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Atto a cui si riferisce:
S.1/00279 Processo di pace in Medio Oriente e ruolo dell'ONU



Atto Senato

Mozione 1-00279 presentata da STEFANO PEDICA
mercoledì 12 maggio 2010, seduta n.378

PEDICA, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI - Il Senato,

premesso che:

il 10 maggio 2010 l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ha approvato i cosiddetti colloqui indiretti con Israele, aprendo la strada ad un negoziato vero e proprio, che dovrebbe svolgersi nei prossimi quattro mesi, ridando slancio alla mediazione di pace americana portata avanti dall'inviato americano in Medio Oriente George Mitchell;

il negoziato che si sta avviando in questi giorni, per tramite dei colloqui indiretti, che si propone di superare l'interruzione dei colloqui diretti, dovuta agli insediamenti israeliani nei territori dove i palestinesi intendono dar vita a un loro Stato, nonché all'annuncio di Israele del programma per costruire nuove case a Gerusalemme est, altra area pretesa dai palestinesi, dovrebbe riguardare le questioni relative allo status finale dello Stato palestinese, tra le quali la demarcazione delle frontiere, così come le garanzie di sicurezza per Israele;

durante la visita in Siria del presidente russo Medvedev, svoltasi solo due giorni addietro a Damasco, la Federazione Russa si è impegnata a riportare il processo di pace arabo-israeliano sulla base legale internazionale vigente, con l'obiettivo di arrivare alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, che possa esistere pacificamente a fianco di Israele. L'impegno ha registrato la disponibilità della Siria a compromessi in nome della pace, ma ad eccezione dei casi che vanno a detrimento della sovranità di una o dell'altra parte;

a quasi un anno dal famoso discorso del Presidente statunitense Obama al Cairo, che tante attese aveva suscitato nella Comunità internazionale e in particolare nel mondo arabo, occorre segnalare gli scarsi risultati raggiunti e la permanente incertezza sul futuro della pace in Medio Oriente, riconosciuti dallo stesso Obama, il quale che ha ammesso che la situazione si è rivelata più complicata del previsto;

tuttavia, nonostante le palesi diffidenze del Governo statunitense nei confronti di quello israeliano, Obama, grazie anche alla mediazione del Ministro della difesa israeliano Barak, in luogo del più ostile Ministro degli esteri Lieberman, ha trovato l'accordo per un congelamento di fatto di nuovi importanti progetti nella parte araba di Gerusalemme, almeno per i quattro mesi dei negoziati indiretti, anche se pubblicamente i leader israeliani continuano ad affermare il contrario, e, al contempo, ha promosso altre misure di confidence building verso i palestinesi, quali il rilascio di prigionieri e la ulteriore rimozione di blocchi stradali;

premesso inoltre che:

gli Stati Uniti, ripartendo dalla "politica dei piccoli passi", con l'auspicio che questa possa riavvicinare palestinesi e israeliani incoraggiandoli ai sopracitati negoziati, si stanno adoperando per ripresentare un piano di pace che, con l'appoggio della Federazione Russa, dell'Unione europea e dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (eventualmente ripresentabile al Consiglio di sicurezza dell'Onu medesima), riesuma i "Parametri di Clinton" presentati a Camp David nel 2000 e rispolvera il vecchio negoziato tra Abu Mazen e Olmert del 2008;

considerato che:

la situazione politica interna dei due popoli in contesa non è certo delle più facili nell'ultimo cinquantennio. L'instabilità e l'incertezza palestinese, dovute principalmente alla frattura ancora non ricomposta tra Fatah e Hamas, frattura strumentalizzata da più Stati esteri tramite l'appoggio all'una o all'altra parte, costituiscono indubitabilmente un grosso limite al buon esito di un negoziato, troppo spesso portato avanti da interlocutori che, nel migliore dei casi, non rappresentano più della metà del popolo palestinese. Allo stesso modo i forti contrasti degli ultimi mesi tra gli Stati Uniti ed il Governo Netanyahu, dovuti principalmente alla politica radicale di non celata intransigenza nei confronti dei palestinesi, impersonata dalle posizioni oltranziste del Ministro degli esteri Lieberman, non permettono di ritenere che il Governo israeliano possa gradire un piano di pace di tal portata, senza mettere in discussione la sua stessa tenuta;

è oggettivamente imprescindibile, ai fini della riuscita del negoziato, l'appoggio di tutti i Paesi limitrofi ai contendenti e quindi la necessità di creare un quadro regionale stabile e ben disposto al negoziato. La Lega araba, la Siria, il Libano sono e devono continuare ad essere impegnati nella costruzione di una pace tra Palestinesi ed Israeliani che rappresenterà, di fatto, la pacificazione con il mondo arabo nonché l'instaurazione della democrazia, nella accezione occidentale del termine;

considerato inoltre che:

un altro fattore di grande instabilità, a tutti i livelli, in Medio Oriente, è rappresentato dall'Iran, grande potenza regionale islamica, sconvolta al proprio interno dalle recenti proteste seguite alla rielezione, contestata, di Ahmadinejad, proteste che sono state soffocate nel sangue dall'Ayatollah Khamenei che si è rifiutato di annullare il risultato delle elezioni, e che hanno acuito ancor di più la crisi tra l'Iran e la Comunità internazionale, accusata da Ahmadinejad di sostenere e foraggiare i contestatori;

la politica della "mano tesa" inizialmente proposta dagli Stati Uniti ha incontrato l'ostracismo di un regime delegittimato dalla sua stessa opinione pubblica, che non può permettersi concessioni o trattative di tipo democratico, ma che, al contempo, cerca in tutti modi di creare o consolidare contatti con importanti attori della Comunità internazionale, al fine di poter proseguire nel suo programma di indipendenza energetica, sviluppo militare e aerospaziale;

dopo il fallimento dell'incontro di Ginevra, nel quale l'Iran, che aveva inizialmente accettato di arricchire all'estero il proprio uranio, ha fatto saltare l'accordo per imprecisati e pretestuosi motivi economici, gli Stati Uniti sono orientati a proporre un quarto regime di sanzioni più restrittive e "devastanti", come annunciato dal Segretario di Stato Clinton, che dovrebbero concretizzarsi nell'impedire di raffinare all'estero il proprio petrolio e di procedere negli investimenti utili a creare le raffinerie sul proprio territorio per tramite del settore bancario, già interessato da risoluzioni del Consiglio di sicurezza (1747 del 2007, 1803 del 2008) oltre che da blocchi imposti bilateralmente. Appaiono probabili anche sanzioni, quali la limitazione alla libertà di muoversi all'estero, rivolte contro importanti membri del regime e contro i Pasdaran, al fine di evitare i deleterii effetti che le sanzioni tradizionali arrecano alla popolazione civile;

molto probabilmente, sino a quando la Repubblica Islamica non ufficializzerà la sua posizione all'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), i membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con l'aggiunta della Germania, continueranno le consultazioni sulle eventuali sanzioni;

ricordato che ogni giorno in Iran vengono violati importanti ed elementari diritti umani,

impegna il Governo:

ad essere in sede europea attivo ed efficace protagonista, al fine di ottenere che l'Unione europea, senza defezioni e tentennamenti di singoli Stati membri e senza passivo attendismo, collabori fattivamente con gli Stati Uniti nella difficile ripresa del processo di pace in Medio Oriente, mettendo in gioco tutte le proprie risorse, in termini di rapporti diplomatici ed economici, nei confronti dello Stato di Israele, dei palestinesi, e degli Stati confinanti, non mancando di censurare la politica di quegli Stati che si ostinano a non voler riconoscere l'esistenza dello Stato di Israele.

(1-00279)