• Testo interrogazione a risposta scritta

link alla fonte

Atto a cui si riferisce:
S.4/05548 [Aggiornare il quadro normativo relativo al settore delle attività estrattive]



FERRANTE, DELLA SETA - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

il settore delle attività estrattive, regolato dal regio decreto 29 luglio 1927, n. 1443, è oggi un perfetto indicatore per capire come un Paese è capace di immaginare il proprio futuro. Ossia di come pensa di tenere assieme identità e innovazione, tutela del proprio patrimonio storico-culturale e sviluppo economico. Perché è un'attività che ha accompagnato la storia urbana, riguarda da vicino tanti settori "pesanti" dell'economia (come edilizia e infrastrutture), incrocia alcuni marchi del made in Italy nel mondo, come la ceramica e i materiali pregiati. Interessa fortemente il paesaggio e la qualità dei territori in cui le attività si svolgono e sollecita ragionamenti che riguardano il rapporto con una risorsa non rinnovabile come il suolo e la gestione dei beni comuni;

in molti Paesi europei si è messa in moto una profonda innovazione che ha permesso di ridisegnarne completamente i profili creando nuove imprese e lavoro in un ambito strategico della green economy. Non esistono infatti più scusanti credibili per non ridurre in maniera significativa il prelievo da cave attraverso il recupero e il riutilizzo dei materiali inerti provenienti dall'edilizia e per non ridefinire, attraverso regole trasparenti e una giusta tassazione, il rapporto con il territorio di un'attività che ha un impatto rilevantissimo;

a tal proposito è molto importante quanto denunciato nel "Rapporto Cave 2011" di Legambiente. Dalla lettura del dossier emerge una fotografia, ancora una volta, impressionante. Le cave attive sono 5.736, mentre sono 13.016 quelle dismesse nelle regioni in cui esiste un monitoraggio. A queste ultime si dovrebbero sommare le cave abbandonate in Calabria, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia, il che porterebbe il dato a superare di gran lunga le 15.000 cave dismesse;

è importante evidenziare che nel 2010 la crisi economica e in particolare quella, gravissima, del settore edilizio hanno ridotto le quantità estratte di tutti i materiali lapidei, ma i numeri rimangono comunque impressionanti. Sono infatti 90 i milioni di metri cubi estratti nel 2010 solo per sabbia e ghiaia, materiali fondamentali nelle costruzioni, ma altrettanto elevati sono i quantitativi di calcare (41,7 milioni di metri cubi anche in questo caso utilizzati nel ciclo del cemento) e di pietre ornamentali (12 milioni di metri cubi). La sabbia e la ghiaia rappresentano il 59 per cento di tutti i materiali cavati in Italia; ai primi posti Lombardia, Lazio e Piemonte, che da sole raggiungono il 50 per cento del totale estratto ogni anno, con 43 milioni di metri cubi di materiale;

purtroppo, occorre aggiungere che ancora in territori di molte Regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si verificano situazioni di grave arretratezza e rilevanti problemi. Al centro-nord, almeno, il quadro delle regole è completo: i Piani cava sono periodicamente aggiornati per rispondere alle richieste di una lobby organizzata dei cavatori. Mentre particolarmente preoccupanti sono le situazioni di Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, tutte Regioni che non hanno un Piano cave in vigore. L'assenza dei piani è particolarmente grave perché in pratica si lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede l'autorizzazione senza alcun riferimento su quanto, dove e come cavare. E se si considera il peso che le ecomafie hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree di estrazione è particolarmente preoccupante una situazione priva di regole;

si può chiedere se qualcosa sia cambiato rispetto a quanto scriveva Antornio Cederna, mentre guardava a uno sviluppo squilibrato tipico del dopoguerra in cui l'edilizia rappresentava il motore dell'economia, ma la risposta, per quanto riguarda l'Italia, sarebbe negativa. In tutti i Paesi europei il consumo di cemento è letteralmente crollato nel 2010 per via della crisi economica. Ma l'Italia continua a detenere un vero e proprio primato continentale, con oltre 34 milioni di tonnellate di cemento consumati in un periodo di crisi, per una media di 565 chili per ogni cittadino a fronte di una media europea di 404. C'è stata una riduzione rispetto alla denuncia di Cederna, ma solo per colpa di condizioni mutate del mercato e non per una modifica culturale;

le ragioni di questo uso così elevato di cemento sono diverse: sicuramente incide la quantità di nuove case costruite in questi anni (oltre 260.000 tra abitazioni e fabbricati non residenziali costruiti nel 2009) e il largo uso che viene fatto del cemento nell'edilizia italiana anche per i ritardi nell'innovazione tecnologica del settore. Poi vi è un uso eccessivo di cemento nelle opere pubbliche spinto da un quadro normativo arretrato (e da evidenti interessi economici) oltre che da un ritardo culturale della progettazione rispetto agli altri Paesi europei che ne utilizzano molto meno a parità (o per maggiori) interventi realizzati. Non a caso quindi le estrazioni di materiali più consistenti in Italia riguardano inerti e calcari, utilizzati proprio per la produzione di cemento, che insieme raggiungono circa l'80 per cento dei prodotti cavati;

a fronte di numeri così impressionanti i canoni di concessione pagati da chi cava sono a giudizio degli interroganti a dir poco scandalosi. In media nelle regioni italiane si paga il 4 per cento del prezzo di vendita dei materiali inerti. Ancora più incredibile è la situazione delle regioni dove si estrae gratis: Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Ma anche Valle d'Aosta e Lazio, dove si chiedono pochi centesimi di euro per cavare metri cubi di inerti. Le entrate degli enti pubblici dovute all'applicazione dei canoni sono insignificanti in confronto al volume d'affari del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle regioni, per sabbia e ghiaia, arriva a 36 milioni di euro rispetto a un miliardo e 115 milioni di euro all'anno ricavato dai cavatori dalla vendita. In Puglia si cavano ogni anno 7,3 milioni di metri cubi di soli inerti che fruttano 91,5 milioni di euro di introiti ai fortunati cavatori che nulla dovevano, fino a poche settimane fa, al territorio. Ma anche dove si paga, come nel Lazio, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di uno a 42: 4,7 milioni di euro contro quasi 200;

entrando nel contesto regionale, in Valle d'Aosta, con l'evidente impatto sull'ambiente e sul paesaggio, sono presenti 39 cave attive e 37 cave dismesse e/o abbandonate, mentre le quantità annue estratte per tipo di materiale in metri cubi sono di: 21.400 di sabbia e ghiaia, 13.225 di pietre ornamentali, 0 di torba, 0 di calcare e 0 di argilla,

si chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non intenda promuovere una conferenza dei servizi con le Regioni in modo da dare un input definitivo e concreto che permetta finalmente di aggiornare il quadro normativo nazionale fermo al 1927, in modo da arrivare a definire per tutto il territorio nazionale alcuni standard minimi che riguardino: le aree in cui l'attività di cava è vietata (le aree protette e i boschi, i corsi d'acqua, le aree sottoposte a vincolo idrogeologico e paesaggistico) e quelle in cui è condizionata a pareri vincolanti di amministrazioni preposte alla tutela ambientale; i criteri per il recupero delle aree una volta dismessa l'attività e le garanzie che l'intervento avvenga realmente; l'estensione della valutazione d'impatto ambientale (VIA) per tutte le richieste di cava senza limiti di dimensione, e i termini delle compensazioni ambientali, in modo da garantire in tutte le regioni tutela e trasparenza, giuste sanzioni, piani per l'attività estrattiva capaci di salvaguardare i paesaggi e l'ambiente, di regolare una corretta gestione, visto che in troppe aree del Paese il contesto delle regole è ancora incompleto.