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Atto a cui si riferisce:
C.7/00420 [Valorizzare la produzione del settore metalli preziosi]



La X Commissione,
premesso che:
il settore orafo-argentiero-gioielliero rappresenta da sempre uno dei comparti manifatturieri di eccellenza nella promozione del made in Italy, che negli anni è riuscito a conquistare i primi posti nel mondo grazie alla creatività, al design, all'innovazione di prodotto e di processo e alla capacità di adottare sofisticate tecnologie assieme alla artigianalità dei propri manufatti;
il mercato degli oggetti preziosi vive oggi una prolungata fase di crisi: sui mercati internazionali si sono prodotti grandi cambiamenti ed il nostro Paese, che sembrava leader indiscusso del settore orafo, ha dovuto sperimentare il lato amaro della globalizzazione. All'inizio degli anni '90 la posizione dell'industria italiana era molto solida nel panorama internazionale. Non solo il nostro Paese si aggiudicava con largo margine il primato

della produzione, ma rappresentava l'unica realtà, tra i Paesi di una certa consistenza in termini di offerta, capace di piazzare sui mercati esteri il grosso della produzione. La dipendenza dal mercato interno si fermava infatti al 31,5 per cento del quantitativo prodotto. Sembrava una posizione inattaccabile, proprio perché mantenuta tanto a lungo in un settore a tecnologia matura. Tre erano i fattori di protezione dalla concorrenza dei paesi emergenti: la limitata incidenza del costo del lavoro sul prezzo finale del prodotto a causa dell'elevato valore della materia prima, il primato indiscusso in fatto di stile e tecnologia, l'organizzazione finanziaria a supporto dell'approvvigionamento di metallo. A partire dalla seconda metà dello scorso decennio la situazione è però rapidamente mutata. Sono intervenuti fattori nuovi sia sul fronte del mercato che su quello della produzione. La domanda dei paesi sviluppati ha infatti seguito un andamento disomogeneo, che ha penalizzato fortemente molti paesi europei, Germania e Italia su tutti, insieme al Giappone ed ha concentrato i fenomeni di crescita in Gran Bretagna e nel mercato a più elevato tasso di competizione: gli Usa. La domanda è invece cresciuta in modo significativo in paesi relativamente nuovi rispetto al panorama consolidato dei mercati: India, Emirati Arabi, Egitto, Pakistan, Brasile, Vietnam, Malesia. Sul lato dell'offerta c'è stata una forte diffusione di tecnologia ed un deciso salto organizzativo dei concorrenti che ha inciso notevolmente sia sull'efficienza che sulla qualità della produzione. È cresciuta anche l'attitudine a misurarsi nei mercati internazionali in parallelo alla discesa del grado di dipendenza dal mercato interno di riferimento dei paesi emergenti;
il risultato per il nostro Paese è la perdita della leadership mondiale dei quantitativi prodotti a vantaggio dell'India e nel 2006 anche della Cina. Nel decennio tra il 1998 ed il 2008 si è registrata una discesa della quota di produzione globale dal 16,8 per cento al 7,8 per cento;
le contraddizioni sono esplose dal 2003, ed il loro teatro principale è stato il mercato americano. Nel 1996 il principale concorrente non arrivava ad un terzo del peso italiano ed il nostro Paese era leader incontrastato con una quota del 31,3 per cento. La fetta di mercato del nostro paese si è contratta al 23,4 per cento nel 2000 per precipitare al 10 per cento nel 2005. Mentre le importazioni americane crescevano del 36,7 per cento nel corso del triennio 2005-2007, le vendite italiane subivano una pesantissima flessione pari al 37,2 per cento. In questo breve periodo c'è stato il superamento ed il doppiaggio della Cina e dell'India ed affiancati dalla Tailandia. Nell'ultimo biennio poi, a causa della crisi che ha colpito il mercato statunitense, si è verificata una contrazione delle importazioni di gioielleria del 24 per cento che ha colpito però in maniera diversa i vari Paesi importatori: la Cina infatti, con un -16,8 per cento a valori correnti, ha contenuto molto meglio le perdite dei rispettivi competitors (India -43 per cento, Thailandia -36 per cento, Italia -48 per cento). La crisi, quindi, ha acuito la mancanza di competitività dell'Italia sul mercato statunitense, tanto che nella classifica 2009 dei Paesi dai quali gli Stati Uniti importano preziosi, è stata scavalcata da Australia e Svizzera, cresciute nell'ultimo biennio rispettivamente del 431 per cento e del 211 per cento;
in questo sarebbero da verificare eventuali effetti dovuti a normative doganali differenziate. La conseguenza di questo progressivo indebolimento della posizione italiana negli Stati Uniti è la perdita da parte del mercato statunitense della qualifica di principale mercato di sbocco della produzione nazionale, superato dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Svizzera, che potrebbe quindi aver assunto la funzione, oltre che di mercato finale, anche di area di smistamento verso gli Stati Uniti;
il deterioramento di competitività è stato indotto anche dagli andamenti valutari: il significativo apprezzamento dell'euro sul dollaro. Si rafforza così l'ulteriore effetto penalizzante dei dazi doganali,

tra l'altro calcolati sul valore degli oggetti preziosi al lordo della materia prima, che avvantaggia i concorrenti asiatici;
il sistema bancario ha di recente modificato l'atteggiamento rispetto alla concessione di crediti alle aziende orafe, rendendo il ricorso ad affidamenti bancari sempre più difficile. Le stesse banche, inoltre, hanno iniziato a chiedere rientri di metallo oggetto del prestito d'uso, costringendo le aziende alla chiusura;
la quantità di materia prima che compone i gioielli, in particolare quelli orafi, incide in modo forte sul prezzo del prodotto finito, pertanto i dazi, anche relativamente bassi, possono contribuire ad accrescere in modo significativo sul prezzo finale generato nel Paese importatore. Appare quindi chiaro come anche una minima variazione verso l'alto delle aliquote applicate in ingresso dagli Stati Uniti su manufatti orafi provenienti dall'Italia, rispetto a quelli importati da altri Paesi, possa avere un impatto notevole sulla price competition dei prodotti orafi-gioiellieri italiani. Basti pensare che, per quanto concerne gli USA, negli ultimi sette anni la quota di mercato dei prodotti orafi italiani si è ridotta ad un terzo, lasciando spazio ad Israele, India e Cina;
secondo la Consulta nazionale dei produttori orafi il principale obiettivo da perseguire negli scambi commerciali di settore è quello di ottenere una reciprocità di trattamento differenziata per Paesi appartenenti o meno all'OCSE. Per i primi occorrerebbe l'eliminazione totale delle tariffe su base reciproca (0-0), per i secondi l'eliminazione dei picchi tariffari e delle barriere non tariffarie. Una possibile soluzione a breve potrebbe essere per gli USA, che rappresentano uno dei principali mercati dell'export italiano, da alcuni anni in forte calo, quella intervenire presso l'Amministrazione USA per ottenere l'applicazione del dazio alla sola manifattura, quando la materia prima è fornita dal cliente USA. L'operazione è stata avviata nel 2008/2009 con il deposito presso il Congresso USA dell'emendamento alla normativa doganale americana. Occorre ora il forte supporto del Governo e dei Ministri degli affari esteri e dello sviluppo economico perché l'azione possa proseguire anche, ad esempio, attraverso un accordo a livello doganale UE-USA per equiparare le procedure doganali USA a quelle europee in materia di Traffico di Perfezionamento al fine di escludere la materia prima dal calcolo del dazio;
parallelamente in ambito WTO-NAMA la gioielleria è stata inserita tra i settori che potenzialmente potrebbero raggiungere un accordo settoriale di completa liberalizzazione («0x0») per il comparto. Il Commissario UE al Trade, Karol De Gucht, in due distinte lettere in giugno alle associazioni di categoria italiane e in luglio al Vice presidente della Commissione europea ha confermato l'attenzione della Commissione sul dossier «Gems and Jewellery»;
la Consulta nazionale dei produttori orafi ritiene che occorre compiere ogni sforzo per introdurre in Europa una legislazione a tutela dell'origine di prodotti e, in primis, del «made in Italy». In questo ambito si inserisce la proposta di un Regolamento Unione europea per l'etichettatura obbligatoria per i prodotti provenienti dai Paesi extra UE («made in ...»). Questa proposta, dopo 5 anni, è stata recentemente approvata dalla Commissione internazionalizzazione del Parlamento europeo ed è ora al vaglio del Consiglio Unione europea dove la posizione italiana è però ancora minoritaria rispetto a quella di molti Paesi del nord-Europa che non sono favorevoli a questo importante strumento informativo e di trasparenza);
la normativa in vigore sui metalli preziosi (decreto-legge n. 251 del 1999) non è in grado di tutelare al meglio i produttori italiani, soprattutto in considerazione dell'identità di marchio tra produttore nazionale ed importatore prevista purtroppo dalla normativa vigente. Occorre intervenire immediatamente per ottenere

una nuova normativa tesa ad introdurre importanti novità nella disciplina settoriale. È all'esame del Parlamento italiano una nuova legge sui metalli preziosi che prevede delle nuove disposizioni a tutela del produttore italiano. In particolare:
a) la differenziazione dei marchi di Stato tra produttori propriamente detti e gli altri soggetti che operano nel settore come i venditori di materie prime, gli importatori, i commercianti. Tale modifica è volta a fronteggiare i diffusi casi di oggetti fabbricati all'estero e introdotti in Italia per la sola «punzonatura» e successivamente esportati all'estero come prodotto made in Italy;
b) l'introduzione di una nuova disciplina delle importazioni che prevede l'obbligo di evidenziare sugli oggetti provenienti da paesi extra-UE lo Stato di provenienza e impone agli importatori regole rigide a cui attenersi e specifiche sanzioni per chi contravviene a tali doveri;
c) la razionalizzazione e l'incremento delle sanzioni previste in caso di non conformità alla legge;
la crescita esponenziale del fenomeno della contraffazione, non solo mina la legalità del settore suddetto ma, ancor peggio, introduce nel mercato prodotti con marchi/griffe false e beni che non possono essere considerati di origine italiana. Ciò vanifica gli sforzi che i nostri produttori fanno per aumentare la competitività delle imprese italiane nel rispetto delle regole previdenziali, ambientali e di qualità vigenti. Il fenomeno della contraffazione, inoltre, nega al consumatore le garanzie poste a sua tutela dalle leggi europee e nazionali;
nel rispondere all'atto di sindacato ispettivo n. 2-00275, il Governo ha dichiarato che dal 2000 è operativo presso l'ex Ministero del commercio estero il tavolo tecnico orafo che riunisce i rappresentanti delle principali associazioni di categoria e gli esponenti dell'amministrazione pubblica che a vario titolo si occupano del settore. Il tavolo menzionato però risulta essere operativo per il settore tessile e non contempla quelle che sono le specifiche esigenze delle associazioni di categoria che rappresentano il settore orafo-argentiero-gioielliero: più numerose facilitazioni nell'accesso ai mercati terzi, maggiore salvaguardia del made in Italy, semplificazione nell'accesso al credito per le aziende, aumento degli investimenti in ricerca ed innovazione,

impegna il Governo

a istituire e convocare con urgenza uno specifico tavolo settoriale interministeriale di natura politica che preveda la partecipazione dei dicasteri interessati al settore (Ministero dell'interno, Ministero dello sviluppo economico, Ministero degli affari esteri, Ministero dell'economia e delle finanze) al fine di salvaguardare e valorizzare la produzione del settore metalli preziosi, rafforzare l'attività di controllo e lotta alle sopraffazioni, definire misure capaci di affrontare l'emergenza relativa alla crisi occupazionale, adottare un complesso di misure strutturali atte a far superare al settore il grave stato di crisi e mettere a punto una concreta politica industriale.
(7-00420)
«Lulli, Mattesini, Nannicini, Froner, Peluffo, Marchioni, Vico, Quartiani, Lovelli».