• Testo Audizione

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Atto a cui si riferisce:
Audizione Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Francesco Saverio Romano, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Francesco Saverio Romano, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.
Innanzitutto, vorrei rivolgere al Ministro Romano, che partecipa per la prima volta ai lavori di questa Commissione, il nostro benvenuto e un augurio di buon lavoro. Vorrei anche assicurargli che, pur nella diversità delle funzioni del Parlamento e del Governo e delle posizioni politiche dei gruppi, potrà contare sulla nostra collaborazione, nello sforzo di trovare risposte alle esigenze del sistema agricolo, agroalimentare, della pesca e dell'acquacoltura, nella consapevolezza del ruolo fondamentale che il settore primario svolge per il nostro Paese.
Prima di lasciare la parola al Ministro, per dargli modo di illustrare gli indirizzi generali cui si richiamerà il suo operato,


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voglio ricordare che, come concordato in sede di Ufficio di Presidenza, dopo la relazione del Ministro interromperemo l'audizione al fine di approfondire e studiare le linee di indirizzo presentate, per riprenderla in una prossima seduta nella quale potremo rivolgere domande e ascoltare le repliche.
Do la parola al Ministro Romano.

FRANCESCO SAVERIO ROMANO, Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. Innanzitutto, vi chiedo scusa per il ritardo e vi ringrazio di aver voluto sollecitare questo incontro, al quale tenevo molto.
Signor presidente, onorevoli colleghi, ho preferito mettere per iscritto - in un allegato più esaustivo che poi lascerò alla Commissione - alcune indicazioni che nella relazione che leggerò mi limiterò soltanto ad accennare. Ciò per rendere più completo possibile il mio intervento e darvi la possibilità di approfondire alcuni temi che nella relazione traccerò soltanto, per poi discuterne durante la prossima occasione di incontro, anche sulla base delle sollecitazioni, delle critiche e degli interventi che vorrete proporre.
Non intendo celare il mio vivo compiacimento di essere qui oggi a rendere a questa Commissione le dichiarazioni sugli indirizzi e sulle linee programmatiche del mio Dicastero, in quanto considero questo il momento della massima cooperazione tra Governo e Parlamento.
Ho assunto l'incarico di Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali a legislatura inoltrata; tuttavia, considero questo non un limite, bensì, al contrario, una straordinaria opportunità per definire questioni di competenza del Ministero che ho l'onore di guidare sulle quali il Parlamento nazionale e le istituzioni europee saranno chiamati a esprimersi nei prossimi mesi. Del resto, l'orizzonte politico che oggi si delinea non prevede una conclusione anticipata della legislatura,


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ragion per cui le iniziative che intendo assumere hanno la concreta possibilità di essere portate a buon fine.
La mia relazione conterrà, quindi, i principali punti dell'azione ministeriale che intendo perseguire, affidando a un documento allegato l'esposizione puntuale delle iniziative che vorrei assumere. Queste possono essere sintetizzate in cinque concetti che costituiranno la costante del mio intervento: qualità, promozione, tutela, certezza e competitività.
Preliminarmente, come ben sapete, l'impegno prioritario del Governo, e del Ministro in particolar modo, è il negoziato in corso sul futuro della politica agricola comune, il cui nuovo assetto, dato dall'Unione Europea, coprirà il periodo 2014-2020. È necessario, quindi, parlare della PAC (Politica agricola comune) del futuro.
Il comparto agricolo mostra segni di debolezza poiché è sempre più compresso dai Paesi emergenti, dalla grande distribuzione, dall'allargamento dei Paesi dell'Unione e dalle tensioni legate alla volatilità dei prezzi e dei mercati (a questo riguardo, proprio ieri il Governatore Draghi è intervenuto a segnalare l'aumento dei prezzi del comparto agroalimentare). Pertanto, la teoria che riteneva l'agricoltore parte debole perché sottoposto al cosiddetto «doppio rischio» - di impresa e atmosferico - oggi deve considerare che il medesimo è in ulteriore posizione di soggezione nel mercato globalizzato. Sono, dunque, aumentate le ragioni nazionali, comunitarie e internazionali che debbono spingerci a tutelare gli agricoltori italiani e le aziende agricole in modo particolare.
Un primo punto di dibattito sulla PAC sarà, quindi, di ottenere il mantenimento dell'ammontare globale della spesa agricola, anche se ciò - non vi nascondo - non sarà di facile conseguimento.


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Il secondo punto verterà sulla negoziazione del sistema di ripartizione delle risorse tra gli Stati membri, tenendo conto sì delle pretese dei nuovi Stati entrati da poco nell'Unione, ma mantenendo un'adeguata distribuzione a Paesi che, come il nostro, al di là della superficie coltivata, basano le loro politiche sulla tradizione, sulla qualità, sulla pienezza di tutela, sull'occupazione e sul rispetto delle regole che la caratterizzano.
Occorrerà, poi, porre la giusta attenzione ai parametri della produzione lorda vendibile, ovvero al valore aggiunto al settore agricolo per misurare la performance dell'imprenditore agricolo ai fini della corresponsione delle quote di finanziamento. Sono convinto, infatti, che in un contesto in cui le risorse disponibili non aumentano, ma aumenta il numero di coloro che ne sono destinatari, solo questi parametri possano consentire di mantenere e anche incrementare le nostre produzioni.
Con riguardo alla considerazione riservata dalle nuove proposte agli aspetti ambientali, concordo pienamente sul concetto di multifunzionalità dell'agricoltura. Ritengo, invero, che un'agricoltura moderna sappia e possa farsi carico delle esigenze di rispetto e di tutela ambientale, anzi risponda pienamente al principio di autoresponsabilità dell'uomo moderno. L'attività dell'uomo nel rapporto con la terra deve essere compatibile con una politica di tutela dell'ecosistema e dell'ambiente, e anzi supportarla. Il fine dell'agricoltura nazionale è di garantire - anche per le future generazioni - la qualità, la quantità e la sicurezza di ciò che, prodotto dalla nostra terra, è destinato all'alimentazione nostra e dei nostri figli, oltre che a tenere alto il nome del comparto nazionale a livello mondiale, in un contesto di valorizzazione e rafforzamento


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delle aziende agricole di produzione ad alto contenuto qualitativo con una filiera sempre più corta. Su questi concetti, peraltro, sono già tornato spesso.
Un altro tema concerne l'etichettatura politica della qualità, rispetto alla quale il consumatore si trova in posizione di diseguaglianza. A questo riguardo, un famoso giurista parla di «scambi senza accordo» e di «disumanizzazione del contratto» perché nei contratti di massa e meccanici non vi è conoscenza né rapporto tra acquirente e vero produttore; vi è un facere il prodotto, il processo produttivo, e un dicere che colma la cosiddetta «asimmetria informativa» che sconta il consumatore. Per contro, la vendita diretta rappresenta il momento topico dell'incontro tra le persone fisiche del produttore e del consumatore; di conseguenza, tutte le azioni che potranno concorrere a tale evento troveranno il mio convinto sostegno. Guardo, infatti, con attenzione alle cosiddette «vendite dirette» o, come le chiamano gli inglesi, farmers markets, di gran moda in America, ma anche in alcune nostre realtà nazionali. In questi casi, il rapporto di sicurezza deriva dalla diretta conoscenza tra il consumatore e il produttore; il mercato di vendita diretta consente - ripeto - il rapporto personale tra produttore e consumatore e quindi di essere rassicurati dalla fiducia personale che si nutre nei confronti dell'agricoltore-venditore, di diminuire i passaggi di filiera e, infine, di evitare alla radice le poco commendevoli speculazioni sul mercato. Peraltro, le lamentazioni dei produttori - che sono all'ordine del giorno - tengono sempre contro del divario eccessivo tra il prezzo alla produzione e quello alla vendita.
Darò mandato ai miei uffici di valutare, insieme alle organizzazioni dei produttori, le soluzioni amministrative ed eventualmente normative per stimolare, con strumenti indiretti


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(penso a facilitazioni burocratiche, come quelle abilitative, edilizie e fiscali) lo sviluppo sul territorio nazionale dei mercati di vendita diretta.
In questo ambito, l'elemento peculiare è rappresentato certamente dall'etichetta, che è un bene; tuttavia, come la pubblicità, non deve essere ingannevole: l'etichetta deve essere informativa e non decettiva; deve avere i carattere della leggibilità, della chiarezza e della esaustività. A questo riguardo, la legge approvata dal Parlamento nazionale nel febbraio del 2011, pressoché all'unanimità, prevede che l'etichetta debba indicare altresì l'origine o la provenienza della materia prima utilizzata per la produzione, nel caso di prodotti trasformati.
Ora, una norma simile fu contrastata, nel 2004, a livello comunitario. Allora, infatti, la Commissione europea sostenne che indicare il luogo di origine o provenienza della materia prima significava indurre il consumatore a preferire prevalentemente prodotti nazionali. Invero, questo tema non è stato del tutto superato poiché vi sono Paesi, dediti principalmente alla trasformazione, che non vedono di buon occhio la questione dell'etichettatura, per cui si fa sempre una grande fatica per affermare il principio secondo il quale il consumatore deve sapere cosa porta in tavola.
Ciò nonostante, gradualmente i contrasti si sono superati, dopo anni di battaglie. Per esempio, c'è voluta la BSE (bovine spongiform encephalopathy) - e, di certo, non ci auguriamo altri casi analoghi - per indurre l'Unione europea a dare il via libera all'etichettatura delle carni bovine. Da questo punto di vista, quindi, l'Unione ha una forza d'impatto che frena le nostre iniziative su questo problema.
Ad ogni modo, stiamo provvedendo, insieme al Ministero dello sviluppo economico, a sentire le filiere interessate,


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prodotto per prodotto, per approvare in tempi brevi e ragionevoli i decreti attuativi previsti dalla legge, quantomeno per quei prodotti trasformati in settori nei quali - come per i monoprodotti - si dichiara l'esistenza di una materia prima prevalente.
Sono, tuttavia, fermamente convinto che una pur doverosa forte azione repressiva e di contrasto disgiunta da un'altrettanta adeguata azione di informazione ai consumatori risulti velleitaria. Ecco perché intendo dar vita a un Piano nazionale di promozione, curato dal Ministero, di tutti i prodotti DOP (Denominazione di origine protetta), IGP (Indicazione geografica protetta), STG (Specialità tradizionale garantita) e biologici, così da razionalizzare e finalizzare tutte le risorse disponibili, ponendosi nel contempo a capo di tutte le filiere agroalimentari. Mi riferisco alla passata di pomodoro, al latte per il formaggio, all'oliva per l'olio, peraltro già oggetto di regolamento comunitario e quindi già efficace; ad ogni modo, intendo ulteriormente intervenire per rendere ancora più chiara e intellegibile la lettura dell'etichetta.
Non mi limiterò, quindi, ad attuare la normativa nazionale, ma mi sforzerò di accompagnare il cammino dell'approvazione di norme sull'indicazione obbligatoria in etichettatura della materia prima agricola prevalente, anche a livello europeo, non sottacendo, comunque, le difficoltà che vi sono. Infatti, la normativa nazionale approvata - in merito alla quale non condivido affatto i dubbi di legittimità comunitaria da taluno sollevati: non è sostenibile che sia considerata antieuropea una disciplina che vuole dire tutto al consumatore, in tempi di contraffazione e adulterazione di prodotti non controllati, peraltro spesso provenienti da Paesi emergenti in cui la soglia di sicurezza alimentare è molto meno elevata, come la Cina - ha il limite, appunto, di essere nazionale rispetto a un mercato


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globale. Ciò significa che non si devono prevedere oneri amministrativi ingiustificati e soprattutto discriminatori a carico delle sole aziende nazionali; perciò, occorre quanto prima una proposta a livello comunitario a tutela del tanto invocato «principio di reciprocità», o meglio per ragioni di omogeneità degli oneri amministrativi sul territorio comunitario.
La tutela del made in Italy costituirà il minimo comune denominatore della mia azione ministeriale. Difatti, il mio Dicastero è concentrato nell'attenzione alla lotta alla contraffazione. A questo proposito, vi riferisco i dati dei sequestri che, nel 2010, hanno riguardato tonnellate di materiale meglio dettagliato nel documento allegato.
Del resto, il prodotto agroalimentare italiano è talmente noto e richiesto da essere diventato ormai una preda quotidiana di sofisticazioni, frodi, adulterazione e contraffazioni, quindi dovrà essere ulteriormente protetto attraverso il rafforzamento e la sinergizzazione degli organismi a disposizione degli apparati, in particolar modo integrando sempre più l'azione dell'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari, del Corpo forestale dello Stato - che intendo sempre più come forza di polizia a tutela dell'agroalimentare e dell'ecosistema - e dell'AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), per la sua parte di competenza.
Intanto, ho già impartito chiare direttive, nell'ambito dei miei poteri, all'Ispettorato della tutela della qualità e quindi agli uffici periferici nella direzione dell'irrobustimento dei controlli e della vigilanza nelle località, nelle zone e nelle situazioni nelle quali il dato di esperienza ci suggerisce di intervenire con maggiore intensità. Infatti, non tutte le zone


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del Paese e non tutte le regioni - anche se a volte pure la contraffazione si mostra come un male globale - presentano gli stessi fenomeni.
In merito a ciò - questo non è né nella relazione, né nel dettaglio - mi sono posto il problema, avendo sentito anche i produttori e le aziende agricole, dei controlli ai quali durante l'anno essi sono sottoposti, mettendo anche a rischio le ore di lavoro destinate alla loro attività. A questo riguardo, ho incontrato proprio oggi il dirigente che si occupa della materia e ho dato istruzione affinché provveda in tempo celere a predisporre un provvedimento che fissi, in accordo con l'azienda, i controlli burocratico-amministrativi una sola volta all'anno. In altri termini, dobbiamo concordare con l'azienda il giorno dell'anno nel quale andremo a effettuare i controlli, che comunque sono documentali e che non possono essere fatti diversamente che attraverso una nostra visita presso l'archivio dell'azienda.
Diversa è la vicenda dei cosiddetti «controlli a campione» perché vi è anche una competenza, per certi versi, del Ministro della salute e, per altri, del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Tuttavia, anche in questi casi, in assenza di denuncia - perché se dovesse esserci questa è ovvio che il controllo va fatto in ogni momento dell'anno - la visita dovrebbe essere annunciata e effettuata una sola volta all'anno da un gruppo di controllo integrato, in maniera tale che le nostre aziende non abbiano a soffrire la presenza oggi della Forestale, domani della Finanza, dopodomani di noi tutti in fila con carattere vessatorio. Questo è, d'altra parte, un modo per rendere più credibile il controllo, per fare maggiore prevenzione in rapporto con gli agricoltori e, allo stesso tempo, per fare in modo che questa vicenda non sia vissuta come una spada di Damocle sulla testa delle nostre aziende agricole.


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Intendo attivarmi, poi, per garantire una piena tutela informativa ai consumatori italiani e, al contempo, attraverso un'adeguata azione a livello europeo e mondiale, supportare il vero made in Italy, contrastando quei fenomeni degenerativi, denominati in gergo, Italian sounding, che sono da considerarsi altamente decettivi e ingannevoli. Penso a prodotti con lo stivale, la bandiera o con denominazioni che evocano malamente i prodotti nazionali, i quali, in modo scorretto, riposano sulla nostra forza, cultura e tradizione per attivare meccanismi di vero illecito concorrenziale, vanificando ingiustamente il sacrificio dei nostri operatori e abusando del buon nome italiano nei mercati internazionali.
È mia intenzione anche adeguare la normativa nazionale a tutela dei consumatori, introducendo il bene della sicurezza alimentare nel codice penale. A questo riguardo, ricordo che, in diritto penale, il bene giuridico «sicurezza alimentare» è previsto dal regolamento (CE) n. 178/2002. Soltanto l'Italia ha ritenuto di attuarlo a mezzo di sanzioni esclusivamente amministrative, mentre la legge 30 aprile 1962, n. 283 prevede solo reati contravvenzionali penali. Per contro, Paesi come Inghilterra e Germania hanno recepito l'indicazione di tutelare penalmente il bene sicurezza alimentare a mezzo di norma in bianco, richiamando il regolamento tout court.
Occorre ridare sicurezza alla fiducia infranta; va riconosciuto, quindi, il rilievo penale, definendo il delitto di attentato alla sicurezza alimentare per tre ragioni: per il dato fenomenico dell'aumento di fatti inaccettabili, per la necessità di adeguare il sistema al regolamento comunitario prima citato e, infine, perché la disattenzione spinge i criminali del settore in fuga verso i Paesi meno attenti a tale tutela. D'altronde non ha senso che il reato di furto di mela con aggravanti sia sentito dalla società come più grave di un attentato alla sicurezza


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alimentare, che è anche un attentato alla salute delle persone, oltre che alla fiducia che i cittadini ripongono nel sistema di produzione.
L'azione di contrasto alle frodi alimentari coordinata dal ministero vedrà coinvolte le regioni e tutti gli operatori del settore, ivi compresi i consorzi che rappresentano marchi di pregevole importanza e valore economico.
Particolare e accurata attenzione sarà rivolta, inoltre, alla campagna istituzionale di comunicazione che riguarda l'educazione alimentare rivolta peculiarmente ai giovani e agli studenti. In tal senso, svilupperò il programma cosiddetto «frutta nelle scuole», a cui annetto significativo interesse formativo.
Altra nota non prevista nella relazione né nell'allegato riguarda le cosiddette «fattorie didattiche». Su questo tema è già in corso un'interlocuzione con il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca scientifica perché uno dei problemi che sconteremo nei prossimi decenni riguarda l'ignoranza dei nostri figli in ordine alla produzione. Purtroppo, nelle grandi città tanti bambini pensano che il latte lo produca il supermercato. Il modo migliore per agire in questo ambito è di incentivare, nell'arco dell'autonomia didattica della scuola, le visite alle fattorie, considerandole - d'accordo con le organizzazioni di categoria, che da questo punto di vista devono dare il loro contributo - un momento educativo importante per le nuove generazioni perché sappiano che il latte lo produce la mucca e non il supermercato.
Un'altra tematica riguarda le energie rinnovabili, che costituiscono una priorità oggettiva. In particolare, le agroenergie sono una vera opportunità di sviluppo nel settore agroalimentare nazionale e come tali vanno colte. Peraltro, sono stati individuati obiettivi internazionali e comunitari di approvvigionamento


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energetico da fonti rinnovabili per le produzioni sostenibili che non creino esternalità negative per le produzioni alimentari e per le aree a forte vocazione agricola. Ci sono altresì opportunità di conferire valore ai sottoprodotti della trasformazione, così come ai residui delle produzioni agricole e degli allevamenti.
Non leggo questa parte della relazione perché può essere declinata in tre obiettivi. Il primo è che, se vogliamo realmente affrontare il tema delle energie rinnovabili, non possiamo farlo a spese del comparto agricolo. Il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali non dirà mai - scusate la brutalità dell'esempio - di installare pannelli fotovoltaici, ma dirà di piantare patate. Mi rendo conto che c'è un problema di integrazione del reddito per quanto riguarda questo settore, ma deve trattarsi appunto di integrazione e non di sostituzione del reddito agricolo perché, alle volte, i terreni vengono venduti o affittati a società che tutto praticano tranne che l'agricoltura.
La seconda questione è legata alle cosiddette «biomasse». Non possiamo immaginare che semplici produttori o allevatori si carichino - questo tema è molto sentito in quella parte geografia al nostro Paese dove vi è un allevamento intensivo - dei costi derivanti dall'abbattimento dei nitrati. Dobbiamo, pertanto, ideare meccanismi fondati sulla cooperazione tra i diversi produttori, mediante i quali lo Stato - noi, per quanto di nostra competenza, ma anche le regioni, per la loro parte - possa offrire ai produttori forme di contribuzione affinché si ottenga il duplice risultato di abbattimento dei cosiddetti «rischi ambientali» e, allo stesso tempo, di produzione di un contributo energetico «verde», utile non soltanto a chi lo produce, ma anche a chi lo consuma. Occorre, quindi, integrare il reddito dei produttori primari, dando anche un


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supporto alla soluzione dei problemi di natura ambientale, relativi allo smaltimento di questi sottoprodotti e delle biomasse agricole.
Vengo alla questione degli OGM. Anche su questo punto voglio evitare la lettura perché è più facile esprimere il concetto con semplici esempi. Preciso, innanzitutto, che sul no agli OGM (Organismi geneticamente modificati) c'è un totem davanti al quale inchinarsi perché questo implicherebbe essere contro il progresso, contro la ricerca e così via. Ebbene, io non credo affatto che sia così. D'altra parte, non sono nemmeno entrato nel merito, anche se penso che la ricerca debba soprattutto trovare sistemi che guardino, anche da quel punto di vista, alla sicurezza alimentare; tuttavia, non voglio toccare un dettaglio che potrebbe infastidire il Ministro della salute. Mi riferisco, pertanto, a un dato che riguarda il nostro comparto.
Se vogliamo che la nostra agricoltura sia di qualità, deve poter essere apprezzata nel mondo, dove vi sono tanti consumatori che apprezzano il non OGM. È una semplice questione di mercato: se riusciamo a preservare le nostre coltivazioni, avremo un mercato sempre più in espansione; se pensiamo, invece, di fare competere la nostra agricoltura con quelle coltivazioni OGM già diffuse nel mondo che uniformano il prodotto e fanno tanta quantità, abbiamo già perso la partita prima ancora di iniziare. Si tratta, quindi, di una scelta politica che guarda alla preservazione e allo sviluppo del mercato della vendita dei nostri prodotti e allo stesso tempo - ultima, ma non meno importante - anche alla tutela del prodotto in quanto sicuro perché certamente non OGM.
Ciò detto, la sperimentazione nel settore deve andare avanti, anche se ciò non significa che debba essere utilizzata; vi sono delle sperimentazioni che danno delle indicazioni


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anche in ordine alla cura dei nostri prodotti; invece, ve ne sono altre che guardano soltanto all'atto della speculazione; ebbene queste non ci interessano, le portiamo a campione negativo, anche se sono utili proprio per non essere utilizzate.
Riguardo alla pesca, in un territorio come quello dell'Italia, morfologicamente bagnato dal mare per 8.500 chilometri, questa rappresenta la risorsa principale e richiede una cura costante e attenta. Il contesto in cui si muove il settore è, com'è noto, comunitario, costituendo l'oggetto di una politica comune che subirà una riforma che avrà inizio al secondo semestre di quest'anno sulla base delle proposte formulate dalla Commissione europea.
Per quanto reso noto fino ad ora da parte della Commissione, la riforma ridefinirà gli obiettivi della sostenibilità ecologica, economica e sociale, garantendo il recupero degli stock e la protezione degli ambienti e introducendo, tra l'altro, strumenti di gestione e conservazione delle risorse non sempre sperimentati da tutti gli Stati membri.
In tale ambito si colloca l'implementazione del regolamento (CE) n. 1224/2009 che istituisce un regime di controllo per garantire il rispetto delle norme della politica della pesca. A tal fine si sta procedendo all'armonizzazione della normativa nazionale vigente, nonché alla messa a punto di disposizioni attuative relative al regime di licenza a punti e ai sistemi di tracciabilità dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura. Inoltre, si sta provvedendo alla creazione di un sito web nazionale finalizzato all'interscambio di dati e informazioni con la Commissione europea e con gli Stati membri, nonché con l'Agenzia comunitaria del controllo.
In coerenza con i principi della politica comune della pesca e in attuazione dell'attuale regolamentazione afferente il sistema dei controlli e delle regole del Mediterraneo, si sta


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predisponendo il programma nazionale triennale della pesca e dell'acquacoltura, attualmente disciplinato dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, di conversione del cosiddetto «decreto milleproroghe» (decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225).
La citata legge comunitaria del 2009, all'articolo 28, ha delegato il Governo ad adottare un unico testo normativo, il riordino, il coordinamento e l'integrazione della normativa nazionale in materia di pesca e di acquacoltura, anche al fine di dare completa attuazione agli obiettivi previsti dal Fondo europeo per la pesca e alle azioni per prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.
I criteri direttivi indicati dalla norma attengono, in particolare, al ricambio generazionale e alla valorizzazione del ruolo multifunzionale delle imprese di pesca e dell'acquacoltura, all'individuazione di fonti alternative del reddito, nell'ottica dello sviluppo sostenibile del settore e della gestione razionale delle risorse biologiche del mare, nonché all'incentivazione della multifunzionalità dell'impresa.
Tale delega costituisce, altresì, il riferimento normativo per la nuova disciplina dei controlli e delle sanzioni recata dal sopra citato regolamento, anche al fine di assicurare la coerenza della pesca non professionale con tali disposizioni comunitarie.
A questo proposito apro una parentesi. Vi è un problema che colpisce il Mediterraneo: non ci sono più pesci. Il settore della pesca è in crisi, ma non si ferma; va in mare a pescare ancora più pesci, fino al punto di non trovarne più. Di conseguenza, i pesci costano poco; ce ne sono tanti sul mercato, ma ce ne sono sempre molti di meno in mare.
Anche se coinvolge solo 50.000 operatori, questo comparto riveste una straordinaria importanza per il nostro Paese.


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Dobbiamo trovare, quindi, il modo di contemperare l'inazione del pescatore e dell'armatore, a fronte del ripristino eco-ambientale del mare affinché in futuro ci possa ancora essere prodotto ittico sulla nostra tavola, con l'esigenza di moralizzare il comparto.
Vi è un concetto che non condivido - purtroppo spesso utilizzato dai detrattori - secondo il quale i pescatori e gli armatori vengono pagati dallo Stato per stare in ferie. A questo proposito, dobbiamo trovare delle forme - e su questo ho già convocato il tavolo tecnico per la prossima settimana - che prevedano la possibilità di mettere a riposo per un periodo maggiore gli armatori e i pescatori (ovvero le 2.500 barche della nostra flotta nazionale), dando loro il giusto ristoro per l'inazione alla pesca, ma, allo stesso tempo, introdurre anche, attraverso formule che stiamo già studiando, una modalità di contribuzione alla causa comune, ovvero alla salvaguardia e al ripascimento del mare e all'attività di ricerca per fare in modo che le nostre produzioni non diventino in via di estinzione.
Durante la prossima audizione, quando avrò modo di ascoltare i vostri interventi, avrò già qualche elemento in più per poter definire un piano (che, peraltro, va approntato nell'immediato perché sappiamo che il periodo di riposo cade sempre intorno ad agosto). Nei prossimi mesi dobbiamo, perciò, trovare il modo di adottare con immediatezza dei provvedimenti che possano rispondere rapidamente alle esigenze che provengono da quel comparto.
Vengo agli accordi internazionali e poi concludo, anche per non tediarvi troppo.
Parte non rilevante dell'attività del Dicastero e del Governo nel settore riguarda le relazioni internazionali e relativi


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accordi; due in particolare modo: i negoziati a livello di organizzazione mondiale del commercio e quelli bilaterali Unione europea - Mercosur.
Per quanto riguarda i primi, l'Italia, in piena sintonia con la Commissione, ha interesse all'adozione di un sistema multilaterale per la tutela delle indicazioni geografiche di tutti i prodotti agricoli che permetta di proteggere in maniera generalizzata tutte quelle europee.
Per quanto riguarda i negoziati con il Mercosur e i Paesi del Mediterraneo, l'interesse nazionale del nostro Paese è assicurare la piena reciprocità in tema di tracciabilità, di sicurezza e di salubrità e di regole a cui già soggiacciono gli agricoltori europei, con costi ben maggiori rispetto ai Paesi sudamericani. A tal proposito, a Lussemburgo, la scorsa settimana - il 14 aprile - nel Consiglio dei ministri europei, ho espresso delle valutazioni abbastanza stringenti che, a mio avviso, tutelano anche la nostra bilancia degli scambi con quei mercati. Infatti, ho invitato la Commissione europea a non andare avanti negli accordi con il Mercosur perché, nel settore agricolo, la nostra bilancia rispetto ai prodotti di questo mercato ci dà un segno negativo per circa 1 miliardo e 800 milioni di euro. Ciò significa che, a fronte di una bilancia che ci dà un meno 157.000 euro, quindi risulta quasi in parità in rapporto agli scambi complessivi, la bilancia con il Mercosur è tutta sulle spalle dei nostri agricoltori. Di conseguenza, con altri Paesi - soprattutto del Mediterraneo - abbiamo dato la nostra valutazione negativa a procedere oltre nella negoziazione, se non dopo un approfondimento dei temi che riguardano l'agricoltura soprattutto mediterranea.
Certo, vi sono i soliti Paesi che hanno interesse ad avere altri tipi di scambio e che spingono il Consiglio dei ministri


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europei ad andare avanti nel negoziato; tuttavia, per adesso abbiamo chiesto e ottenuto un momento di pausa e di riflessione.
Fin dal mio insediamento ho lavorato per assumere le iniziative normative e politiche per riportare i giovani alla terra in un contesto di redditività, di sostenibilità e di innovazione. A questo riguardo, abbiamo già avviato un confronto con il Ministro dell'economia e delle finanze per realizzare una ricognizione preventiva delle terre demaniali coltivabili che potrebbero essere affidate in gestione pluriennale ai giovani - costituiti anche in forme di cooperativa - per lo sfruttamento, con la garanzia che una parte della produzione sia acquistata dallo Stato. Nel nostro Paese, infatti, vi sono risorse inutilizzate che potrebbero creare sviluppo a bilancio zero; vi è un'enorme superficie di terre demaniali coltivabili (nel senso che potrebbero produrre qualcosa) e che non sono utilizzate.
Al netto dei demani regionali, quindi senza entrare in questioni che riguardano le competenze delle regioni, si potrebbe sperimentare un modello - anche per assecondare il cosiddetto turnover in agricoltura - che preveda delle forme di concessione e, d'accordo con le organizzazioni di categoria, anche la formazione di questi giovani agricoltori che, attraverso i supporti dei fondi strutturali, possono anche acquistare strutture e strumenti di lavoro.
Ci siamo posti, poi, il problema della chiusura della filiera. Difatti, oggi non è solo difficile coltivare la terra, ma è anche complicatissimo vendere il prodotto. Pertanto, se diamo un incentivo a soggetti che producono, per esempio, pomodori, avremo le lamentazioni dei produttori di pomodori che non possono accedere a un certo tipo di agevolazione e di contribuzione.


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Ad ogni modo, abbiamo osservato che l'ENEL e l'ENI - per non andare molto lontano - acquistano ingenti prodotti di biomassa anche nel mercato internazionale per mantenere il rating minimo loro assegnato per la produzione di cosiddetta «bioenergia». Ebbene, se introducessimo un circuito virtuoso, nel rispetto della libera scelta del giovane agricoltore - il quale, tuttavia, troverebbe ovviamente riparo nella vendita del prodotto attraverso un vincolo che il Ministero dell'economia si impegnerebbe a introdurre con le sue controllate, come quelle che ho citato - daremmo un primo esempio di come si può conseguire lo sviluppo economico anche in agricoltura, pur considerando gli aspetti e le fragilità di un percorso difficile come questo, che potrebbe, però, generare nuova occupazione e nuovo reddito a partire da strumenti immobiliari, come il terreno, che oggi non producono nulla.
D'altronde, in tal modo potremmo sottrarre questi terreni non soltanto all'incuria e al danno ambientale, ma anche agli incendi provocati in queste terre spesso abbandonate; ciò comporta, per di più, costi ulteriori per lo Stato che deve provvedere nei momenti di emergenza agli incendi, alle frane e a tutti i disastri che derivano dall'incoltura.
Il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali vigila, come sapete, su enti, agenzie e istituti, dei quali è arrivato il momento di valutare l'effettivo funzionamento, anche sulla base di criteri di efficienza ed economicità. Intendo, quindi, valutare la possibilità di fusioni tra enti che svolgono funzioni contermini, così come l'eventualità di sciogliere qualcuno di essi, ritenuto raggiunto, ovvero non più raggiungibile, lo scopo per il quale era stato istituito.
Ovviamente, voglio garantire a me stesso e a tutti gli osservatori piena trasparenza dell'attività, delle spese, dei costi, dei risultati e delle scelte in merito ai numerosi enti vigilati.


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Peraltro, credo ci sia una forte richiesta da parte dell'opinione pubblica di sapere chi fa che cosa e quanto questo costi agli italiani. Dobbiamo, quindi, andare in questa direzione, sulla base del principio dell'effettività: un ente ha ragione di esistere se ha le risorse per raggiungere i suoi scopi - non per pagare solo gli stipendi - e se il risultato che persegue genera valore aggiunto nel settore di riferimento.
Riguardo al Piano per il Sud, il Governo, nel Consiglio dei ministri del 13 aprile 2011, ha approvato il documento di economia e finanza pubblica (il nuovo documento che sostituisce il vecchio DPEF, il documento di programmazione economica e finanziaria), che contiene, tra l'altro, il PNR (Piano nazionale di riforme), il quale comprende, a sua volta, le azioni nazionali per il Sud.
Per la prima volta da quando sono stati adottati tali documenti di politica e programmazione economica, l'agricoltura vi è entrata a pieno titolo, con iniziative cui annetto particolare interesse e che riguardano l'infrastrutturazione idrica nel Mezzogiorno. Difatti, è ben noto come l'agricoltura viva di acqua e come le terre del sud ne siano carenti, ovvero le reti esistenti non riescono ad assicurare un'addizione adeguata e sufficiente; pertanto, intendo favorire il rafforzamento di queste azioni di competenza ministeriale, previa una ricognizione degli effettivi bisogni sia per eliminare gli sprechi e le malversazioni sia per assicurare l'esercizio delle funzioni proprie dello Stato in questo settore.
In conclusione, vengo alla nota dolente delle risorse economiche. Il contesto economico finanziario nel nostro Paese e nel mondo è sotto gli occhi di tutti. Le risorse economiche sono insufficienti, i fabbisogni crescenti, le innovazioni tecnologiche costose: questo è il quadro con il quale ci confrontiamo quotidianamente. Ciò nonostante, sono impegnato a recuperare


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almeno le risorse finanziarie destinate al settore agricolo attraverso il reintegro dei Fondi FAS (Fondo per le aree sottoutilizzate), assegnati, ma utilizzati per far fronte alle emergenze e calamità che hanno colpito l'Italia negli ultimi anni. Si tratta di 750 milioni di euro che costituiscono la dote del nostro settore, nel recupero dei quali intendo profondere ogni sforzo.
Prima di concludere, intendo rendervi partecipi della ferma intenzione di promuovere entro l'anno gli stati generali dell'agricoltura. Poiché il confronto costituirà il momento più significativo e politicamente qualificante dell'incontro in questo straordinario mondo, sono convinto che un grande contributo proverrà dal Parlamento e quindi da questa Commissione, anche perché ritengo che, purtroppo, in questi anni abbiamo perso in credibilità e autorevolezza nel contesto europeo.
Non voglio addossare responsabilità ad alcuno; ciò nonostante è a tutti noto che quel referendum ha trovato il modo di disarticolare sul piano politico una proposta agricola nazionale. Sono convinto che le leggi vadano rispettate, così come le competenze delle regioni in un Paese come il nostro che diventa sempre più federale; tuttavia, la ripartizione delle competenze e delle funzioni non significa ripartizione delle politiche. Il nostro Paese deve, a mio avviso, parlare con una sola voce, soprattutto in Europa. Competenze e funzioni rimarranno, quindi, a chi sono attribuite dalla legge.
In conclusione, gli stati generali dell'agricoltura servono a dare un indirizzo politico unitario. Io intendo questo Paese come unico e unito: non c'è un'agricoltura del nord o del sud, ma un comparto che oggi è in grande difficoltà, ma che, tuttavia, se sostenuto, può dare tante opportunità, che, insieme a voi, voglio cogliere per intero.


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Vi ringrazio e aspetto le vostre osservazioni per poter poi replicare.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Romano e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14.