• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00048 [Priorità e le linee programmatiche della manovra di finanza pubblica]



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00048 presentata da MASSIMO DONADI testo di mercoledì 13 ottobre 2010, seduta n.382
La Camera,
esaminata la Decisione di finanza pubblica relativa alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2011-2013,
considerato che:
la Decisione di finanza pubblica per gli anni 2011-2013 (DFP), trasmessa alle Camere il 30 settembre 2010, costituisce il nuovo documento di programmazione economica e finanziaria - delineato dalla legge di riforma della contabilità (legge n. 196 del 2009) - che sostituisce il Documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF) previsto dalla precedente disciplina contabile (legge n. 468 del 1978);
ai sensi dell'articolo 10 della nuova legge, la DFP indica gli obiettivi di politica economica e il quadro delle previsioni economiche e di finanza pubblica almeno per il triennio successivo. Essa reca, inoltre, quale importante novità rispetto al precedente DPEF, la definizione degli obiettivi programmatici articolati per i tre sottosettori del conto delle amministrazioni pubbliche relativi all'amministrazione centrale, alle amministrazioni locali e agli enti di previdenza;
la nuova legge di contabilità fissa al 15 settembre la data di presentazione dello schema di Decisione alle Camere, per le conseguenti deliberazioni parlamentari (articolo 7, comma 2, lettera b)), un mese prima della presentazione al Parlamento dei disegni di legge di bilancio e di stabilità, prevista entro il 15 ottobre;
la procedura di formazione della DFP da parte del Governo avrebbe già dovuto iniziare il 15 luglio, con l'invio alla Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica (in attesa della sua istituzione, alla Conferenza unificata Stato regioni-città ed autonomie locali) delle linee guida per la ripartizione degli obiettivi programmatici di finanza pubblica tra i diversi settori istituzionali, sulle quali la Conferenza è tenuta ad esprimere il parere entro il 10 settembre. Nel medesimo termine del 15 luglio le linee guida avrebbero dovuto essere trasmesse alle Camere;
oltre alla circostanza della tardiva presentazione al Parlamento dello schema di DFP 2011-2013, trasmesso il 30 settembre anziché il 15, l'anzidetta fase procedurale relativa alle linee guida di riparto degli obiettivi non risulta essere stata attivata;
avendo il Governo anticipato all'inizio dell'estate la manovra triennale di finanza pubblica 2011-2013 (decreto-legge n. 78 del 2010), la DFP per gli anni 2011-2013 si limita a recepire gli effetti del citato decreto-legge di manovra confermando nella sostanza - salvo alcune marginali modifiche derivanti dal quadro macroeconomico - gli obiettivi programmatici già esposti nella RUEF per il 2010, presentata a maggio scorso;
la Decisione di finanza pubblica non aggiunge nulla a ciò che già è stato stabilito dalla manovra della scorsa estate, ripropone le stesse cifre del decreto-legge n. 78 del 2010, conferma che il debito pubblico, nei prossimi anni, continuerà di fatto a crescere in rapporto al prodotto intorno lordo, e omette di prevedere e definire qualsiasi obiettivo per lo sviluppo economico del nostro Paese;
oltre a rappresentare, insieme al decreto-legge n. 78 del 2010, la prova che il nostro Governo ha disatteso le nuove procedure di bilancio introdotte dalla legge n. 196 del 2009, la Decisione di finanza rappresenta uno strumento di incerta valutazione da parte del Parlamento, anche e soprattutto a causa del notevole ritardo con cui è stato presentato, ovvero il 29 settembre scorso;
nella premessa alla DFP viene, inoltre, sottolineato il superamento dello stessa DFP quale documento di programmazione economica e finanziaria alla luce della ormai prossima riforma della politica economica europea, di una nuova versione del Patto di stabilità e crescita. Secondo quanto riportato nella citata premessa, i nuovi documenti politico-contabili europei (Stability Program, National Reform Program), che dovranno essere presentati da ciascun paese prima della fine dell'anno, assumeranno una «centralità politica assoluta ed assorbente». Sarà conseguentemente all'interno di questo nuovo schema europeo, e non all'interno dello schema di DFP che si dovrebbe concentrare la discussione sulla politica economica;
analogamente, il mutare del quadro di riferimento europeo dovrà comportare una sostanziale riforma della legge di contabilità n. 196 del 2009 al fine di allinearla alla nuova «sessione di bilancio» europea;
le revisioni del Patto di stabilità e crescita su cui sta maturando un consenso a livello europeo rendono gli scenari di finanza pubblica delineati in questa «decisione» del tutto inadeguati prospettandosi un aggiustamento più ampio del previsto;
la Decisione (DFP), ai sensi della nuova legge di contabilità e segnatamente della legge 31 dicembre 2009, n 196, avrebbe dovuto:
rappresentare lo strumento di programmazione, almeno triennale, sostitutivo del Documento di Programmazione Economico-Finanziaria (D.P.E.F);
indicare, secondo l'articolo 10 della nuova legge di bilancio, l'evoluzione economico-finanziaria internazionale, per l'anno in corso e per il periodo di riferimento, nonché le previsioni macroeconomiche tendenziali e programmatiche per l'Italia, per ciascun anno del periodo di riferimento;
esplicitare i parametri economici essenziali utilizzati per le previsioni di finanza pubblica in coerenza con gli andamenti macroeconomici tendenziali e programmatici;
contenere l'esposizione dei dati tendenziali a legislazione vigente del conto economico della pubblica amministrazione, del saldo di cassa e del debito, sia nel complesso, che ripartiti per i diversi sotto-settori in cui la pubblica amministrazione è articolata: amministrazione centrale, amministrazioni locali ed enti di previdenza e assistenza sociale;
indicare l'andamento tendenziale della pressione fiscale complessiva così come del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato e del saldo di cassa del settore statale;
fornire un'indicazione di massima delle risorse necessarie a confermare, per il periodo di programmazione, gli impegni e gli interventi di politica economica e di bilancio per i vari settori di spesa;
individuare gli obiettivi programmatici della pubblica amministrazione e l'articolazione della manovra necessaria al conseguimento degli obiettivi, dando evidenza all'apporto di ciascun sotto-settore;
indicare eventuali disegni di legge collegati alla manovra di finanza pubblica, ciascuno dei quali volto a concorrere al raggiungimento degli obiettivi programmatici fissati dalla DFP, anche attraverso interventi di carattere ordinamentale, organizzatorio e di rilancio e sviluppo dell'economia, e indicativamente, a fini conoscitivi, i valori del prodotto potenziale e degli indicatori strutturali programmatici del conto della pubblica amministrazione;
riportare il contenuto del Patto di convergenza, del Patto di stabilità interno e delle sanzioni per gli enti territoriali nel caso di mancato rispetto di quanto previsto da quest'ultimo;
rispetto al contenuto proprio della DFP, esso non risulta corredato dalle seguenti informazioni previste dalla nuova legge di contabilità n. 196 del 2009:
l'indicazione di massima delle risorse finanziarie necessarie a confermare normativamente, per il periodo di riferimento, gli impegni e gli interventi di politica economica e di bilancio adottati negli anni precedenti per i principali settori di spesa (articolo 10, comma 2, lettera d));
l'obiettivo di massima della pressione fiscale complessiva; la pressione fiscale è riportata nella DFP come dato previsionale (articolo 10, comma 2, lettera e));
il contenuto del Patto di stabilità interno, le sanzioni per gli enti territoriali nel caso di mancato rispetto di quanto previsto da quest'ultimo, nonché il contenuto del Patto di convergenza di cui all'articolo 18 della legge n. 42 del 2009, in relazione al quale debbono essere attivate le procedure e le sedi proprie nell'ambito del processo di attuazione del federalismo fiscale (articolo 10, comma 2, lettera f));
alla Decisione di finanza pubblica non risultano allegati i seguenti documenti:
le relazioni programmatiche per ciascuna missione di spesa del bilancio dello Stato e le relazioni sullo stato di attuazione delle leggi pluriennali di spesa (articolo 10, comma 6);
il quadro riassuntivo delle leggi di spesa a carattere pluriennale (articolo 10, comma 7), con la ricognizione dei contributi pluriennali iscritti a bilancio (articolo 10, comma 8);
questo documento è dunque sostanzialmente e politicamente superato, come riconosciuto esplicitamente nella stessa premessa alla DFP,
rilevato che:
i dati principali contenuti nella Decisione di finanza pubblica (DFP) al nostro esame sono:
una leggera revisione al rialzo per la crescita del 2010, che passa all'1,2 per cento rispetto all'1 per cento stimato in aprile, ma contestualmente un peggioramento di 2 decimali per il PIL del 2011, ora all'1,3 per cento contro l'1,5 per cento della precedente previsione. Nel 2012 si dovrebbe raggiungere quota 2 per cento;
per quanto concerne il deficit, è confermato il percorso di rientro previsto dalla «Relazione Unificata» (RUEF) e dall'aggiornamento del programma di stabilità inviato a Bruxelles: 5 per cento del PIL a fine anno, 3,9 per cento nel 2011, 2,7 per cento nel 2012. L'incertezza sulla crescita e gli interventi a sostegno della Grecia incidono sul debito, che ora viene stimato per il 2010 al 118,5 per cento del PIL (contro il precedente 118,4 per cento), e nel 2011 è previsto un ulteriore aumento al 119,5 per cento (rispetto al 118,7 per cento stimato in aprile). La lenta discesa è indicata a partire dal 2012, quando il debito dovrebbe attestarsi al 117,5 per cento del PIL. Benché il deficit sia in crescita la corsa della spesa pubblica sembra segnare una battuta d'arresto: nel secondo trimestre di quest'anno è scesa dal 49,9 per cento di un anno fa al 48,2 per cento del PIL, la stessa tendenza si registra sui sei mesi. Un buon segnale per i conti pubblici, ma con riflessi negativi sull'economia reale: la spesa per investimenti, quella in conto capitale, è precipitata dal 20,4 per cento nel periodo gennaio-giugno 2010 rispetto al primo semestre del 2009);
del calo del PIL e dell'economia che procede al rallentatore sembra risentirne il gettito fiscale in diminuzione: le entrate totali nel secondo trimestre del 2010 sono diminuite di 0,8 punti su base annua (infatti nel secondo trimestre l'incidenza è stata del 44,7 per cento contro il 46,5 per cento nel secondo trimestre 2009). Stessa tendenza nei primi sei mesi dell'anno quando il rapporto tra entrate totali e PIL è stato pari al 42,3 per cento (43,3 per cento nel primo semestre 2009);
per la pressione fiscale la stima 2010 è del 42,8 per cento del PIL, contro il picco del 43,2 per cento dello scorso anno, e poi in leggera flessione al 42,4 per cento nel 2011 per poi risalire nel 2012 al 42,6 per cento;
l'inflazione media del 2010 resta stabile su base annua all'1,6 per cento;
il tasso di disoccupazione che si attesta all'8,7 per cento nel 2010 e nel 2011 (con un aumento di circa 1 punto percentuale rispetto al 7,8 per cento del 2009), e all'8,6 per cento nel 2012; tenendo conto dei cassaintegrati siamo intorno all'11 per cento, e questo è forse l'aspetto più preoccupante;
per quanto riguarda la spesa pensionistica, si rileva che le misure introdotte nell'ultimo anno consentiranno di stabilizzare e ridurre la spesa; nel 2010 sarà al 15,3 per cento ma poi scenderà al 14,8 per cento nel periodo 2012-2016;
il saldo primario, indicatore di grande importanza per saggiare la tenuta dei conti pubblici nel medio periodo, dal segno negativo di quest'anno (-0,3 per cento) passerà allo 0,8 per cento nel 2011 e al 2,2 per cento nel 2012; tuttavia, il saldo primario nel secondo semestre dell'anno resta scarso: è stato pari a 5,8 miliardi (contro i 6,5 miliardi nel corrispondente trimestre del 2009) con un incidenza positiva sul PIL, dell'1,5 per cento (+1,7 per cento nel corrispondente trimestre del 2009),
in sintesi, la DFP non aggiunge nulla a ciò che già è stato deciso;
ripropone le cifre della manovra di maggio, assumendo che essa si realizzi interamente e con piena efficacia;
il miglioramento del saldo primario (il risultato differenziale calcolato con riferimento ai conti pubblici depurato degli interessi passivi) deriverebbe nel triennio 2011-2013 da una sostanziale stabilità delle entrate (resta costante la pressione tributaria e si riducono leggermente i contributi sociali, in buona parte per il congelamento delle retribuzioni pubbliche) e da una riduzione di quasi tre punti di PIL della spesa primaria corrente;
il dato Istat del 6,1 per cento del rapporto tra deficit e PIL rende irrealizzabile l'obiettivo del 5 per cento entro fine anno salvo che non ci sia un nuovo intervento sui conti. Ma, considerando la situazione attuale, di grave depressione, un nuovo intervento, se non abbinato ad un intervento per favorire la crescita economica, sarebbe una catastrofe;
il debito pubblico continuerà a crescere, in rapporto al PIL, nel 2010 e 2011, la diminuzione nei due anni successivi lo riporterà nel 2013 a un livello analogo a quello del 2009, nonostante una previsione di crescita reale del prodotto al 2 per cento reale l'anno nel 2012-2013, che oggi appare ottimistica;
il Governo ha lasciato aumentare il debito pubblico italiano di altri 150 miliardi di euro. Il livello più alto mai visto e in questo caso il risanamento delle banche non è una scusa plausibile perché le ragioni, a nostro avviso, sono altre: la riduzione dello sviluppo, la riduzione delle entrate, l'aumento fuori controllo delle spese malgrado i tagli ed i regali fiscali a categorie sociali amiche;
gli ultimi dati Ocse sul PIL dicono che siamo fanalino di coda tra i paesi europei, tra i quali la Germania che cresce il quadruplo di noi e la Gran Bretagna oltre il doppio. Per rientrare nei parametri stabiliti da Bruxelles, l'Italia dovrà faticare non poco: questa è la realtà, ben diversa dal quadro che Tremonti e il suo Governo continuano a presentare ai cittadini;
il Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale, diffuso il 5 ottobre 2010, evidenzia che il sistema finanziario resta il «tallone d'Achille» della ripresa economica mondiale e ad aggravarne i problemi hanno contribuito pesantemente negli ultimi mesi le difficoltà del debito pubblico, soprattutto dei paesi europei. Nel richiamato rapporto sulla stabilità finanziaria globale, il Fondo monetario internazionale nota fra i paesi europei, che l'Italia e la Grecia presentano un rischio più alto di altri per i conti pubblici: o perché il debito è alto in termini assoluti (ovvero supera il 100 per cento del PIL) o perché «sensibile al deterioramento della crescita». Nonostante l'allarme del FMI, il ministro Tremonti ostenta sicurezza affermando che nel 2010 siamo assolutamente tranquilli e che gli obiettivi di finanza pubblica saranno centrati;
per spezzare il legame perverso tra debito pubblico e debolezza dei sistemi bancari, il Fondo monetario internazionale, suggerisce un'azione decisa di risanamento dei bilanci statali, tenendo conto delle circostanze diverse dei singoli paesi, con programmi di medio termine, unitamente alla creazione in alcune banche europee di «cuscinetti» di capitale che ne riducano la vulnerabilità;
anche i nostri conti pubblici sono a rischio: il FMI ha, infatti, evidenziato i casi della Grecia e dell'Italia che per il loro livello del debito presentano rischi di bilancio più elevati e tendono ad essere più colpiti da un eventuale «shock della crescita», una frenata improvvisa. C'è il rischio di un «contagio» tra il debito sovrano dei paesi e quello degli istituti di credito legati da «una interazione negativa»;
le rassicurazioni del ministro dell'economia il quale ha sostenuto che anche con le nuove e più stringenti regole del Patto di stabilità europeo il nostro Paese sarebbe in una condizione «straordinariamente confortevole», non tranquillizzano affatto;
la Corte dei conti ha sostenuto nella audizione di fronte alle Commissioni bilancio di Camera e Senato che:
«Il riequilibrio prospettato nella DFP, affidato ad un forte contenimento della spesa, è allo stesso tempo di non agevole realizzabilità e non sufficientemente selettivo.
Il taglio massiccio delle spese di investimento è un indice significativo dei limiti e delle difficoltà attuali, Al termine del periodo di previsione, la pressione fiscale resta comunque molto elevata [...]. Vi è inoltre da valutare in che misura la revisione delle regole europee del Patto di stabilità e crescita, accelerando il percorso di rientro del debito, richiederà interventi sul livello di spesa. La sostenibilità di uno sforzo di contenimento ulteriore è strettamente legata alla capacità del Paese di ottenere tassi di crescita del prodotto superiori a quelli registrati negli ultimi anni. È indispensabile, a questo fine, che anche la politica di bilancio possa accompagnare tale processo»;
secondo le recentissime stime del Centro studi di Confindustria (settembre 2010), il reddito pro capite in Italia continua ad essere «in retromarcia» e con la crisi ha fatto passi indietro tornando ai livelli del 1998;
è infatti una «Italia più povera, in assoluto e ancor più in rapporto agli altri paesi avanzati» quella descritta dal rapporto di autunno del Centro studi di Confindustria, che, rinnovando l'allarme per il ritardo nelle riforme, sottolinea alcune questioni cruciali sul fronte dei «ritardi per la modernizzazione»:
semplicità e chiarezza delle regole per le imprese (a partire dalla riforma della pubblica amministrazione);
il carico fiscale sulle imprese e sui lavoratori;
l'istruzione; la ricerca e l'innovazione, terreno su cui siamo «in forte svantaggio»;
infrastrutture, settore in cui «il Paese ha dissipato la leadership che aveva quaranta anni fa tagliando le risorse e rafforzando il potere di veto dei sempre più numerosi soggetti interessati»;
la concorrenza: «le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1 per cento»;
questi punti sono stati analizzati da Confindustria con un confronto rispetto ai dati degli altri paesi, da cui emergono «carenze strutturali e ritardi competitivi sempre più ampi che hanno compromesso risultati e potenzialità». Quadro che si focalizza in particolare sul fronte del fisco: «La battaglia dell'evasione spalancherebbe la strada al successo nella guerra per la modernizzazione del Paese oltre a liberare gigantesche risorse per lo sviluppo»;
il Centro studi di Confindustria «stima che il 2010 si chiuderà con 480 mila persone occupate in meno rispetto al 2008». Con un ricorso alla cassa integrazione «che rimarrà alto per il resto del 2010». Sono 450 mila i posti di lavoro già persi a fine giugno, altri 30 mila sono «a rischio» nella seconda metà dell'anno. Per il CsC «l'occupazione non ripartirà prima dell'anno prossimo», con una stima del +0,4 per cento delle unità di lavoro, ed un tasso di disoccupazione che «salirà, terminando il 2011 al 9,3 per cento»;
sul fronte della ripresa «la performance dell'Italia è tra le peggiori, così come lo era stata nella recessione». Il Centro studi di Confindustria, nel rapporto di autunno, ha così rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2011 (al +1,3 per cento, dal +1,6 per cento stimato a giugno) e confermato le previsioni per il 2010. Anche in Italia la ripresa «perde slancio». Serve «uno scatto di reni nelle riforme», ci sono «nodi strutturali non sciolti»;
il Centro studi di Confindustria ribadisce il nodo «dei gravi problemi di competitività che il Paese patisce»: lo scenario economico «si presenta più confuso e incerto» anche perché «letto attraverso le lenti dei nodi strutturali non sciolti». «In epoche normali - si legge nel rapporto di autunno - i dati recenti sarebbero stati colti come segnali di un fisiologico rallentamento» ma pesa «il timore che la frenata sia determinata dal prevalere dei venti contrari che impediscono il consolidamento e l'autosostenibilità della fase espansiva». Anche «la sostenibilità dei conti pubblici passa per la cruna delle riforme strutturali»;
la crescita del nostro Paese viene frenata comunque anche dal sommerso che, secondo il rapporto, «è bruscamente accelerato nel 2009» superando il 20 per cento del PIL (oltre 27 per cento se non si considera la pubblica amministrazione. Al Sud è il doppio). Dato che porta l'importo dell'evasione fiscale «su valori molto superiori ai 125 miliardi» stimati dal CsC lo scorso giugno. Anche la stima della pressione fiscale effettiva è «rivista all'insù», ad un livello «ben sopra il 54 per cento nel 2009», più del 51,4 per cento stimato dal CsC lo scorso giugno e del 43,2 per cento della «pressione apparente contenuta nei documenti ufficiali»;
oltre alla Confindustria, anche i sindacati hanno rilevato che la disoccupazione è in forte crescita:
dall'inizio della crisi al secondo trimestre 2010 nel nostro Paese sono stati persi oltre un milione di posti di lavoro;
il tasso di disoccupazione 2010 nel II trimestre è arrivato all'8,5 per cento, pari a circa 2 milioni e 136 mila persone. Le persone senza lavoro in Italia sono arrivate quasi a 15 milioni;
nella fase di picco della crisi, il III trimestre 2009, dei 508 mila posti di lavoro persi, circa 220 mila erano a tempo determinato e, per la prima volta dal 1999, 110 mila a tempo indeterminato;
le lavoratrici e i lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione sono oltre un milione e 200 mila, pari a 650 mila inattivi con una perdita di salario uguale a 4.900 euro all'anno. Le imprese coinvolte nella crisi sono oggi oltre 5.000 con oltre 180 tavoli di trattativa aperti per oltre 400 mila lavoratori;
se consideriamo tra gli inoccupati anche gli scoraggiati (circa 300 mila nuovi inattivi, soprattutto al Sud) il tasso di disoccupazione reale arriva all'11 per cento e al 12 per cento con i lavoratori in CIG;
il tasso di disoccupazione reale si prevede tornerà ai livelli precedenti la crisi solo nel 2017;
la disoccupazione giovanile ha raggiunto il picco del 28,2 per cento a febbraio 2010 e nel II trimestre si è attestata al 27,9 per cento. La media europea nell'anno 2009 è del 19,8 per cento. Nel Mezzogiorno l'indice arriva al 39,3 per cento. In Italia, secondo il CNEL, nel 2009 sono stati oltre 450 mila i posti di lavoro persi da parte dei giovani compresi tra i 16 e i 24 anni;
secondo l'Istat nel 2009, poco più di due milioni di giovani non lavora e non frequenta nessun corso di studi. Rappresentano il 21,2 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni. Sono i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training);
per quanto riguarda coloro che sono fortunatamente impiegati, il 30 per cento della popolazione 18-29enne svolge un lavoro atipico ed è in questo segmento che si è concentrato il calo maggiore dell'occupazione: se, per ogni 100 giovani occupati nel primo trimestre 2008, a distanza di un anno, 15 sono transitati nella condizione di non occupato (erano 10 un anno prima), tra i giovani collaboratori questa percentuale sale a 27;
inoltre, cresce la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza:
secondo l'ultima indagine di Banca d'Italia sui redditi delle famiglie italiane, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane. La qualcosa sta a significare che 2.380.000 famiglie possiedono ognuna mediamente 1.547.750 euro. Così come il 50 per cento della popolazione - la metà più povera - possiede solo il 9,8 per cento della ricchezza netta complessiva: ovvero 11.908.000 famiglie posseggono mediamente 68.171 euro. La distanza tra la ricchezza netta media (137.956 euro) e la ricchezza netta mediana (di quel 50 per cento più povere, cioè 68.171 euro) evidenzia l'iniquità della distribuzione;
nel 2008, i redditi maggiormente dichiarati al fisco sono quelli da lavoro dipendente e da pensione, sia in termini di frequenza (86 per cento) che di ammontare (78 per cento). Seguono i redditi da partecipazione (5,47 per cento), i redditi d'impresa (5,03 per cento) e i redditi da lavoro autonomo (4,20 per cento). Il 27 per cento dei contribuenti (11 milioni) paga zero IRPEF al fisco (quota esente). Il 50,86 per cento dei contribuenti dichiara meno di 15.000 euro l'anno e il 40,04 per cento dichiara redditi tra 15.000 e 35.000 euro. E solo lo 0,9 per cento dei contribuenti dichiara redditi superiori ai 100.000 euro annui. In totale il 90,90 per cento (oltre 37 milioni di contribuenti) dichiara meno di 35.000 euro;
il reddito medio dei lavoratori dipendenti è pari a 19.280 euro e quello dei pensionati è di 13.440 euro. Oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60 per cento sono donne;
fra il 2000 e il 2010 i lavoratori italiani hanno perso 5.453 euro in potere d'acquisto. Per una parte dovuta all'inflazione che è stata più alta di quanto previsto e conteggiato nel rinnovo dei contratti di lavoro (3.384 euro), e per la parte rimanente a causa della mancata restituzione del «fiscal drag». Duemila euro a lavoratore versati in più per effetto del progressivo aumento delle aliquote sui redditi per effetto dell'aumento del costo della vita. In totale, nei dieci anni presi a riferimento, la perdita del potere di acquisto della somma di tutte le retribuzioni ha raggiunto la quota di 44 miliardi. Soldi che sono stati sottratti alle famiglie, hanno diminuito la domanda interna, ridotto i consumi e alimentato la crisi;
negli ultimi otto anni operai e impiegati hanno mediamente accumulato una perdita di reddito reale di 3.118 euro, imprenditori e liberi professionisti hanno visto aumentare considerevolmente le loro disponibilità e i profitti delle grandi imprese industriali negli ultimi anni sono cresciuti del 75,4 per cento;
di fronte a questa incontestabile situazione, emerge come priorità, l'urgente necessità di ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro, sulle pensioni e sugli investimenti delle piccole e medie imprese,
premesso che:
comunque, anche prendendo per buoni i dati contenuti nella DFP, rispetto alle previsioni diffuse dopo il varo della manovra estiva, emerge un deterioramento dell'avanzo primario di 0,2 punti di PIL (circa 3 miliardi di euro) per il 2011 e 2012. Ciò è dovuto «a parità di ipotesi di crescita» a «una riduzione del gettito atteso»;
le entrate vanno peggio di quanto si poteva prevedere a giugno. Un peggioramento che si è rimangiato un quarto della correzione effettuata con la manovra, che, ricordiamo, valeva 0,8 punti di PIL l'anno. In effetti, nei primi sei mesi dell'anno le entrate tributarie sono calate del 3,5 per cento: si tratta di circa 3 miliardi di entrate in meno che fanno comunque riflettere soprattutto tenendo conto che la manovra varata in primavera contava sulla possibilità di recuperare più di 8 miliardi all'evasione fiscale da qui al 2012,
sottolineato che:
secondo la graduatoria del World Economic Forum, l'Italia si posiziona nel 2010 al 73o posto su 133 paesi per la qualità del sistema infrastrutturale di trasporto. L'infrastrutturazione, oltre che, dalle minori risorse investite, è stata penalizzata anche dalle procedure che ritardano la realizzazione delle opere pubbliche. Il recupero del divario infrastrutturale italiano passa necessariamente per l'aumento della spesa pubblica destinata agli investimenti, e questa, negli ultimi quindici anni, è stata inferiore alla media dei paesi europei;
il recente rapporto ANCE sulle infrastrutture, sottolinea come «la situazione dei programmi regionali del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) del Mezzogiorno risulta molto più allarmante. Da più di un anno, fatta eccezione del caso della Sicilia, l'approvazione di questi programmi è continuamente rinviata dal Governo con la conseguenza che non può essere data certezza alla programmazione finanziaria e temporale di interventi fondamentali per lo sviluppo del Mezzogiorno e progettati per essere complementari a quelli finanziati con i fondi strutturali. A tre anni di distanza dall'avvio del periodo di programmazione (2007-2013), il persistente rinvio dell'approvazione dei programmi FAS rimette in discussione il principio di base della programmazione unitaria delle risorse europee e nazionali, basato sull'articolazione tra programmi finanziati con fondi europei e programmi finanziati con fondi nazionali»;
in tre anni gli investimenti sono calati circa del 20 per cento, e di oltre il 30 per cento nell'edilizia abitativa. Dei circa 12 miliardi deliberati dal CIPE nel 2009, in cui c'era un impegno del Governo per le grandi e piccole opere (tra cui 1 miliardo per le scuole), poco o nulla è stato trasformato in cantiere;
il Presidente del Consiglio in Aula alla Camera, in occasione del recente voto di fiducia al Governo, ha parlato di miglioramento al Mezzogiorno «dei servizi del trasporto regionale ferroviario, e ciò grazie alle risorse assegnate lo scorso anno e a quelle dell'acquisto di nuovi treni, tutti da immettere nel Sud Italia»;
la realtà è che con il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante «misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica» (approvato dal Parlamento prima della pausa estiva), si è disposto un taglio di circa 3,5 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale in Italia. Inoltre, la delibera CIPE 121/2009, prevede una riduzione drastica di ben 218 milioni di euro delle risorse che erano previste per il capitolo di spesa: «Adeguamento rete ferroviaria meridionale, partecipazione FS a interventi a terra, Ponte sullo Stretto»;
proprio in questi giorni, le Commissioni parlamentari competenti, hanno dovuto esaminare 3 delibere del CIPE, che hanno ridotto sensibilmente l'ammontare di risorse destinate alla realizzazione di opere pubbliche indispensabili per lo sviluppo del Mezzogiorno e per il superamento del gap infrastrutturale sempre più profondo fra questa e le altre aree del Paese. Si prevedono riduzioni per un ammontare complessivo di 145 milioni per il completamento dell'asse autostradale Salerno-Reggio Calabria; di 263 milioni per la strada statale 106 «Ionica»; di 35 milioni per la metropolitana di Napoli; di 60 milioni per gli schemi idrici del Mezzogiorno; di 363 milioni per opere minori e interventi finalizzati al supporto dei servizi di trasporto. Si sono inoltre quasi dimezzate le risorse destinate alla voce «Opere medio piccole nel Mezzogiorno» portandole da 801 a 438 milioni di euro;
l'Allegato infrastrutture, presentato in ritardo all'esame delle Commissioni parlamentari, risulta sostanzialmente confuso a causa di un'elaborazione approssimativa con cifre che vengono riportate in modo inesatto, e totali che non corrispondono alla effettiva somma di più cifre. A questo si aggiunga che le tabelle presenti nell'Allegato sono diverse e quindi non raffrontabili con le analoghe tabelle dell'Allegato dello scorso anno;
il valore complessivo del Programma infrastrutture strategiche, per come si è evoluto in questi 10 anni, viene indicato in circa 231 miliardi di euro, dei quali circa il 36 per cento, per infrastrutture nel Mezzogiorno. Le opere prioritarie individuate per gli anni 2010-2013 riguardano circa 61 macro-interventi, pari a poco meno di 110 miliardi, di cui circa 39 disponibili e 70 ancora da reperire. Le opere e gli interventi completati o in fase di realizzazione che il Governo mira a concludere entro il 2020, sono invece 39, dei quali più della metà sono localizzati al Nord e al Centro;
nell'Allegato, il Governo conferma e ammette di fatto la totale carenza di risorse, chiarendo infatti come «Le risorse pubbliche necessarie globalmente per dare avvio e continuità alle scelte strategiche definite nel prossimo triennio ammontano a circa 64 miliardi di euro. Le risorse potenzialmente recuperabili sono pari a circa 19 miliardi. Sarà quindi necessario coinvolgere ulteriori capitali privati.»,
valutato che:
la crisi finanziaria ha messo a nudo l'inadeguatezza dei meccanismi di sorveglianza europei nel prevenire con efficacia «l'indisciplina» di bilancio, l'esplosione dei debiti sovrani, gli squilibri commerciali e i divari di competitività tra i paesi membri;
la Commissione europea ha adottato il 29 settembre scorso un pacchetto legislativo che prevede il più ampio rafforzamento della governance economica dell'Unione europea e dell'area dell'euro dal lancio dell'Unione economica e monetaria. Alla luce delle carenze della vigente normativa l'obiettivo è conseguire una sorveglianza più ampia e migliore delle politiche di bilancio, delle politiche macroeconomiche e delle riforme strutturali. Sono previsti nuovi meccanismi di controllo dell'osservanza delle norme per gli Stati membri inadempienti. Le disposizioni mirano a rafforzare le procedure di sorveglianza sulle politiche fiscali (la riforma del Patto di stabilità e crescita), e prevedono un'estensione della sorveglianza agli squilibri macroeconomici e «strutturali»;
tutti i paesi dovranno concordare obiettivi di bilancio di medio termine e, fino al loro raggiungimento, contenere la crescita della spesa pubblica al di sotto della crescita di medio termine del PIL;
la principale novità concerne la parte correttiva degli squilibri. Accanto alla soglia del deficit (3 per cento del PIL) è ora introdotto esplicitamente il criterio del debito pubblico, che deve convergere velocemente al 60 per cento del PIL. La violazione di uno dei due requisiti comporta l'apertura di una procedura d'infrazione. La proposta impone ai paesi che oltrepassano il limite del debito (attualmente tutti i paesi dell'euro, tranne Lussemburgo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia) di ridurlo ogni anno di un ventesimo dalla distanza che li separa all'obiettivo del 60 per cento. La sanzione per i paesi che non ottemperano ai requisiti, un deposito infruttifero dello 0,2 per cento del PIL, eventualmente convertito in multa e ridistribuito agli altri paesi dell'euro, è resa più veloce e più certa: per respingere la proposta di sanzione della Commissione, è ora richiesta la maggioranza qualificata del Consiglio europeo;
la Commissione prevede un sistema di monitoraggio di indicatori che possano segnalare il formarsi di squilibri pericolosi all'interno dell'Europa, quali il debito privato, oltreché pubblico, la competitività, il saldo delle partite correnti, l'espansione del credito, la crescita dei prezzi degli immobili. Anche in questo caso la Commissione può aprire una procedura di infrazione per «squilibri eccessivi» che può sfociare in una multa (lo 0,1 per cento del PIL) nel caso in cui il paese non ottemperi alle indicazioni comunitarie;
l'introduzione del criterio del debito comporta almeno tre difficoltà:
1) aggrava il problema della pro-ciclicità delle misure di aggiustamento di bilancio: i tagli richiesti, ora anche per avvicinarsi all'obiettivo del debito, sono maggiori proprio quando il paese è in recessione (perché il PIL cala);
2) il sistema continua a essere basato sull'idea dirigistica che comportamenti virtuosi si ottengono con le «punizioni», la cui credibilità diventa quindi cruciale. Non è previsto alcun incentivo «in positivo» per indurre i paesi a ridurre deficit/debito durante le fasi di ripresa del ciclo economico. Sarebbe stato preferibile introdurre un sistema maggiormente flessibile, a punti. Inoltre, poiché il debito oltrepassa abbondantemente la soglia del 60 per cento quasi ovunque, tutti i paesi dovranno simultaneamente ridurre i disavanzi, a prescindere dalle loro condizioni economiche, ai ritmi previsti. Questo impartirà un forte trend recessivo all'insieme dell'Europa;
3) poiché i proventi delle privatizzazioni riducono il debito, ma non il deficit, le nuove norme rischiano di riaprire le porte alla corsa a privatizzazioni e cartolarizzazioni a prezzi di saldo;
l'idea che la Commissione possa aprire una procedura di infrazione su queste basi appare irrealistica e velleitaria:
irrealistica, perché alcuni indicatori (l'espansione del credito, il saldo delle partite correnti) sono in larga misura al di fuori del controllo nazionale; e perché altri aspetti (la competitività, la crescita della produttività) richiedono riforme strutturali con effetti solo nel medio termine; infine, perché altri indicatori (la qualità del credito immobiliare) segnalano problemi che andrebbero affrontati dal punto di vista della regolamentazione e supervisione europea, ad esempio, in sede di European System of Financial Supervision e non essere oggetto di sanzioni;
velleitaria, perché dà per scontato che i paesi membri possano essere obbligati ad adottare specifiche riforme strutturali (liberalizzazioni dei mercati dei beni, del mercato del lavoro), o a introdurre specifiche misure di tassazione (disincentivi agli investimenti immobiliari), che verosimilmente rientrano nelle competenze degli Stati nazionali;
la dimensione dei sacrifici richiesti a un paese ad elevato debito come l'Italia rischia di essere molto elevata e ciò potrebbe minare la credibilità stessa dell'aggiustamento. Il sentiero di convergenza del debito richiesto dalla Commissione richiederebbe un consistente avanzo primario necessario a spingere il debito lungo la traiettoria desiderata: se il tasso di interesse reale sul debito supera quello di crescita di circa 1 punto e mezzo (come avviene oggi in Italia), l'aggiustamento richiede surplus primari dell'ordine del 3-5 per cento del PIL per i prossimi dieci anni: manovre da 50-70 miliardi di euro l'anno: uno scenario economicamente dannoso e politicamente irrealizzabile;
se il risanamento dei conti pubblici avviene ora, senza ripresa economica, ciò significa condannare la maggioranza dell'Europa a un lungo periodo di stagnazione, di disoccupazione: la costruzione dell'Europa stessa potrebbe entrare in sofferenza;
si dovrebbe dunque spostare l'attenzione su di una eventuale fase ascendente, volta a dare indicazioni utili a livello comunitario, al fine di correggere le proposte di riforma del Patto di stabilità dell'Unione europea che nei confronti dell'Italia si presenta - sulla base delle proposte presentate il 29 settembre a Bruxelles - come un vero e proprio salasso;
non si può, tacere all'opinione pubblica del nostro Paese i rischi che stiamo correndo se davvero saranno approvate le nuove norme sul debito pubblico così come fortemente volute da alcuni paesi dell'Unione;
il Governo italiano deve con forza aprire un negoziato per imporre in sede dell'Unione europea una revisione del Patto di stabilità e crescita che non sia un nuovo pesante ostacolo, appunto, alla crescita;
l'unica alternativa possibile è quella di una politica di sviluppo che, in particolare in Italia, deve impegnare maggiori risorse per investire e sostenere la ripresa economica e l'occupazione;
le nuove regole imposte a livello europeo sono destinate al fallimento, perché derivano da una analisi sbagliata delle cause della crisi: è sorprendente come nell'eurozona si sia ormai diffusa la convinzione che la causa fondamentale della crisi di debito sia da ricercare nell'alto numero di paesi che non hanno saputo mettere in ordine il proprio bilancio prima dello scoppio della crisi finanziaria nel 2007-2008;
in realtà, il tasso di debito pubblico aggregato nell'eurozona è sceso dal 72 per cento nel 1999 al 67 per cento nel 2007. Nello stesso periodo è invece aumentato in modo massiccio il debito delle famiglie e del settore finanziario;
l'aumento del debito pubblico si è verificato dopo il 2007, quando i governi europei sono stati costretti a fare due cose: salvare il sistema bancario, che aveva accumulato livelli di debito insostenibili attraverso una leva eccessiva; e sostenere l'attività economica mantenendo livelli di spesa pre-crisi mentre le entrate diminuivano drasticamente proprio a causa della crisi;
la ragione principale della crisi di debito va dunque ricercata nell'esplosione di un debito privato insostenibile che ha indotto i governi a incrementare il loro debito per salvare importanti comparti del settore privato a partire dagli istituti di credito. L'eccezione è naturalmente la Grecia, i cui governi hanno manipolato i dati e permesso così l'accumularsi di livelli insostenibili di deficit e debito. Ma non si può dire lo stesso per altri paesi dell'eurozona, come l'Irlanda e la Spagna, che hanno ridotto in modo consistente il loro debito pubblico, eppure si trovano oggi nel mezzo di crisi del debito sovrano,
ricordato che:
la manovra estiva ha avuto effetti depressivi sull'economia e l'occupazione. Lo aveva ammesso lo stesso Governo con la Nota di aggiornamento alla Relazione unificata sull'economia e finanza: con il decreto-legge n. 78 del 2010 di Tremonti era previsto un impatto negativo sulla crescita economica pari allo 0,5 per cento del PIL nel triennio 2010-2012;
l'Istat ha confermato che il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2010 è salito al 9,1 per cento (senza calcolare i lavoratori in CIG). Dopo i 528 mila posti di lavoro distrutti negli ultimi due anni, sono a rischio altri 246 mila posti di lavoro;
Confindustria ha calcolato in 124 miliardi di euro l'ammontare dell'evasione fiscale, una cifra che risulta 5 volte superiore alla manovra correttiva impostata da Tremonti;
il cuore della manovra approvata a luglio è tutto nel blocco delle retribuzioni del pubblico impiego, nel taglio dei fondi ai comuni e alle regioni (complessivamente quasi 13 miliardi di euro) e nel rinvio del pensionamento, per la chiusura delle finestre, che frutterà altri 6,5 miliardi;
il citato decreto-legge n. 78 del 2010 ha fortemente ridotto la spesa del personale delle Forze armate e di polizia ed ha modificato i criteri di contabilizzazione delle forniture militari pluriennali, iscritte nel conto economico delle pubbliche amministrazioni tra i consumi intermedi anziché tra gli investimenti fissi lordi;
per le spese in conto capitale nella manovra, è prevista una riduzione nel periodo considerato dell'1,3 per cento (dal 4,3 per cento nel 2009 al 3 per cento nel 2013), mentre l'aumento delle entrate non fiscali è dovuto principalmente all'applicazione del pedaggio per le autostrade affidate in gestione diretta all'ANAS, all'incremento dei canoni dei concessionari, nonché alla concessione di costruzione e di gestione dell'autostrada del Brennero nel 2011 (568 milioni);
manca qualsiasi indicazione, nello schema di Decisione di finanza pubblica in esame, sulla detrazione del 55 per cento per il risparmio energetico. Tale detrazione ha rappresentato un'efficace misura anticiclica, e dunque la previsione della proroga di tale misura, magari estesa anche agli interventi di prevenzione da rischio sismico, dovrebbe ritenersi necessaria nel momento in cui viene riconosciuta la criticità del settore edilizio, impegna il Governo a riformulare il testo presentato secondo le priorità e le linee programmatiche appresso elencate:
sul piano nazionale:
a fornire tutte le informazioni mancanti ed i documenti allegati previsti dalla nuova legge di contabilità n. 196 del 2009 già elencati in premessa nonché ad indicare gli eventuali disegni di legge collegati alla manovra di finanza pubblica, ciascuno dei quali volto a concorrere al raggiungimento degli obiettivi programmatici come indicati di seguito;
impostare una manovra anticiclica, pari a quasi 4 punti di PIL per il biennio 2011-2012, che riduca la pressione fiscale, trasferendola almeno in parte dal lavoro, dalle famiglie, dalle imprese alla rendita speculativa;
ripristinare i fondi per la scuola, l'università e la ricerca;
sostenere l'innovazione recuperando il divario di produttività innanzitutto rispetto agli altri paesi europei, anche attraverso la cooperazione strategica tra le università e le PMI;
adottare misure immediate per l'implementazione della banda larga, infrastruttura di fondamentale importanza per l'ammodernamento delle imprese e per lo sviluppo dei servizi della pubblica amministrazione;
promuovere, tramite adeguate politiche industriali, lo sviluppo dei settori produttivi a più alta intensità tecnologica e la riconversione ecologica del nostro sistema produttivo a partire dal sostegno alle fonti energetiche rinnovabili, alla mobilità sostenibile, all'agricoltura biologica ed alla filiera corta dei prodotti agricoli;
prevedere il riavvio degli interventi di liberalizzazione dei mercati, allo scopo di ridurre le rendite di posizione e favorire la libera concorrenza fra imprese e diminuire i costi posti a carico del cittadino-consumatore;
ripristinare la piena operatività agli strumenti automatici di incentivazione, quale il credito d'imposta sugli investimenti nel Mezzogiorno, la cui efficacia risulta vanificata dal ripristino dei tetti finanziari e dagli appesantimenti amministrativi connessi al meccanismo della prenotazione;
adottare efficaci politiche pubbliche volte al recupero del divario infrastrutturale nel nostro Paese;
fermare la politica dei continui tagli alle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, cui sono state sottratte sino ad oggi 27 miliardi di euro, mantenendo fermo per le risorse residuate il principio della ripartizione territoriale del Fondo per le aree sottoutilizzate, che prevede che almeno l'85 per cento delle risorse sia destinato alle aree sottoutilizzate del Mezzogiorno;
confermare l'obiettivo programmatico di destinare almeno il 45 per cento della spesa complessiva nazionale in conto capitale al Mezzogiorno, quota necessaria per avviare un processo di riequilibrio della dotazione di infrastrutture dell'area;
ripristinare - così come si era impegnato a fare il Governo - le risorse drasticamente ridotte dalle Delibere CIPE 83/2009; 103/2009; 121/2009 per la realizzazione delle opere infrastrutturali del Mezzogiorno;
stanziare adeguati finanziamenti per il potenziamento ed il rilancio del trasporto ferroviario regionale, interregionale e locale su tutto il territorio nazionale, con particolare riguardo alle aree del Mezzogiorno;
sopprimere i finanziamenti previsti per il ponte sullo Stretto di Messina;
prevedere un'addizionale del 7,5 per cento sui capitali regolarizzati tramite lo scudo fiscale;
ripristinare le norme di contrasto all'evasione fiscale introdotte dal Governo Prodi;
recuperare con scadenza immediata le somme dovute dai contribuenti che hanno aderito al condono fiscale 2003-2004 e che non hanno pagato buona parte delle rate, secondo quanto già da tempo denunciato dalla Corte dei conti;
tassare con l'aliquota del 20 per cento le plusvalenze finanziarie speculative, con l'esclusione dei rendimenti dei titoli di Stato;
ripristinare la detrazione dell'ICI per l'abitazione principale;
mettere all'asta le frequenze liberate dal passaggio al digitale terrestre, come hanno fatto altri paesi (quali gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia);
ridurre la quota di deducibilità per le sofferenze creditizie dallo 0,30 allo 0,20 per cento;
tagliare effettivamente i costi impropri della politica, tramite misure quali la soppressione parziale delle province, in attesa della eliminazione nella nostra Costituzione dell'istituzione provincia, l'eliminazione del vitalizio per i parlamentari nazionali e per i consiglieri regionali, includendo in tale misura anche gli ex parlamentari e gli ex consiglieri regionali, nuove regole per gli appalti e per l'intervento della Protezione civile, nonché per combattere la corruzione;
ridurre effettivamente la spesa pubblica, tramite misure quali una riduzione dei consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni, attraverso un taglio modulabile, soprattutto a carico delle amministrazioni centrali, e il rafforzamento del ruolo della CONSIP, la riduzione delle spese militari, la soppressione di tutti gli enti inutili;
aumentare le detrazioni per carichi familiari;
alleggerire il carico IRPEF sui redditi bassi e medi da lavoro e da pensione, diminuendo l'imposta sulle tredicesime e attraverso il meccanismo delle detrazioni;
estendere gli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori atipici;
ridurre il costo del lavoro nell'imponibile IRAP per le piccole e medie imprese;
prevedere il pagamento dell'IVA al momento in cui si incassa e non in anticipo;
prevedere misure concrete volte a garantire nei tempi previsti il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese, attuando nel nostro ordinamento tutte le indicazioni comunitarie sancite in materia;
sul piano europeo:
aprire con forza un negoziato per imporre in sede dell'Unione europea una revisione del Patto di stabilità e crescita che non sia un nuovo pesante ostacolo allo sviluppo ridiscutendo i criteri di cui al Trattato di Maastricht, mettendo tra le priorità la questione occupazionale, nonché la funzione della BCE che deve essere più orientata allo sviluppo anziché al solo controllo dell'inflazione;
introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (compravendita di titoli, azioni, obbligazioni, valute, e di ogni altro prodotto finanziario, ...) valida per tutti paesi dell'eurogruppo (da proporre anche al G20) tra lo 0,1 e lo 0,5 per cento del valore scambiato e destinare il gettito di tale imposta (circa 100 miliardi di euro l'anno) a progetti europei di grandi infrastrutture, della ricerca, di progetti di conversione ecologica del sistema produttivo ad iniziare dal settore energetico e da quello della mobilità (attuandone un'anticipazione nella nostra legislazione nazionale con un aliquota «zero»);
proporre il divieto delle vendite dei titoli di Stato e di altri prodotti finanziari allo scoperto e «nude» (naked short selling) per limitare le possibilità speculative;
promuovere la costituzione di un agenzia di rating europea;
sostenere l'armonizzazione fiscale europea ad iniziare dall'IVA;
proporre l'emissione di eurobond con la garanzia delle riserve auree delle diverse banche centrali per finanziare (unitamente alla Tobin tax) progetti europei di grandi infrastrutture, della ricerca, di progetti di conversione ecologica del sistema produttivo ad iniziare dal settore energetico e da quello della mobilità;
proporre la creazione di un Fondo monetario europeo;
sostenere la costituzione di un esercito europeo di pronto intervento con la riduzione delle spese militari nazionali.
(6-00048) «Donadi, Borghesi, Evangelisti, Di Pietro, Cambursano, Barbato, Cimadoro, Di Giuseppe, Di Stanislao, Favia, Aniello Formisano, Messina, Monai, Mura, Leoluca Orlando, Paladini, Palagiano, Palomba, Piffari, Porcino, Razzi, Rota, Scilipoti, Zazzera».