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Atto a cui si riferisce:
C.4/09618 [Evitare che la crisi delle materie prime, che si sta verificando negli Stati Uniti e in Cina, si ripercuota sull'economia italiana]



JANNONE. - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Per sapere - premesso che:
l'ultima crisi delle materie prime ha dei protagonisti nuovi. Per capire quel che sta accadendo, non è necessario analizzare l'andamento del petrolio, ma è più interessante osservare quello relativo all'argento; da un anno all'altro la performance dell'argento sui mercati mondiali ha surclassato perfino quella dell'oro, per due motivi principali: da una parte i due metalli sono dei surrogati reciproci nel portafoglio dei grandi speculatori finanziari, inoltre dietro il boom dell'argento c'è una domanda reale, che viene proprio dalle tecnologie avanzate: i comandi dei televisori a cristalli liquidi, le membrane usate nelle tastiere dei computer, il rivestimento di Cd e Dvd. Anche l'energia solare impiega l'argento nelle sue tecnologie: le celle fotovoltaiche usate nel 70 per cento dei pannelli contengono argento. Tutta «la rivoluzione verde» di Barack Obama si scopre improvvisamente vulnerabile al ciclo economico delle materie prime. Proprio mentre il presidente americano si appresta a celebrare l'entrata in produzione della Volt, la prima auto tutta elettrica della General Motors, la scarsità di minerali colpisce già le sue concorrenti giapponesi come la Nissan Leaf e la più «matura» Toyota Prius;
le auto della nuova generazione, che dovrebbero abbattere drasticamente le emissioni di CO2 nell'atmosfera, usano fino a 15 chili di lantanio in ciascuna delle loro batterie. Il lantanio è una di quelle «terre rare» come neodimio, erbio, europeio, terbio e disprosio, di cui sono voraci le turbine eoliche e gli iPhone, le fibre ottiche dei collegamenti Internet e i laser. Cerio e palladio sono usati nelle marmitte catalitiche. Nel caso delle «terre rare», insieme all'iperinflazione è scattato il razionamento. Chi possiede questi minerali preziosi ha capito che non conviene monetizzare subito. Il Congo ha bloccato le sue esportazioni di tantalite, usata nell'industria aerospaziale, dopo un rialzo del 140 per cento nel prezzo. Tra le conseguenze geostrategiche dell'impennata delle materie prime c'è la possibilità di un riscatto dell'Africa, nuovo polo d'attrazione degli investimenti mondiali. L'embargo più preoccupante è, però, quello lanciato dalla Cina che dal sottosuolo controlla il 97 per cento dell'estrazione mondiale di terre rare. Ora si tenta di correre ai ripari cercando di sfruttare giacimenti in altre parti del mondo: dalla California all'Australia, dall'India al Vietnam. Fare a meno delle terre rare è impossibile. Le loro proprietà magnetiche

e fosforescenti le rendono indispensabili per l'industria informatica, l'ottica di precisione, e tutti i gadget digitali della nostra vita quotidiana. Ma l'estrazione è costosa, inquinante, e difficilmente sarà adeguata ad una domanda destinata a crescere del 66 per cento nel prossimo quinquennio;
non c'è solo la green economy e la tecnologia digitale dietro l'assoluta importanza delle materie prime. Una parte del rialzo investe risorse più tradizionali. Le derrate agricole di base, per esempio. Il mais è rincarato del 37 per cento dall'inizio dell'anno, la soia del 16 per cento. In questo caso la spiegazione va cercata fra i «soliti noti». «È la crescita dei paesi emergenti» si legge nel rapporto di Apg Assett management, terzo maggior fondo pensione del mondo, che investe una parte dei suoi capitali nelle materie prime. In testa ci sono ancora i due colossi asiatici Cina e India, dove il benessere sospinge l'aumento nei consumi alimentari. Lo stesso vale per i prezzi dei metalli di base usati nell'industria pesante: il rame è risalito molto vicino ai massimi storici che toccò nel primo semestre del 2008. Rame, acciaio, alluminio, sono usati da Cina e Brasile, India e Sudafrica, per costruire nuove città, aeroporti, stazioni e linee ferroviarie. Secondo la Deutsche Bank «il fabbisogno di rame da parte della Cina può raddoppiare in un solo decennio». È un mondo che non basta più definire a due velocità, in realtà due mondi contrapposti procedono in direzioni contrarie. L'occidente è sottoposto a spinte divaricanti. Negli ultimi giorni alcuni buoni del Tesoro americani indicizzati all'inflazione hanno dato un rendimento negativo, sotto lo zero: è un segnale che oggi siamo in una situazione simile alla deflazione, ma al tempo stesso esposti a fiammate di ritorno dell'inflazione in futuro. Tutto il resto del pianeta, esclusi Occidente e Giappone, soffre di surriscaldamento della crescita. In Cina il Pil aumenta del 9,6 per cento annuo. Il Fondo monetario ha rivisto al rialzo le stime della crescita mondiale, dal 4,2 per cento al 4,5 per cento solo per effetto dell'accelerazione dei Paesi emergenti;
alla febbre delle materie prime contribuisce, in modo involontario, la terapia di emergenza che la Federal Reserve sta cercando di somministrare all'economia americana. Il banchiere centrale Ben Bemanke ha annunciato che riprenderà a stampare moneta per rianimare la crescita. Di conseguenza il dollaro sarà svalutato e la speculazione internazionale si dirigerà verso «beni solidi», come appunto i metalli, i minerali rari, le derrate agricole. Anche questa può trasformarsi in una bolla speculativa. «Io prevedo - dice David Lehamn, managing director della Chicago Board of Trade, la borsa che decide gran parte dei prezzi agricoli del mondo - che fino al prossimo agosto i prezzi di soia, grano e mais aumenteranno. Questo perché nei prossimi mesi dovremo intaccare le scorte, e solo con l'aumento dei prezzi potremo razionare queste merci e riuscire così a soddisfare la domanda». Sono tornati in alto anche i prezzi della borsa di Chicago. «Le cause sono diverse. C'è stato innanzitutto lo choc dell'offerta, ovvero il crollo della produzione soprattutto in Russia. Nell'annata 2009/2010 questo Paese ha esportato 18 milioni di tonnellate di grano e nell'annata 2010/2011 ne esporterà solo 3 milioni. Il secondo choc è arrivato nelle scorse settimane, quando il Ministero dell'agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato la previsione per la prossima produzione di mais: si passa infatti da 162 a 155 bushel per acro. La produzione diminuisce, la domanda cresce e l'aumento dei prezzi è inevitabile. In Cina, ad esempio, è in forte aumento la richiesta di soia. Quest'anno ne importerà 50 milioni di tonnellate, contro i 10 di dieci anni fa. Avrà quindi bisogno di oltre la metà della soia Usa e navi arriveranno anche da Brasile e Argentina. Pesano sul mercato mondiale anche alcune scelte monetarie. Un dollaro debole provoca pressione sui prezzi, e la Federal Reserve ha deciso di iniettare liquidità per evitare la recessione e questa scelta indebolirà ancora più il dollaro»;
secondo il dirigente della Chicago Boaed of Trade la Borsa di Chicago non è la Wall Street delle granaglie, perché «noi

compriamo e vendiamo contratti futures e option e gestiamo il rischio soggiacente ad alcune commodities. A Wall Street le persone comprano invece le azioni, che sono pezzi di società. È per questa nostra diversità che, nel nostro mercato, non vedo pericoli di «bolla» o di «crolli». Diverso invece il parere della Coldiretti, che ha ospitato David Lehman all'annuale forum dell'agricoltura e dell'alimentazione. «In realtà - dice il presidente Sergio Marini - l'andamento delle quotazioni dei prodotti agricoli è sempre più condizionato dai movimenti di capitale che si spostano con facilità dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l'oro, fino alle materie prime come grano, mais e soia. Sono manovre finanziarie sul cibo che stanno "giocando" senza regole e provocano una grande volatilità, impedendo la programmazione e mettendo a rischio le coltivazioni e l'allevamento in molti Paesi». In Italia si cerca di organizzare una difesa. «Abbiamo costituito la "Filiera agricola italiana", la più grande in Europa nel trading di cereali. Con 18 consorzi agrari, 4 cooperative, 2 organizzazioni di produttori, una società di servizi di Legacoop, siamo in grado di gestire oltre venti milioni di grano duro e tenero, esclusivamente di origine italiana e garantiti no Ogm» -:
quali misure i Ministri intendano adottare al fine di evitare che la crisi delle materie prime, che si sta verificando in grandi aree di importanza vitale per l'economia globale, quali Stati Uniti e Cina, si ripercuota anche sull'economia italiana.
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