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Atto a cui si riferisce:
S.1/00384 [Violenza e rivolte in Libia] Donne e sistema dei media



Atto Senato

Mozione 1-00384 presentata da GIULIANA CARLINO
martedì 8 marzo 2011, seduta n.516

CARLINO, BUGNANO, BELISARIO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,

premesso che:

la diffusione di immagini femminili nelle comunicazioni commerciali che sminuiscono la dignità della donna o la sua parità nei confronti del sesso maschile cresce in modo esponenziale giorno dopo giorno; gli stereotipi sessisti nei contenuti, nelle immagini e nel linguaggio della pubblicità sono onnipresenti nella vita di ciascuno;

la rappresentazione sessista della donna trasmessa dai media e dalla pubblicità incide soprattutto sulle giovani generazioni. Lo mostrano i risultati delle ricerche che hanno analizzato i processi psicologici di oggettivazione e di auto-oggettivazione. Pubblicità e media presentano il corpo femminile come mero oggetto sessuale, esistente per l'uso e il piacere altrui. Nel processo di oggettivazione, il corpo femminile perde la sua integrità, viene minimizzato ad alcune sue parti, rappresentate come elementi separati dalla persona, ridotte alla funzione di meri strumenti, e l'immagine femminile viene privata di individualità e personalità. I processi di oggettivazione causano, a loro volta, processi di auto-oggettivazione, nei quali viene interiorizzata la prospettiva dell'osservatore esterno;

già con la risoluzione del 16 settembre 1997 sulla discriminazione della donna nella pubblicità (A4-0258/97), il Parlamento europeo aveva constatato che la legislazione degli Stati membri e la legislazione europea, in materia di protezione contro la rappresentazione degradante della donna nei mezzi di comunicazione, erano insufficienti. La risoluzione del 1997 sottolineava altresì che "lo sfruttamento ingiustificato del corpo femminile a fini commerciali può offendere in modo particolarmente grave la dignità della donna", e ribadiva quanto i mezzi di comunicazione di massa siano in grado di influenzare "i comportamenti sociali attraverso i modelli trasmessi" nonché "contribuire a un cambiamento della mentalità e alla realizzazione dell'eguaglianza rappresentando la varietà di ruoli dei due sessi". Alla luce di tali argomentazioni chiedeva agli Stati Membri di dare "attuazione ai patti e alle convenzioni internazionali in materia nonché al principio della non discriminazione, a livello legislativo così come a livello pratico". Con il medesimo atto si raccomandava ai consigli di emittenza televisiva degli Stati membri la creazione di un codice etico di autoregolamentazione, invitando i mezzi di comunicazione di massa ad assolvere al compito loro affidato a norma di legge per quanto riguarda il rispetto della dignità umana e la realizzazione della parità di diritti;

nel 2008 il Parlamento europeo si è espresso nuovamente sull'argomento ed ha emanato una proposta di risoluzione sull'impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini (2008/2038 INI);

lo Stato italiano non ha assunto alcun provvedimento in applicazione delle suddette risoluzioni, né ha dato indicazioni alle amministrazioni locali ed agli organismi preposti per dare attuazione al principio del rispetto della dignità di donne nell'ambito della comunicazione;

occorre altresì segnalare che nel 2005 il Comitato ONU per l'attuazione della Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW) raccomandava allo Stato italiano di adottare un programma su larga scala, onnicomprensivo e coordinato, per combattere la diffusa accettazione di ruoli stereotipati di uomini e donne, incluse campagne di sensibilizzazione ed educative volte a favorire l'eliminazione degli stessi stereotipi associati ai ruoli tradizionali di uomini e donne nella famiglia e nella società. Il Comitato raccomandava inoltre che i mass media e le agenzie pubblicitarie venissero indotte ed incoraggiate a proiettare un'immagine delle donne come partner alla pari in tutti gli ambiti della vita, al fine di modificare la percezione delle donne come oggetti sessuali e come responsabili in via principale della crescita dei figli;

lo Stato italiano non ha tradotto tali raccomandazioni in atti concreti, né ha provveduto a darne adeguata diffusione;

attualmente nel nostro panorama nazionale, la materia viene autoregolata dagli operatori del settore pubblicitario tramite l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP), il cui codice di autodisciplina della comunicazione commerciale è vincolante per aziende che investono in comunicazione, agenzie, consulenti, mezzi di diffusione, loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di inserzione;

un accordo per rendere più efficace la collaborazione nel controllo e nel ritiro di pubblicità offensive e volgari è stato siglato recentemente proprio tra il Ministro per le pari opportunità e lo IAP; grazie a questo protocollo d'intesa gli uffici del Ministro, cioè l'amministrazione preposta a vigilare sulle politiche femminili nel nostro Paese, potranno chiedere il ritiro di una pubblicità, per la carta stampata o per la televisione, che svilisca l'immagine della donna o sia apertamente violenta o sessista. Il ritiro della pubblicità avverrà entro 48 ore dalla segnalazione;

come in parte già detto, lo IAP rappresenta diverse sigle del mondo pubblicitario, e lavora da decenni su questo fronte, ma non è in grado di monitorare la comunicazione pubblicitaria nella sua interezza, rendendo evidente che lo strumento del codice di autodisciplina, seppur propositivo e apprezzabile nelle sue intenzioni, non può costituire uno strumento sufficiente a contrastare il progressivo degrado a cui si sta assistendo. A ciò occorre aggiungere che il codice è vincolante ma solo su segnalazione, e soprattutto non prevede sanzioni pecuniarie;

parrebbe più adeguato prevedere modifiche al codice delle pari opportunità tra uomo e donna di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, prevedendo il divieto di utilizzare l'immagine della donna in modo vessatorio o discriminatorio a fini pubblicitari e affidando al Ministro per le pari opportunità, anche su denuncia del pubblico, di associazioni e di organizzazioni, nonché ad ogni altra pubblica amministrazione che vi abbia interesse in relazione ai propri compiti istituzionali, il compito di chiedere all'Autorità garante della concorrenza e del mercato di intervenire per porre fine ai comportamenti vietati,

impegna il Governo:

ad assumere le opportune iniziative, anche di carattere legislativo, volte ad adempiere agli obblighi comunitari sanciti dalle due risoluzioni nonché a dare seguito alle raccomandazioni del Comitato ONU per la CEDAW, al fine di garantire un'informazione pubblicitaria che sia rispettosa della figura femminile, provvedendo altresì, al fine di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento legislativo, a sostenere l'esame dell'Atto Senato 2216 recante "Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media";

a porre fine alla perdurante diffusione di immagini negative e degradanti di donne nei mezzi di comunicazione di massa (elettronici, a stampa e audiovisivi) istituendo un organismo pubblico volto al contrasto della discriminazione della donna nei media e nella pubblicità, con il compito di elaborare un codice di autoregolamentazione del settore pubblicitario che vieti ogni forma di pubblicità sessista e discriminatoria, e di vigilare affinché i mezzi audiovisivi adempiano ai loro impegni;

a promuovere attraverso il sistema radiotelevisivo pubblico la diffusione di un'immagine diversa della donna, positiva e valorizzante, al fine di allontanare quella visione stereotipata che attualmente domina nei media, lesiva della dignità umana, senza distinzione di genere, favorendo l'attenzione su altri aspetti che appartengono all'universo femminile, quali il tasso di occupazione delle donne, nettamente inferiore rispetto a quello degli uomini, il grado di incidenza che la precarietà del lavoro ha sulla vita delle donne, pari al doppio di quello degli uomini, il persistere del gender pay gap, che fa sì che le retribuzioni delle lavoratrici donne, a parità di mansioni, siano inferiori a quelle dei colleghi uomini.

(1-00384)