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Atto a cui si riferisce:
C.1/00624 ["Lingue di lavoro" nell'Unione Europea]



La Camera,
premesso che:
l'Italia è emblematicamente rappresentata, per sempre, dal titolo del discorso pronunciato da Alcide de Gasperi il 21 aprile 1954 a Parigi, alla conferenza parlamentare europea, intitolato «la nostra patria Europa»;
il popolo italiano si riconosce nel dovere di essere «tutti ugualmente preoccupati del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa»;
in questo momento critico per il dramma mediterraneo che investe l'Europa nella sua interezza per il tramite dell'Italia e degli altri Paesi rivieraschi, la

patria Europa deve richiamare la consapevolezza del suo patrimonio spirituale e morale, giacché l'Unione «si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà e si basa sui principi di democrazia e dello Stato di diritto», come è affermato nel preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea;
purtuttavia, nella gestione burocratica si ravvisano problematiche insidiose alle quali contrapporre tempestivamente misure che siano l'espressione più autentica dello spirito europeo;
nell'Unione europea 23 lingue diverse detengono, con pari dignità, il crisma dell'ufficialità e testimoniano, nella loro equiordinazione, la condivisione, la legittimazione dei principi, dei doveri, dei sentimenti di unità dei diritti fondamentali che precedono e superano, nel riconoscerli e rispettarli, i confini degli Stati;
nel contesto delle cosiddette «lingue di lavoro», cioè quelle utilizzate comunemente nella circolazione dei documenti di lavoro, è andata formandosi una supremazia di fatto dell'inglese e del francese e più di recente, e in parte minore, della lingua tedesca;
alle esigenze di funzionamento possono associarsi non già giustificazioni ma sospetti di una supremazia politica;
il Parlamento europeo, com'è noto, si avvale di un numero cospicuo di interpreti, intorno alle 4000 unità, con un costo di quasi 1 miliardo di euro all'anno;
la traduzione, com'è altrettanto noto, talvolta induce involontarie questioni di interpretazione dei documenti ufficiali della comunità, forieri di conseguenze di diritto giurisdizionale che intaccano i principi di unità;
la questione dell'uso delle lingue di lavoro è risalente nel tempo e dunque porta con sé la pesantezza dei problemi irrisolti;
di volta in volta, sono state avanzate proposte di rendere la lingua inglese, ovvero l'esperanto, ovvero il latino, l'unica lingua di lavoro dell'Unione europea;
si deve convenire sul fatto che è arrivato il momento di definire la questione nell'interesse dello spirito comunitario, anche alla luce di certe intempestive e contestate prese di distanza dalla logica europeista, sia di tipo tattico, sia di tipo politico, le une e le altre da fronteggiare in campo aperto, al cospetto dell'opinione pubblica del nostro Paese e di tutti Paesi d'Europa,


impegna il Governo:


a non aprire un fronte dell'intransigenza che costituisca campo di battaglia tra le diverse lingue europee e che rischierebbe di far soccombere l'idea di Europa come patria comune;
a collocare la lingua italiana e la sua promozione nel quadro di una strategia internazionale non bellicosa ma appropriata al principio di valorizzazione delle identità nazionali, come declinato nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea;
a presentare una propria proposta organica nel campo delle lingue di lavoro d'Europa, che contenga, oltre che opzioni specifiche, prescrizioni di parificazione sostanziale delle posizioni di quei Paesi, di quei cittadini, di quelle imprese, la cui lingua nazionale non costituisca lingua di lavoro, anche nella forma della neutralizzazione dei costi di traduzione rispetto alla competitività dei documenti cui accedono;
a non promuovere accordi parziali con Paesi che condividano la pur esistente penalizzazione funzionale per non trasformare una questione essenzialmente burocratico-politica in una questione totalmente politica in danno della patria Europa;
a formulare, finalmente, una seria proposta che contenga la valorizzazione in Europa delle radici linguistiche latine,

mettendo a disposizione di ogni Paese il patrimonio di storia e di conoscenza che, tipicamente, appartengono alla tradizione italiana;
a ricercare la soluzione attraverso la previsione di una regola a regime nell'ambito delle normative comunitarie, eventualmente ricercata con il previo esperimento di un tentativo di mediazione, secondo lo spirito della stessa Carta dei diritti fondamentali, con il contemperamento dell'interesse nazionale e degli interessi europei.
(1-00624)
«Tabacci, Mosella, Pisicchio, Brugger».