• Testo interrogazione a risposta scritta

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Atto a cui si riferisce:
C.4/08380 [Tutela dei minori ]



CAZZOLA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
in data 11 giugno 2010 l'interrogante riceveva sulla propria casella di posta elettronica della Camera dei deputati la seguente comunicazione, che gli giungeva da parte di una madre, che si è vista sottrarre la tutela della sua unica figlia minore, in seguito ad una serie di vicende che la stessa narra:
«Mamma e figlia separate dallo Stato: Voglio denunciare pubblicamente una strage sociale che sta accadendo in questo paese: la sottrazione dei figli alle famiglie «istigata» dai Servizi Sociali che inducono il Tribunale dei minori a prendere provvedimenti drastici che decidono il fatale destino delle famiglie. Vi racconto il mio dramma di vita che è simile a tanti altri casi rimasti nell'anonimato.
Sono venuta in Italia nell'anno 1998 per stabilire un rapporto di fatto con un italiano (... omissis ... ). Poco dopo è nata nostra figlia. In seguito lui ha lasciato il nucleo familiare quando mia figlia aveva 2

anni per sottrarsi alle sue responsabilità familiari ed economiche. Dopo questa separazione ho dovuto lottare per i nostri diritti (di madre e di figlia) nei confronti del padre che ha fatto una denuncia accusandomi di «maltrattare» mia figlia. Sebbene non ci fossero delle prove oggettive attendibili, l'assistente sociale (... omissis ... ) e i Servizi Sociali dell'Azienda USL di Ravenna, distretto di Lugo, sono intervenuti nel conflitto di coppia e secondo me, di fatto, hanno complicato ulteriormente il problema. Uno potrebbe persino pensare che siano interessati a gestire le nostre esistenze per garantirsi lo stipendio a fine mese.
Il 6 dicembre 2004 ho portato mia figlia a scuola e non è tornata mai più a casa perché è stata affidata al padre con un decreto urgente e provvisorio dal Tribunale per i Minorenni di Bologna sotto la sorveglianza dei Servizi Sociali di Lugo. La bambina viene educata contro la sua mamma facendo del nostro rapporto un problema costante. Dobbiamo subire violenze psicologiche e anche economiche, dato che si approfitta della nostra condizione di necessità per costringerci ad adeguarsi alle loro imposizioni.
Dal 17 dicembre 2004 ho incontrato mia figlia un ora alla settimana nel consultorio dei Servizi Sociali a Lugo in presenza di una psicologa sociale (... omissis ...). Questa modalità di visita «carceraria» in ambiente anomalo è proseguita fino al 2005. In quell'anno hanno trasferito le competenze al Consorzio dei Servizi Sociali di Ravenna ma hanno mantenuto lo stesso metodo repressivo che è finito il 5 aprile 2007 quando l'assistente sociale (... omissis ...) e la psicologa sociale (... omissis ...) hanno sospeso gli incontri protetti fissando 1 telefonata alla settimana sorvegliata dal padre col vivavoce. Tra il resto, il padre interrompeva spesso il dialogo tra di noi per ostacolare il nostro rapporto e prolungare il disagio soltanto per motivi di possesso, egoismo, intolleranza, discriminazione e razzismo. Mi hanno vietato di parlare lo spagnolo con mia figlia ed ora la bambina si rivolge a me in italiano, mentre prima era bilingue. Inoltre, non posso uscire dall'Italia in vacanze con mia figlia inserita nel CED, mentre il padre è andato ripetute volte con la bambina all'estero senza il mio consenso e senza avere nessuna notizia fino al loro rientro.
Dall'aprile del 2008 non posso parlare più con mia figlia al telefono. Sono 3 anni che ci tengono separate. Ma io ragiono da mamma e la vado comunque a trovare dove abita perché lei sappia che le voglio bene e che penso ai suoi bisogni, portandole libri, giochi, vestiti, merende eccetera. Il tutto accompagnato sempre da una lettera. Ma ogni volta che mi avvicino a lei chiamano le forze dell'ordine o fanno scene di violenza anche con aggressione fisica di fronte alla bambina per intimidirla nei miei confronti.
In 6 anni ho speso i miei soldi consegnando oggetti e altre cose, facendo la «mamma a distanza» senza alcun diritto genitoriale di condividere i miei regali con mia figlia, per mantenere il nostro legame affettivo, ma senza avere la certezza che la bambina abbia ricevuto questi regali o abbia letto le mie lettere. Non mi sono nemmeno state restituite le cose che la bambina non usa più e che appartengono alla nostra vita.
Il padre mi perseguita legalmente rivolgendomi accuse di ogni genere al fine di cancellarmi dalla vita di mia figlia e ottenere i vantaggi della legge, investendo il suo denaro in processi. Purtroppo le mie prove e testimoni non hanno mai avuto nessun cambiamento positivo in tutti questi 8 anni nei tribunali civili e penali. Secondo me, di fatto, le istituzioni pubbliche sono legittimate a commettere «errori» contrari ai diritti umani e dell'infanzia contemplati nelle leggi nazionali e le convenzioni internazionali e distruggono le persone speculando sulla vita degli innocenti.
Ho una condanna di 8 mesi e 3 giorni di reclusione pendente in Cassazione emessa dal Tribunale Penale di Ravenna con sentenza della giudice (D. di Fiore), per essermi recata a vedere mia figlia e portarle regali, disubbidendo al decreto d'allontanamento, e una condanna a 5 mesi di carcere emessa dal Tribunale

Penale di Ravenna con sentenza del giudice onorario (T. Paone), per essere andata a vedere mia figlia a scuola nel 2005 e averle portato un regalino. L'ultima condanna di 10 mesi di carcere dal Tribunale Penale di Ravenna con l'imputazione del giudice (Messini d'Agostini) per essermi avvicinata a mia figlia senza vigilanza nel 2007. I giudici mandano in prigione le mamme povere e senza possibilità di difendersi legalmente per il solo «crimine» di mettere in atto i diritti umani, naturali e costituzionali di una madre e di una figlia.
Stranamente nell'ultimo decreto definitivo (30 giugno 2008), la giudice del Tribunale per i Minorenni di Bologna (D. Magagnoli) ha ripetuto le stesse motivazioni nel corso del contenzioso, prima con un decreto urgente e provvisorio d'allontanamento dalla madre (29 novembre 2004), poi un decreto definitivo d'affidamento al padre (11 agosto 2005). Inoltre la sentenza della Corte d'Appello (15 dicembre 2005) è praticamente una copia identica del decreto della giudice del Tribunale per i Minorenni di Bologna e del precedente decreto urgente e provvisorio che affidava la bimba ai Servizi Sociali (6 ottobre 2003) e ad un altro decreto urgente e provvisorio di vigilanza sulla minore (9 dicembre 2002) che «rilevava l'atteggiamento pregiudizievole» della madre.
Da quando hanno sospeso le visite protette i Servizi Sociali di Ravenna mi hanno contattato un sola volta invitandomi a un colloquio il 27 novembre 2008, al quale ho risposto inviando una lettera protocollata in cui proponevo l'affido condiviso. In seguito ho ricevuto una segnalazione dal SIMAP (Servizio di Igiene Mentale) di Lugo per sottopormi ad un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obligatorio) richiesto dall'assistente sociale ... omissis .... Questo è semplicemente un metodo di controllo in cui si somministrano psicofarmaci alle persone sane che disturbano il lavoro degli operatori sociali in modo da eliminare qualsiasi opposizione e nel contempo sostenere l'industria farmaceutica che «uccide» lecitamente delle vite umane, sottostando agli interessi corporativi del sistema assistenziale.
Così «tutelano» i minori giudicando in base alle relazioni dei Servizi Sociali che contengono l'opinione soggettiva dell'assistente sociale, mai verificata da enti esterni, e sulla base di una patologia «inventata» dalla psicologa sociale procurando danni psicologici, morali e materiali a una bambina di 5 anni di età che deve crescere orfana di una madre in vita.
lo e mia figlia non abbiamo né voce né diritti. Viviamo nello stesso mondo senza sapere l'una dell'altra. Per questo motivo abbiamo bisogno di protezione contro questi abusi di potere, revocando il decreto (30 giugno 2008) ed incriminando i giudici, i Servizi Sociali, il padre e la famiglia paterna per i loro delitti con i risarcimenti dei danni, per riavere al più presto mia figlia e stare assieme in pace e con libertà. La verità vive nel cuore di mia figlia...»;
come affermato nella stessa mail di trasmissione della lettera sopra riportata, l'interessata ha inviato copia della stessa al Ministro di Giustizia in data 8 marzo 2010;
la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, approvata dall'ONU il 20 novembre 1959 sancisce, tra gli altri principi, che «il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d'affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. ...»;
oggi la Convenzione sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989 a New York - entrata in vigore il 2 settembre 1990 - rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell'infanzia. Costituisce uno strumento giuridico vincolante

per gli Stati che la ratificano, oltre ad offrire un quadro di riferimento organico nel quale collocare tutti gli sforzi sinora compiuti a difesa dei diritti dei bambini. L'Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176;
secondo la definizione della Convenzione sui diritti dell'infanzia sono «bambini» gli individui di età inferiore ai 18 anni (articolo 1), il cui interesse deve essere tenuto in primaria considerazione in ogni circostanza (articolo 3);
a giudizio dell'interrogante nella lettera inviata al Ministro di Giustizia, l'interessata espone una serie di fatti che, al di là degli opportuni approfondimenti da effettuarsi nelle sedi competenti, evidenziano la necessità di assicurare - in ogni caso - non solo l'effettivo benessere psichico della minore in questione, e più in generale dei minori che possono trovarsi nelle medesime condizioni di conflittualità tra i genitori, salvaguardandone i diritti primari in ogni circostanza, anche ai sensi della legge n. 176 del 27 maggio 1991, ma anche i diritti naturali dei genitori stessi ove il sentimento di amore che un genitore ha nei confronti del proprio figlio e dunque la necessità naturale di esercitare il proprio ruolo, non può essere incanalata in forme dispositive rigide che rischiano poi di ingenerare stati di disagio nei genitori privati dei figli tanto da condurli a comportamenti eccessivamente difensivi dei propri figli ed al limite delle leggi, come evidenziato nel caso in questione. Nel caso di specie, infatti, la madre della minore ha persino ricevuto una condanna di reclusione per sottrazione di minore alla potestà genitoriale del padre (condanna attenuata e riformata nel grado superiore di giudizio per insussistenza del reato attribuito) ed una serie di provvedimenti di allontanamento dalla figlia o di divieto di contatto al di fuori di quanto stabilito dai servizi sociali, e dovuti al suo atteggiamento e ai comportamenti conseguenti, seppur criticabili e ai limiti delle leggi vigenti in materia, ma umanamente comprensibili rispetto al suo diritto naturale di madre che vuole essere vicino a sua figlia e vederla crescerei -:
se il Ministro interrogato, nell'ambito delle proprie competenze e prerogative; intenda valutare l'adozione di provvedimenti volti da un lato a recuperare la fiducia di una cittadina straniera nei confronti del sistema giudiziario del nostro Paese e del ruolo primario dei servizi sociali attivi nella tutela dei minori ma, soprattutto, per assicurare con ogni mezzo che gli interessi della minore in questione e più in generale dei minori che possono trovarsi nelle medesime condizioni, siano tenuti in primaria considerazione in ogni circostanza.
(4-08380)