• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Corrado Clini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.


PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Corrado Clini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.
Ringrazio il Ministro Clini e gli do subito la parola per la sua relazione.

CORRADO CLINI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Grazie.
Forse «linee programmatiche» è una espressione un po' ambiziosa. Non abbiamo avuto il tempo di stilare delle vere linee programmatiche perché, appena insediati, abbiamo cominciato a correre tra la Sicilia, la Liguria e Napoli, da un lato per gli eventi climatici estremi che si sono verificati in quelle regioni e dall'altro perché la situazione dei rifiuti a Napoli sta diventando di nuovo delicata. Ho capito che è abbastanza


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difficile entrare in partita avendo in mente una certa idea e un certo timing e trovarsi invece ad affrontare questioni almeno in parte non previste.
In maniera molto sintetica vorrei riferire quello che siamo riusciti a mettere insieme e quello che stiamo mettendo insieme in questi giorni per definire una linea di misure realisticamente attuabili nel tempo di questo Governo e avendo ben chiaro il nostro compito.
Per quanto riguarda la sicurezza idrogeologica e la difesa del suolo, abbiamo di fronte una situazione che si può rappresentare in questo modo. Negli ultimi vent'anni abbiamo avuto mediamente danni stimabili in circa un miliardo di euro all'anno a causa degli eventi estremi che si sono verificati.
In particolare, l'entità dei danni tende a crescere negli ultimi anni perché eventi estremi che avevano mediamente tempi di ritorno molto diradati, cioè che si verificavano con una frequenza abbastanza ridotta, oggi si presentano, invece, con frequenza molto più rapida. Questo determina danni diretti importanti, riferiti sia alle strutture economiche sia alla sicurezza del territorio sia, purtroppo, in termini di vittime tra la popolazione.
Questi eventi sono in parte ascrivibili a una nota situazione di vulnerabilità del territorio italiano, peraltro ben descritta in documenti ufficiali non solo recenti, ma anche risalenti a venti o trenta anni fa. Tale vulnerabilità è però accentuata negli ultimi anni da eventi estremi con caratteristiche diverse da quelle standardizzate nei decenni passati.
Non voglio soffermarmi sul rapporto di causa-effetto tra i cambiamenti climatici globali e questi eventi perché le incertezze scientifiche sono ancora molte. Posso, però, dire che si stanno verificando eventi in qualche modo previsti negli scenari climatici regionali relativi al Mediterraneo e individuati,


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in primo luogo, dal panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, cioè l'organizzazione delle Nazioni Unite che aggiorna il rapporto sul clima ormai a partire dal 2000. Inoltre, gli stessi scenari sono stati delineati da organizzazioni e istituzioni scientifiche europee, compreso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, istituito in Italia attraverso un co-finanziamento del Ministero dell'ambiente, del Ministero dell'economia e del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca nel 2005 e oggi centro di eccellenza nel network europeo dell'osservazione dei cambiamenti climatici.
Questi scenari prefigurano un'alternanza di periodi più lunghi, rispetto all'esperienza dei decenni passati, di siccità e di periodi di intense piogge, causa di precipitazioni molto importanti in un lasso di tempo molto breve. È esattamente ciò che è avvenuto negli ultimi eventi di quest'anno, ma si è ripetuto anche nel corso degli ultimi dieci anni almeno.
Questa situazione mette sotto stress un territorio già vulnerabile perché accentua i fenomeni di erosione, soprattutto nelle zone collinari e in quelle che sono attraversate da corsi d'acqua non calibrati su una portata corrispondente alla dimensione attuale delle piogge, ma calibrati naturalmente su portate che rientravano nel range delle piogge dei decenni precedenti
Questi eventi incidono poi, in maniera particolare, sulle aree urbane per tre motivi. Il primo riguarda la capacità della rete fognaria. Le reti fognarie sono tarate su regimi di pioggia che non sono esattamente quelli che si sono verificati. La seconda circostanza riguarda, come nel caso di Genova, la tombinatura dei torrenti e dei corsi d'acqua presenti nell'area urbana, che è stata effettuata nel corso dei decenni e addirittura dei secoli per rendere disponibili aree nell'ambito


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dello spazio rubano e perciò eliminare le barriere da essi rappresentate. La portata di queste canalizzazioni sotterranee è di nuovo una portata che non regge improvvise e importanti precipitazioni.
A questo bisogna aggiungere la terza circostanza, rappresentata da un'estensione importante della cementificazione dei suoli disponibili nelle aree urbane e nelle relative aree periferiche. Ciò di fatto sottrae territorio per l'assorbimento delle acque, cosicché l'acqua che arriva in quantità importante non viene laminata e assorbita dai suoli, ma scorre su superfici impermeabili e aumenta la pressione sia sulle reti fognarie sia sui corsi d'acqua tombati.
Quest'ultima situazione determina poi gli eventi che abbiamo visto in particolare a Genova, mentre l'aumento della permeabilità di zone già vulnerabili riguarda i casi dell'alta Toscana e soprattutto della Sicilia. Dobbiamo, però, aver presente che condizioni di vulnerabilità simili a quelle di Genova, della Sicilia e dell'alta Toscana si trovano in molte zone d'Italia. L'Appennino centrale, la Calabria e molte zone costiere, ad esempio, sono esposti ai rischi derivanti da eventi climatici estremi.
Una situazione che, per esempio, viene delineata negli scenari è la combinazione di eventi climatici estremi e di aumento del livello del mare, che si può determinare anche per circostanze temporanee - i cosiddetti uragani del Mediterraneo - e che vede esposte alcune zone importanti del nostro Paese: nel Lazio la pianura dell'Agro Pontino, nello Jonio le pianure e le coste della Puglia e nel nord dell'Adriatico tutta la costa che va dal Po fino a Monfalcone.
Come sapete, parte di questa costa già oggi è sotto il livello del mare e viene tenuta all'asciutto grazie a idrovore che servono a impedire gli allagamenti. La portata delle idrovore


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potrebbe non essere più sufficiente per coprire questi eventi estremi. Un caso a parte riguarda la laguna di Venezia, caso bene affrontato, come sapete, con la realizzazione del MOSE.
A fronte di questa situazione, la riflessione che stiamo facendo, anche in considerazione delle norme esistenti, delle misure già adottate e dei programmi in parte già finanziati, riguarda la necessità di una strategia di prevenzione a livello nazionale che sia in grado di intervenire in maniera razionale e ordinata sulle aree di vulnerabilità per prevenire gli effetti degli eventi climatici estremi.
Abbiamo già alcuni strumenti in funzione. Abbiamo una mappa del rischio idrogeologico, abbiamo i programmi regionali per l'aggiornamento della vulnerabilità a livello regionale e abbiamo il sistema della Protezione civile, che è dotata di un importante ed efficiente sistema di previsione e di allerta. Tuttavia, questo complesso di iniziative esistenti ha due vincoli.
Il primo è rappresentato dal fatto che non c'è omogeneità nel territorio nazionale fra le regioni. La capacità di previsione, di allerta e anche di intervento è molto differenziata. Dall'altro lato, sappiamo anche che l'evoluzione degli eventi climatici richiede un aggiornamento delle mappe di vulnerabilità, soprattutto perché bisogna considerare quali potrebbero essere i danni derivanti dal ripetersi di questa tipologia di eventi, che sono ancora considerati eventi straordinari e perciò non rientrano nella procedura ordinaria di valutazione del rischio.
Con riferimento alle prime misure che stiamo cercando di adottare, faccio presente che stiamo predisponendo un decreto legge che verrà sottoposto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri entro venerdì prossimo, per affrontare prioritariamente due tematiche. La prima riguarda le situazioni di emergenza. Seguendo il suggerimento della Protezione civile,


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riteniamo che gli interventi in caso di emergenza devono essere resi possibili sin dall'inizio dell'evento calamitoso. Come sapete, in base all'articolo 5 della legge n. 225 del 1992, come modificato dal decreto-legge n. 225 del 2010 (cosiddetto «decreto Milleproroghe»), ora ci troviamo in una situazione particolare perché la legge prevede che ogni intervento sia preventivamente autorizzato dalla Corte dei conti.
In generale questo è un dato di buongoverno, perché in questo modo si vuole evitare che fondi destinati alle emergenze vengano usati per altro. È sacrosanto, dunque, ma è altrettanto vero che le norme dovrebbero rendere possibili le iniziative alle quali sono finalizzate. È assolutamente difficile immaginare che l'autorità competente, sia essa il comune o lo stesso Dipartimento della Protezione civile, a fronte dell'emergenza di intervenire, ad esempio, per liberare le strade coperte dal fango o il corso dei fiumi, debba chiedere il parere preventivo alla Corte dei conti. Il tempo che passa tra l'esigenza di intervenire e la risposta dalla Corte dei conti, per quanto rapida, può essere molto pericoloso, se siamo in condizioni di emergenza.
Una prima indicazione è, quindi, quella di superare questo vincolo, immaginando che non venga applicato almeno per le prime due settimane a partire dalla data dell'evento calamitoso, fermo restando che le spese sostenute dovranno essere documentate e certificate.
Il secondo intervento al quale stiamo lavorando è quello di dare continuità al fondo per la Protezione civile, facendolo diventare anche un fondo per la prevenzione. Su questo abbiamo lavorato insieme al Capo della Protezione civile, il prefetto Gabrielli, e l'ipotesi è quella di dare continuità a una norma già in vigore, ancorché temporanea, quale il prelievo di 2 centesimi sull'accisa per i carburanti, per finanziare il fondo


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e far sì che questo prelievo sia destinato in parte al fondo per le emergenze e in parte ad un fondo per la prevenzione da istituire presso il Ministero dell'ambiente.
Il problema vero non è dove si mettono i soldi, ma qual è la finalità delle risorse. Occorre, cioè, creare una capacità di investimento pubblico per la prevenzione del rischio idrogeologico che sia sostenuta da un'entrata stabile e sicura e che non sia assoggettata, come è avvenuto con l'ultima legge di stabilità, ai tagli che hanno quasi azzerato, per esempio, il fondo esistente presso il Ministero dell'ambiente per la prevenzione del dissesto idrogeologico.
Stiamo poi lavorando su altre due ipotesi. La prima è quella di dar vita a un fondo rotativo, finalizzato alla prevenzione del rischio idrogeologico, a favore di imprese private o di soggetti privati, attraverso l'erogazione di crediti a basso tasso di interesse che consentano di finanziare interventi presumibilmente in grado di ripagare l'investimento iniziale, non soltanto perché sarebbe messo in sicurezza il territorio, ma anche perché consentirebbero, per esempio, la continuità in sicurezza di attività produttive in siti vulnerabili.
L'altro strumento potrebbe essere quello del credito d'imposta per investimenti in queste aree a favore di quei titolari della proprietà delle aree stesse che intendano realizzare opere con un effetto positivo sulla sicurezza dei suoli, immaginando che in entrambi i casi i proprietari di aree o di insediamenti che insistono in zone vulnerabili abbiano un interesse diretto a rafforzare le misure di prevenzione e a prevenire i rischi dei danni che altrimenti, come abbiamo visto, si verificano.
Un ultimo aspetto riguarda le questioni, in parte collegate, dei condoni edilizi, da un lato, e della delocalizzazione degli insediamenti non recuperabili dal punto di vista del rischio, dall'altro. L'analisi storica degli eventi mette in evidenza che


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in molti casi i danni sono maggiori laddove sono stati autorizzati con il condono edilizio insediamenti che non avrebbero dovuto essere autorizzati. Spesso, infatti, questi insediamenti si collocano in zone non servite e non infrastrutturate, che, per esempio, non dispongono nemmeno delle misure minime di sicurezza per la gestione del deflusso delle acque.
D'altra parte, come dimostra l'esperienza di Genova, vi sono insediamenti sicuramente esposti a rischi molto elevati che richiedono misure di prevenzione più drastica. Qualcuno ha detto che vogliamo proporre l'evacuazione delle zone a rischio. Questo evidentemente non è il caso. Si tratta, però, attraverso un miglioramento della mappa della vulnerabilità, di identificare quelle situazioni che il linea di massima non sono sostenibili a fronte di eventi estremi. E, allora, piuttosto che trovarci nella situazione in cui ci troviamo ripetutamente quando contiamo i morti, probabilmente è meglio eliminare il rischio.
Credo che questo sia un argomento molto delicato perché impatta su situazioni e abitudini consolidate, ma dobbiamo anche capire che quanto sta avvenendo dal punto di vista climatico non fa parte delle abitudini e che perciò dobbiamo fronteggiare situazioni nuove con misure nuove.
L'altra situazione che stiamo cercando di affrontare è la cosiddetta «emergenza rifiuti», sapendo che, oltre alla Campania, vi sono altre regioni a rischio, dalla Calabria al Lazio. Stiamo cercando, se possibile, da tecnici, un modo ordinato e razionale per affrontare queste tematiche. Io sarò a Napoli sabato per incontrare il sindaco, il presidente della regione e il presidente della provincia.
La situazione di Napoli è di nuovo al limite e credo che forse valga la pena cominciare a ragionare mettendo in fila le


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opzioni tecnologiche e organizzative per la gestione dei rifiuti che sono già applicate con successo in altre regioni italiane (oltre che in Paesi esteri che oggi sono i luogo di destinazione finale del trasporto dei rifiuti) e partendo dal presupposto che, se esistono soluzioni o azioni funzionanti, già sperimentate e con risultati consolidati in termini ambientali, non ci possono essere ragioni speciali che consentano ad alcune regioni o comuni di mettere in discussione l'efficacia di queste soluzioni tecnologiche.
Capisco che sia un lavoro difficile, ma credo che sia l'unico modo per fare almeno chiarezza e distinguere le obiezioni di carattere tecnologico e ambientale dalle obiezioni di carattere politico, che sono cosa diversa. È importante che questo doppio pacchetto di reazioni venga considerato per quello che è.
Credo che nelle regioni in emergenza o vicine all'emergenza la misura più rapida e più efficace sia sicuramente quella di dare vita in maniera urgente alla raccolta differenziata dei rifiuti finalizzata al loro recupero. La raccolta differenziata che porta i rifiuti differenziati nella stessa discarica è ridicola, oltre che comportare un costo aggiuntivo enorme per la popolazione. La raccolta differenziata che si lega a un ciclo economico per il riciclo e il recupero dei rifiuti è, invece, assolutamente utile e ha anche vantaggi economici per chi oggi la pratica.
Non è molto difficile dal punto di vista tecnico e organizzativo, ma potrebbe essere reso difficile dalle circostanze ambientali, a cominciare dal ruolo dalla malavita organizzata. Me se questo è il problema, allora dobbiamo capire che non abbiamo soluzioni negoziabili. Dobbiamo adottare soluzioni eccezionali. Non escludo che possa essere richiesto il contributo delle forze dell'ordine e dell'esercito per affrontare la


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questione, qualora ci trovassimo di nuovo in situazioni come quelle di Napoli, dove due giorni fa c'è stato uno sciopero degli addetti alla raccolta dei rifiuti che ha prodotto gli effetti che ha prodotto. Dobbiamo essere molto tranquilli e guardare le cose in faccia per capire a chi convenga e quali siano gli effetti di una situazione di questo tipo.
Non credo che servano norme particolari da applicare. La normativa c'è. Qui si tratta proprio di mettere in piedi organizzazioni e gestioni. Con lo stesso approccio bisogna affrontare il tema delle discariche e degli inceneritori o termovalorizzatori, sapendo che si tratta di soluzioni tecnologiche consolidate che consentono di risolvere il problema e di gestirlo in maniera efficace ed anche economicamente valida.
Certo, abbiamo sempre l'annosa questione della localizzazione. Ma, anche qui si tratta di fare chiarezza. Non si capisce perché soluzioni tecnologiche che funzionano nel centro di Copenaghen, città modello per la sostenibilità ecologica a livello internazionale pur avendo un inceneritore nel centro della città, a Vienna, ad Amsterdam, a Brescia o a Milano improvvisamente non sono applicabili in altre aree.
Escludo la possibilità che esistano nicchie biologiche o genetiche che non consentono di convivere con queste opzioni, opzioni che restano marginali se funziona la raccolta differenziata connessa al ciclo del recupero, opzioni che, invece, diventano drammaticamente urgenti se non c'è altro che la raccolta indifferenziata dei rifiuti e il loro accatastamento da qualche parte. Le due cose sono tra loro connesse.
Un'altra tematica che stiamo affrontando, perché anch'essa urgente ed emergente, è quella delle bonifiche dei suoli contaminati. Da questo punto di vista, posso dire che abbiamo una certa convergenza con le regioni e le municipalità che ho


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consultato sul fatto che i siti di interesse nazionale sono stati perimetrati avendo in mente non tanto l'obiettivo della bonifica, quanto l'obiettivo di ricevere fondi pubblici con la motivazione della bonifica. Lo stesso è avvenuto in molti casi per le emergenze, su cui poi tornerò. Ciò determina difficoltà enormi nella realizzazione pratica delle bonifiche.
Per questo, dobbiamo rapidamente procedere a riperimetrare i siti contaminati in relazione alla effettiva contaminazione e non a una supposta contaminazione. Per questi siti dobbiamo, inoltre, individuare le modalità di bonifica che ne consentano un uso, che non può comunque essere illimitato. Non possiamo immaginare che ogni sito contaminato debba diventare un campo di grano o un parco giochi. Alcuni siti possono essere utilizzati per alcune attività produttive o commerciali oppure semplicemente come terminali portuali, in quanto vi è una certa coesistenza tra il suolo e la falda acquifera.
Se la falda acquifera è contaminata, ma il suolo può essere gestito, bisogna adottare due procedure differenti. Un conto è la depurazione delle acque e un conto è l'uso del suolo. Se l'uso del suolo non determina contaminazione delle acque, potrebbe essere un uso ammissibile. Per esempio, vi sono molte aree industriali contaminate e abbandonate che potrebbero essere sede di insediamenti per impianti di energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, e che potrebbero rappresentare anche una svolta industriale per zone lasciate da anni in una situazione di non uso a causa della procedura di bonifica aperta, della vertenza sulle responsabilità della bonifica, delle transazioni per il pagamento dei danni presunti eccetera.
Altre zone, invece, potrebbero essere utilizzate per scopi più ampi perché la contaminazione può rientrare all'interno


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dei limiti di tollerabilità che sono adottati, per esempio, a livello europeo. Non si capisce perché sono riusciti a spostare il porto di Rotterdam da una parte all'altra, a gestire con successo in Gran Bretagna la deindustrializzazione di Manchester o di Birmingham, a risanare in Germania la Ruhr e in Italia non si possa procedere al risanamento di siti importanti e strategici per lo sviluppo urbano, siti bloccati da almeno dieci anni per contenziosi vari attorcigliati, in parte, attorno a una normativa che, da un lato, è molto vincolante per gli obiettivi di risanamento e, dall'altro, lascia troppa discrezionalità.
Per dirla in termini chiari, è quasi sempre prevedibile - ed è quasi sempre avvenuto - che anche procedure identificate e concordate siano poi messe in discussione dall'autorità giudiziaria, che in base alla legge può interpretare in maniera discrezionale gli obiettivi di risanamento precedentemente indicati. Abbiamo bisogno di intervenire su questo tema sicuramente di tenore ambientale, ma anche rilevante per lo sviluppo. Importanti aree delle nostre città sono, infatti, vincolate dalla gestione della normativa delle bonifiche. A mio avviso, tale normativa dovrebbe essere riportata nell'ambito delle norme europee e delle gestioni che normalmente avvengono negli altri Paesi europei.
Altra questione che abbiamo in calendario e sulla quale stiamo già lavorando riguarda, invece, il completamento del pacchetto degli incentivi per le fonti rinnovabili. Come sapete, il decreto legislativo n. 28 del 2011, che ha recepito la direttiva europea sulle fonti rinnovabili, è stato perfezionato soltanto in relazione al fotovoltaico con l'emanazione del cosiddetto «Quarto conto energia», risultato di un faticosissimo processo.
Dobbiamo affrontare la tematica di tutte le altre fonti rinnovabili regolamentate, a cominciare delle biomasse e dai


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biocombustibili, tenendo conto che dobbiamo assicurare, da un lato, la massima utilizzazione di queste fonti e, dall'altro, il rispetto degli usi bilanciati del territorio. Per esempio, dobbiamo cercare di evitare che l'utilizzazione delle biomasse, e in particolare del biogas, per la produzione di elettricità determini una competizione tra la produzione di energia e le produzioni agricole.
Dobbiamo cercare di potenziare, nell'ambito delle misure incentivanti, quelle tecnologie che rappresentano la sfida sul fronte dell'innovazione tecnologica e che consentirebbero all'Italia di giocare una partita importante, in particolare per quanto riguarda la filiera dei biocombustibili connessa alla «chimica verde», cioè alla sostituzione della matrice da olio della petrolchimica tradizionale con una matrice biologica.
Su questo in Italia abbiamo competenza e abbiamo anche disponibilità di investimenti privati. Dobbiamo essere in condizione di facilitare queste soluzioni. Io, per esempio, sono molto preoccupato del ritardo con il quale si muove l'accordo di Porto Torres fra ENI e Novamont per sostituire la matrice biologica, almeno in parte, alla matrice tradizionale. Esistono possibilità interessanti anche a Porto Marghera per cambiare la struttura di quel che rimane della produzione petrolchimica con matrice biologica. Questo vuol dire valorizzare le fonti rinnovabili in processi produttivi diversi dalla generazione di elettricità.
Tecnologicamente, però, queste filiere sono abbastanza simili. La produzione di bioetanolo di seconda e di terza generazione si associa strettamente alla filiera della «chimica verde» per le produzioni chimiche. Spero che, all'interno dei provvedimenti che stiamo preparando e che miriamo a finalizzare entro la metà del mese di dicembre, siano possibili


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forme di incentivazione a favore di investimenti che consolidino in Italia una capacità di produzione innovativa in questa area delle fonti rinnovabili.
Questa, del resto, è un'esigenza che abbiamo anche per il fotovoltaico. La grande difficoltà che abbiamo avuto nell'emanazione del «Quarto conto energia» nasce, anzitutto, dalla richiesta di chi ha avuto grandi vantaggi economici dall'importazione di moduli fotovoltaici grazie allo schema degli incentivi adottato nel 2007, che in larga misura ha portato vantaggi prevalenti a chi esportava in Italia i moduli fotovoltaici. La stima è che l'85 per cento degli incentivi applicati nel nostro Paese vada a vantaggio di imprese localizzate al di fuori dell'Italia e che il 15 per cento di questi vantaggi sia attribuito a imprese attive prevalentemente nel settore dell'assemblaggio e del montaggio.
È una situazione assolutamente negativa per l'economia italiana. Nel completamento del pacchetto stiamo cercando di prevedere misure incentivanti che rafforzino la capacità di investimento in Italia nei segmenti innovativi anche del solare. Oggi nel mondo le più grandi compagnie internazionali e i più importanti fondi di investimento stanno puntando sullo sviluppo di nuove tecnologie e del solare ad alta efficienza.
Il modulo fotovoltaico ha attualmente un'efficienza più o meno del 12 per cento. Teoricamente ci sarebbe un 88 per cento di energia solare ancora da utilizzare. Se riuscissimo a fare il salto tecnologico che ci consentisse almeno di raddoppiare l'efficienza - ci sono ricerche avanzate che parlano di miglioramenti addirittura fino al 40 per cento -, avremmo creato una rivoluzione tecnologica paragonabile a quella avvenuta con i telefonini nel sistema della comunicazione, dove improvvisamente, da un sistema di comunicazioni tarato su reti fisse e sull'elettronica legata alla meccanica, abbiamo


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assistito a un salto di qualità tale da consentire di interconnettere a livello globale le persone e di far girare le informazioni in un modo che non era immaginabile fino a qualche anno prima.
È prevedibile che lo stesso avvenga anche nel settore delle tecnologie per le fonti rinnovabili, in particolare nel solare ed è assurdo che l'Italia non sia presente nella ricerca in questi segmenti avanzati. Dobbiamo, pertanto, fare in modo che gli incentivi per le fonti rinnovabili siano legati a questo obiettivo.
L'ultima cosa di cui voglio parlarvi è la Conferenza mondiale di Durban. I problemi che saranno sul tavolo a Durban sono gli stessi che avevamo a Copenaghen, con qualcuno di più. A Copenaghen l'attesa era far convergere le politiche energetiche e le politiche industriali globali con gli obiettivi ambientali di riduzione dell'emissione di carbonio in atmosfera. Come sapete, la riduzione delle emissioni di carbonio è strettamente connessa alla riduzione dell'uso dei combustibili fossili, che sono la sorgente emissiva. Questo vuol dire avviare il cambiamento del sistema energetico globale.
A livello globale, la domanda di energia mondiale continua a crescere, nonostante la crisi, a causa della crescita delle economie emergenti (Cina, India, Sudafrica, Brasile, Indonesia, Messico). Questa domanda di energia crescente determina un aumento del consumo di combustibili fossili, che rimangono la matrice energetica di base, del carbone in primo luogo, dell'olio, soprattutto legato al trasporto, e del gas naturale.
Secondo le proiezioni dell'Agenzia internazionale dell'energia, in base a uno schema business as usual, l'aumento della domanda e dei consumi globali di energia nei prossimi vent'anni determinerà quasi sicuramente il raddoppio delle emissioni di carbonio rispetto ai livelli del 1990. Invece, gli scenari climatici e gli obiettivi adottati dalla Conferenza sul


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clima e ripetutamente dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal ultimo nel settembre scorso, dicono che entro la metà del secolo le emissioni di anidride carbonica dovranno essere ridotte del 50 per cento rispetto al 1990, in modo da ridurre la concentrazione in atmosfera di anidride carbonica e perciò ridurre il correlato aumento di temperatura.
È assolutamente chiaro che c'è una divergenza quasi simmetrica tra l'aumento tendenziale delle emissioni legato al consumo di combustibili fossili e l'obiettivo di riduzione delle medesime emissioni. Secondo il rapporto pubblicato lo scorso mese di ottobre dall'Agenzia internazionale dell'energia, che, come sapete, non è un'associazione ambientalista, bensì è stata istituita dai Paesi industrializzati per armonizzare le politiche energetiche globali, dovremmo ridurre a livello mondiale l'uso dei combustibili fossili dall'85 per cento attuale a circa il 40 per cento, cioè più della metà.
Tenendo conto dell'aumento dalla domanda di energia, questo dovrebbe essere realizzato attraverso l'efficienza energetica - il modello dell'automobile vale per tutti: vent'anni fa un'automobile aveva bisogno di quindici litri per fare cento chilometri, mentre oggi ne ha bisogno di cinque -, l'aumento delle fonti rinnovabili, che dovrebbero arrivare a circa il 35 per cento del portafoglio energetico globale, l'utilizzazione della tecnologia carbon capture and storage, cioè l'assorbimento delle emissioni di carbonio e lo stoccaggio in siti geologici sicuri, per consentire soprattutto ai Paesi che dipendono dal carbone, come Cina, India e Sudafrica, di utilizzare il carbone senza emettere CO2.
Questo vuol dire riorientare gli investimenti globali per l'aumento dell'offerta di energia dai combustibili fossili verso queste tecnologie. C'è un piccolo ruolo anche per il nucleare in questo scenario, ma credo, purtroppo, che sarà ulteriormente


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ridotto perché l'incidente in Giappone ha limitato drasticamente i programmi di investimento sul nucleare. Probabilmente potremmo avere delle sorprese positive dalla ricerca avanzata sul cosiddetto «nucleare di quarta generazione», ma lo vedremo quando sarà disponibile. Oggi non siamo in grado di dirlo. Il nucleare può avere ancora un ruolo, ma un ruolo stimato attorno al 7 per cento del portafoglio energetico globale.
Spostare, dunque, gli investimenti dai combustibili fossili alle altre fonti non è un'operazione semplice, anche perché in corso ci sono investimenti importanti di tutte le più grandi compagnie per l'esplorazione e l'estrazione dell'olio in zone marginali. Mi riferisco all'Artico, a quanto successo nel Golfo del Messico, un altro sito marginale in termini di estrazione dell'olio, all'Atlantico di fronte a Rio de Janeiro, al Mediterraneo e ai progetti di estrazione di olio ad altissima profondità di fronte alla Libia, al Kazakistan e al Caspio.
Tali investimenti in corso sono dell'ordine di migliaia di miliardi di dollari e sono investimenti di lungo periodo che condizioneranno il sistema energetico dei prossimi quarant'anni e non è realistico immaginare che un accordo internazionale sul clima possa cambiare la direzione di questi investimenti. E, allora, il nodo di Durban, che è lo stesso di Copenaghen, è esattamente la possibilità di far convergere a livello globale gli obiettivi ambientali di riduzione delle emissioni, che tutti dichiarano di condividere, nessuno escluso, con un accordo globale sulle tecnologie e sui sistemi energetici.
Alcuni segnali positivi provengono soprattutto dai Paesi che hanno meno risorse petrolifere e gassose, in particolare Cina e India, che stanno investendo moltissimo nelle fonti rinnovabili. Gli investimenti della Cina nel 2010 sono stati di 50 miliardi di dollari contro i 17 degli Stati Uniti. Siccome queste


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sono le economie emergenti, traino dell'economia mondiale, è probabile che da loro venga uno stimolo a direzionare gli investimenti futuri verso tecnologie energetiche a minore contenuto di carbonio. La situazione attuale, tuttavia, non ci consente di dire che siamo alla vigilia di un accordo in grado di unire queste due problematiche.
Accanto a questo, abbiamo la questione del Protocollo di Kyoto, che terminerà alla fine del 2012. Come sapete, oggi il protocollo di Kyoto copre meno del 15 per cento delle emissioni globali e, tra l'altro, il Canada ha deciso di sfilarsi perché non vuole correre il rischio di pagare le sanzioni nel caso in cui non riuscisse a raggiungere l'obiettivo che ha sottoscritto. Gli Stati Uniti hanno già rinunciato nel 2000 a continuare il loro impegno nell'attuazione del Protocollo. Il Giappone e la Russia hanno dichiarato che non intendono proseguire il loro impegno alla fine del 2012.
A questo punto la situazione è chiara: le prospettive del Protocollo di Kyoto sono molto scarse. Può rimanere un punto di riferimento per cercare di costruire un accordo globale, ma probabilmente lo schema che gli europei si erano illusi di poter applicare e riportare nel Protocollo di Kyoto 2, cioè il nostro «20-20-20», che in effetti intreccia politiche energetiche e obiettivi ambientali, non è condiviso dagli altri Paesi. In particolare, il più grande oppositore sono gli Stati Uniti.
Il Presidente Obama aveva promulgato una legge, poi adottata dalla Camera dei rappresentanti, che introduceva negli Stati Uniti un sistema simile a quello europeo, ma il Senato, a maggioranza democratica, non ha voluto ratificarla. Gli Stati Uniti, quindi, in questo momento non hanno nessuna norma che preveda la riduzione obbligatoria delle emissioni di carbonio.


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In questa prospettiva, credo che debbano essere colti tutti i segnali positivi che provengono soprattutto dalle grandi imprese multinazionali, molte delle quali non energetiche, che puntano a realizzare processi produttivi e sistemi di distribuzione dei prodotti a basso contenuto di carbonio. Esse utilizzano tecnologie che sono già disponibili e in alcuni casi partecipano alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie nuove. L'Unione europea può essere la piattaforma di questo processo perché rappresenta il mercato più importante e integrato a livello mondiale, un mercato nel quale queste tecnologie hanno un ruolo importante già oggi grazie alle politiche adottate dall'Unione stessa e dai singoli Stati membri.
Una possibilità, quindi, è quella di sostenere un partenariato tecnologico forte tra l'Unione europea e le altre grandi economie per sostenere almeno lo sviluppo di processi innovativi nei settori più importanti dal punto di vista delle emissioni, a cominciare da quelli energetici. È confortante a questo proposito il fatto che l'Italia, grazie al nostro lavoro più che decennale in Cina, è oggi il titolare della piattaforma sino-europea, con base a Pechino, per lo scambio delle informazioni e delle tecnologie in campo energetico finalizzato alla riduzione delle emissioni di carbonio.
Cercheremo di portare questa esperienza a un livello più elevato e la presenteremo anche a Durban in un evento congiunto fra Italia e Cina. La stessa operazione stiamo cominciando a farla con il Brasile, altro Paese importantissimo oggi nello scenario energetico globale, soprattutto per il ruolo che riveste nel campo dei biocombustibili.
In definitiva, senza uscire dai canoni stabiliti dall'Unione europea, che condividiamo, abbiamo però bisogno di cercare qualcosa di nuovo per evitare di ripeterci obiettivi che a parole condividiamo tutti, sapendo però che probabilmente stiamo


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facendo una riunione per evitare una guerra perché, come si diceva una volta, finché ci si parla non ci si fa la guerra.

PRESIDENTE. Grazie, Ministro.
Abbiamo ormai pochissimo tempo, considerato che sono previste imminenti votazioni in Assemblea, e non so neanche se i suoi impegni, signor Ministro, le permettono di trattenersi per rispondere alle domande dei commissari.

CORRADO CLINI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Rimanderei a un successivo incontro dopo la Conferenza di Durban.

PRESIDENTE. D'accordo. D'intesa con il Ministro, potremmo rinviare alla settimana dal 12 al 16 dicembre prossimi gli interventi dei deputati e la replica del Ministro stesso.
Non essendovi obiezioni, rinvio il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 16,10.