mi errore economico, ma un pretesto o, peggio, un tentativo di scaricare sull'Europa problemi anche di altre realtà, che coinvolgono ulteriori responsabilità e ben alti interessi;
non essendo più possibili le speculazioni sui cambi tra le valute dei vari Paesi dell'Unione europea, assumendo che tali Paesi mantengano un andamento non convergente nel tempo, le tensioni si sono scaricate sulla valutazione di solidità dei titoli del debito pubblico dei vari Paesi, quindi sugli spread;
l'Italia non è un Paese insolvente (a differenza della Grecia), ma solo un Paese con un problema di liquidità il quale ha accumulato un grande stock di debito ed ha difficoltà a breve nel finanziamento degli oneri connessi con questo debito, ma ha le risorse per poter pagare quel debito. Questo è il punto da cui partire. La situazione però è molto difficile perché la nostra economia non cresce da troppi anni;
secondo il Bollettino economico di gennaio 2012 della Banca d'Italia, nel terzo trimestre del 2011 il PIL dell'Italia è diminuito dello 0,2 per cento sul periodo precedente; la dinamica del PIL risente del rialzo dei costi di finanziamento, per l'aggravarsi della crisi del debito sovrano e del rallentamento del commercio mondiale;
la priorità del nostro Paese è ora la creazione di condizioni favorevoli al rilancio dell'economia, stimolando la capacità potenziale di crescita e influenzando positivamente le aspettative dei mercati e le decisioni di spesa di famiglie e imprese. Allo stesso tempo, sono indispensabili anche a livello europeo politiche ambiziose per ripristinare la fiducia e garantire la normalizzazione delle condizioni di mercato;
la situazione italiana già storicamente grave è stata resa ancora più difficile secondo i firmatari del presente atto di indirizzo dalla sottovalutazione sistematica da parte del Governo Berlusconi dei rischi nei quali incorreva il nostro Paese;
le manovre finanziarie attuate nel corso del 2011 in Italia - pur ponendosi il giusto obiettivo di ottenere l'indispensabile correzione dei tendenziali dei conti pubblici - dal Governo Berlusconi (con ingiustificato ritardo) e dallo stesso Governo Monti, per le loro modalità, hanno ulteriormente compresso, rispetto alla sempre più diseguale distribuzione dei reddito ai danni di salari e pensioni dell'ultimo trentennio, il potere d'acquisto dei ceti popolari acuendo le spinte recessive;
l'uscita sia pure debole dalla recessione iniziata nel 2008-2009 è stata soffocata sul nascere sia da un rallentamento dell'economia mondiale, che dalle pesanti manovre recessive imposte ai Paesi della zona euro dai mercati finanziari e dal Governo tedesco;
i rischi di una frammentazione dell'area dell'euro non possono essere considerati trascurabili, come non si possono ignorare sia gli effetti destabilizzanti che essa avrebbe sui bilanci bancari, sia la corsa alle svalutazioni competitive che ne deriverebbe, con le conseguenze negative già sperimentate negli anni Trenta del Novecento;
gli stessi Paesi dell'eurozona in surplus di bilancia dei pagamenti, che rifiutano di accettare politiche fiscali o monetarie espansive, hanno un forte interesse ad una ripresa della crescita nei Paesi «mediterranei»;
la motivazione del declassamento di una serie di Paesi, tra cui la Francia, della zona dell'euro da parte di Standard & Poor's contiene - al di là del merito della notazione - anche un'analisi giusta: «crediamo che mi processo di riforma basato unicamente sul pilastro dell'austerità fiscale rischia di sconfiggersi da solo nella misura in cui la domanda interna si adegua alle crescenti preoccupazioni dei consumatori riguardo la sicurezza dell'occupazione

e del reddito disponibile, erodendo in modo il gettito fiscale del Paese in questione»;
il recente declassamento da parte delle agenzie di rating del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf) riporta l'attenzione sull'evidente strapotere attualmente in capo alle agenzie di rating sempre più da considerare non come arbitri oggettivi e imparziali ma come soggetti sottoposti ad evidenti conflitti di interesse, e, come ha ricordato di recente il Commissario europeo agli affari economici, Olli Rehn, le agenzie di rating «hanno i loro propri interessi e agiscono molto secondo i termini del capitalismo finanziario americano»;
l'attuale crisi dell'area dell'euro è da ricondurre, non solo ad una elevata tendenza all'indebitamento degli Stati, ma soprattutto, per gran parte, all'andamento sfavorevole dei mercati finanziari. Situazioni simili di indebitamento o anche più marcate, si possono riscontrare nel Regno Unito e negli Stati Uniti;
le misure per il consolidamento sono giuste e importanti, tuttavia, se la Germania pretende sempre più misure di consolidamento e, in contemporanea, rifiuta categoricamente tutte le misure che potrebbero concorrere a calmierare i mercati finanziari, vengono minate la stabilità dell'Unione monetaria europea e dell'intero sistema finanziario europeo;
in assenza dell'euro il marco tedesco con ogni probabilità quoterebbe oggi 2-2,5 rispetto al dollaro; con un impatto fortemente negativo sulle esportazioni tedesche. Occorre anche ricordare che la Germania esporta circa il 50 per cento del suo Pil e di questo circa il 60 per cento nell'Eurozona;
occorre essere altresì consapevoli che nessun Paese europeo, nemmeno il più grande e solido, ha le dimensioni sufficienti per perseguire obiettivi nazionali che fossero incoerenti con l'impostazione dominante nel resto del continente e dell'economia globale. La globalizzazione ha reso indifendibili gli equilibri economici e sociali (e politici) di Paesi relativamente piccoli rispetto all'instabilità congenita dei mercati internazionali e alle sue degenerazioni speculative;
la politica monetaria in Europa è amministrata dalla BCE, costituzionalmente preposta solo al contrasto all'inflazione (diversamente dalla banca centrale Usa, la Fed, che deve preoccuparsi anche della crescita e di quella cinese che ha anche l'obiettivo dell'occupazione);
la scelta della BCE di concedere prestiti triennali illimitati alle banche ad un tasso di interesse molto basso è una delle modalità operative possibili, nel quadro delle regole del Trattato e dello statuto attuale della BCE. Così facendo infatti la BCE ha reso liquidi i crediti inesigibili delle banche che con questa liquidità dovrebbero sostenere i corsi dei debiti sovrani;
tuttavia, se i prestiti non saranno restituiti dalle banche fra tre anni dovranno intervenire gli Stati che hanno fornito le garanzie. La scelta sopra descritta ha il limite di far fare il prestatore di ultima istanza ad enti privati - e non di sistema - come le banche, le quali, per paura di non poter fare fronte a impegni futuri - tra cui le pressanti richieste di ricapitalizzazione delle medesime - trattengono la liquidità, non sostenendo adeguatamente i debiti sovrani e le richieste delle imprese e delle famiglie;
occorrerebbe dunque che la BCE si comporti come la FED statunitense e diventi prestatore di ultima istanza e/o che emetta eurobond per venire incontro alle esigenze di finanziamento degli Stati europei;
l'allungamento dei tempi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni rischia di mettere definitivamente in crisi le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese, già in sofferenza per la stretta del credito. L'Unione europea è intervenuta sul problema approvando la direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio

2011. La direttiva dispone che gli Stati membri sono tenuti ad assicurare che, nelle transazioni commerciali in cui il debitore è la pubblica amministrazione, il creditore che non abbia ricevuto l'importo dovuto entro il termine massimo di sessanta giorni, abbia diritto agli interessi legali di mora; inoltre, la direttiva dispone l'aumento di un punto percentuale del saggio degli interessi moratori da riconoscere in caso di ritardato pagamento. Risulta pertanto necessario ed urgente dare applicazione agli indirizzi in essa contenuti in termini di effettività della tutela giurisdizionale del creditore, senza la quale i richiami alla tempestività dei pagamenti rischiano di rimanere affermazioni volatili;
il presidente della Banca centrale europea, Draghi, ha recentemente definito la situazione attuale dell'eurozona «molto grave» invitando altresì i Governi a passare dalle decisioni ai fatti, abbinando al rigore della disciplina di bilancio anche il rilancio della crescita e dell'occupazione;
già nel corso del Consiglio europeo dell'8-9 dicembre 2011 si sono svolti i negoziati per mettere a punto il Trattato intergovernativo su una nuova disciplina di bilancio (il cosiddetto «fiscal compact»), da concludersi entro il prossimo Consiglio europeo, fissato per il 30 gennaio 2012, anche al fine di rassicurare i mercati sulla disciplina di bilancio dell'Unione;
il nuovo Trattato, ancora oggetto di negoziati minimizza il ruolo delle istituzioni europee e riduce il potere di iniziativa della Commissione, dimostrando così la sua natura esclusivamente intergovernativa;
il nuovo patto di bilancio si inserisce in un trattato intergovernativo che per il momento è parallelo a quelli europei. Inquadrare il patto in una dimensione comunitaria agevolerebbe il raggiungimento di una prospettiva di maggiore flessibilità di principio sulla valutazione del «rischio Paese»;
riportando il «fiscal compact» nel contesto comunitario, lo si farebbe dipendere da un impianto di regole, il cosiddetto «six pack», entrato in vigore in dicembre, il quale inserisce criteri di maggiore flessibilità sulle valutazioni. In sostanza, è quanto richiesto dall'Italia con le deroghe agli articoli 3 e 4 del Trattato, relativi al rientro da una condizione di debito eccessivo;
appare altamente probabile l'accoglimento della richiesta italiana di modificare l'articolo 4 del Trattato in modo da attenuare l'impegno di riduzione del debito pubblico di un ventesimo all'anno, tenendo conto di tutti gli eventuali «fattori nazionali rilevanti» - così come affermato nella recente riforma del patto di stabilità e di crescita - che vanno dalla stabilità finanziaria del Paese, alla dimensione del debito privato, all'impatto di riforme strutturali della spesa;
la bozza di Trattato delinea misure per rafforzamento della convergenza economica e fiscale nell'eurozona e nell'Unione europea. Si tratta di misure che si limitano, a quanto risulta fino ad ora, a impegnare gli Stati contraenti a lavorare insieme verso una politica economica in grado di promuovere il corretto funzionamento dell'Unione economica e monetaria e la crescita economica. I firmatari del presente atto di indirizzo ritengono invece che si debba dare priorità agli interventi finalizzati a rimuovere quelle circostanze che possono minacciare stabilità, competitività, crescita e creazione di posti di lavoro. Inoltre, si ritiene troppo vago il riferimento alla convergenza delle politiche fiscali;
esiste la necessità che l'Europa offra garanzie ai mercati sulla tenuta dell'euro, in modo da consentire ai capitali di tornare a investire anche in Italia e non solo nei Paesi virtuosi del Nord Europa, così da ridurre lo spread e fornire ossigeno alle imprese. Se da un lato il Governo italiano ha ottenuto qualche risultato sul fronte delle modifiche al Trattato inserendovi margini di flessibilità nei ritmi imposti alla riduzione del debito pubblico, dal lato delle misure europee per garantire

i mercati, i progressi sembrerebbero al momento scarsi:
appare abbandonata l'idea di trasformare la Banca centrale europea in prestatore di ultima istanza che garantisca i debiti dei Governi;
altrettanto impercorribile, almeno nell'immediato futuro, sembra anche la proposta degli eurobond;
resta altresì sul tavolo l'ipotesi di un rafforzamento del fondo salva Stati che potrebbe vedere coinvolto in un modo più significativo anche il Fondo monetario internazionale;
la nuova governance europea prospettata non appare dunque sufficiente ad evitate altre crisi ed a risolvere la crisi dei debiti sovrani;
ma, le soluzioni di carattere puramente finanziario (EFSF/ESM), tanto più quando lo sono per importi predeterminati e limitati, non sono sufficienti per affrontare un problema che deriva dalla mancanza di direzione politica e visione sociale a livello continentale;
è importante - al fine di limitare la volatilità dei mercati finanziari - rendere permanente la regolazione delle pratiche dello short selling e più in generale occorre regolare in maniera più efficace gli strumenti finanziari,


impegna il Governo:


a proporre, in parallelo al nuovo Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell'unione economica e monetaria, un rafforzamento delle politiche di coesione europea con misure e provvedimenti che delineino una vera unione politica del continente con un ruolo maggiore del Parlamento europeo, con una comune politica fiscale e finanziaria, con obiettivi comuni per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell'area monetaria, ponendo su una base comune il finanziamento statale degli Stati membri;
a promuovere insieme agli altri partner continentali azioni concrete per promuovere una crescita più forte e maggiore competitività e coesione sociale rilanciando gli ideali europei tramite:
a) un sempre maggiore ruolo del Parlamento europeo nelle decisioni dell'Unione e nella definizione dei suoi organismi dirigenti;
b) un rafforzamento della collaborazione culturale;
c) una politica comune della difesa europea resa necessaria dalle nuove modalità e sensibilità nella gestione dei conflitti internazionali e dagli inevitabili tagli nei bilanci nazionali di una spesa militare tanto eccessiva quanto inappropriata;
d) il completamento del mercato interno europeo che non è ancora una realtà pienamente operativa;
e) una politica comune della mobilità delle persone e l'aggiornamento dell'accordo di Schengen;
a indicare in tutte le sedi europee la chiara esigenza di un programma europeo:
a) che abbia chiare priorità di investimenti nelle infrastrutture, nell'economia reale e nel rilancio del mercato interno, in particolare nei Paesi dell'eurozona con bilance commerciali in forte attivo nei confronti degli altri partner europei tramite e tramite una politica di ridistribuzione dei redditi che favorisca la domanda;
b) che avvii in Europa una trasformazione sociale ed ecologica del modello di sviluppo a partire dal settore energetico e da quello dei trasporti, con l'istituzione di una nuova catena di creazione di valori nei mercati-pilota del futuro;
c) che promuova un'iniziativa europea per combattere la disoccupazione giovanile;
a proporre la creazione di un'Agenzia europea dei beni comuni (European common goods agency), in cui i beni e gli asset indebitati vengano gestiti in modo trasparente,

efficiente ed equo, finché gli Stati in crisi non possano riscattarli, o finché non si decida di immetterli sul mercato senza i condizionamenti dello stato di necessità, facendo sì che questi asset possano costituire la garanzia dei prestiti ai Paesi in difficoltà;
a sostenere l'esigenza che siano adottate al più presto politiche e misure per garantire la stabilità dell'euro, evitando l'istituzione di ulteriori strutture economico-finanziarie non sottoposte al controllo degli organi di governo dell'Unione e dei singoli Stati, modificando ulteriormente il mandato della Banca centrale europea concedere prestiti agli Stati nazionali avendo a garanzia anche gli asset della citata Agenzia europea sei beni comuni;
a sostenere l'emissione di eurobond che potrebbero servire anche a finanziare investimenti pubblici da escludere dal computo dei deficit di bilancio ai fini del rispetto dei criteri di Maastricht;
a proporre una riforma europea delle regole della finanza introducendo trasparenza, limitando i conflitti di interesse e gli accumuli di potere eccessivo, risolvendo il problema degli istituti too-big-to-fail regolando meglio le banche e gli altri operatori (speculativi e non), valutando l'abolizione di alcuni strumenti finanziari (come alcuni derivati over-the-counter), e ponendo in essere qualsiasi altra azione necessaria a ricondurre l'operato dei mercati nell'alveo del pubblico interesse e del bene comune;
a sostenere, attraverso le necessarie intese, la proposta dell'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie;
a proporre la creazione di un'agenzia di rating europea indipendente ed autorevole, nonché ad implementare con più incisività sul piano giuridico il concetto di responsabilità per le conseguenze delle valutazioni errate delle stesse agenzie;
a proporre l'adozione di regole che separino l'attività delle banche di credito ordinario da quella delle banche d'investimento;
ad assumere rapidamente iniziative volte all'attuazione della direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011, dando applicazione agli indirizzi in essa contenuti in termini di effettività della tutela giurisdizionale del creditore, in, particolare delle piccole e medie imprese e garantendo procedure di recupero rapide ed efficaci per il creditore;
a farsi promotore di un Trattato su un'Unione economica rinforzata:
a) ottenendo una riformulazione degli articoli 3 e 4 della bozza del Trattato che preveda l'emissione di eurobond e che tenga conto di «fattori nazionali rilevanti», tra i quali l'ammontare del debito nel settore privato ed il risparmio delle famiglie, senza automatismi e tenendo conto dell'andamento congiunturale dell'economia;
b) promuovendo l'esclusione dal computo, ai fini della determinazione dei parametri per il rispetto dei Trattati europei, di alcune fattispecie di investimenti concordata in sede europea;
c) prevedendo di attribuire, nella stesura dell'articolo 8, alla Corte di giustizia europea funzioni di verifica e sanzione nei confronti di Paesi inadempienti previo il coinvolgimento degli organismi comunitari nelle procedure sanzionatorie;
d) impedendo l'istituzionalizzazione, che sarebbe in contrasto con quanto affermato dalla risoluzione del Parlamento europeo del 18 gennaio 2012 sulle conclusioni del Consiglio europeo dell'8 e 9 dicembre 2011, di un vertice intergovernativo dei Capi di Stato e di Governo di cui all'articolo 12 della Bozza del Trattato, elemento di ulteriore complicazione dell'architettura istituzionale europea e di opacità crescente dell'Unione stessa, che prevedeva necessita di una governance più democratica a partire da un ruolo maggiore del Parlamento europeo.
(1-00822)
«Donadi, Leoluca Orlando, Di Pietro, Borghesi, Evangelisti, Porcino, Favia, Palomba, Di Stanislao, Mura, Barbato,

Messina, Piffari, Zazzera, Monai, Cimadoro, Paladini, Aniello Formisano, Palagiano, Di Giuseppe, Rota».