• Testo DDL 2597

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Atto a cui si riferisce:
S.2597 Istituzione della festa nazionale del 17 marzo per la celebrazione della proclamazione dell'Italia unita





Legislatura 16º - Disegno di legge N. 2597


 
 

Senato della Repubblica

XVI LEGISLATURA

 

N. 2597
 
 
 

 

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa del senatore GIULIANO

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 3 MARZO 2011

Istituzione della festa nazionale del 17 marzo per la celebrazione
della proclamazione dell’Italia unita

 

Onorevoli Senatori. – A differenza di alcuni altri Stati europei, la storia di un’Italia unita è molto recente: dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente, avvenuta nel 476 dopo Cristo, la nostra penisola ha ritrovato una unità stabile soltanto nel 1861, anche se l’identità di un popolo «italiano» non è stata mai messa in discussione.

    All’origine del processo di presa di coscienza nazionale e di unificazione avvenuto nel corso dell’Ottocento sta probabilmente la situazione di malcontento generale seguita alla Restaurazione. Con il Congresso di Vienna (1815) e la fine degli ideali rivoluzionari, l’Italia si trova divisa fra l’Austria, che governa direttamente il Nord (Lombardia, ex-Repubblica di Venezia, Trentino, Valtellina) e indirettamente il Centro (con i Ducati di Parma, Modena e il Granducato di Toscana), i Borboni al Sud nel Regno delle Due Sicilie, lo Stato pontificio al Centro e i Savoia che governano il Piemonte e la Sardegna.
    La divisione politica ha importanti effetti negativi sullo sviluppo economico della penisola perché limita gli scambi commerciali, impedisce l’uso di una moneta e di un peso unici e lo penalizza con le tasse doganali. È quindi soprattutto all’interno della borghesia imprenditoriale e specialmente nelle aree economicamente più avanzate che si creano i presupposti per la nascita di una vera e propria coscienza nazionale.
    Tuttavia, i moti rivoluzionari degli anni 1820-1821 e 1830-1831 falliscono miseramente poiché non riescono a coinvolgere le masse popolari, e le società segrete (fra cui la Carboneria) contano troppo sull’aiuto dei sovrani, sempre pronti a voltare faccia per il proprio tornaconto.
    E vale la pena ricordare come uno di questi significativi episodi, l’insurrezione nolana di due militari nella notte tra il 1º e il 2 luglio 1820, si svolgesse al grido di «viva la libertà e la Costituzione» quasi già a prefissare il vincolo indissolubile dello Stato italiano, successivamente rafforzato dalle vissute esperienze del nostro popolo, fino alla proclamazione della Repubblica e alla promulgazione della Carta costituzionale, che ben può riassumersi nell’endiadi «libertà e Costituzione».
    Il sentimento nazionale si incanala quindi in due linee di pensiero e di azione: una, più democratica e popolare, portata avanti da Giuseppe Mazzini, il quale aspira a un’Italia unita, indipendente e repubblicana; l’altra, più moderata, è capeggiata da Vincenzo Gioberti, il quale propone la soluzione di una confederazione di Stati italiani presieduta dal papa.
    Le idee rivoluzionarie di Mazzini sembrano per il momento avere il sopravvento e sfociano nel 1848 (anno di rivoluzioni in tutta Europa) in una serie di sommovimenti popolari. A Palermo, in Campania, in Toscana, in Piemonte e nello Stato pontificio il popolo insorge e i sovrani si trovano costretti a promulgare nuove costituzioni (che, tuttavia, avranno vita breve).
    Nel Lombardo-Veneto, territorio allora austriaco, l’insurrezione viene appoggiata dal re di Sardegna, Carlo Alberto, dando vita così a quella che è definita la I guerra d’indipendenza (1848). Carlo Alberto, con l’aiuto di papa Pio IX e degli altri Stati italiani, sembra avere la meglio; ma, quando il papa si ritira, dichiarandosi neutrale, l’esercito sabaudo viene sconfitto.
    Fallito il tentativo moderato e federalista, i democratici non si arrendono e le insurrezioni continuano a Firenze, Roma, Napoli e Venezia. La guerra contro l’Austria sembra continuare, ma nell’estate del1849 l’esercito di Carlo Alberto subisce una dura sconfitta a Novara e in breve tempo l’Austria riprende il controllo di gran parte della penisola.
    Si delinea a questo punto la necessità di un’azione politica e militare unica e organizzata, e le speranze di molti si rivolgono al nuovo sovrano del Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II, l’unico governante che mantiene la Costituzione emanata durante i moti del 1848. Lo Stato sabaudo intraprende una serie di riforme e ammodernamenti, che mirano a indebolire il potere ecclesiastico e soprattutto a trovare alleati contro l’Austria portando la «questione italiana» all’attenzione europea.
    L’occasione giusta si presenta quando il nuovo ministro del Regno di Sardegna, Camillo Benso conte di Cavour, decide di partecipare alla guerra di Crimea (1853-1856), che vede coinvolte le più grandi potenze europee. L’intervento militare porta Cavour al successivo Congresso di Parigi (1856), durante il quale il Ministro sabaudo indica la necessità di un’Italia unita per il mantenimento della pace in Europa e propone il Regno di Sardegna come Stato-guida per l’unificazione italiana. Tutto ciò sfocia, nel 1859, un un’alleanza con la Francia e negli accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III, con cui la Francia (sotto certe condizioni) si impegna a sostenere il Regno di Sardegna in una guerra contro l’Austria.
    Mentre Mazzini continua la sua propaganda rivoluzionaria soprattutto al Sud, a Cavour non rimane altro che provocare l’Austria alla guerra; ciò si verifica nell’aprile 1859 e comincia così la II guerra d’indipendenza.
    La guerra si risolve in pochi mesi a favore dell’esercito franco-piemontese; tuttavia, le perdite subite spingono Napoleone III a interrompere le ostilità e a firmare l’armistizio di Villafranca con l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Ciononostante, i popoli del Centro-Nord Italia (Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana) si ribellano al ripristino dello status quo previsto dagli accordi di Villafranca e mediante plebisciti chiedono l’annessione al Regno di Sardegna: Napoleone III è costretto ad accettare il nuovo assetto dell’Italia Centro-settentrionale, ma chiede in cambio Nizza e la Savoia, che diventano territori francesi.
    A questo punto l’Italia risulta essere così divisa: i Savoia al Centro e al Nord, il papa al Centro, i Borboni al Sud. Il Regno delle Due Sicilie, tuttavia, proprio in questi anni sta attraversando una profonda crisi e l’azione democratica mazziniana lo rende il prossimo candidato all’unificazione.
    Il recupero delle terre del Sud avviene non tanto grazie alla fine politica di Cavour quanto grazie ai (più o meno) taciti accordi fra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi. In gran segreto, con l’appoggio del re, Garibaldi organizza una spedizione di militari volontari (i Mille) che nel maggio 1860 partono da Quarto (vicino a Genova) per raggiungere e «liberare» il Sud. I garibaldini sbarcano in Sicilia e in breve tempo si impadroniscono dell’isola; l’entusiasmo è tale che tutte le regioni del Sud insorgono e il sovrano Francesco II di Borbone deve scappare e rifugiarsi a Gaeta.
    Cavour si trova allora costretto a giustificare e a «legalizzare» agli occhi della Francia le insurrezioni: decide pertanto di mandare dal Nord l’esercito piemontese incontro ai garibaldini conquistando l’Umbria e le Marche. I due eserciti, quello regolare piemontese con a capo Vittorio Emanuele II e quello volontario guidato da Garibaldi, si incontrano a Teano, in Campania, dove Garibaldi consegna i territori conquistati nelle mani del re.
    Così, dopo l’annessione delle regioni del Sud attraverso plebisciti popolari, il Regno di Sardegna diventa ufficialmente Regno d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», come viene solennemente proclamato nel primo Parlamento italiano il 17 marzo 1861 con un decreto istitutivo firmato da Vittorio Emanuele II.
    L’atto formale del sovrano completava non soltanto l’iter parlamentare di un provvedimento esaltante, ma soprattutto una lunga, gloriosa e dolorosa storia di lotte politiche, di ragioni storiche che volevano, fondatamente, consacrare in forme giuridiche e strutturali la già antica e radicata identità nazionale del popolo italiano.
    Appare perciò più che opportuno e necessario soddisfare una diffusa richiesta di popolo e proclamare il 17 marzo festa nazionale, per celebrare l’anniversario dell’Italia unita, libera e indipendente.

 

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

    1. È istituita la festa nazionale del 17 marzo, per celebrare l’anniversario della proclamazione dell’Italia unita.

    2. Alla legge 27 maggio 1949, n. 260, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) all’articolo 2, dopo il capoverso: «il giorno dell’Epifania;» è inserito il seguente: «il 17 marzo, giorno della celebrazione della proclamazione dell’Italia unita;»;

        b) all’articolo 5, primo comma, dopo le parole: «Nelle ricorrenze» sono inserite le seguenti: «del giorno della celebrazione della proclamazione dell’Italia unita (17 marzo),».

Art. 2.

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.


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