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Atto a cui si riferisce:
C.1/00561 [Contribuire alla formazione delle forze di sicurezza afghane]



La Camera,
premesso che:
la missione Isaf-International security assistance force è stata costituita a seguito della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu n. 1386 del 20 dicembre 2001 che, come previsto dall'accordo di Bonn, ha autorizzato la predisposizione di una forza di intervento internazionale con il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell'Autorità provvisoria afghana e del personale delle Nazioni Unite. Accanto alle attività militari, Isaf assicura la fornitura di beni di necessità alla popolazione e promuove la ricostruzione delle principali infrastrutture economiche; a tal fine, la missione collabora in modo stretto con l'Assistance Mission dell'Onu (Unama);
nel novembre del 2002 al vertice Nato di Praga si è deciso che, nell'ambito di un approccio globale per la difesa contro il terrorismo, le forze dell'alleanza Nato possono intervenire, per la tutela degli interessi dei paesi membri, anche al di fuori dell'area di difesa degli stessi;
il 16 aprile 2003 il Consiglio nord atlantico (Nac) ha deciso l'assunzione, da parte della Nato, della guida dell'operazione Isaf a decorrere dall'11 agosto 2003;
l'Isaf comprende, al 25 gennaio 2011, circa 131.000 militari appartenenti a contingenti di 48 paesi, dei quali i maggiori contributori sono gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, la Francia, l'Italia e il Canada;
la missione è stata da ultimo prorogata al 13 ottobre 2011 con la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu n. 1943 (2010), approvata il 13 ottobre 2010;
la partecipazione italiana all'operazione Isaf, autorizzata dal Parlamento e riconfermata per tre legislature, avviene in attuazione di tali risoluzioni dell'Onu e nell'ambito della Nato, nel pieno rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, che prevede si il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma stabilisce l'impegno di partecipazione dell'Italia alle organizzazioni internazionali che perseguono gli obiettivi della pace e della giustizia fra le nazioni;

nell'ambito degli sforzi della comunità internazionale nella lotta al terrorismo e per il rispetto dei principi sacri della pace, della libertà e della legalità, l'Italia, grazie alla qualità e alla quantità del suo contributo alle missioni internazionali, tra cui in particolare Isaf, oltre a confermare il suo ruolo di prestigio sulla scena internazionale, si è guadagnata il convinto e unanime riconoscimento, fra tutti in particolare, del Presidente americano Obama, del Segretario generale della Nato Rasmussen, del comandante di Isaf il generale Petraeus, nonché delle autorità e popolazioni afghane, che, in più di una circostanza, hanno espresso giudizi di apprezzamento per il pregevole lavoro svolto dai nostri militari;
l'ultimo provvedimento di proroga del finanziamento delle missioni internazionali, il decreto-legge n. 102 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 126 del 2010, contempla un ulteriore aumento della presenza italiana, autorizzando un contingente complessivo di 3.900 unità, costituito da personale delle Forze armate, dell'Arma dei carabinieri e del Corpo della guardia di finanza;
in seguito agli impegni assunti in sede Nato, e da ultimo al vertice di Lisbona, il decreto di proroga delle missioni internazionali, approvato alla Camera dei deputati ed attualmente all'esame del Senato, porterà il contingente italiano inquadrato in Isaf, nell'arco del 2011, ad una consistenza di 4.200 effettivi, inclusi gli addestratori;
in un quadro quindi di comune impegno internazionale, avallato e riconosciuto a più riprese in sede Onu, pur mantenendo le responsabilità assunte nell'area della capitale Kabul, l'Italia ha assunto, dal giugno 2005, il comando della regione occidentale (Regional command west) che comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor;
la maggior parte del contingente italiano è dislocato nell'ovest del paese: l'Italia è infatti a capo del Comando regionale ovest, ed è responsabile di un territorio grande all'incirca come il Nord Italia. Il quartier generale del Comando ovest si trova nella città di Herat. In questa regione l'Italia ha la responsabilità di un prt (provincial reconstruction team) per ricostruire il paese in termini di infrastrutture e istituzioni;
dall'inizio della partecipazione italiana alla missione Isaf, nel 2002, hanno perso la vita 36 militari italiani, che non sono morti invano. Hanno perso la vita compiendo il loro dovere in una missione internazionale voluta, riconosciuta ed avallata dall'Onu, una missione di pace, per la libertà e la sicurezza del popolo afghano. Una missione di importanza strategica fondamentale anche per garantire la stabilità internazionale. Un intervento necessario per l'affermazione della democrazia in un paese nel quale si giocano i destini di un'intera area che non può essere lasciata sotto la minaccia di forze fondamentaliste terroristiche ed antidemocratiche. Non a caso le Nazioni Unite esprimono il loro sostegno al processo di ricostruzione dell'Afghanistan con diverse risoluzioni: n. 1363 (sostegno all'accordo di Petersberg), n. 1373 (strategia contro il terrorismo internazionale), n. 1378 (istituzione di un'amministrazione transitoria in Afghanistan) ed appunto la risoluzione n. 1386 (istituzione della missione Isaf-International security assistance force);
la presenza ed il ruolo di Isaf sono, inoltre, riconosciuti ed apprezzati dalla stessa Assemblea generale delle Nazioni Unite, come testimonia, da ultimo, la risoluzione n. 65/8 del 2010 sulla situazione in Afghanistan;
la missione italiana in Afghanistan non è dunque solo una missione di pace, è anche una missione di libertà e di democrazia. Perché senza libertà e democrazia la pace non può avere lo stesso valore. Per questo motivo è una missione ancora più difficile, per certi versi estrema, un impegno che si sta dimostrando drammatico, ma dal quale non possiamo retrocedere;
i talebani si rendono conto che gli alleati hanno cambiato strategia perché

prima, nelle zone «calde», la Nato colpiva e ripartiva: ora invece tenta di espandere l'area sotto il suo controllo e mantenerla;
in questi ultimi mesi si sono poste le basi per l'avvio del processo di transizione, si sta stabilizzando con la presenza italiana un'area sempre più vasta del paese, e chi non vuole la stabilizzazione dell'Afghanistan reagisce in maniera ancora più violenta. Per questo, gli irriducibili sono diventati «più aggressivi». Come è stato ricordato in zone come il Gulistan e Bala Murghab, fino a qualche mese fa, non vi erano contingenti militari, almeno non stabilmente e, dunque, non vi era motivo di attaccare;
l'Italia è determinata a mantenere l'impegno preso con la comunità internazionale per contribuire alla stabilizzazione, alla pacificazione e alla lotta contro il terrorismo in Afghanistan, con la presenza dei suoi contingenti a Kabul e a Herat e non per condurre una guerra;
gli atti ostili che sono stati condotti ultimamente nei confronti dei nostri militari si inquadrano in una recente recrudescenza registratasi nell'area di responsabilità e sono da mettere in relazione ad un maggior impegno delle forze nazionali nel controllo e nella stabilizzazione dell'area;
la base «Snow», recentemente oggetto di diversi attacchi da parte di insurgent, si trova nella valle del Gulistan, che insieme ai distretti di Bakwa e del Pur Chaman, situati nella fascia orientale dell'estesa provincia di Farah, rappresentano oggi aree ad alto rischio insurgent, in quanto confinano con l'Helmand, roccaforte dei talebani. Si tratta di una vasta area, questa, mai presidiata stabilmente in precedenza da italiani, passata dal 1o settembre 2010 sotto la responsabilità della task force South east, unità del Regional command west;
compiti principali della task force South east, analoghi a quelli delle altre forze della coalizione, consistono nel creare e garantire sicurezza, sviluppo e governabilità da parte delle autorità locali, a favore della popolazione, in un'area dove la presenza di strutture governative legalmente riconosciute è ridotta al minimo, nonché nel contribuire alla ricostruzione del paese e favorire il consenso della popolazione nei confronti delle autorità locali;
i nostri militari, con grande professionalità e spirito di sacrificio, stanno svolgendo numerose e variegate attività che hanno consentito di conseguire importanti risultati e ottenere significativi progressi rispetto all'inizio della missione;
dall'inizio della missione, sono state numerosissime le attività esterne condotte dai nostri militari che agiscono in un ambito operativo particolarmente impegnativo: dalle importanti visite nei villaggi circostanti, alle operazioni più complesse, quali le scorte ai convogli logistici o le attività di pattugliamento. Ma oltre agli interventi più strettamente legati alla sicurezza, sono moltissime le attività in favore della popolazione locale, avviate o già portate a termine dalla task force a guida italiana, come l'apertura di una scuola femminile, il restauro di una moschea, l'installazione di tre nuove pompe per pozzi e la costruzione di un ponte e di un acquedotto. Fra gli eventi più significativi nella prospettiva della ricostruzione e dello sviluppo, l'organizzazione, da parte dei nostri militari, della prima shura (riunione) alla quale hanno partecipato ben 82 capi villaggio, che si sono detti disposti a cooperare con le forze Isaf e con le forze di sicurezza afghane, nonostante le pressioni ricevute da parte degli insorti. Fra gli argomenti affrontati, infatti: la sicurezza dell'area in cui operano i militari italiani della South east, le principali necessità della popolazione e lo sviluppo di vari progetti;
ciò che i nostri militari hanno realizzato a Bala Murghab è rappresentativo del processo in corso in Afghanistan ed, in particolare, dell'efficacia dell'azione italiana per il recupero del controllo del territorio, sottraendolo agli insorti. L'incremento

delle forze e dei mezzi italiani ha consentito, infatti, di estendere a 20 chilometri la «bolla di sicurezza» attorno alla base italiana di Bala Murghab, consentendo a circa 10.000 afghani di rientrare nei villaggi esistenti all'interno di tale bolla che precedentemente erano spopolati per la presenza degli insurgent;
l'obiettivo è quello di poter ottenere lo stesso risultato raggiunto nel distretto di Bala Murghab, naturalmente prima ad ovest e poi in tutto il territorio afghano;
ai fini del conseguimento di questo risultato è stata condivisa con gli alleati della Nato l'esigenza di incrementare il numero di militari e della polizia afghana, ma più in particolare il loro livello di addestramento e di possibilità di impiego;
la condizione indispensabile per la consegna dei territori agli afghani infatti non è solo la loro completa pacificazione, bensì un livello di sicurezza accettabile, o meglio compatibile con la capacità di risposta adeguata da parte delle forze di sicurezza afghane;
ciò è coerente con l'attuale strategia della Nato, delineata nel recente vertice di Lisbona, che prevede l'avvio, nei prossimi mesi dell'anno, di una nuova fase - la transizione - che lancia il processo attraverso il quale le autorità afghane assumeranno gradualmente piena responsabilità;
tale strategia si ricollega alle riflessioni già avviate a partire dal 2010, allorquando è maturata nella comunità internazionale la convinzione, a causa della perdurante instabilità dell'area, che la soluzione esclusivamente militare al problema afghano non fosse sufficiente, ma che fosse necessaria una soluzione politica globale per il rafforzamento delle istituzioni afghane;
la transizione, che prevede, pertanto, la messa in campo - in un'ottica di comprehensive approach - di tutto l'ampio spettro di strumenti politici, sociali, economici e militari a disposizione, dovrà essere graduale, non dettata da scadenze temporali prefissate, ma subordinata alle reali condizioni sul terreno, ovvero vincolata al conseguimento di adeguati livelli di sicurezza, di governance e di sviluppo socio-economico;
l'attività di tutoraggio e di formazione delle forze di sicurezza afghane costituisce, come anzidetto, il fattore catalizzante che può consentire concretamente di accelerare il progressivo passaggio delle piene responsabilità in materia di sicurezza all'esercito e alla polizia afghani;
per rendere materialmente possibile tale passaggio di responsabilità in tema di sicurezza, alle nazioni contributrici è stato richiesto di aumentare ulteriormente lo sforzo nel settore della formazione e dell'addestramento a favore delle forze afghane;
in questo ambito di forte impulso alla formazione delle forze di sicurezza afghane, sarà incrementato e consolidato il ruolo e il contributo nazionale grazie all'invio di ulteriori 200 istruttori la cui eccellenza è ampiamente riconosciuta e apprezzata;
la riorganizzazione del paese procede parallelamente anche grazie all'intenso impegno civile prodotto dall'Italia attraverso le attività finanziate dalla direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli affari esteri. Essa si affianca all'azione militare per gettare le basi dello sviluppo: rafforza i servizi di base per la popolazione e, soprattutto, sostiene le istituzioni governative afghane, sviluppando e consolidando la loro capacità di gestire in proprio i processi di sviluppo e di controllare e governare il territorio. Tale azione si sta concentrando su Herat, provincia sede del prt (provincial reconstruction team) italiano, quale concreto impegno a sostegno dell'attuazione della strategia di transizione finalizzata al passaggio nelle mani del legittimo Governo afghano dei processi di sviluppo, governo del territorio e mantenimento della sicurezza. In stretto coordinamento con la comunità internazionale dei donatori, con

il Governo afghano e la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, la cooperazione italiana ha identificato e finanziato una mole importante di iniziative inquadrate nella Strategia nazionale afghana di sviluppo (Ands) e finalizzate a sostenere il bilancio dello Stato (che dipende in gran parte dall'aiuto internazionale) e i principali programmi di investimento governativi in vari settori;
in una prima fase alcuni paesi hanno assunto, oltre agli impegni finanziari per la ricostruzione, il ruolo di «lead» per l'assistenza in specifici settori dell'amministrazione: giustizia (Italia), esercito (Usa), polizia (Germania), lotta al narcotraffico (Regno Unito) e - successivamente - disarmo e smobilitazione delle milizie irregolari (Giappone). In tale veste, di concerto con le autorità afghane e Unama (United Nations assistance mission to Afghanistan, l'ente delle Nazioni Unite preposto alla ricostruzione del paese), l'Italia ha ospitato a Roma una conferenza internazionale sullo stato di diritto in Afghanistan (luglio 2007), inaugurata dal Presidente Karzai e dal ministro degli affari esteri Frattini, in cui sono state delineate le strategie guida della riforma, ora integralmente guidata dalle istituzioni afghane; mentre in una seconda fase si è valorizzata la «ownership» e la responsabilità afghana per le scelte effettuate permanendo un ruolo di stretta assistenza da parte dei paesi chiave, fra cui l'Italia per la giustizia e lo stato di diritto;
l'impegno civile dell'Italia in Afghanistan non è circoscritto al settore giustizia, e rappresenta, nel suo complesso, una componente essenziale della partecipazione del nostro Paese allo sforzo della comunità internazionale per la ricostruzione dopo la caduta del regime talebano. Tale impegno è stato annunciato e confermato in occasione delle Conferenze internazionali per la ricostruzione e per lo sviluppo succedutesi a Tokyo (2002), Berlino (2004), Londra (2006 e 2010), Parigi (2008) e Kabul (2010), tutte occasioni nelle quali l'Italia ha dichiarato la disponibilità di risorse per il finanziamento di programmi di sviluppo socio-economico ed umanitari per una media di 50 milioni di euro l'anno. Sinora sono stati erogati 442 milioni di euro su 518 milioni stanziati per programmi approvati;
in particolare, nel periodo 2007-2010, tenuto conto dei tagli di bilancio sofferti negli ultimi anni, solo grazie alla disponibilità di fondi derivanti dai decreti-legge sulla proroga delle missioni internazionali è stato possibile adempiere compiutamente a tale impegno. I finanziamenti italiani - come detto - sono in gran parte destinati a programmi nazionali afghani previsti dalla Strategia nazionale di sviluppo (Ands) adottata a Parigi 2008, e sono in gran parte (oltre il 70 per cento attualmente) canalizzati attraverso il bilancio nazionale e le strutture operative afghane, in significativa coerenza con le raccomandazioni sull'efficacia dell'aiuto e agli impegni assunti in sede di conferenza di Londra e di Kabul;
i settori di maggior concentrazione della cooperazione civile italiana con l'Afghanistan sono attualmente:
a) governance, a livello nazionale e locale, incentrato sulla provincia di Herat;
b) sistema giudiziario e diritti fondamentali, particolarmente su Kabul ed Herat;
c) sviluppo rurale e agricoltura, incentrato nella regione ovest;
d) sanità, con focus particolare su Kabul e Herat;
e) infrastrutture stradali;
f) aiuto umanitario alle fasce vulnerabili, prevalentemente nella regione ovest;
la nostra cooperazione allo sviluppo per l'Afghanistan continuerà nel corso del 2011, in misura determinata delle risorse rese disponibili attraverso i decreti-legge di rifinanziamento delle missioni internazionali, la focalizzazione degli interventi sulla regione ovest ed Herat

soprattutto, in particolare nei settori della sanità e della protezione delle fasce vulnerabili, dello sviluppo rurale e dell'agricoltura e micro finanza, attraverso programmi bilaterali realizzati e gestiti direttamente dai ministeri afghani della sanità e i ministeri della riabilitazione e sviluppo rurale e dell'agricoltura, risorse idriche e allevamento, nonché con finanziamenti per la realizzazione della rete stradale rurale e per favorire il processo di riconciliazione e reintegrazione nella società civile dell'insorgenza. Tale impostazione consentirà (in un contesto che comunque prevede le necessarie forme di controllo per il corretto utilizzo delle risorse finanziarie) di favorire la crescita delle strutture governative, la maturazione delle necessarie competenze e quindi «l'afghanizzazione» della ricostruzione;
in tale contesto, il Governo afghano ha richiesto all'Italia un impegno consistente e duraturo, con particolare riguardo alle dinamiche di sviluppo locali ed un più spinto livello di coordinamento della componente civile con la componente militare italiana, con i donatori e le istituzioni presenti sul territorio. Il team di esperti ad Herat sosterrà le istituzioni locali ai vari livelli e garantirà il coordinamento generale, nell'ambito dell'impegno italiano per la piena attuazione della transizione;
attualmente sono in corso 48 iniziative sostenute da fondi allocati negli anni precedenti, in larga parte destinati a progetti e programmi localizzati nella regione occidentale, in particolare nella provincia di Herat. Per il 2011 le risorse messe a disposizione dal decreto sulle missioni per il primo semestre sono pari a 16,5 milioni di euro, Le organizzazioni non governative italiane che continuano a operare sono cinque: Aispo, Cesvi, Emergency, Gvc e Intersos. Alcune con finanziamenti della cooperazione italiana; altre con fondi provenienti da altri donatori. La cooperazione italiana, peraltro, è affiancata da comuni, regioni, università, onlus e privati che danno un loro contributo allo sviluppo di questo paese;
i progetti in corso fanno capo a diversi settori di intervento:
a) rule of law e amministrazione della giustizia: con un contributo complessivo di 13 milioni di euro, la cooperazione italiana è intervenuta per la riabilitazione e il sostegno al sistema giudiziario e penitenziario afghano; il supporto alla strategia per la giustizia nazionale, con particolare attenzione ai diritti fondamentali ed all'accesso alla giustizia per popolazione; la formazione e la creazione di capacità per la sostenibilità delle iniziative, attraverso una scuola di magistratura (Inltc), concepita e realizzata dall'Italia e con programmi attuati con la collaborazione delle università italiane;
grazie al sostegno del Governo italiano, molti risultati sono stati già conseguiti e, in particolare, vanno segnalate le seguenti iniziative: redazione di un codice di procedura penale ad interim, tuttora vigente; redazione di un codice di procedura penale più avanzato, con il concorso di istituzioni afghane e altre componenti della comunità internazionale; organizzazione giudiziaria primaria sul territorio; redazione di un codice minorile in cooperazione con l'Unicef; revisione del diritto di famiglia e del codice civile, in collaborazione con Unifem; riforma della normativa penitenziaria, condotta dall'Unodc; corsi di formazione presso la scuola di magistratura afghana, presso istituzioni internazionali e università italiane di centinaia di magistrati, funzionari governativi e avvocati, fra cui molte donne; riabilitazione della corte di appello e delle strutture penitenziarie di Kabul (carcere di Pol-e-Charki e Detention Center di Kabul); realizzazione di un Women detention center a Kabul, in collaborazione con Unifem e Unodc; prestazione di assistenza legale e difesa in giudizio a migliaia di cittadini indigenti, donne e minori;
b) sanità: gli interventi si sono allineati ai programmi sanitari afghani e sono volti a migliorare l'accesso alle cure da parte della popolazione. Gli aiuti (10 milioni di euro) si sono concentrati nel

settore materno-infantile e nell'emergenza dei grandi ustionati, nel sostegno all'ospedale pediatrico e a quello regionale di Herat, nonché all'ospedale Esteqlal di Kabul. Ad Herat è, inoltre, stata avviata la costruzione di una centrale delle ambulanze che servirà la popolazione della provincia e delle zone limitrofe, per rimediare al problema dell'accesso alle strutture sanitarie, uno dei fattori che più limitano il miglioramento delle condizioni di salute degli afghani, soprattutto nelle zone rurali;
c) agricoltura e sviluppo rurale: l'Italia sostiene il National solidarity programme, iniziativa in corso nell'intero paese il cui scopo è mettere a disposizione delle comunità rurali fondi per realizzare microprogetti, scelti dalle comunità stesse, attraverso il più ampio coinvolgimento possibile di tutti i membri del villaggio e la costituzione di comitati;
d) buon governo: ha un ruolo centrale nel processo di transizione del paese e la cooperazione italiana ha incrementato il suo impegno nel settore del buon governo, soprattutto nella provincia di Herat per il rafforzamento delle capacità dell'amministrazione locale, con l'intento di generare, a partire dal livello locale, un effetto di ricaduta positiva a livello nazionale;
e) infrastrutture stradali: iniziative per la costruzione dei 136 chilometri della strada tra Bamyan e Maidan Shar per un importo complessivo di 103 milioni di euro;
f) aiuti umanitari: nel 2010 sono stati realizzati interventi di sminamento umanitario nelle province di Herat e Kabul e iniziative di emergenza in favore delle popolazioni vulnerabili di Herat, province limitrofe e altre aree del paese in collaborazione con le Nazioni Unite, ma anche con le organizzazioni non governative italiane;
g) iniziative nel sociale: sul versante delle pari opportunità, la cooperazione italiana finanzia un programma di formazione imprenditoriale e professionale femminile a Kabul attraverso cui sono state costituite piccole imprese femminili nel taglio gemme, nel settore dell'elettronica e del fotovoltaico, nei servizi di catering e di ristorazione, unico esempio gestito da donne in tutta Kabul; l'impegno a sostegno delle donne afghane ha riguardato anche programmi per la riduzione della violenza contro le donne, un fenomeno purtroppo ancora molto diffuso in Afghanistan;
su un piano più generale, l'Italia ha ben presente la centralità della dimensione politica e sta portando avanti un'intensa attività diplomatica, in tutte le occasioni di incontro internazionale dedicate all'Afghanistan, per favorire un approccio regionale alla questione afghana e per incrementare il profilo civile dell'assistenza internazionale al paese. La sessione ministeriale G8 outreach svoltasi a Trieste nel giugno 2009 e la riunione dei rappresentanti speciali per Afghanistan e Pakistan svoltasi a Roma il 18 ottobre 2010, che ha visto la partecipazione dei principali attori della regione, incluso l'Iran, si inseriscono in questa prospettiva;
alla luce dei risultati ottenuti e di quelli che ancora si possono e si devono raggiungere nonché della maggiore aggressività dimostrata dalle forze talebane, in virtù anche della circostanza per la quale il nostro Paese è impegnato in Afghanistan nell'ambito di una missione internazionale e potrà disimpegnarsi solo nel quadro di decisioni comuni, appare necessario intervenire per focalizzare lo sviluppo migliore della missione, riflettendo sulle potenzialità e sugli obiettivi di breve e medio termine dell'impegno internazionale,


impegna il Governo:


a confermare, coerentemente con la nuova strategia condivisa nell'ambito del recente vertice di Lisbona, il proprio contributo aggiuntivo con particolare riguardo al settore della formazione delle forze di sicurezza afghane, ai fini del definitivo trasferimento delle responsabilità in materia di sicurezza;

a proseguire nella collaborazione con le autorità afghane e gli alleati Isaf affinché le forze di sicurezza afghane siano messe quanto più possibile nelle condizioni di potere assumere la guida e la conduzione delle operazioni di sicurezza entro il 2014, fermo restando che l'impegno della Nato a sostegno dell'Afghanistan non verrà meno a quella scadenza, ma proseguirà anche attraverso lo strumento di cooperazione fra le parti, approvato in occasione del vertice di Lisbona;
ad accrescere l'impegno civile italiano per la stabilizzazione dell'Afghanistan, in termini di sviluppo, rafforzamento istituzionale e collaborazione economica, per contribuire in tal modo a creare le condizioni affinché il processo di transizione sia irreversibile e sostenibile;
a continuare a svolgere un ruolo attivo e propositivo, nei fori internazionali dedicati all'Afghanistan, per evidenziare l'importanza di un approccio regionale alla questione afghana e per facilitare il processo politico inter-afghano.
(1-00561)
«Cicu, Antonione, Baldelli, Stefani, Cirielli, Dozzo, Pini, Ascierto, Barba, De Angelis, Fallica, Gregorio Fontana, Holzmann, Giulio Marini, Antonio Martino, Mazzoni, Nola, Petrenga, Luciano Rossi, Sammarco, Speciale, Angeli, Biancofiore, Bonciani, Boniver, Renato Farina, Lunardi, Malgieri, Migliori, Moles, Osvaldo Napoli, Nicolucci, Nirenstein, Pianetta, Picchi, Scandroglio, Zacchera, Chiappori, Gidoni, Molgora, Pirovano».