• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00101 [Riforme in materia di amministrazione della giustizia]



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00101 presentata da ANTONIO DI PIETRO testo di martedì 17 gennaio 2012, seduta n.571
La Camera,
udite le comunicazioni e preso atto della relazione presentata dal ministro della giustizia, ai sensi dell'articolo 2, comma 29, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150;
preso atto che:
l'efficienza del sistema giudiziario e l'accelerazione dei processi, la rapidità dell'accertamento delle responsabilità penali e la predisposizione di norme e strutture tali da garantire la certezza del diritto e la certezza della pena debbono necessariamente rappresentare una priorità nell'azione governativa;
il settore della giustizia - viceversa - nell'ultimo decennio, oltre a non aver subito alcuna riforma strutturale, corrispondente ad un impianto complessivo e strategico di rilancio, è stato sottoposto ad interventi che ne hanno gravemente limitato la funzionalità e la efficacia. La progressiva asfissia del sistema giustizia è stata realizzata dal punto di vista delle politiche finanziarie, delle dotazioni infrastrutturali, delle politiche del personale e del quadro normativo. In tale contesto si è programmaticamente rinunciato ad affrontare progetti che potevano incidere su aspetti sistematici, dando invece precedenza ad interventi di carattere disorganico. Si è così colpevolmente perduta l'opportunità di intervenire positivamente per restituire efficienza ad un servizio fondamentale per la democrazia e per la legalità;
in questo senso appare confortante quanto il ministro ha detto, e anche quanto non ha detto, sia nella sua audizione in Commissione giustizia, sia nell'odierna relazione. Tra le cose che non ha detto, così indirettamente precisando il suo programma, c'è appunto il riferimento alla netta discontinuità rispetto a interventi incardinati presso il Parlamento, che non fanno parte del programma di questo Governo mentre rientravano in quello del precedente in quanto motivate esclusivamente dalle esigenze del Presidente del Consiglio e miranti essenzialmente a trovare gli strumenti per sfuggire alla giustizia. Perciò facciamo affidamento su una forte discontinuità, una forte novità, perché anche questa è emergenza;
Italia dei Valori ha perciò la fondata fiducia che provvedimenti in itinere in questo Parlamento, da essa fortemente osteggiati perché volti a non far funzionare la giustizia, siano considerati definitivamente morti e sepolti. Ci riferiamo, in particolare, alle intercettazioni, al processo breve, al processo lungo e alla riforma costituzionale «epocale» della giustizia, che consideriamo ruderi archeologici da abbandonare. Speriamo, quindi, di non sentirne più parlare, anche perché questo Governo, che ha un'ampia maggioranza, ci è parso di capire che voglia lavorare su temi condivisi, laddove da parte dell'Italia dei Valori non ci sarebbe alcuna condivisione alla prosecuzione di quei provvedimenti all'esame del Parlamento;
l'auspicio è che la nuova fase politico-parlamentare rappresentata dal Governo Monti e dal suo profilo tecnico, possa consentire di trasformare il terreno del conflitto in un terreno di confronto costruttivo, al fine di rendere il sistema giustizia un volano positivo anche per lo sviluppo del Paese, ma tale auspicio deve rapidamente concretizzarsi in provvedimenti di segno radicalmente diverso da quelli a cui si è assistito nella parte iniziale della XVI legislatura;
premesso che:
uno dei problemi più rilevanti che affligge la giustizia italiana concerne notoriamente il mancato rilancio del comparto giustizia, sia in termini di investimenti che di personale. Il perdurare e l'aggravarsi di tale situazione determina riflessi inevitabilmente negativi sulla funzionalità ed efficacia del servizio reso al cittadino, a cominciare dalla ragionevole durata del processo. Il processo di digitalizzazione e di informatizzazione appare la strada maestra per velocizzare efficientemente il sistema giudiziario del Paese. Al contrario, sotto questo profilo, il panorama prevalente resta quello della dotazione di strumenti obsoleti, di assenza di programmazione che impedisce scelte di spesa oculate e a lungo termine, dell'utilizzo di programmi e sistemi che spesso non colloquiano tra di loro, mentre permane carente una politica di potenziamento, formazione e valorizzazione della professionalità del personale degli uffici giudiziari;
il 17 gennaio 2012 il ministro della giustizia ha presentato al Parlamento la «Relazione sull'amministrazione della giustizia in Italia». Circa l'andamento della giustizia si deve registrare il rallentamento della riduzione del numero di pendenze nel settore civile, con un calo - in buona parte dovuto al progressivo aumento dei costi di accesso alla giurisdizione - rispetto al giugno 2010 pari al 3 per cento, e la conferma che non si è ancora riusciti ad intaccare in modo significativo la durata media dei processi e dell'arretrato nel settore penale. Tali tendenze suscitano forte preoccupazione, in presenza di 5,5 milioni di processi civili e 3,4 milioni di processi penali e di tempi medi di definizione che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni) e, soprattutto, alla luce di 2,8 milioni di nuove cause in ingresso;
la relazione, nell'ambito degli interventi ulteriori volti alla razionalizzazione del processo, non dedica particolare rilievo né all'istituzione dell'ufficio per il processo, nè alle problematiche concernenti il personale dell'amministrazione giudiziaria e alle conseguenti iniziative da assumere in materia;
nell'ambito dell'attuale stato delle carceri, in connessione alle problematiche condizioni dei 66.897 detenuti, 28.000 dei quali risultano in attesa di giudizio: ovvero il 42% dell'intera popolazione carceraria. Non sembra che tale situazione possa essere risolta dalla sostanziale conferma - e proroga - del cosiddetto «Piano Carceri» approvato dal precedente esecutivo, pur prendendo atto della disgiunzione delle funzioni di commissario straordinario da quelle di capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. In tale contesto, tenuto conto dei limiti del decreto-legge n. 211 del 2011, ci si attendono interventi ben più risolutivi della pur lodevole carta dei diritti e doveri dei detenuti e degli internati, all'esame del Consiglio di Stato. Con riguardo alla giustizia minorile, nel corso del 2011 l'esame delle statistiche ha confermato il preoccupante aumento generale della presenza negli istituti di minori di nazionalità italiana;
la relazione conferma la scopertura di 1.317 posti nell'organico della magistratura, che sarà parzialmente compensata dal compimento delle procedure concorsuali già poste in essere. In tale ambito si rileva inoltre come si dovrà attendere marzo-aprile del 2012, per la «prima bozza operativa», concernente la revisione dei tribunali e delle relative sezioni distaccate, tenuto conto che è in dirittura di arrivo il solo riassetto territoriale dei giudici di pace, approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri ed è in attesa di essere inviato al C.S.M. ed alle competenti Commissioni parlamentari per i prescritti pareri;
con riferimento agli strumenti deflattivi, la relazione conferma la fiducia del Governo nella «mediazione come strumento di risoluzione alternativa delle controversie civili e commerciali», ribadita dalle integrazioni apportate alla disciplina vigente dal decreto-legge 212 del 2011, onde potenziare la «mediazione delegata dal giudice». A tal proposito occorre rilevare che tali interventi giungano nelle more dell'attesa pronuncia della Consulta sul decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 che, sotto più profili, ha suscitato motivati dubbi sulla sua compatibilità costituzionale e comunitaria;
in materia di contrasto all'illegalità ed alla criminalità organizzata, si rileva l'assenza di ulteriori proposte di carattere normativo, preso atto della perdurante giacenza di numerosissimi disegni di legge in tal senso all'esame della Commissione giustizia del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. Con riferimento al cosiddetto «Codice Antimafia» (decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159), appare errata la sua definizione emergente dalla relazione in oggetto. Il provvedimento, in vero, non contiene una «ricognizione completa delle norme antimafia di natura penale, processuale e amministrativa», ma soltanto quelle concernenti le misure preventive;
un altro aspetto negativo del cattivo funzionamento della giustizia penale e dei problemi più impellenti che affliggono la giustizia italiana concerne la ragionevole durata del processo, in applicazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo concernente il diritto ad un processo equo. L'eccessiva durata dei processi, le numerose condanne inflitte all'Italia per i ritardi nelle decisioni, il grande numero delle pronunce di prescrizione (dopo anni di dibattimento e un enorme spreco di risorse), l'impossibilità per i pubblici ministeri di trattare tutte le notizie di reato ed il consequenziale e «obbligato» accantonamento in sede di indagini di migliaia di procedimenti, la mancanza di risorse finanziarie, di personale amministrativo e di magistrati, le ricadute negative dell'indulto e delle riforme a costo zero approvate in questi anni, sono tutti aspetti negativi che richiedono interventi urgenti;
considerato che:
una delle questioni cruciali per il nostro Paese, anche dal punto di vista economico, è rappresentata dalla risposta che il sistema giustizia è in grado di offrire al fenomeno della corruzione, che, oltre a determinare sacche di illegalità in ambiti pubblici e privati, costituisce una vera e propria «zavorra». La Corte dei conti ha affermato che la corruzione costa allo Stato italiano 60 miliardi di euro. È evidente che una risposta a tale problema non può essere circoscritta al piano giudiziario; tuttavia occorre rilevare che il Consiglio d'Europa ha più volte sottolineato criticamente come la prescrizione dei reati incida pesantemente, nel nostro Paese, sui processi per corruzione, invocando riforme che consentano di addivenire alle sentenze. Le riforme che sono state prospettate, rendono più difficile, a giudizio della magistratura e dell'avvocatura associata, l'impegno dell'Italia nella lotta alla criminalità e alla corruzione in particolare, reato per il quale la legge 5 dicembre 2005 n. 251 sulla prescrizione breve ha purtroppo già potuto dispiegare i suoi effetti. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa ha, peraltro, inviato all'Italia 22 raccomandazioni amministrative, procedurali (per evitare l'interruzione dei processi) e normative. Si ricorda che nel corso del G8 dell'Aquila del 2009 è stato sottoscritto il documento dell'Ocse per un global legal standard. Il predetto rapporto del Consiglio d'Europa si conclude con una raccomandazione all'Italia, ove si auspica l'individuazione di soluzioni che consentano di addivenire ad una pronuncia di merito;
la corruzione si alimenta con mille rivoli, comprese le consulenze, e si giova del fatto che molteplici strumenti normativi siano stati depressi o distrutti o non ancora introdotti. Tra i primi rientra la sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio che consente a vile prezzo le uscite «in nero» dalle casse di imprese pubbliche e private. Sul secondo versante è assolutamente urgente la definitiva approvazione delle norme anticorruzione, a cominciare dalla ratifica della Convenzione di Strasburgo. Su questo versante, dunque, l'Italia dei Valori auspica e chiede che questo Governo sostenga con forza la reintroduzione della precedente normativa degli articoli 2621 e seguenti, incardinata nella Commissione giustizia sulla base di due proposte di legge a firma rispettivamente Di Pietro e Palomba (finora bloccata dall'atteggiamento oppositivo del Popolo della libertà), così come la rapida approvazione dell'introduzione delle norme europee anticorruzione sbloccando il lavoro della prima Commissione e sostenendo l'introduzione nel nostro ordinamento delle numerose norme anticorruzione contenute nei corposi emendamenti all'articolo 9 (molti dei quali presentati dall'Italia che riguardano molte disposizioni utilissime, quali la corruzione in affari privati o l'autoriciclaggio). Riteniamo, inoltre, che un altro emendamento - auspicabilmente del Governo - escluda l'applicabilità dell'istituto della «prescrizione processuale» ai processi per il reato di corruzione, in quanto essa, oltre a non essere conforme alla tendenza espressa dalle fonti sovra-nazionali, rischia di impedire del tutto l'accertamento giudiziario in tale ambito penale;
appare grave la persistente mancata realizzazione della riqualificazione del personale amministrativo della giustizia, momento fondamentale per l'efficienza del comparto, proposto da una proposta di legge del gruppo Italia dei Valori. Nessun procedimento di riorganizzazione può sperare di funzionare omettendo un corretto riconoscimento delle professionalità del personale dell'amministrazione giudiziaria, il cui sviluppo di carriera è rimasto da lungo tempo bloccato, nonché un adeguato accesso di personale qualificato dall'esterno. È quindi necessario un programma di assunzioni, mediante concorso pubblico, di un cospicuo contingente di personale ed un percorso di valorizzazione delle professionalità esistenti, concertato con le organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori, nel rispetto delle indicazioni della Corte costituzionale in materia. Si consideri che il personale non ha visto riconosciuta, a differenza di quanto è avvenuto in altri settori della pubblica amministrazione, la progressione della carriera giuridica da almeno dieci anni, e si presenta, a causa dei ripetuti blocchi delle assunzioni disposti negli anni per motivi di cassa, intollerabilmente sottodimensionato e non rinnovato;
con riferimento alla questione della revisione della geografia giudiziaria, vanno riscontrate talune problematiche recate dalla legge delega, in particolare con riferimento alla possibilità ivi prevista di sopprimere in talune realtà le sole procure circondariali, e non i tribunali di riferimento, istituendo procure intercircondariali; tale situazione non consentirebbe l'esercizio della delega per lo svolgimento delle indagini, attualmente prevista nelle materie in cui è competente la cosiddetta procura distrettuale;
il gruppo Italia dei Valori della Camera, per dare risposte concrete ai mali effettivi della giustizia in Italia, ha depositato molti disegni di leggi, tutti finalizzati ad una maggiore efficienza ed incisività del sistema processuale, sia civile che penale, ritenendo prioritari per il miglioramento del servizio giustizia, interventi di riforma del regime dell'irreperibilità e del processo contumaciale. Basti citare quelli sulla certezza della pena e sui reati di maggior allarme sociale, quello recante disposizioni per l'accelerazione e la razionalizzazione del processo penale nonché in materia di prescrizione, o quello per la riforma del processo civile, insieme a tanti altri ancora. Questi testi, articolati e puntuali, contengono proposte capaci di incidere efficacemente sul sistema processuale e di offrire contributi migliorativi di assoluto rilievo. Il gruppo Italia dei Valori della Camera ha altresì presentato, in riferimento a disegni di legge esaminati, numerosi ordini del giorno volti ad indicare e risolvere le problematiche suddette, che non hanno ricevuto la necessaria attenzione e considerazione. Parimenti, nessun riscontro concreto hanno finora avuto le proposte legislative di iniziativa parlamentare volte a rafforzare la normativa sugli illeciti societari e per il contrasto alla circolazione e all'impiego di capitali illeciti, dando finalmente autonoma rilevanza penale alle cosiddette condotte di «autoriciclaggio», in modo da punire adeguatamente l'utilizzo e l'occultamento dei proventi criminosi, da parte di coloro che hanno commesso il reato che ha generato detti proventi;
occorre affrontare la complessa questione dei corrispettivi per le prestazioni di supporto tecnologico della attività tecnico-investigative svolte dalle aziende che forniscono servizi ed attrezzature a noleggio per le intercettazioni telefoniche ed ambientali poste in essere dalla Polizia giudiziaria e disposte dalle procure della Repubblica, nonché dei costi ad esso correlati. Considerato che nel nostro Paese, per le intercettazioni si spendono annualmente poco meno di 300 milioni di euro, cifra sicuramente elevata, effetto non già di un preteso abuso della prassi intercettativa che in realtà il numero delle persone effettivamente intercettate (meno di trentamila) non consente di denunciare, bensì di un poco accorto meccanismo di gestione delle risorse, dal momento che buona parte del costo è rappresentato dal noleggio delle apparecchiature preposte che, se acquistate direttamente, costerebbero, secondo gli studi dello stesso Ministero della giustizia, circa cinquanta milioni, a fronte di una situazione debitoria dello Stato verso le imprese del settore che ormai è giunta a sfiorare i cinquecento milioni di euro. A ciò si aggiunga il costo di ciascuna operazione che lo Stato italiano, esempio forse unico in Europa, paga agli operatori del traffico telefonico quasi si trattasse di un qualsiasi privato cittadino. Appare pertanto opportuno riprendere il disegno di legge n. 2501, recante modifiche all'articolo 268 del codice di procedura penale in materia di impianti di intercettazione telefonica, che, sulla linea indicata dal progetto del Governo nella XV legislatura, è finalizzato a concentrare le operazioni di captazione ed ascolto nel minor numero di strutture possibile, presso le procure della Repubblica in modo da ridurre i soggetti che possano avere accesso alle informazioni riservate da esse emergenti e garantire conseguentemente il miglior livello di sicurezza nella acquisizione e nel trattamento dei dati;
considerato, ancora, che:
con riferimento alle problematiche della situazione carceraria, non si può non rilevare il permanere di condizioni assolutamente paradossali, come quella di strutture terminate da molti anni e non ancora entrate in funzione, talune delle quali si presentano già obsolete, o come quella dei braccialetti elettronici, per la cui fornitura e gestione il Ministero della giustizia ha terminato quest'anno di pagare l'ultima rata decennale, per un totale di circa 110 milioni di euro, e che sono rimasti sostanzialmente inutilizzati. In materia di interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri, il Governo ha presentato alle Camere, per la conversione in legge, un decreto-legge con il quale dispone l'aumento da dodici a diciotto mesi del periodo finale di esecuzione della pena che può essere scontato presso il proprio domicilio previsto dalla legge n. 199 del 2010, aumento che appare eccessivo e presta il fianco a notevoli perplessità, in particolare in quanto consentirebbe di applicare il beneficio a soggetti che hanno ricevuto un aumento di pena in quanto recidivi. Per altri aspetti il decreto non appare efficace in quanto l'idoneità delle camere di sicurezza esistenti nel nostro Paese ai fini proposti è assai dubbia e peraltro la popolazione detenuta per meno di trenta giorni e, in gran parte per meno di dieci, rappresenta in realtà quasi la metà dei reclusi;
l'annoso ed ormai drammatico problema del sovraffollamento carcerario rappresenta una questione di legalità perché nulla è più disastroso che far vivere chi non ha recepito il senso di legalità e, quindi, ha commesso reati, in una situazione di palese non corrispondenza tra quanto normativamente definito e quanto attuato e vissuto. Sono in aumento i suicidi in carcere, così come sono in costante aumento le aggressioni nei confronti della polizia penitenziaria e gli atti autolesivi. Proliferano altresì le malattie infettive, vero pericolo per tutti coloro che vivono e lavorano in carcere. A questo quadro occorre fornire adeguate e concrete risposte normative, di tipo strutturale, sotto il profilo degli investimenti di adeguamento delle strutture esistenti, oltre che in riferimento alla creazione di nuovi istituti penitenziari. Esistono, paradossalmente, alcune strutture in cui non è possibile, per diversi motivi, ospitare i detenuti, spesso costruite e lasciate vuote da molti anni: esempio emblematico è rappresentato dal penitenziario di Arghillà (Reggio Calabria), irraggiungibile perché privo di una via di accesso;
siamo tuttavia contrari ad ogni ipotesi di amnistia o di indulto, come lo siamo stati in precedenza, perché rappresentano una sconfitta per il principio di legalità, per il principio di effettività della pena e per le tante vittime che hanno aspettato e sperato nel funzionamento della giustizia;
i provvedimenti indulgenziali non sono il modo per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, perché si commette un'ingiustizia sopra un'altra, e un'ingiustizia non può cancellarne un'altra. Riteniamo invece apprezzabile il suo approccio, laddove suggerisce di adottare misure alternative alla detenzione sotto diversi profili;
in sintesi, quindi, no all'amnistia, sì alle misure alternative, no al braccialetto che costa troppo e ha dato esito assolutamente negativo, e soprattutto, ministro, si faccia dare i fondi necessari per il piano per l'edilizia carceraria e anche per il personale penitenziario. Oggi, infatti, non si sa chi sia più recluso, se il personale di polizia penitenziaria o i detenuti. L'enorme buco nell'organico deve essere coperto, perché, se quell'organico era calibrato su 43.000 posti e oggi ci sono 5.000 operatori in meno e 20.000 detenuti in più nelle celle, questa situazione è insostenibile;
la popolazione delle carceri continua dunque a crescere, con tutte le relative conseguenze, mentre gli agenti penitenziari sono costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori, così come gli educatori, gli psicologi ed i medici. Il numero degli educatori è insufficiente. Risultano peraltro in aumento gli attacchi violenti al personale, che ormai in molti casi è demotivato, stanco per l'eccessivo carico di lavoro e comunque non adeguatamente retribuito. Esiste una problematica specifica connessa agli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, che si caratterizzano per una grave situazione di sovraffollamento e fatiscenza delle strutture. Occorre procedere ad interventi finalizzati al loro definitivo superamento;
valutato che l'articolo 27, comma terzo, della Costituzione sancisce solennemente che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Tale indiscutibile principio di carattere finalistico ed educativo non può identificarsi, sotto il profilo statuale, solo con il pentimento interiore, con qualsiasi pena ed in qualsiasi condizione carceraria. Deve, pertanto, intendersi come concetto di relazione, rapportabile alla vita sociale e che presuppone un ritorno del soggetto nella comunità esterna. Rieducare il condannato significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali del giusto rapporto con gli altri; deve intendersi come sinonimo di «recupero sociale» e di «reinserimento sociale». Ciò può avvenire solo in un quadro in cui siano evitate tutte le forme mascherate di amnistia e siano assicurate la certezza del diritto e della pena;
considerato infine essenziale il perseguimento del principio di legalità e valutata l'ineludibilità dell'efficienza del sistema giudiziario per il contrasto prioritario alla criminalità organizzata, alla corruzione ed all'evasione fiscale e, quindi, per il progresso socio-economico del Paese;
per quanto riguarda la giustizia minorile, si tratta di un settore di straordinaria importanza che è all'avanguardia nel mondo e copiato da molti Stati sia nella sua organizzazione e specializzazione, sia negli strumenti normativi, primo tra i quali il sistema del processo penale minorile in vigore dal 1989 e ispirato alle disposizioni sovranazionali, prima fra tutte quella sulle regole minime delle Nazioni Unite per l'amministrazione della giustizia minorile, approvate a Pechino nel 1990. Vorremmo richiamarla, signor ministro, alla necessità che lei non consenta lo smantellamento di una struttura che costituisce un fiore all'occhiello del sistema giustizia. Questo settore ha introdotto istituti innovativi, utili anche per l'ordinamento generale, quali l'improcedibilità per tenuità del fatto e la sospensione del processo con messa alla prova;
questo prezioso settore si trova esposto alla tagliola della riduzione strutturale per effetto della normativa che prevede la diminuzione da tre a due direzioni generali. L'interpretazione che ne ha dato la precedente amministrazione della giustizia riguardava la soppressione delle direzioni generali concernente il personale con il passaggio di quello penitenziario al DAP e di quello civile all'organizzazione giudiziaria. È evidente che tutto ciò rappresenterebbe lo smantellamento di professionalità di grande rilievo ed il venir meno di un'esperienza di grandissimo rilievo, con un danno irreparabile. La riduzione delle direzioni generali da tre a due può farsi anche mantenendo al dipartimento della giustizia minorile la gestione del personale attualmente in forza e delle strutture e servizi ad altissima specializzazione;
inoltre, la giustizia minorile ha visto la riduzione pesante dei trasferimenti che vanno ad incidere anche su prestazioni essenziali quali il vitto ed il vestiario dei giovani presenti negli istituti penali minorili;
ciò premesso, preso atto delle comunicazioni del ministro della giustizia ed esprimendo apprezzamento
invita il Governo, in materia di amministrazione della giustizia:
ad indicare chiaramente le riforme possibili, le priorità ed i tempi di realizzazione con riferimento alle problematiche di cui in premessa;
ad intraprendere la strada di una riforma coerente e positiva di sistema, intervenendo sulla struttura del procedimento penale per eliminare gli ostacoli alla sua celere celebrazione, in modo da risolvere definitivamente i problemi della giustizia legati alla ragionevole durata del processo, anche in ragione dei pressanti inviti rivolti al nostro Stato ad esibire risultati concreti o piani d'azione realistici per porre rimedio alle gravi carenze strutturali. Ulteriori ritardi nell'assumere le opportune misure contribuirebbero significativamente alle accuse di violazione dei diritti umani e costituirebbero in ogni caso una seria minaccia al principio dello Stato di diritto;
a sostenere l'esame e l'approvazione dei disegni di legge recanti interventi sistemici, tra i quali quelli presentati alla Camera in materia di accelerazione e razionalizzazione del processo penale e di prescrizione dei reati; riforma del processo civile, revisione della disciplina processuale del lavoro; efficienza della giustizia, istituzione dell'«ufficio per il processo» e riorganizzazione dell'amministrazione giudiziaria, nonché in materia di magistratura onoraria, reati di grave allarme sociale e certezza della pena, diritto societario e ripristino della disciplina previgente in materia di falso in bilancio e reati societari (articoli 2621 e seguenti del codice civile);
a sostenere altresì l'esame e l'approvazione delle proposte di Italia dei Valori in materia di «autoriciclaggio» e meccanismi di prevenzione applicabili agli strumenti finanziari, di lotta alla corruzione con l'accoglimento degli emendamenti presentati dall'Italia dei Valori in materia di nuovi delitti, oltre che a presentare un emendamento per l'esclusione della prescrizione processuale in tema di corruzione, collaboratori di giustizia, scambio elettorale politico-mafioso;
a sostenere l'approvazione della proposta di legge in materia di Fondo unico giustizia al fine di assegnare stabilmente il 49 per cento della totalità delle somme, e non solo di una quota parte delle stesse, al Ministero della giustizia ed al Ministero dell'interno ed il rimanente 2 per cento al bilancio dello Stato, superandosi definitivamente il regime di ripartizione delle risorse introdotto dal febbraio 2009 aumentando le dotazioni riservate alla giustizia;
a voler favorire, per quanto di competenza, il sollecito esame della proposta di Italia dei Valori in materia di inasprimento delle pene ed esclusione dell'applicazione dell'istituto della sospensione condizionale della pena per reati concernenti l'evasione e l'elusione fiscale;
a valutare l'opportunità di istituire una procura nazionale per la sicurezza sui luoghi di lavoro, anche attraverso la modifica all'articolo 19 del decreto legislativo n. 160/2006, nel senso di consentire la permanenza in servizio, presso lo stesso ufficio e per oltre i dieci anni, ai magistrati appartenenti a gruppi di lavoro specializzati;
a provvedere urgentemente al reperimento delle risorse adeguate per assicurare un'efficiente e celere amministrazione della giustizia ed anche una riforma organica del processo sia civile che penale, con particolare riferimento al sistema delle comunicazioni e delle notificazioni per via telematica, in modo da consentire agli uffici giudiziari di gestire il carico degli adempimenti e di superare i ritardi nella trattazione dei processi determinati da meri problemi procedurali o formali;
a prevedere un significativo incremento di personale nel comparto della giustizia, sia giudicante che amministrativo, con particolare riferimento ai servizi di cancelleria, assicurando inoltre un intervento urgente per garantire la verbalizzazione e la trascrizione degli atti presso tutti i singoli uffici giudiziari, quale passaggio fondamentale per lo svolgimento dei processi penali;
a reperire le necessarie risorse finanziarie per salvaguardare i livelli retributivi degli operatori della giustizia e del settore carcerario, nonché - soprattutto - per l'edilizia penitenziaria, prevedendo l'ampliamento e l'ammodernamento delle strutture esistenti con piena trasparenza e nel rispetto delle normative comunitarie, assicurando l'attuazione dei piani e dei programmi a tal fine previsti da precedenti leggi finanziarie, anziché a fare ricorso soltanto a procedure straordinarie in deroga alla normativa sugli appalti di lavori pubblici;
a provvedere ad una conseguente rimodulazione del numero di magistrati in distacco presso il Ministero della giustizia e presso le altre amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, anche al fine di sopperire al permanere della scopertura degli uffici giudiziari, con particolare riferimento alle sedi che si trovano in aree più esposte alla criminalità organizzata;
a riavviare il confronto con le rappresentanze sindacali del personale amministrativo e dirigenziale al fine di un confronto concreto e costruttivo sulle problematiche del settore e degli operatori; a convocare, parimenti, i sindacati di polizia penitenziaria e le rappresentanze di tutto il personale penitenziario ed a reperire adeguate risorse per consentire di colmare la grave e perdurante scopertura di organico del personale;
ad informare il Parlamento sui lavori e i risultati del gruppo istituito con il precipuo compito di elaborare proposte di riorganizzazione dei circuiti detentivi e di possibili interventi normativi finalizzati a ridurre il sovraffollamento carcerario;
a voler mettere in atto ogni iniziativa volta alla predisposizione di strategie di investimenti di lungo periodo volte alla informatizzazione e digitalizzazione del comparto giustizia;
con riferimento al sistema carcerario impegna, altresì, il Governo:
a fornire al Parlamento un elenco completo delle strutture penitenziarie già edificate e pronte all'utilizzo che, tuttavia, non sono state ancora rese operative, evidenziando le motivazioni che sottostanno al mancato utilizzo delle stesse e le misure che si intende assumere per rimuovere immediatamente gli ostacoli;
a disporre le opportune verifiche all'interno degli istituti penitenziari - compresi gli ospedali psichiatrici giudiziari, in vista del loro definitivo superamento - al fine di accertare che le condizioni strutturali, le risorse economiche e strumentali disponibili assicurino che non sia posta in essere alcuna violazione del diritto a non subire trattamenti degradanti o vessatori di natura fisica o psicologica;
a valutare il prioritario adattamento delle strutture esistenti, ove possibile, in luogo della moltiplicazione di procedure speciali e derogatorie alla vigente normativa edilizia e delle opere pubbliche;
a valutare, in tale contesto, anche l'opportunità di una diversa utilizzazione di immobili ad uso penitenziario siti nei centri storici che si rivelino non adattabili procedendo alla realizzazione di nuovi e moderni istituti penitenziari in altri siti, assicurando sempre nell'affidamento dei lavori il pieno rispetto della normativa nazionale e comunitaria vigente;
a reperire le necessarie risorse finanziarie per salvaguardare i livelli retributivi degli operatori della giustizia e del settore carcerario, nonché per l'edilizia penitenziaria prevedendo, nel rispetto della normativa vigente, la realizzazione di nuove strutture solo ove necessario e, con priorità, l'ampliamento e l'ammodernamento di quelle esistenti che siano adattabili, assicurando anche l'attuazione dei piani e dei programmi a tal fine previsti da precedenti leggi finanziarie, in luogo del ricorso a procedure straordinarie in deroga alla normativa sugli appalti di lavori pubblici;
ad incoraggiare un significativo miglioramento della qualità di preparazione del personale penitenziario adibito alla custodia a qualsiasi livello gerarchico, attraverso processi di formazione che non si fermino alla fase iniziale di impiego ma accompagnino l'operatore lungo l'intera sua attività lavorativa, e che abbiano tra i propri obiettivi quello di istruire in merito ai diritti umani e ai meccanismi di prevenzione delle loro violazioni, nonché ai percorsi di reinserimento sociale delle persone detenute. Una cultura della polizia penitenziaria improntata in questo senso, oltre ad apportare un beneficio all'intero sistema e a dargli un indirizzo più attento al trattamento in generale, eviterebbe inutili conflittualità spesso all'origine di rapporti disciplinari ostativi di benefici penitenziari e modalità alternative di espiazione della pena;
a convocare i sindacati di polizia penitenziaria e le rappresentanze di tutto il personale penitenziario al fine di un confronto concreto e costruttivo sulle problematiche delle carceri e degli operatori;
ad assumere iniziative per lo stanziamento di fondi necessari per completare l'organico degli operatori, compresi psicologi ed educatori, previsti dalla pianta organica attualmente vigente presso il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, considerato che lo sforzo economico da sostenere è esiguo ma necessario per far funzionare meglio ed in modo più umano una branca importantissima del nostro sistema giustizia, che non può più attendere;
a sostenere iniziative al fine di promuovere, con adeguati provvedimenti organizzativi e di finanziamento, l'attuazione del diritto al lavoro in carcere, sotto il profilo educativo e, più in generale, sotto quello economico, anche attraverso l'utilizzo di cooperative esterne, sulla base di positive esperienze già registrate in altri Paesi dell'Unione europea;
ad informare il Parlamento sull'attuale ed effettivo stato di utilizzo degli strumenti tecnici di controllo a distanza dei soggetti condannati agli arresti domiciliari ovvero all'obbligo di dimora (cosiddetti braccialetti elettronici) sulle verifiche dell'efficacia di tali strumenti, sui costi unitari dei braccialetti in questione e sulle condizioni contrattuali per il loro utilizzo;
con riferimento alla giustizia minorile impegna:
a preservare e potenziare l'attuale strutturazione ed organizzazione della giustizia, evitando ed impedendo lo smembramento con il passaggio delle professionalità in carico ad essa ad altri rami dell'amministrazione della giustizia, che non ne trarrebbero vantaggio data l'esiguità del numero di unità di personale, adeguatamente modellando il decreto attuativo della ristrutturazione del settore in modo da perseguire quell'obiettivo;
a potenziare il settore fornendolo degli strumenti operativi e finanziari necessari per perseguire l'obiettivo del recupero sociale di cittadini particolarmente vulnerabili ed indifesi anche a cagione della loro età minore.
(6-00101) «Di Pietro, Palomba, Donadi, Borghesi, Evangelisti».