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Atto a cui si riferisce:
S.1/00410 [Predisporre una massiccia campagna informativa, obiettiva e completa sui quesiti referendari]



BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,

considerato che viste le sentenze della Corte costituzionale n. 24, 26, 28 e 29 del 12 gennaio 2011, depositate in cancelleria il 26 gennaio 2011 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale - 1ª serie speciale - n. 5 del 28 gennaio 2011, con le quali sono state dichiarate ammissibili altrettante richieste di referendum popolare, il Consiglio dei ministri, nella riunione del 23 marzo scorso, ha deliberato la proposta di fissare le date del 12 e 13 giugno 2011 per lo svolgimento dei referendum abrogativi in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, in materia di modalità e affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, di determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, nonché in materia realizzazione di nuove centrali per la produzione di energia nucleare;

con decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 2011, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 77 del 4 aprile 2011, si è pertanto provveduto all'indizione del referendum popolare per l'abrogazione parziale di norme del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, della legge 23 luglio 2009, n. 99, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, e del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, in materia di nuove centrali per la produzione di energia nucleare. I relativi comizi sono stati convocati per il giorno di domenica 12 giugno 2011, con prosecuzione delle operazioni di votazione nel giorno di lunedì 13 giugno 2011;

con altrettanti decreti presidenziali pubblicati sulla medesima Gazzetta Ufficiale n. 77 del 4 aprile 2011 si è provveduto all'indizione del referendum popolare per l'abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale, nonché all'indizione del referendum popolare per l'abrogazione dell'articolo 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, come modificato dall'articolo 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, e dall'articolo 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 325 del 2010, in materia di modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. È stato, infine, indetto, per la medesima data, un referendum popolare per l'abrogazione parziale del comma 1 dell'articolo 154 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito;

con decreto del Ministro dell'interno del 3 marzo 2011, è stata fissata, per i giorni di domenica 15 maggio e lunedì 16 maggio 2011, la data di svolgimento, nell'ambito delle regioni a statuto ordinario, delle consultazioni per l'elezione diretta dei Presidenti di Provincia e dei Consigli provinciali e dei Sindaci e dei Consigli comunali nonché per l'elezione dei consigli circoscrizionali, limitatamente ai Comuni dove l'istituzione delle circoscrizioni di decentramento è ancora consentita dalla legge e prevista e disciplinata dalle norme statutarie e regolamentari dell'ente locale. Il decreto fissa altresì, per i giorni di domenica 29 maggio e lunedì 30 maggio, la data di svolgimento dell'eventuale turno di ballottaggio per l'elezione diretta dei Presidenti di Provincia e dei Sindaci non proclamati eletti all'esito del primo turno di votazione;

la legislazione vigente prevede che i referendum si tengano in una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2011 e le elezioni amministrative - riguardanti 1.310 Comuni italiani e 11 Province - in una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2011. Poiché le date disposte per i turni delle elezioni amministrative sono il 15 e il 29 maggio, appare evidente che la scelta del 12-13 giugno per i referendum sia stata dettata non tanto da ragioni pratiche oggettive quanto piuttosto dalla speranza che la fissazione di una data estrema, tale da scoraggiare l'affluenza, e la sopravvenuta, seppur tardiva e inadeguata, moratoria nucleare possano contribuire a ridurre le elevatissime possibilità di successo della tornata referendaria;

la separazione dei due momenti elettorali - oltre a comportare disagio per moltissimi cittadini che si troverebbero a votare per tre volte nell'arco di poche settimane - comporterà anche un inutile ed ingente esborso economico per le pubbliche amministrazioni, dell'ordine di diverse centinaia di milioni di euro, in un contesto nazionale dominato da una grave e perdurante crisi economico-finanziaria;

a decorrere dalla data di indizione dei comizi referendari scatta, in ogni caso, una serie di obblighi ed adempimenti, tra i quali quelli previsti dalla legge 22 febbraio 2000, n. 28, recante disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica. In caso di inadempienza, la medesima legge sulla par condicio, all'articolo 10, disciplina provvedimenti e sanzioni. È dunque essenziale che tutti i soggetti obbligati, con particolare ma non esclusivo riferimento al servizio pubblico radiotelevisivo, predispongano ed attuino tutte le misure di loro competenza per garantire la parità di trattamento e l'imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici, l'accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica e l'accesso ai mezzi di informazione durante la campagna elettorale. Al momento, si deve purtroppo constatare come la campagna informativa sui quesiti referendari sia inconsistente ed inadeguata all'importanza dei temi trattati;

considerato, altresì, che:

con l'art. 7 del decreto-legge 112 del 2008, è stato attribuito al Governo il compito di definire una "strategia energetica nazionale", intesa quale strumento di indirizzo e programmazione a carattere generale della politica energetica nazionale, cui pervenire a seguito di una conferenza nazionale dell'energia e dell'ambiente, avente lo scopo di indicare le priorità per il breve ed il lungo periodo per conseguire, anche attraverso meccanismi di mercato, gli obiettivi della diversificazione delle fonti di energia e delle aree di approvvigionamento, del potenziamento della dotazione infrastrutturale, della ricerca nel settore energetico e della sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell'energia;

lungi dall'inquadrarsi in una pianificazione energetica nazionale trasparente, condivisa e coerente sia con la tutela ambientale che con le politiche comunitarie ed internazionali in materia, le varie misure assunte dal Governo in campo energetico dal 2008 in poi si sono mosse prevalentemente, da un lato, nella direzione della mera semplificazione e velocizzazione delle procedure di autorizzazione alla costruzione e all'esercizio di grandi impianti, compresi nuovi reattori nucleari, e, dall'altro, nella direzione della penalizzazione delle fonti energetiche rinnovabili in termini di politiche di incentivazione, il tutto senza aver preliminarmente predisposto, illustrato e condiviso il necessario quadro strategico in cui inserire le azioni per i singoli comparti energetici;

con riguardo al profilo procedurale, il Governo ha reiteratamente scelto di legiferare in termini emergenziali e secondo canoni di straordinarietà, anche in senso non conforme alla Costituzione. Ad esempio, l'art. 4 del decreto-legge n. 78 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 102 del 2009, ha previsto l'individuazione, da parte del Governo, degli interventi relativi alla produzione, trasmissione e distribuzione dell'energia per i quali ricorrono particolari ragioni di urgenza che devono essere effettuati con mezzi e poteri straordinari, attribuiti ad uno o più Commissari straordinari del Governo. Tali disposizioni sono state dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale con sentenza n. 215 del 2010, che ha ritenuto non giustificata l'attribuzione allo Stato di competenze regionali ed ha quindi stabilito che le disposizioni medesime violano gli artt. 117, terzo comma, e 118, primo e secondo comma, della Costituzione. L'art. 1 del decreto-legge 105 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010, ha conseguentemente dovuto attribuire alle intese con le regioni interessate anche l'individuazione degli interventi urgenti connessi alla trasmissione e alla distribuzione dell'energia, precedentemente esclusi;

la Corte costituzionale, seguendo la medesima logica affermata con le note sentenze n. 278 e n. 331 del 2010 concernenti normativa regionale, ha dichiarato con la sentenza n. 33 del 2011 l'illegittimità dell'art. 4 del decreto legislativo n. 31 del 2010 nella parte in cui non prevede che la Regione interessata, anteriormente all'intesa con la Conferenza unificata, possa esprimere il proprio parere in ordine al rilascio dell'autorizzazione unica per la costruzione e l'esercizio degli impianti nucleari. A seguito di tale sentenza, il Governo ha adottato un decreto correttivo che lascia comunque inalterato l'impianto sostanziale delle norme vigenti, che peraltro non risultava ancora pubblicato al momento della adozione della cosiddetta "moratoria" parziale, aggiungendo elementi di oscurità ad un percorso normativo già caratterizzato da mancanza di coordinamento e di discussione pubblica di un ambito tanto critico e rilevante. Nella medesima materia, come già rilevato, la Corte, con sentenza n. 28 del 2011, ha dichiarato ammissibile il referendum abrogativo contro la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia proposto dall'Italia dei Valori. Sull'insieme della legislazione nucleare proposta dal Governo, sempre al di fuori di una conoscibile e trasparente strategia energetica nazionale, pendono dunque rilevanti incognite sia sotto il profilo della legittimità costituzionale che della legittimità politica, in pendenza di referendum;

l'art. 25 della legge n. 99 del 2009 - oggetto del predetto quesito referendario - ha disposto una delega al Governo per la disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare e di fabbricazione del combustibile nucleare nonché dei sistemi di stoccaggio e per il deposito definitivo dei rifiuti radioattivi, e per la definizione delle misure compensative in favore delle popolazioni interessate. La delega prevede altresì che vengano stabilite le procedure autorizzative e fissati i requisiti per lo svolgimento delle attività di costruzione, di esercizio e di disattivazione dei citati impianti. Con il decreto legislativo 31 del 2010 è stata prevista la definizione di una strategia in materia nucleare, propedeutica all'avvio delle procedure localizzative ed autorizzative, alla quale queste ultime devono aderire, di cui però si sono perse le tracce. Il medesimo decreto delegato ha disposto il rinvio ad ulteriori provvedimenti per la fissazione di appositi requisiti tecnici, professionali e organizzativi per gli operatori autorizzati alla realizzazione e all'esercizio di impianti nucleari, l'informazione, il monitoraggio ed il confronto pubblico sull'attività concernente il procedimento autorizzativo, la realizzazione, l'esercizio e la disattivazione del relativo impianto nucleare, nonché sulle misure adottate per garantire la protezione sanitaria dei lavoratori e della popolazione e la salvaguardia dell'ambiente. Al momento, l'Agenzia per la sicurezza nucleare - autorità nazionale per la regolamentazione tecnica, il controllo e l'autorizzazione ai fini della sicurezza nel settore nucleare, istituita dalla legge n. 99 del 2009 - è addirittura priva di sede e non si comprende come, in mancanza di tutti gli elementi sopra elencati, possa effettivamente garantire i massimi livelli di sicurezza per l'ambiente, la popolazione ed i lavoratori;

di fatto, nella programmazione governativa e negli strumenti normativi sin qui adottati, non si tiene dovutamente conto dell'inadeguatezza del territorio italiano ad ospitare tali impianti, in termini di morfologia, sismicità, presenza di centri abitati e corsi d'acqua, sicurezza dei suoli ed altri fattori, che, naturalmente, accrescono costi e rischi delle ipotizzate nuove centrali, di per sé già più costose di quelle di vecchia generazione. Né tali carenze fondamentali delle procedure legislative sin qui adottate possono essere sanate con una semplice sospensione dell'efficacia di taluni articoli del citato decreto legislativo n. 31 del 2010, che restano peraltro totalmente vigenti;

ancor prima dell'approvazione della legge n. 99 del 2009, il Governo ha infatti ritenuto di firmare un Protocollo di accordo con la Francia sulla cooperazione nel settore dell'energia nucleare, in occasione del vertice di Villa Madama del 24 febbraio 2009. In virtù di tale accordo-quadro il progetto nucleare italiano dovrà avvalersi del know how tecnologico francese, scelta che non potrà non influire sulle tipologie di impianti nucleari da realizzare nel territorio nazionale e sulla loro concreta costruzione, determinando quindi una ulteriore possibile forma di dipendenza tecnologica ed operativa dall'estero, che si sommerà alla già certa dipendenza per l'approvvigionamento delle fonti necessarie per la produzione di energia nucleare;

il programma nucleare del Governo prevede sostanzialmente la costruzione, entro il 2030, di centrali per una potenza complessiva di 13.000 Megawatt che si vorrebbe fossero in grado di coprire, entro quella data, il 25 per cento del consumo nazionale di elettricità. Tale programma, tuttavia, non garantisce, in termini di priorità e dettaglio delle azioni da intraprendere, adeguate misure per la sicurezza ambientale e della popolazione, dal momento che la gran parte degli adempimenti fondamentali (individuazione e localizzazione dei siti, scelta e valutazione della tipologia di impianto e delle tecniche di realizzazione, analisi del territorio, analisi costo-benefici) viene, di fatto, rinviata a momenti successivi, quando sarebbe stato invece necessario disporne preliminarmente alla scelta se attivare o meno l'opzione nucleare, secondo il principio comunitario di precauzione. A meno di non voler follemente comprimere i costi per la funzionalità e la sicurezza degli impianti, occorre inoltre valutare adeguatamente anche la circostanza che le uniche due centrali EPR (European pressurized-water reactor) di terza generazione in costruzione in Europa, ad Olkiluoto in Finlandia ed a Flamanville in Francia, hanno riscontrato numerose carenze tecniche ed un forte aumento dei tempi programmati di messa in esercizio, con conseguenze anche in termini di maggiori oneri per l'Italia che tali centrali EPR intenderebbe attivare;

il programma governativo non tiene altresì conto del fatto che la maggior parte degli studi disponibili effettuati da istituzioni pubbliche o da enti terzi, non direttamente interessati a costruire centrali realizzati dopo il 2008 in Europa e negli USA, dimostra come il costo medio attualizzato dell'energia elettrica prodotta dalle nuove centrali nucleari sia di circa 73 euro per megawattora, più alto di quello stimato dal Governo italiano e comunque non competitivo con i costi delle altre fonti se si tiene conto anche degli oneri, non eliminabili, di decommissioning e di custodia in sicurezza delle scorie e degli incalcolabili costi in caso di incidente, non paragonabili con i costi da malfunzionamento di qualsiasi fonte rinnovabile. Né il programma nucleare del Governo tiene in adeguato conto il costo, diretto e indiretto, rappresentato dalla dipendenza tecnologica per la componentistica dei reattori e per le tecniche di arricchimento, passaggio indispensabile affinché l'uranio sia utilizzabile in una centrale. Allo stesso modo, non sembra tener conto delle possibili fluttuazioni del prezzo dell'uranio, dovute a maggiori consumi o alla riduzione delle riserve disponibili o al progressivo maggior costo dell'esplorazione di nuovi giacimenti, che dovrà essere importato dall'estero ed in particolare da aree soggette ad instabilità politico-economica. Il programma nucleare, come prefigurato, contribuirà quindi a mantenere la nostra dipendenza dalle importazioni energetiche e tecnologiche senza incidere in maniera significativa su un sistema attuale che determina costi di generazione troppo elevati, i quali rendono oggi conveniente importare una quota di energia dall'estero. Il programma del Governo, infine, non tiene adeguato conto del fatto che il prezzo dell'energia prodotta dai nuovi impianti risentirebbe comunque di ogni oscillazione delle quotazioni del combustibile, necessario per la produzione di energia nucleare;

l'energia nucleare, come è noto, non garantisce emissione zero di gas serra, dal momento che il ciclo di lavorazione dell'uranio comporta il rilascio di emissioni, diversamente dal ciclo delle rinnovabili, né appare in grado di contribuire efficacemente a regime all'abbattimento complessivo dei medesimi gas serra - i cui livelli di emissione sono dipendenti da una serie complessa di fonti sulle quali si continua a non voler incidere significativamente ed in modo coordinato - contribuendo, invece, ad un notevolissimo consumo di risorse idriche ed energetiche per il funzionamento dei reattori. L'emissione specifica di anidride carbonica al chilowattora prodotta da una centrale nucleare resta sempre e comunque superiore all'emissione specifica per le energie rinnovabili, le quali non presentano invece alcuno dei temibili effetti indesiderati delle centrali nucleari. Anche sotto il profilo del contributo in termini di conseguimento degli obiettivi comunitari di abbattimento delle emissioni, il nucleare appare non funzionale;

nel mondo sono operativi circa 440 reattori nucleari in 30 Paesi, senza però che ciò abbia, dal momento in cui si è iniziato ad utilizzare l'atomo per uso civile fino ad oggi, minimamente scalfito la dipendenza delle grandi economie industriali da fonti fossili, come dimostrano ampiamente l'andamento passato e recente del prezzo del greggio. Si calcola, anzi, che il contributo nucleare alla produzione mondiale di energia elettrica sia destinato a ridursi nel 2030 rispetto ai livelli attuali. Il programma nucleare portato avanti dal Governo sembra dunque esser stato fatto senza tener conto della scenario della domanda e dell'offerta di energia elettrica sia su scala globale che nazionale. Le nuove centrali potrebbero effettivamente coprire al 2020, meno del 5 per cento del fabbisogno nazionale ad un costo esorbitante, non incidendo peraltro sul restante 95 per cento. La quota del nucleare nell'offerta di energia mondiale è, e resta, in prospettiva, relativamente molto contenuta ed il presunto rilancio del nucleare nel mondo, consiste, più che nell'aumento del numero complessivo delle centrali, nella sostituzione dei vecchi impianti, costruiti negli anni '60 e '70. La stessa British Petroleum prevede che, in termini temporali non dissimili da quelli per i quali il Governo immagina la messa in funzione dei nuovi reattori, la quota delle fonti rinnovabili, nell'offerta di energia, sarà pari a quella del nucleare;

a distanza di molti giorni dal grave incidente nucleare di Fukushima, avvenuto l'11 marzo e per il quale, l'11 aprile 2011, il livello di pericolo è stato innalzato alla stessa soglia di Chernobyl, nonostante i vantati progressi nella sicurezza degli impianti, il Consiglio dei ministri del 23 marzo 2011 - nell'approvare nell'ultimo giorno concesso dalla delega di cui alla citata legge n. 99 del 2009 un decreto legislativo che integra, con limitate modifiche di carattere tecnico-procedurale, la vigente normativa di settore - ha deliberato una temporanea "moratoria" avente ad oggetto taluni aspetti procedurali del programma nucleare, non modificando la sostanza del medesimo, ed anzi confermando la scelta nuclearista compiuta dal 2008 ad oggi con la previsione ed approvazione di strumenti normativi straordinari;

tale moratoria, disposta dall'articolo 5, comma 1, del decreto-legge n. 31 marzo del 2011, n. 34, che non incide sulla legge n. 99 del 2009 né sulla vigenza delle norme attuative che pure richiama, si configura come mera sospensione - per 12 mesi - dell'efficacia delle sole disposizioni degli articoli da 3 a 24, 30, comma 2, 31 e 32 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31;

risulta gravemente carente di trasparenza l'attività procedurale prevista - ai sensi delle disposizioni non sospese del predetto decreto legislativo n. 31 del 2010 - per il cosiddetto parco tecnologico che nelle intenzioni del Governo dovrebbe ospitare il deposito nazionale per le scorie radioattive, di cui ancora non si conosce neppure la fattibilità e che in ogni caso vede irragionevolmente compresso il ruolo delle regioni e degli enti locali in materia localizzativa, tanto più alla luce delle problematiche di refrigerazione del combustibile irragiato evidenziate a Fukushima;

considerato, infine, che:

l'Unione europea ha fissato in modo vincolante il percorso da intraprendere, da qui al 2020, per combattere i cambiamenti climatici e promuovere l'uso delle energie rinnovabili. Ciò consentirà all'Unione di ridurre del 20 per cento le emissioni di gas a effetto serra rispetto al 1990, di conseguire un risparmio energetico del 20 per cento e di aumentare al 20 per cento la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia entro il 2020. Per l'Italia l'incremento finale, entro il 2020, dovrà essere non inferiore al 17 per cento, laddove gli ultimi dati disponibili attestano che le fonti rinnovabili di energia hanno contribuito complessivamente al consumo interno lordo italiano di energia per una percentuale inferiore al dieci per cento. È dunque necessario un significativo sforzo per il miglioramento di tale produzione;

Eurostat ha confermato che il consumo di energie rinnovabili è raddoppiato in dieci anni (1999-2009), passando dal 5,4 per cento al 9 per cento nei Paesi dell'Unione europea, mentre non si è registrato alcun incremento nell'utilizzo di energia nucleare. L'Italia ha conosciuto una crisi simile nel settore, mentre si avvicinano i termini previsti per l'emanazione del IV conto energia che dovrebbe prevedere nel nostro Paese tagli a partire dall'anno in corso, e forse anche l'imposizione di un tetto annuale alla produzione incentivabile;

il piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, notificato nel mese di luglio 2010 alla Commissione europea, delinea un percorso di crescita delle rinnovabili dai 40 ai 50 terawattora (TWh) dal 2010 al 2020, prevedendo quindi il raddoppio rispetto alla produzione attuale, in linea con la strategia comunitaria. In tale prospettiva, i meccanismi di sostegno devono rispondere anzitutto alla strategia di promozione delle rinnovabili e dell'efficienza energetica nell'ambito della politica energetica del nostro Governo in sede di Unione europea. Questo impone evidentemente di sgombrare il campo alle troppe incertezze prodotte - soprattutto in queste ultime settimane - con il comportamento del Governo e poter ridare garanzie ai consumatori e, soprattutto, alle imprese;

il decreto legislativo n. 28 del 2011 attuativo della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, approvato definitivamente dal Governo disattendendo parzialmente gli stessi pareri parlamentari, ha causato forti polemiche e contestazioni da parte degli operatori delle rinnovabili a causa delle drastiche penalizzazioni che esso impone al settore, a cominciare dalla iniziale previsione di un tetto complessivo di fotovoltaico e alla limitazione dei «premi» del terzo conto energia al 31 maggio 2011, con grave incertezza per i progetti autorizzati, finanziati o in corso, che dovessero risultare allacciati dopo la suddetta scadenza del 31 maggio 2011;

in altre parole, invece di provvedere alla correzione dei fenomeni patologici rilevati in alcuni momenti di gestione del sistema delle rinnovabili e di prevedere conseguentemente un sistema di regole più precise e trasparenti e una condivisa revisione complessiva dei sistemi di incentivazione, rafforzando opportunamente anche le linee guida per la realizzazione degli impianti in modo da rafforzare la tutela paesaggistica e prevenire gli abusi, il Governo ha inteso procedere, in significativa coincidenza con la conclusione dell'iter legislativo del programma nucleare, ad una improvvisa e drastica opera di penalizzazione di tali fonti, in netta controtendenza rispetto alla politica comunitaria che prevede di portare dal 20 al 25 per cento il livello di riduzione delle emissioni di gas serra nel 2020;

a fronte delle proteste per tale emblematica scelta, il Governo si è dovuto impegnare, successivamente all'approvazione del decreto legislativo n. 28 del 2011, ad emanare un ulteriore decreto per ristabilire regole certe ed un nuovo quadro di incentivi in materia, confermando anche in tal modo una linea di totale improvvisazione in un settore strategico e «anticiclico», quale è quello delle energie pulite, giudicato talmente importante da indurre la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) a provvedere al cofinanziamento per le energie rinnovabili;

rilevantissima parte degli oneri pagati in bolletta dai cittadini riguarda tuttora gli incentivi CIP6 a favore delle fonti impropriamente "assimilate" alle fonti rinnovabili, le quali altro non sono che energie prodotte da impianti che utilizzano calore di risulta o fumi di scarico (termovalorizzatori, impianti di raffinazione del petrolio gassificato e bruciato nelle centrali elettriche, impianti che usano gli scarti di lavorazione o di processi, impianti di cogenerazione ed altro). Secondo i dati forniti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas del 2009, a fronte di meno di 1 miliardo di euro derivante dalla componente tariffaria A3 per le fonti rinnovabili propriamente dette, oltre 1,4 miliardi sarebbe destinato alle fonti assimilate, gravando sui cittadini per oltre il 3 per cento della spesa complessiva, al netto delle tasse. Questo meccanismo di tipo parafiscale (ulteriormente appesantito dall'applicazione dell'Iva in bolletta) è palesemente distorsivo ma il Governo, in sede di adozione del decreto legislativo sulle rinnovabili, non ha inteso prevedere alcuna significativa riduzione della remunerazione complessiva riconosciuta alle fonti assimilate né di garantire una più ragionevole ed equa ripartizione degli oneri di incentivazione delle fonti rinnovabili;

il decreto legislativo n. 28 del 2010, rendendo le procedure ancor più opache, imprevedibili e discrezionali di quelle attualmente vigenti, rischia inoltre di favorire, anziché disincentivare, quei fenomeni patologici che altri Paesi - come la Germania e la Danimarca, che investono e ottengono molto più dell'Italia sul fronte delle rinnovabili - non conoscono e non hanno mai conosciuto. Tali problemi sono aggravati, nel nostro Paese, dalla carenza di controlli e di un quadro pianificatorio adeguato alla realtà e specificità del territorio nazionale, determinando effetti paradossali in ordine alla localizzazione degli impianti che sarebbe possibile evitare attribuendo, d'intesa con la Conferenza unificata e nel rispetto delle competenze regionali e locali, una più forte ed omogenea cogenza alle linee guida di cui al decreto ministeriale 10 ottobre 2010, previe le opportune modifiche;

nonostante lunghi negoziati, non si è ancora pervenuti alle necessarie correzioni dei provvedimenti approvati dal Governo in materia di fonti rinnovabili, in particolare al fine di adottare un sistema di incentivi che, pur prevedendo una graduale riduzione della tariffa incentivante al raggiungimento di soglie di potenza installata, cancelli i limiti annuali di potenza incentivata e i tetti massimi di spesa annuale, rivedendo gli obiettivi del piano nazionale al 2020, in modo da incrementarli,

impegna il Governo:

ad assicurare, per quanto di propria competenza, su tutti i quesiti oggetto del referendum di giugno, l'applicazione di quanto previsto dalla normativa vigente e segnatamente dalla legge n. 28 del 2000, con particolare riferimento alla parità di trattamento e all'imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici, l'accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica, l'accesso ai mezzi di informazione durante la campagna referendaria, nonché il rispetto dei criteri per il riparto degli spazi di cui all'articolo 4 della citata legge sulla par condicio;

a predisporre, per quanto di propria competenza, una massiccia campagna informativa, obiettiva e completa, sui quesiti referendari, attraverso tutti gli organi di informazione, in conformità ai principi di imparzialità ed equità dell'accesso all'informazione e alla comunicazione politica per tutti i soggetti politici, assicurando la totale aderenza alle disposizioni di cui alla legge 22 febbraio 2000, n. 28, ed evitando di promuovere, con formule dirette ed indirette, l'atteggiamento astensionistico da parte degli elettori;

a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, delle strategie energetiche nazionali, abbandonando definitivamente il programma nucleare sin qui pregiudizialmente seguito senza tenere nel dovuto conto i costi e gli insormontabili problemi di sicurezza che tale fonte energetica da sempre pone - come confermato dal gravissimo incidente nucleare di Fukushima - adottando invece procedure più trasparenti, condivise e rispettose del principio di leale collaborazione per le attività correnti e future di messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi e dei residui del nucleare presenti nel nostro Paese, con particolare riferimento alla idoneità degli impianti per lo stoccaggio in sicurezza ed alla loro localizzazione;

ad assicurare procedure di informazione pubblica, comunicazione e monitoraggio delle suddette attività di messa in sicurezza delle scorie nonché misure di refrigerazione del combustibile irraggiato tali da impedire il surriscaldamento o danneggiamento dello stesso e comunque la fuoriuscita di radiazioni altamente dannose per l'ambiente e la salute delle popolazioni;

ad abbandonare altresì l'atteggiamento contraddittorio sin qui seguito in materia di energie rinnovabili pulite, che ha gettato nell'incertezza un settore innovativo e strategico, facendo invece propria una politica coerente, stabile ed organica di potenziamento ed incentivazione delle fonti rinnovabili pulite, che - in ossequio alla normativa comunitaria e procedendo secondo il metodo del confronto positivo con gli operatori del settore, le associazioni ambientaliste, le istituzioni e gli enti locali - provveda a rivedere i meccanismi di incentivazione nel senso di favorire la ricerca e l'innovazione tecnologica, la trasparenza delle procedure, con particolare attenzione alla piena tutela del paesaggio e delle aree agricole, la salvaguardia degli investimenti effettuati, la riduzione del carico sulla bolletta elettrica impropriamente destinato a beneficio delle cosiddette fonti assimilate di cui al provvedimento del Comitato interministeriale dei prezzi 29 aprile 1992, n. 6, confermando la definitiva cessazione, alla scadenza, delle convenzioni attualmente in essere stipulate tra i produttori e il gestore dei servizi elettrici (Gse), di ogni incentivazione per gli impianti funzionanti con fonti energetiche assimilate alle rinnovabili.