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Atto a cui si riferisce:
C.7/00568 [Riduzione dell'accisa sui carburanti]



La VI Commissione,
premesso che:
dopo l'ultima impennata dei prezzi dei carburanti, «seguita» agli eventi che interessano il Nord Africa, è da veri irresponsabili continuare a non intervenire sulla questione dei carburanti;
l'aumento dei costi dei carburanti, infatti, anche per la particolare struttura della logistica del nostro Paese, incide poi notevolmente sui prezzi di quasi tutti i beni contribuendo ad una ripresa dell'inflazione, fenomeno che preoccupa di nuovo dopo anni di contenimento dell'aumento del costo della vita;
come rilevato dalle associazioni dei consumatori, Federconsumatori e Adusbef, oltre ai guadagni «extra» percepiti dalla filiera petrolifera e pagati dagli automobilisti, pari a 6-7 centesimi al litro, vi è un altro soggetto che lucra in misura notevole: lo Stato;
infatti, oltre la metà del prezzo dei carburanti è determinata dalle esorbitanti accise e dall'IVA cui sono soggetti. Dalla guerra d'Etiopia del 1935 alla crisi di Suez

del 1956 al conflitto nel Libano del 1983, ogni occasione è stata buona per aumentare le accise sui carburanti senza che si avvertisse la necessità di revocare i rialzi al termine dell'emergenza;
l'Italia è uno dei Paesi europei dove la benzina è più cara (ci precedono Olanda e Portogallo) e detiene il record assoluto per il gasolio. Buona parte del costo è data dalle imposte che gravano sul pieno. L'accisa di fabbricazione (si chiama così l'imposta statale) sulla benzina vale il 50 per cento, del costo. A questa bisogna aggiungere l'IVA del 20 per cento che si applica alla somma del prezzo industriale e dell'accisa. Una sorta di tassa sulla tassa. E poi c'è il prezzo industriale al litro (cioè quel che costa produrlo concretamente) e che vale circa il 30 per cento del prezzo finale. E nel pieno degli italiani grava di 4 centesimi in più rispetto alla media europea, (in Francia e in Germania il prelievo fiscale è addirittura più alto... eppure la benzina alla pompa costa meno);
nel territorio italiano, sull'acquisto dei carburanti gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze;
alcune di esse, però, risultano talmente anacronistiche (la meno recente prevede tuttora il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935) da suscitare non poche polemiche a riguardo;
l'elenco completo (al quale va aggiunto quanto previsto sia dall'articolo 2-quater della legge n. 10 del 2011 - cosiddetta «tassa sulle calamità», che dagli articoli 1 e 2 del decreto legge n. 34 del 2011 per finanziare la cultura) comprende le seguenti accise:
a) 1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935;
b) 14 lire per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;
c) 10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
d) 10 lire per il finanziamento dell'alluvione di Firenze del 1966;
e) 10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
f) 99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
g) 75 lire per il finanziamento del terremoto dell'Irpinia del 1980;
h) 205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
i) 22 lire per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
l) 39 lire per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004;
il meccanismo dei rincari e delle oscillazioni di prezzo è abbastanza complesso e le variabili sono tante. Prime fra tutte, le oscillazioni del cambio del dollaro, le quotazioni del greggio, il costo del prodotto finito, la quantità di scorte e l'oscillazione della domanda e dell'offerta. A questo si deve aggiungere l'interesse delle compagnie a mantenere alto, anche quando potrebbe scendere maggiormente, il prezzo del carburante e non farsi una vera concorrenza sui prezzi. Facciamo un esempio: 1 centesimo di variazione sul prezzo della benzina comporta, per i petrolieri, un maggiore o minore introito quantificabile in 172 milioni di euro; è facile capire che questa sia un'inerzia estremamente redditizia. Ora, che il prezzo della benzina è stato liberalizzato, il governo non ha strumenti per intervenire, ma può pretendere dagli operatori una maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori. Sempre vigile invece è l'autorità antitrust che interviene nel caso rilevi azioni collusive da parte delle compagnie petrolifere per mantenere artificiosamente alto il prezzo dei carburanti;
una caratteristica tutta italiana che incide sul costo dei carburanti è data dalla rete di distribuzione, con oltre 22.000 punti vendita disseminati sulle nostre strade, (mentre ce ne sono 15.000 in Germania, 14.000 in Francia, 10.000 i Gran Bretagna) con un basso erogato medio e una carenza di moderni impianti self-service dove i margini di guadagno del

gestore derivano anche (e soprattutto) dai prodotti diversi dai carburanti. In Italia la percentuale di questi self-service è del 18 per cento contro il 99 per cento in Francia e il 96 per cento della Gran Bretagna;
rispetto allo scorso marzo, l'IVA (che è una tassa mobile al 20 per cento) è aumentata per la benzina di 4 centesimi al litro e per il gasolio di 4 centesimi al litro;
se si applicano gli aumenti dell'IVA appena citati ai miliardi di litri erogati, emerge che l'Erario, potrà avere maggiori entrate: per la benzina pari a 52 milioni di euro al mese e, per il gasolio, pari a 99 milioni di euro al mese. Lo Stato, quindi, potrebbe percepire complessivamente 151 milioni di euro al mese, pari a 1 miliardo e 812 milioni di euro in un anno;
con legge 26 febbraio 2011, n. 10 il legislatore è intervenuto sulla norma istitutiva del servizio nazionale della protezione civile (legge n. 225 del 1992). L'articolo 2-quater della suindicata legge ha introdotto (tra gli altri) dopo il comma 5-ter dell'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, i commi 5-quater e 5-quinquies. Il comma 5-quater ha previsto che il presidente della regione colpita da calamità naturali, per la quale sia già stato deliberato lo stato di emergenza, è tenuto a far fronte all'emergenza mediante risorse da reperire nel bilancio della regione;
qualora il bilancio della regione non sia sufficiente a coprire le relative spese, il medesimo presidente è autorizzato a deliberare aumenti, sino al limite massimo consentito dalla legislazione vigente, dei tributi, delle addizionali, delle aliquote ovvero delle maggiorazioni di aliquote attribuite alla regione, nonché ad elevare ulteriormente la misura dell'imposta regionale sulla benzina per autotrazione fino ad un massimo di 5 centesimi per litro;
il comma 5-quinquies stabilisce che qualora le misure previste dal suindicato comma 5-quater non siano sufficienti per far fronte alle emergenze, la Regione è autorizzata a far ricorso al Fondo nazionale di protezione civile, avendo, però, in questo caso altresì l'obbligo di reintegrare il medesimo fondo in pari misura con le maggiori entrate derivanti dall'aumento dell'aliquota dell'accisa sulla benzina, sulla benzina senza piombo e sul gasolio usato come carburante;
le regioni, di fatto, già utilizzano tutte le maggiori entrate che derivano dagli aumenti dei tributi e delle addizionali (aumentate quasi sempre sino al limite massimo consentito dalla legislazione vigente). In caso di calamità naturali, in realtà, sarebbero costrette a reperire i fondi necessari per far fronte all'emergenza attraverso un ulteriore aumento dell'aliquota dell'accisa sulla benzina. E tale aumento andrà inevitabilmente a sommarsi alla già esistente imposta regionale sulla benzina per autotrazione (decreto legislativo 21 dicembre 1990, n. 398, articolo 17, primo comma) ed, altresì, agli ulteriori aumenti delle accise sul carburante approvati dal Governo per reperire le risorse necessaria al finanziamento del Fondo unico per lo spettacolo;
di recente, infatti, ad aggravare la situazione, pesa anche la decisione del Governo di finanziare la cultura con il decreto-legge n. 34 del 2011 (articoli 1 e 2) con l'aumento delle aliquote delle accise sui carburanti la soppressione dell'aumento di un euro dei biglietti del cinema per finanziare il credito d'imposta per il cinema stesso, maggiori risorse per il Fondo unico dello spettacolo (FUS), e finanziamenti per il restauro dell'area archeologica di Pompei;
un'accisa di 2 centesimi che comporterà un aggravio medio di spesa di 20 euro l'anno a veicolo. Lo calcola l'Adiconsum, con un calcolo neppure troppo complicato: «Mediamente - afferma l'associazione - ogni veicolo percorre 15.000 km con un consumo di circa 1.000 litri di carburante. Un aumento delle accise di 1-2 centesimi al litro significa maggiori tasse da 10 a 20 euro a veicolo su base

annua». Secondo l'Adiconsum, «se prendiamo poi in considerazione il fatto che dallo scorso anno l'aumento intervenuto sui carburanti è stato di circa 25 centesimi al litro (quasi il 20 per cento), per ogni veicolo la maggiore spesa è stata di 250 euro su base annua, di cui metà andate ai petrolieri e metà allo Stato»;
l'aumento di « 1-2 centesimi» della tassazione della benzina riguarda la componente di accisa, la quale va ad aggiungersi al prezzo industriale, e su questa somma si calcola l'Iva per arrivare al prezzo alla pompa. Significa che l'aggravio di tassazione - e il guadagno d'entrata per lo Stato - non è di « 1-2 centesimi»;
a titolo di esempio, i valori medi dello scorso febbraio secondo il Ministero davano il prezzo industriale della benzina a 660,69 centesimi di euro e l'accisa a 564,00 centesimi; sulla somma si commisurava l'Iva al 20 per cento per un importo di 244,84, per arrivare a un prezzo finale di 1469,63 centesimi;
due centesimi in più di accisa portano a un prezzo finale di 1472,03 centesimi, con un'entrata extra per le casse dello Stato di 2,4 centesimi per litro. Il banale calcolo è a parità di prezzo industriale. Ma vale forse la pena notare che quando il prezzo del petrolio oscilla - più velocemente in ascesa che in riduzione, come l'esperienza insegna - si mette in moto l'effetto amplificatorio dell'Iva che ora si commisura su una base, anche se di poco, più ampia;
per non parlare del fatto che il rincaro della benzina peserà inevitabilmente sull'inflazione e va esattamente nella direzione opposta alla proclamata esigenza di ridurre le tasse per rilanciare i consumi;
non si può rinviare oltre l'avvio delle misure necessarie per contrastare questi incredibili aumenti, a partire dal fondamentale intervento sulla tassazione, riportandola immediatamente ai livelli dello scorso anno e, contestualmente, disponendo la realizzazione della cosiddetta «accisa mobile», che contribuirebbe ad un calmieramento del costo dei carburanti;
in sostanza, il Governo dovrebbe decidere di bloccare l'aumento delle entrate fiscali derivanti in modo automatico dall'aumento del prezzo dei prodotti petroliferi, salvaguardando l'IVA che è imposta europea. Lo Stato non diminuirebbe le entrate per questo ma le fermerebbe al livello scelto, evitando solo di moltiplicare gli aumenti dei prodotti petroliferi per effetto delle imposte;
infatti, le imposte sui prodotti petroliferi moltiplicano gli aumenti subiti dai prezzi. Il Governo decidendo di rinunciare alle maggiori entrate derivanti da questo meccanismo automatico sceglierebbe una politica economica di contenimento dell'inflazione che per l'Italia nell'attuale situazione sarebbe un'autentica iattura. Se l'inflazione riprendesse a correre in Italia ci sarebbero anzitutto conseguenze sulle condizioni di vita della parte più debole dei cittadini e sul debito pubblico, il cui costo aumenterà per effetto dell'aumento del costo del denaro;
sui prezzi dei prodotti petroliferi si potrebbe adottare una strategia di contenimento prevedendo che gli aumenti possano essere decisi solo dopo un certo lasso di tempo e che in ogni caso sui prodotti petroliferi, che come il resto dell'energia hanno un carattere strategico, si potrebbe introdurre se non un'amministrazione dei prezzi almeno una loro sorveglianza;
è urgente anche avviare l'applicazione dei punti definiti nel protocollo con la filiera petrolifera: commissione istituzionale sulla doppia velocità dei prezzi dei carburanti, apertura della vendita attraverso la grande distribuzione e blocco settimanale degli aumenti;
l'articolo 1, comma 290, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (modificato dall'articolo 9, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133) stabilisce che, con decreto adottato dal Ministero

dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, le misure delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti ovvero come combustibili per riscaldamento per usi civili sono ridotte al fine di compensare le maggiori entrate dell'imposta sul valore aggiunto derivanti dalle variazioni del prezzo internazionale, espresso in euro, del petrolio greggio;
l'articolo 1, comma 291, della legge n. 244 del 2007, stabilisce le condizioni necessarie per l'adozione del decreto di cui al comma 290: il decreto di cui al comma 290 può essere adottato, con cadenza trimestrale, se il prezzo di cui al medesimo comma aumenta in misura pari o superiore, sulla media del periodo, a due punti percentuali rispetto esclusivamente (espressione inserita dall'articolo 9, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, già citato) al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nel Documento di programmazione economico-finanziaria (ora, Documento di economia e finanza, DEF);
il Ministro dell'economia e delle finanze, già con proprio decreto del 7 marzo 2008, in applicazione di quanto previsto dai commi 290-294 citati, ha a suo tempo ridotto le aliquote di accisa di cui all'articolo 21 del testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, approvato con il decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive modificazioni;
dopo di allora, malgrado le modifiche del decreto-legge n. 112 del 2008 che rendevano tale intervento obbligatorio, nessun decreto ministeriale in proposito è stato emanato,


impegna il Governo


a procedere con la massima sollecitudine all'adozione del decreto di riduzione dell'accisa sui carburanti in attuazione delle disposizioni previste dall'articolo 1, commi da 290 a 294, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
(7-00568)
«Messina, Aniello Formisano, Borghesi, Cimadoro, Barbato, Cambursano, Monai».