• Testo DDL 2058

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Atto a cui si riferisce:
S.2058 Ratifia ed esecuzione della Convenzione penale sulla corruzione fra gli stati membri del Consiglio d'Europa e gli altri Stati firmatari, fatta a Strasburgo il 27 gennaio 1999, e nuova disciplina dei delitti contro la pubblica amministrazione e contro l'industria e il commercio, in attuazione della suddetta Convenzione





Legislatura 16º - Disegno di legge N. 2058


 
 

Senato della Repubblica

XVI LEGISLATURA

 

N. 2058
 
 
 

 

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa dei senatori FINOCCHIARO, DELLA MONICA, D’AMBROSIO, ZANDA, CASSON, LATORRE, CAROFIGLIO, CHIURAZZI, GALPERTI, MARITATI, MARCENARO, ADAMO, CECCANTI, INCOSTANTE,
DE SENA e SERRA

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 4 MARZO 2010

Ratifica ed esecuzione della Convenzione penale sulla corruzione
fra gli Stati membri del Consiglio d’Europa e gli altri Stati firmatari,
fatta a Strasburgo il 27 gennaio 1999, e nuova disciplina dei delitti
contro la pubblica amministrazione e contro l’industria e il commercio,
in attuazione della suddetta Convenzione

 

Onorevoli Senatori. – Il presente disegno di legge è diretto a ratificare e a dare esecuzione alla Convenzione penale sulla corruzione, adottata il 4 novembre 1998 a Strasburgo dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e aperta alla sottoscrizione ed alla ratifica dal 27 gennaio 1999, ad essa adeguando l’ordinamento interno, nonché a rendere più efficace l’azione di contrasto e prevenzione della corruzione e, in generale, del malaffare, nella pubblica amministrazione.

    La corruzione rappresenta un fenomeno in costante ascesa nel nostro Paese. Nel solo 2009, come può evincersi dai dati forniti dalla Corte dei conti in sede di inaugurazione dell’anno giudiziario, l’entità delle condanne emesse dalla magistratura contabile nei confronti di pubblici dipendenti, per illeciti contabili legati a fatti di corruzione, dimostra come tale forma di malaffare nella pubblica amministrazione rappresenti la quarta fonte di danno erariale in ordine di importanza. Sempre nel corso dell’ultimo anno, le denunce per corruzione presentate alla Guardia di finanza sono cresciute del 229 per cento, mentre quelle per concussione del 153 per cento. Tale incremento non può del resto essere attribuito, se non in minima parte, ad una maggiore propensione alla denuncia da parte dei cittadini, apparendo invece verosimilmente imputabile, in misura prevalente, all’estensione del fenomeno corruttivo. La corruzione, infatti, come reato a concorso necessario in cui nessuno dei concorrenti ha interesse che venga scoperto, è sempre stato e rimane uno dei reati più difficili da scoprire.
    Tra i fattori principali di questa tendenza all’espansione del fenomeno corruttivo (e più in generale dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione) va certamente annoverata la mancata percezione, nella collettività, del reale disvalore di tali reati e della loro incidenza sulla gestione della cosa pubblica, strettamente connessa alla debolezza di una pregnante cultura della legalità nel nostro Paese, accompagnata, ed anzi consolidata, proprio da un’insufficiente ed inadeguata azione di contrasto del fenomeno corruttivo in particolare.
    Sebbene, infatti, sia stato ormai unanimemente riconosciuto in sede internazionale, che la corruzione ostacola lo sviluppo economico e contrasta con i principi di buon governo e di etica della politica e che, specie se di livello «sistemico», finisce col costituire una minaccia per lo Stato di diritto, la democrazia, il principio di uguaglianza e la libera concorrenza e nonostante le richieste sopranazionali – in particolare della Convenzione di cui si propone la ratifica – di sanzioni proporzionate, adeguate e dissuasive nei confronti della corruzione, nel nostro Paese non è stata intrapresa, fino ad ora, un’azione di contrasto efficace. Infatti, pur rispetto a un fenomeno apparso dilagante già negli anni Novanta (periodo della cosiddetta Tangentopoli), la risposta sanzionatoria ha continuato ad essere incerta e improntata ad assoluta mitezza. Al riguardo, i dati sulle condanne definitive documentano la sostanziale impunità dei delitti di corruzione: nell’87,6 per cento dei procedimenti penali sono state inflitte pene fino a due anni di reclusione (area della sospendibilità condizionale); nell’8,8 per cento dei casi, pene tra due e tre anni (area delle misure alternative, ad esempio l’affidamento in prova ai servizi sociali); soltanto nel 3,5 per cento dei casi sono state irrogate pene superiori a tre anni, eseguibili in forma detentiva, per cui solo a quest’ultima esigua quota di condanne è affidato l’effetto deterrente tipico della sanzione penale.
    La lotta alla corruzione e ai reati che normalmente si pongono con essa in rapporto di interdipendenza funzionale (falso in scritture contabili, reati fiscali, riciclaggio e autoriciclaggio) costituisce, invece, uno degli obiettivi politico-criminali prioritari a livello europeo ed internazionale, tant’è che le principali convenzioni in materia esprimono la preoccupazione per le conseguenze generate da pratiche corruttive diffuse: cattiva allocazione delle risorse pubbliche, alterazione delle regole sulla concorrenza, sistemi fiscali regressivi, riduzione degli investimenti diretti esteri. Si tratta di fattori che sono in grado di esercitare una funzione frenante sullo sviluppo economico del paese e che richiedono un adeguato mutamento del quadro normativo in materia. Ciò è tanto più urgente se solo si considera che, quando la corruzione della pubblica amministrazione si salda con la criminalità organizzata, può costituire il grimaldello per cui l’impresa mafiosa riesce a fare il passaggio dalla gestione dei mercati illegali alla gestione dei mercati legali.
    Se davvero l’Italia intende onorare gli obblighi assunti in sede internazionale, ponendosi in linea con il perseguimento di tali importanti obiettivi di politica criminale, ma anche di politica economica e sociale – data, appunto, la riconosciuta devastante ricaduta delle pratiche corruttive sul sistema sociale ed economico – è, pertanto, necessario mettere mano rapidamente ad alcune irrimandabili modifiche normative, rivedendo, innanzitutto, la materia della corruzione nel settore pubblico, introducendo reati quali il traffico di influenze illecite e la corruzione nel settore privato ed analogamente – posto che chi vuole corrompere ha necessità di disporre di fondi neri – intervenendo sulla struttura dei reati fiscali e del falso in bilancio ed introdurre la punibilità del cosiddetto autoriciclaggio, in linea con le legislazioni di altri paesi e delle direttive europee.
    La Convenzione di cui si propone la ratifica con il presente disegno di legge, si colloca in un panorama articolato di strumenti che sono stati adottati in sede internazionale negli ultimi venti anni, di cui, seppur brevemente, si ritiene utile dare conto in questa sede anche per una migliore comprensione della prospettiva in cui si inquadrano, non solo la Convenzione stessa, ma anche le proposte di modifica della normativa nazionale contenute nel disegno di legge in esame.
    A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, infatti, l’obiettivo della lotta alla corruzione nei suoi differenti aspetti si è imposto all’attenzione della comunità internazionale che ha percepito l’estrema pericolosità per la democrazia, per il diritto, per le libertà fondamentali, nonché per il progresso socio-economico di tali pratiche illegali. L’impegno internazionale nel contrasto di tale fenomeno si è, quindi, articolato sia a livello universale che a livello regionale. Nella prima prospettiva emerge l’iniziativa dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sotto i cui auspici, il 17 dicembre 1997, è stata stipulata la Convenzione sulla lotta contro la corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle transazioni commerciali internazionali. Nella seconda prospettiva primeggia una serie di strumenti giuridici adottati in sede comunitaria tra i quali si menzionano la Convenzione sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee del 26 luglio 1995 (e relativo Protocollo del 27 settembre 1996), nonché la Convenzione relativa alla lotta contro la corruzione in cui sono coinvolti funzionari delle Comunità europee o degli Stati membri dell’Unione europea, stipulata il 27 maggio 1997. Tutte queste Convenzioni sono state ratificate e rese esecutive ai sensi della legge 29 settembre 2000, n. 300.
    Diversi risultano essere gli approcci alla lotta del fenomeno corruttivo dei diversi strumenti adottati.
    Per quanto riguarda il livello universale, il primo contributo dell’OCSE alla lotta alla corruzione adottato a livello multilaterale tra gli Stati è la Recommendation on Bribery in lnternational Business Transactions (1994) che ha, a sua volta, aperto la strada alla Convenzione sulla lotta contro la corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle transazioni commerciali internazionali del dicembre 1997. Con essa gli Stati parte si sono vincolati alla prevenzione e repressione degli atti di corruzione attiva provenienti da imprese soggette alla propria sovranità e diretti anche verso Paesi non firmatari, indipendentemente dall’applicazione delle loro norme penali alla corruzione passiva dei propri funzionari. A differenza degli altri strumenti internazionali, quindi, questa Convenzione non si riferisce alla corruzione passiva e mira ad assicurare anzitutto una leale competitività ed un contesto in cui le relazioni commerciali transnazionali non trovino nelle tangenti, o in ogni altro vantaggio illegale offerto dalle imprese, il proprio fondamento.
    L’approccio comunitario al tema in esame è, invece, partito dall’esigenza di tutelare l’integrità del proprio patrimonio – con la Convenzione del 26 luglio 1995 relativa agli interessi finanziari comunitari – per giungere – con la menzionata Convenzione del 1997 – a rendere criminali non solo le condotte lesive dell’integrità delle finanze comuni, ma anche quelle pregiudizievoli al corretto svolgimento della funzione pubblica comunitaria. Attraverso, ad esempio, l’individuazione delle fattispecie di corruzione attiva e di corruzione passiva, la precisazione della competenza della Corte di Lussemburgo per la risoluzione delle controversie insorte circa l’interpretazione o l’applicazione delle convenzioni del 1997 ed individuando la responsabilità delle persone giuridiche, gli organi comunitari hanno voluto indicare ai Paesi membri i settori per cui era necessario il più immediato intervento per contrastare il fenomeno delittuoso in questione.
    Accanto alle due prospettive tracciate dai sistemi normativi di cui s’è detto, si pone l’opera realizzata dal Consiglio d’Europa e rivolta ad una schiera di paesi comprensiva (ma più ampia) di quella dei paesi dell’Unione europea.
    Muovendo dalle riflessioni maturate in seno alla 19ª Conferenza dei Ministri europei della Giustizia tenutasi a Malta nel giugno 1994, il Consiglio d’Europa si è attivato contro la corruzione sia con l’istituzione – nello stesso anno – del Gruppo multidisciplinare sulla corruzione (GMC), che con l’adozione – nel 1996 – di un articolato «Programma d’azione contro la corruzione» che costituisce il fondamento giuridico delle attività consiliari in tale direzione. Lo sviluppo di queste attività si è realizzato gradualmente, per tappe, ma è pacifico che a partire dal secondo vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’ottobre 1997 il menzionato Programma ha ricevuto un decisivo impulso politico facendo, così, della lotta alla corruzione uno degli obiettivi prioritari ed essenziali del Consiglio. Tra le peculiarità della strategia di lotta alla corruzione individuata dal Consiglio d’Europa, va sottolineata soprattutto la «multidisciplinarità», in quanto ci si è resi conto del fatto che la corruzione è un fenomeno multiforme che richiede azioni di tipo differente, non solo giuridico. L’attività del Consiglio d’Europa è volta, infatti, al miglioramento delle regole che reggono la vita pubblica, soprattutto per quel che riguarda la tutela dell’integrità, ossia dell’imparzialità, della pubblica amministrazione sulla base di un tessuto sociale quanto più solido possibile.
    Tenuto conto della complessità del fenomeno da affrontare, il Consiglio d’Europa ha inteso approntare un ampio ventaglio di strumenti giuridici tendenti a una reciproca complementarità. Tra questi, pur non approfondendone l’analisi in questa sede, vale la pena di ricordare brevemente: la risoluzione (97) 24, adottata, il 6 novembre 1997, dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, in esito ad approfonditi lavori volti a definire un quadro comune per le strategie nazionali anticorruzione, e relativa ai venti principi direttivi per la lotta alla corruzione che precisano i settori in cui un intervento statale è indispensabile per un’efficace strategia globale di lotta al fenomeno in questione; il modello di codice di condotta per i pubblici dipendenti presentato come annesso alla raccomandazione R(2000)10 del Comitato dei Ministri adottata l’11 maggio 2000; l’accordo che ha istituito l’organo di controllo per la valutazione del rispetto degli obblighi giuridici derivanti dall’insieme degli strumenti adottati, e cioè il Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO); il cosiddetto programma OCTOPUS, portato innanzi di concerto con la Commissione europea, contro il crimine organizzato; il Programma contro la corruzione e il crimine organizzato nell’Europa sud-orientale (PACO); le conferenze annuali dei servizi specializzati nella lotta al fenomeno della corruzione e, ovviamente, la Convenzione di Strasburgo in esame.
    Venendo, in particolare, a quest’ultima, oggetto del presente disegno di legge, conformemente agli obiettivi definiti dal Programma di azione e sulla base di un mandato interinale ad hoc, un gruppo di lavoro del citato Gruppo multidisciplinare sulla corruzione (GMC) ha iniziato ad elaborare un progetto di Convenzione nel febbraio 1996, giungendo al termine dell’anno successivo a sottoporre al GMC un testo tendenzialmente definitivo. Nell’aprile 1998 il Comitato dei Ministri ha deciso di consultare l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa in ordine al progetto stesso, incaricando al contempo il GMC di riformularlo in adesione alle osservazioni che sarebbero state apportate dall’Assemblea e dal Comitato europeo per i problemi della criminalità (CDPC). Così integrato il progetto è stato sottoposto al Comitato dei Ministri che, il 4 novembre 1998, lo ha adottato quale Convenzione rendendone possibile la sottoscrizione e la ratifica a partire dal successivo 27 gennaio. Tale normativa, tra le meglio articolate in materia, è volta non tanto a definire unitariamente il fenomeno della corruzione, quanto invece a colpire determinate situazioni in cui la corruzione si esplica e questo sulla base di elementi ricorrenti. La Convenzione penale, composta da quarantadue articoli, prevede l’incriminazione di fatti di corruzione attiva e passiva tanto di funzionari nazionali (articoli 2 e 3), quanto di funzionari stranieri (articolo 5), internazionali e sovranazionali (articoli 9-11); di corruzione attiva e passiva nel settore privato (articoli 7 e 8); del cosiddetto traffico di influenza (articolo 12); del riciclaggio dei proventi di reati di corruzione (articolo 13), nonché l’incriminazione di infrazioni spesso connesse a fenomeni di corruttela, quali le infrazioni contabili (articolo 14). Nel tentativo di confezionare uno strumento adeguato al raggiungimento degli obiettivi fissati, in sede redazionale sono state introdotte nella Convenzione disposizioni riguardanti sia gli aspetti procedurali e sanzionatori della lotta al fenomeno, sia la possibilità di creare all’interno di ciascun ordinamento giuridico degli organi specializzati – sia per formazione ricevuta che per ambito operativo – nella materia in questione. Gli Stati aderenti sono infatti tenuti ad approntare sanzioni e misure efficaci e dissuasive, inclusa la privazione della libertà personale a fini di estradizione. Anche le persone giuridiche in quanto tali diverranno giuridicamente responsabili delle infrazioni ad esse ascritte e saranno pertanto sanzionabili, anche in sede penale. In base all’articolo 32 la Convenzione penale è entrata in vigore il 1º luglio 2002.
    Il recepimento della Convenzione di Strasburgo e il conseguente adeguamento dell’ordinamento interno, peraltro, si impongono oggi a maggior ragione in seguito alla ratifica da parte dell’Italia, con la legge 3 agosto 2009, n. 116, della Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite contro la corruzione, adottata dall’Assemblea generale dell’ONU nel 2003. Tale Convenzione, difatti, – recepita integralmente anche ai fini dell’esecuzione con l’articolo 2 della legge di ratifica – impone agli Stati firmatari il rafforzamento delle misure sostanziali e processuali volte a prevenire e combattere la corruzione in modo sempre più efficace, chiedendo di «ricercare, perseguire e giudicare effettivamente» i responsabili di fatti corruttivi e di adoperarsi perché i relativi procedimenti giudiziari si svolgano in modo tale da «ottimizzare l’efficacia di misure di individuazione e di repressione di tale reati» e prevedendo che «ciascuno Stato Parte fissa, nell’ambito del proprio diritto interno, un lungo termine di prescrizione entro il quale i procedimenti» per i reati previsti dalla Convenzione «possono essere avviati».
    Con il presente disegno di legge, perciò, al fine di recepire le previsioni della Convenzione di Strasburgo e, più in generale, le indicazioni provenienti dagli organismi internazionali dei quali l’Italia fa parte, si è posto mano ad una serie di modifiche del quadro normativo che si ritengono fondamentali per poter perseguire le condotte di corruzione nella pubblica amministrazione con la necessaria efficacia.
    A tal fine, si è ritenuto necessario – oltre a dotare gli inquirenti di strumenti investigativi fondamentali, quali la possibilità di disporre attività di contrasto sotto copertura – ridefinire il quadro dei delitti contro la pubblica amministrazione in una maniera più aderente alle diverse forme di manifestazione di illegalità che si esplicano nell’ambito delle attività della pubblica amministrazione nel nostro Paese, ponendo attenzione, tra l’altro ed in particolare, ad individuare strumenti che possano contribuire a rompere quel «muro di omertà» tra corrotto e corruttore – sulla cui base si spiega l’elevata cifra oscura che caratterizza tali delitti – che rende estremamente difficile accertare simili illeciti. Pertanto, oltre ad una più generale revisione della disciplina dei delitti contro la pubblica amministrazione, il presente disegno di legge introduce una notevole riduzione di pena per l’imputato che si adopera fornendo una concreta e fattiva collaborazione per la ricostruzione dei fatti, per l’individuazione o la cattura degli altri responsabili o per il recupero delle somme versate o delle altre utilità trasferite.
    In linea generale, quindi, si rileva che con le innovazioni normative proposte si ridisegna, sostanzialmente, il quadro dei delitti contro la pubblica amministrazione, trasferendo la condotta di concussione per costrizione all’interno di quelle di estorsione e la condotta di concussione per induzione all’interno della nuova fattispecie di corruzione, la quale ricomprende in sé il disvalore penale degli articoli 318, 319 e 321 del codice penale attualmente vigenti, prevedendo in ogni caso anche la punibilità del corruttore. Data l’enorme difficoltà che spesso si incontra ad individuare – una volta accertato nel corso dell’indagine che il pubblico ufficiale ha ricevuto congrue o notevoli somme di danaro e chi sia la persona che glieli ha corrisposti – gli atti dell’ufficio posti in essere per conto di questa, è stata introdotta, nell’articolo 319, anche la punibilità delle dazioni di danaro o di altre utilità fatte comunque al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio in ragione della funzione esercitata. Si è voluto, così, punire la condotta di coloro che, in cambio di denaro o di altre utilità, a volte versate loro periodicamente, si mettono praticamente al servizio di chi è interessato ad ottenere che gli stessi operino, al momento giusto, in violazione dei doveri di fedeltà, di imparzialità e onestà, o di leggi regolamenti o circolari. La norma riguarda, quindi, un’ipotesi di pubblico ufficiale che si attiva (o che non si attiva) in ragione della sua funzione, dietro corrispettivo. È stata anche abolita la distinzione tra atti (o attività) d’ufficio e atti (o attività) contrari ai doveri d’ufficio, essendo ugualmente censurabile la condotta del pubblico ufficiale che riceve denaro o altre utilità, come è censurabile chi le offre, in quanto egli ne trae sempre vantaggio in relazione agli altri che si comportano onestamente. Né è senza significato che la distinzione ha sempre offerto agli indagati il pretesto per allungare i tempi di definizione dei processi. In base alla modifica apportata, sarà il giudice, in concreto, nell’applicazione della pena, a tener conto dell’atto o dell’attività compiuti o richiesti. Inoltre, si è previsto un sensibile inasprimento delle sanzioni penali per i reati più gravi contro la pubblica amministrazione, anche nel minimo edittale, per evitare che l’applicazione generalizzata di attenuanti determini la concreta inefficacia della sanzione. L’apparato sanzionatorio in vigore, infatti, risulta inadeguato rispetto alla gravità dei comportamenti e all’impatto sociale ed economico di reati di tale tipo e, a causa del sistema prescrizionale introdotto dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251 (cosiddetta legge ex Cirielli), rischia, di fatto, di impedire l’accertamento giudiziario dei reati di corruzione. Va sottolineato, poi, in via generale che tutte le pene edittali proposte tengono conto, peraltro, oltre che delle necessità inerenti ai rapporti estradizionali, oggetto di specifiche disposizioni della Convenzione (articoli 19 e 27), dell’obbligo (contenuto nel medesimo articolo 19) di prevedere, nei confronti dei reati previsti dallo strumento internazionale, «sanzioni e misure efficaci, proporzionate e dissuasive che includano (...) sanzioni privative della libertà».
    Si è, quindi, provveduto, da un lato, a razionalizzare la normativa vigente, semplificando la classificazione delle condotte criminose e la valutazione del disvalore penale di ognuna di esse; dall’altro lato si è conferito rilevanza anche a quelle condotte le quali, pur emblematiche di una particolare offensività nei confronti del buon andamento della pubblica amministrazione e idonee ad ingenerare dubbi sulla sua effettiva imparzialità ed efficienza, non risultavano, tuttavia, in alcun modo sanzionate all’interno del sistema penale italiano. È stata, pertanto, a tale scopo introdotta la fattispecie del traffico di influenze illecite, più avanti meglio descritta, prevista specificamente dalla Convenzione di Strasburgo e volta a punire la condotta dei soggetti che si propongono come intermediari nel disbrigo di faccende corruttive, nonché di quelli che ne ricercano la collaborazione. Questa previsione si fonda su un aggiornamento della lettura del fenomeno corruttivo. Infatti, spesso oggi la tradizionale forma bilaterale della corruzione si spezza in due parti: la retribuzione viene ricevuta dall’intermediario, mentre l’attività amministrativa illecita viene svolta da un diverso soggetto; in un’altra occasione, poi, l’intermediario restituirà il favore ricambiando l’attività posta in essere dal pubblico ufficiale.
     La differenza con la «vecchia» corruzione è evidente e può essere paragonata alla differenza che passa tra un semplice baratto e una più sofisticata triangolazione: si inserisce una nuova figura di intermediario e il soggetto che riceve la retribuzione è diverso da quello che compie l’attività amministrativa «di favore».
    Si è, poi, inteso individuare – parallelamente a quanto sperimentato nell’ambito dell’azione di contrasto alla criminalità organizzata – uno strumento utile all’emersione del fenomeno corruttivo, così diffusamente pervasivo del tessuto economico-sociale e del sistema istituzionale del nostro Paese. A tal fine è stata prevista, con riferimento al reato di corruzione e corruzione in atti giudiziari, la possibilità di una forte riduzione di pena (fino a due terzi) nei casi in cui si determini da parte dell’imputato una concreta e fattiva collaborazione.
    Parallelamente, al fine di contrastare fenomeni di corruttela e malaffare nel settore privato, oggi non esaustivamente tipizzati in fattispecie incriminatrici, si propone di introdurre, all’interno della sezione del codice penale relativa ai delitti contro l’industria e il commercio, il delitto di corruzione nel settore privato (estensibile agli enti in virtù del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), consistente nella condotta di induzione, sollecitazione o ricezione di denaro od altra utilità, o nell’accettazione della relativa promessa, per compiere od omettere un atto, in violazione di un dovere, qualora ne derivino o possano derivarne distorsioni della concorrenza nel mercato ovvero danni economici all’ente o a terzi, anche attraverso una non corretta aggiudicazione o una scorretta esecuzione di un contratto. Anche in tal caso è stata prevista una diminuzione di pena in caso di concreta collaborazione da parte dell’imputato. L’introduzione di tale fattispecie incriminatrice risponde, peraltro, all’esigenza di dare piena attuazione alla decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato, com’era peraltro previsto dalla legge 25 febbraio 2008, n. 34, legge comunitaria per il 2007.
    Analizzando nel dettaglio le norme proposte con il presente disegno di legge, si rileva anzitutto che, se i primi due articoli recano rispettivamente l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione della Convenzione, l’articolo 3, comma 1, opera, alle lettere a) e b), dei raccordi normativi necessari dato il nuovo assetto dei delitti contro la pubblica amministrazione che il disegno di legge in esame propone. Pertanto, in risposta a tali esigenze di armonizzazione, il riferimento alle abrogate disposizioni in tema di concussione e corruzione, contenuto negli articoli 32-quater e 32-quinquies del codice penale (che individuano le ipotesi di applicazione, rispettivamente, delle pene accessorie dell’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione e dell’estinzione del rapporto di lavoro o di impiego con amministrazioni pubbliche), è stato sostituito con il richiamo alle nuove disposizioni in tema di corruzione, corruzione in atti giudiziari ed estorsione ai sensi dell’articolo 629 del codice penale, aggiungendo inoltre la previsione dell’applicazione della pena accessoria dell’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione anche nell’ipotesi del reato di peculato previsto dall’articolo 314 (articolo 32-quater) e prevedendo che l’estinzione del rapporto di lavoro o di impiego con amministrazioni pubbliche sia contemplata nell’ipotesi di condanna per un tempo non inferiore a due anni (un anno in meno rispetto all’attuale previsione) per i delitti di peculato, corruzione, corruzione in atti giudiziari, ed estorsione (articolo 32-quinquies).
    La lettera d), abroga gli articoli 317, 317- bis, 318, 320, 321 e 322-bis del codice penale, mentre la lettera c), in coerenza con la razionalizzazione operata dal disegno di legge in esame, provvede ad innalzare le pene previste per il reato di peculato (articolo 314) portandole a quattro anni nel minimo e a dodici nel massimo e prevedendo per tale reato sempre la pena accessoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici, uniformandolo così, sotto il profilo delle pene, alle nuove previsioni che il presente disegno di legge introduce per il reato di corruzione.
    La lettera e) introduce la nuova fattispecie unica del delitto di corruzione (novellato articolo 319 del codice penale). Tale fattispecie sancisce la punibilità del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa in relazione al compimento, all’omissione o al ritardo di un atto o di un’attività del suo ufficio o servizio, ovvero al compimento di un atto o di un’attività contrari ai doveri dell’ufficio o del servizio, o comunque in ragione della funzione esercitata, con la reclusione da quattro a dodici anni e prevedendo in ogni caso la punibilità anche del corruttore.
    Tra gli obiettivi del disegno di legge vi è, infatti, anche quello di rispondere alle osservazioni reiterate nei confronti del nostro Paese dall’OCSE, secondo cui sarebbe necessario modificare la normativa vigente nell’ordinamento italiano in tema di reati contro la pubblica amministrazione, in particolare per quanto concerne la punibilità, nell’ambito delle operazioni economiche internazionali, del soggetto che indebitamente offra o prometta denaro per conseguire un vantaggio ingiusto. Nella nostra legislazione questa condotta corrisponde allo schema della corruzione propria, la quale prevede la punibilità del pubblico funzionario e del privato che si avvantaggia della condotta contraria ai doveri d’ufficio. Il codice penale, però, prevede anche l’ipotesi di cui all’articolo 317 (concussione), ai sensi del quale la punibilità del privato è esclusa se lo stesso è stato costretto od indotto alla dazione predetta dal pubblico funzionario; la norma in questione non distingue tra condotte rivolte al conseguimento di un vantaggio indebito o meno, prevedendo in ogni caso la punibilità del solo pubblico ufficiale.
    L’OCSE ha più volte fatto rilevare nelle raccomandazioni rivolte all’Italia ed agli altri Stati parte che deve essere assicurata la punibilità di tutte le ipotesi sussumibili nello schema della corruzione, quanto meno sotto il profilo dell’ingiusto vantaggio conseguito dal privato, essendo irrilevante a questo scopo l’eventuale costrizione o induzione asseritamente subita dal soggetto ad opera del pubblico ufficiale. Anche l’articolo 2 della Convenzione di Strasburgo, sopra citato, impone di rivedere la non punibilità del concusso – quanto meno nelle ipotesi di concussione per induzione – poiché richiede di assoggettare a sanzione penale la promessa, l’offerta o la dazione, diretta o indiretta, di un vantaggio indebito ad uno dei propri funzionari pubblici, per sé o per altri, perché compia o si astenga dal compiere un atto nell’esercizio delle sue funzioni. In questo quadro, la soluzione più ragionevole è apparsa essere quella di unificare le fattispecie di concussione per induzione, corruzione propria ed impropria, antecedente e susseguente, applicando la stessa pena al corrotto e al corruttore, e di ricondurre la fattispecie di concussione per costrizione al delitto di estorsione.
    Il sistema trova, quindi, una sua intrinseca coerenza attraverso le ulteriori modifiche apportate alla disciplina dei delitti contro la pubblica amministrazione sempre al primo comma dell’articolo 3 del presente disegno di legge.
    La lettera f) introduce, all’articolo 319-bis del codice, la «riparazione pecuniaria» in favore della pubblica amministrazione cui appartenga il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio colpevole, in misura pari all’importo dato o promesso al corrotto, senza pregiudizio del diritto della pubblica amministrazione al risarcimento del danno.
    Le modifiche introdotte alle misure delle pene previste per il reato di cui al 319 impongono, in considerazione peraltro della particolare gravità del reato di corruzione in atti giudiziari di cui all’articolo 319-ter del codice penale, una coerente modifica ed innalzamento delle pene previste per le relative condotte (lettera g)).
    La lettera h) contiene la nuova formulazione dell’istigazione alla corruzione (novellato articolo 322 del codice penale), coerente con l’unificazione delle fattispecie corruttive.
    La lettera i) prevede, poi, delle necessarie correzioni nei richiami effettuati all’articolo 322-ter ad articoli novellati o soppressi dal presente disegno di legge e provvede, inoltre, ad estendere la confisca per equivalente prevista dal primo comma dell’articolo 322-ter, anche al profitto (oltre che al prezzo) del reato allo scopo di potenziare le misure patrimoniali di contrasto ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e di dare piena attuazione alla decisione quadro 2005/212/GAI del Consiglio, del 24 febbraio 2005.
    Alla lettera l) si sono, poi, previste delle circostanze attenuanti comuni e speciali sostituendo l’attuale articolo 323-bis del codice penale. Al comma 1 dell’articolo 323-bis, come novellato dal presente disegno di legge, si è prevista una circostanza attenuante per l’ipotesi di particolare tenuità dei fatti previsti dagli articoli 314, 316, 316-bis, 316-ter, 319, 319-ter, 322, 323, 346 e 513-ter. L’innalzamento della pena per il delitto di corruzione e l’unificazione di tutte le possibili fattispecie ad essa riconducibili hanno, infatti, imposto la previsione di tale circostanza onde poter consentire di adeguare la pena inflitta al caso concreto. Il medesimo articolo, provvede, poi, al secondo comma, con riferimento alle sole fattispecie di cui agli articoli 319, 319-ter del codice penale, ad aumentare fino a due terzi i possibili effetti di riduzione della pena nei casi in cui l’imputato si adoperi per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite, nei casi in cui, cioè, si determini da parte dell’imputato una concreta e fattiva collaborazione
    Al fine di evitarne, però, possibili strumentalizzazioni, si è introdotta, poi, un’aggravante ad efficacia speciale alla fattispecie di calunnia, applicabile alle ipotesi in cui il reato sia commesso in una dichiarazione rilevante agli effetti delle circostanze previste dal secondo comma, dell’articolo 323-bis (lettera q)).
    La lettera m) introduce delle circostanze aggravanti (articolo 335-ter del codice penale) relative alle ipotesi in cui taluno dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione sia commesso nell’ambito della gestione di calamità naturali o dei grandi eventi (ad esse parificate dall’articolo 5-bis, comma 5, decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001 n. 401), ovvero al fine di conseguire indebitamente contributi, finanziamenti o altre erogazioni concesse dallo Stato, da altri enti pubblici o dalla Comunità europea, al fine di rimarcare il particolare disvalore che tali condotte assumono, in ragione del contesto in cui si svolgono ovvero delle finalità ad esse sottese.
    Sempre nel quadro delle modifiche apportate al codice penale, si è osservato che l’articolo 12 della Convenzione penale sulla corruzione impone la punizione tanto dell’erogatore quanto del ricevente somme di denaro o di utilità diverse per l’esercizio di vantata influenza impropria su un pubblico funzionario (trading in influence). La fattispecie coincide solo parzialmente con il reato di millantato credito attualmente previsto dall’articolo 346 del codice penale, perché richiede la punizione anche del soggetto erogatore, nonché la necessità dell’estensione della punibilità della condotta di credito vantato anche nei confronti di incaricato di pubblico servizio non impiegato. Si è quindi provveduto (lettera n)), a novellare l’articolo 346 del codice penale, allo scopo di contemplare tutte le fattispecie che secondo le previsioni della Convenzione in oggetto devono essere incriminate. Di conseguenza, la rubrica è stata modificata denominando la figura criminosa, in luogo di «millantato credito», «traffico di influenze illecite».
    Inoltre, quanto allo statuto penale dei funzionari internazionali, si è dovuto prendere atto che la legge 29 settembre 2000, n. 300, limita la rilevanza ai fini della punibilità secondo la legge italiana, da una parte, ai soli fatti che coinvolgano funzionari comunitari e funzionari degli Stati membri dell’Unione europea e, dall’altra, quando si tratta di funzionari di altre organizzazioni internazionali o di Stati esterni all’Unione, ai soli fatti collegati ad operazioni economiche internazionali, mentre la Convenzione penale sulla corruzione adotta un approccio più generale. In questo quadro, la soluzione più appropriata è apparsa essere quella di equiparare in via generale – così assicurando la tutela penale di tali funzionari anche in quanto persone offese nel quadro di altre ipotesi criminose – alle figure del pubblico ufficiale e dell’incaricato di pubblico servizio le persone che esercitano funzioni o attività corrispondenti nell’ambito di Stati esteri ovvero di organizzazioni internazionali. A ciò provvedono le lettere o) e p), che integrano rispettivamente gli articoli 357 e 358 del codice penale. Viene in questo modo superata la frammentaria disciplina introdotta dalla citata legge n. 300 del 2000.
    La lettera r), al fine di contrastare fenomeni di corruttela e malaffare nel settore privato responsabili dell’ulteriore diffusione della cultura dell’illegalità nel nostro Paese – ma oggi non ancora esaustivamente tipizzati in fattispecie incriminatrici ad hoc –, introduce nel codice penale il delitto di corruzione nel settore privato (articolo 513-ter), mentre le norme necessarie alla corrispondente estensione della responsabilità degli enti per tale reato sono previste dall’articolo 10, comma 1, lettera b), del disegno di legge di cui si dirà più avanti.
    La lettera s) riconduce espressamente l’attuale ipotesi di concussione per costrizione al fenomeno dell’estorsione, prevedendo una specifica circostanza aggravante, con pena da sei a venti anni di reclusione, per il caso in cui «la violenza o minaccia è commessa da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti alla sua qualità o alle sue funzioni» (articolo 629, terzo comma, del codice penale).
    Il nuovo assetto dei delitti contro la pubblica amministrazione ha, poi, determinato la necessità di intervenire – per evidenti esigenze di armonizzazione – sulle norme contenenti espliciti richiami ai delitti stessi, di volta in volta considerati quale presupposto per l’applicazione di pene accessorie, di ipotesi particolari di confisca, di cause ostative alla candidatura o al mantenimento di cariche elettive e di particolari disposizioni in tema di rapporto di lavoro con amministrazioni pubbliche.
    Pertanto, in risposta a tali esigenze di armonizzazione, il riferimento alle abrogate disposizioni in tema di concussione e corruzione, è stato sostituito:

        a) all’articolo 133, comma 1-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, comma che, introdotto dalla legge 27 marzo 2001, n. 97, è relativo alla notifica all’amministrazione di appartenenza del decreto che dispone il giudizio emesso – in relazione a uno dei predetti reati – nei confronti di dipendenti di amministrazioni pubbliche, enti pubblici, enti a prevalente partecipazione pubblica (articolo 4 del disegno di legge);

        b) all’articolo 12-sexies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, il quale individua i titoli di reato – tra i quali già figura l’estorsione (e pertanto se ne è omesso il richiamo) – che impongono la confisca obbligatoria dei beni di cui il condannato non possa giustificare la provenienza (articolo 5, comma 1, lettera a), del disegno di legge);
        c) all’articolo 12-sexies, comma 2-bis, del citato decreto-legge n. 306 del 1992 (comma introdotto dall’articolo 1, comma 220, della legge 27 dicembre 2006, n. 296), il quale individua i titoli di reato per i quali, in caso di confisca di beni, trovano applicazione le norme in tema di gestione e devoluzione finale dei beni stessi, contenute nella legislazione antimafia (in particolare, negli articoli 2-nonies, 2-decies e 2-undecies della legge 31 maggio 1965, n. 575). In questo caso, il richiamo al delitto di estorsione aggravata è stato limitato alle sole ipotesi finora riconducibili alla concussione per costrizione (articolo 629, terzo comma, come introdotto dal presente disegno di legge), in quanto il legislatore del 2006, nell’introdurre il comma 2-bis dell’articolo 12-sexies del citato decreto-legge n. 306 del 1992, ha preso in considerazione – nell’ambito delle numerose fattispecie delittuose implicanti la confisca obbligatoria di cui al comma 1 – unicamente i reati contro la pubblica amministrazione (articolo 5, comma 1, lettera b) del disegno di legge);
        d) agli articoli 58, comma 1, lettera b), e 59, comma 1, lettera a), del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, rispettivamente dedicati alla individuazione delle cause ostative alla candidatura a cariche elettive in comuni, province eccetera, e delle ipotesi di sospensione e decadenza di diritto da tali cariche (articolo 6, comma 1, lettere a) e b), del disegno di legge);
        e) all’articolo 3, comma 1, della legge 27 marzo 2001, n. 97, in tema di trasferimento ad altro ufficio del dipendente di amministrazioni o di enti pubblici o di enti a prevalente partecipazione pubblica, nei confronti del quale sia stato disposto il rinvio a giudizio (articolo 7 del disegno di legge);
        f) all’articolo 2 del decreto-legge 17 settembre 1993, n. 369, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 novembre 1993, n. 461, il quale prevede – quali soggetti attivi della nuova ipotesi di possesso ingiustificato di valori, in quella sede introdotta – gli imputati di uno dei delitti contro la pubblica amministrazione previsti e puniti nei vigenti articoli da 314 a 326 del codice penale. Anche in questo caso, l’esclusivo riferimento ai predetti reati ha indotto a inserire il richiamo all’articolo 629 del codice penale, limitatamente alle ipotesi finora riconducibili alla concussione per costrizione (terzo comma del 629 come introdotto dal presente disegno di legge) (articolo 8 del disegno di legge).

    Il disposto dell’articolo 133, comma 1-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo n. 271 del 1989, e degli articoli 58, comma 1, lettera b), e 59, comma 1, lettera a), del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, nonché dell’articolo 3, comma 1, della legge n. 97 del 2001, è stato, infine, integrato con l’espresso riferimento agli articoli 322, 346 e 513-ter del codice penale, allo scopo di conferire autonoma rilevanza, ai fini rispettivamente previsti dalle norme in questione, anche alle fattispecie: dell’istigazione alla corruzione (articolo 322), destinata a sanzionare nell’ottica del presente disegno di legge le condotte precedentemente qualificabili come tentata concussione per induzione; del traffico di influenze illecite (articolo 346), destinata a sua volta a sanzionare, sempre nell’ottica del presente disegno di legge, le condotte precedentemente qualificabili come millantato credito, e della corruzione nel settore privato (articolo 513-ter), delitto questo introdotto dal presente disegno di legge. Inoltre, va precisato che, per quanto riguarda il riferimento all’articolo 346, viene integrato anche il disposto dell’articolo 12-sexies, comma 1 e comma 2-bis, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356 e dell’articolo 2 del decreto-legge 17 settembre 1993, n. 369, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 novembre 1993, n. 461.

    L’articolo 10 del disegno di legge, primo comma, lettera a), apporta le necessarie modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, conseguenti al nuovo assetto conferito alla disciplina dei delitti contro la pubblica amministrazione. È, infatti, integralmente sostituito l’articolo 25 del citato decreto legislativo, modificando i riferimenti normativi ivi previsti e riunendo in due unici gruppi le sanzioni da irrogare nei confronti degli enti, ed è prevista, inoltre, in linea con quanto previsto dal novellato articolo 323-bis del codice penale, una diminuente per coloro che, in relazione ai delitti di cui agli articoli 319, 319-ter e 346 dello stesso codice, forniscano all’autorità investigativa o giudiziaria indicazioni determinanti ai fini del sequestro delle somme o delle altre utilità trasferite. Inoltre, in considerazione della necessità di rafforzare la responsabilità da reato degli enti di cui al citato decreto legislativo, in ragione della sua idoneità a prevenire e contrastare la tendenza alla commissione di reati sotto lo «scudo» della persona giuridica, la si estende anche al delitto di corruzione privata di cui si propone l’introduzione (articolo 10, comma 1, lettera b), numero 1)) e si prevede una diminuente per coloro che forniscano all’autorità investigativa o giudiziaria indicazioni determinanti ai fini del sequestro delle somme o delle altre utilità trasferite anche in relazione a tale delitto (articolo 10, comma 1, lettera b), numerp 2)).
    L’articolo 11 del disegno di legge, al fine di estendere le possibilità di accertamento dei reati contro la pubblica amministrazione e degli illeciti ad essi connessi, prevede, quindi, la sospensione del corso della prescrizione degli illeciti amministrativi e tributari dal momento della consumazione del delitto di corruzione fino al momento dell’esercizio dell’azione penale per il predetto delitto, allorché lo stesso sia stato commesso per ottenerne l’occultamento o il mancato perseguimento.
    Non si è ritenuto, infine, opportuno l’inserimento di norme sull’applicazione della legge nello spazio in relazione alle esigenze dell’articolo 17 della Convenzione in tema di giurisdizione, essendosi considerato che, alla luce dell’articolo 7, numero 5), del codice penale, la stessa Convenzione si deve ritenere self-executing sul punto.
    La Convenzione pone, inoltre, il tema della specializzazione delle autorità preposte all’accertamento dei reati rilevanti in questo contesto (articolo 20 della medesima Convenzione), nonché quello dell’opportunità della previsione di specifiche misure per la raccolta delle prove, tenuto conto delle difficoltà che normalmente si incontrano nell’accertamento di questo particolare genere di condotte criminose (articolo 23 della Convenzione). Lo strumento internazionale lascia gli Stati relativamente liberi sotto questo profilo, pur vincolandoli a condurre un’azione seria a questo riguardo. In particolare, a proposito della raccolta delle prove, il rapport explicatif che accompagna la Convenzione, fermo restando l’obbligo di creare strumenti efficaci per la raccolta delle prove, menziona la possibilità di utilizzare agenti infiltrati, cioè realizzare operazioni sotto copertura, analogamente a quanto è già previsto in tema di turismo sessuale, stupefacenti, riciclaggio.
    Quanto alla raccolta delle prove, si è, quindi, ritenuto di seguire il suggerimento del rapport explicatif, e quindi di prevedere le operazioni sotto copertura (articolo 12, comma 1), scelta che non appare scindibile, data la delicatezza di tale modo di procedere, da quella della specializzazione degli organi di polizia da impiegare. La norma interviene sulla legge 16 marzo 2006, n. 146, la quale reca, all’articolo 9, una disciplina unitaria per quasi tutte le ipotesi di operazioni sotto copertura, e si inserisce nel solco della stessa prevedendo, con l’introduzione della lettera b-bis) nel comma 1 dell’articolo 9 della citata legge n. 146 del 2006, una specifica causa di non punibilità per «gli ufficiali di polizia giudiziaria della Polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri e del Corpo della guardia di finanza, appartenenti alle strutture specializzate o alla Direzione investigativa antimafia, nei limiti delle proprie competenze, i quali, nel corso di specifiche operazioni di polizia e al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai reati di cui agli articoli 319, 319-ter, 346 e 629 del codice penale, commessi nell’ambito di associazioni a delinquere, anche transnazionali, compiono le attività di cui alla lettera a), ovvero promettono od offrono denaro o altra utilità ovvero, anche attribuendosi qualità di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, simulano di accettarne la promessa o la consegna, direttamente o per interposta persona».
    Il presente disegno di legge prevede, inoltre, all’articolo 12, comma 2 e 3 due autonome ipotesi di revisione per le sentenze che siano state emesse rispettivamente, o come conseguenza della commissione del reato di cui all’articolo 319-ter del codice penale, o ritenuta la circostanza attenuante di cui all’articolo 323-bis comma 2 del codice penale per effetto di dichiarazioni false o reticenti. In tali casi, il procuratore generale presso la corte d’appello nel cui distretto la sentenza è stata pronunziata è obbligato a chiederne la revisione, onde rimediare per quanto possibile alle conseguenze della condotta illecita sull’esito del procedimento penale.
    Al fine di consentire l’effettiva procedibilità del giudizio di revisione, inoltre, si è previsto che, quanto alle sentenze emesse sulla base di false dichiarazioni, «il corso della prescrizione è sospeso dalla data di commissione del fatto fino alla pronunzia della sentenza di revisione». Quanto, invece, alle sentenze emesse come conseguenza della commissione del reato di cui all’articolo 319-ter del codice penale «il corso della prescrizione è sospeso dalla data di commissione del reato di cui all’articolo 319-ter del codice penale fino alla pronuncia definitiva di condanna o applicazione di pena per il medesimo reato»; attraverso tale disciplina si conseguirà, pertanto, l’obiettivo di annullare gli eventuali effetti giudiziari favorevoli delle condotte corruttive, consentendo la revisione delle sentenze oggetto di mercimonio anche nei casi in cui sia stata già dichiarata la prescrizione del reato oggetto del relativo procedimento.

 

DISEGNO DI LEGGE

    Art. 1.

(Autorizzazione alla ratifica)

    1.  Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare la Convenzione penale sulla corruzione, fatta a Strasburgo il 27 gennaio 1999.

Art. 2.

(Ordine di esecuzione)

    1.  Piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione di cui all’articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 32 della Convenzione stessa.

Art. 3.

(Modifiche al codice penale)

    1.  Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

        a)  all’articolo 32-quater, dopo le parole: «per i delitti previsti dagli articoli» è inserita la seguente: «314», le parole: «317, 318, 319, 319-bis, 320, 321,» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter,», e dopo la parola: «501-bis,» è inserita la seguente: «629,»;
        b)  all’articolo 32-quinquies, le parole: «per un tempo non inferiore a tre anni per i delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 317, 318, 319, 319-ter e 320» sono sostituite dalle seguenti: «per un tempo non inferiore a due anni per i delitti di cui agli articoli 314, primo comma, 319, 319-ter 322 e 629»;
        c)  all’articolo 314:

            1) al primo comma, le parole: «da tre a dieci anni» sono sostituite dalle seguenti: «da quattro a dodici anni»;

            2) dopo il secondo comma è inserito il seguente:

    «La condanna per i fatti previsti dal primo comma importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici»;
        d)  gli articoli 317, 317-bis, 318, 320, 321 e 322-bis sono abrogati;

        e)  l’articolo 319 è sostituito dal seguente:

    «Art. 319. – (Corruzione). – Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che indebitamente, anche mediante induzione, riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, ovvero ne accetta la promessa in relazione al compimento, all’omissione o al ritardo di un atto o di attività del suo ufficio o servizio, ovvero al compimento di un atto o di attività contrari ai doveri di ufficio o del servizio o comunque in ragione della funzione esercitata, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.

    La stessa pena si applica, nei casi di cui al primo comma, a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio denaro o altra utilità.
    La condanna per i fatti previsti dai commi primo e secondo importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici»;

        f) l’articolo 319-bis è sostituito dal seguente:
    «Art. 319-bis – (Riparazione pecuniaria). – Con la sentenza di condanna, ovvero con la sentenza di applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per i reati previsti dagli articoli 314, 319, 319-ter e 629, terzo comma, è sempre ordinato il pagamento di una somma pari all’ammontare di quanto indebitamente ricevuto dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio a titolo di riparazione pecuniaria in favore della amministrazione cui il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio appartiene, ovvero, nel caso di cui all’articolo 319-ter, in favore dell’amministrazione della giustizia, impregiudicato restando il diritto al risarcimento del danno»;
        g) l’articolo 319-ter è sostituito dal seguente:
    «Art. 319-ter. – (Corruzione in atti giudiziari). – Se i fatti indicati nell’articolo 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da quattro a dodici anni.

    Se dal fatto deriva l’ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione da cinque a quindici anni; se deriva l’ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della reclusione da sei a venti anni.
    La stessa pena è prevista per i fatti di cui ai commi primo e secondo si applica a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio denaro o altra utilità.
    La condanna per i fatti di cui ai commi primo, secondo e terzo importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici»;

        h) l’articolo 322 è sostituito dal seguente:
    «Art. 322. – (Istigazione alla corruzione). – Chiunque offre o promette indebitamente denaro o altra utilità ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio nei casi di cui all’articolo 319 soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita dall’articolo 319, ridotta di un terzo. Se l’offerta o la promessa è effettuata nei casi di cui all’articolo 319-ter, si applica la pena stabilita dall’articolo 319-ter, primo comma, ridotta di un terzo.

    Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro o altra utilità nei casi indicati dall’articolo 319 è punito, qualora la sollecitazione non sia accolta, con la pena stabilita dall’articolo 319, ridotta di un terzo. Se la sollecitazione è effettuata nei casi di cui all’articolo 319-ter, si applica la pena stabilita dall’articolo 319-ter, primo comma, ridotta di un terzo»;

        i) all’articolo 322-ter:
            1)  al primo comma, la parola: «320» è sostituita dalla seguente: «319-ter»; le parole: «anche se commessi dai soggetti indicati nell’articolo 322-bis, primo comma,» sono soppresse e dopo le parole: «a tale prezzo» sono aggiunte, in fine, le seguenti: «ovvero al profitto.»;

            2)  al secondo comma, le parole: «anche se commesso ai sensi dell’articolo 322-bis, secondo comma,» e le parole: «o agli altri soggetti indicati nell’articolo 322-bis, secondo comma» sono soppresse;

        l) l’articolo 323-bis è sostituito dal seguente:
    «Art. 323-bis. (Circostanze attenuanti comuni e speciali). – Se i fatti previsti dagli articoli 314, 316, 316-bis, 316-ter, 319, 319-ter, 322, 323, 346 e 513-ter sono di particolare tenuità, le pene sono diminuite e la condanna importa l’interdizione temporanea dai pubblici uffici.

    Per i delitti previsti dagli articoli 319 e 319-ter, nei confronti dell’imputato che si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite, la pena è diminuita fino a due terzi»;

        m) dopo l’articolo 335-bis, è inserito il seguente:
    «Art. 335-ter. (Circostanze aggravanti). Per i delitti previsti dal presente capo, le pene sono aumentate in caso di atti o attività commessi al fine di far conseguire indebitamente contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dall’Unione europea, o al fine di turbare la gara nei pubblici incanti, nelle licitazioni private per conto di pubbliche amministrazioni o comunque in procedure per l’afficamento di contratti pubblici ai sensi dell’articolo 3, commi da 37 a 41, del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, ovvero qualora il fatto sia commesso nell’ambito di procedimenti relativi alla gestione di calamità naturali, catastrofi o dei grandi eventi di cui all’articolo 5-bis, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401»;
        n) l’articolo 346 è sostituito dal seguente:
    «Art. 346. – (Traffico di influenze illecite). – Chiunque, vantando credito presso un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, ovvero adducendo di doverne comprare il favore o soddisfare le richieste, fa dare o promettere a sé o ad altri denaro o altra utilità, quale prezzo per la propria mediazione o quale remunerazione per il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, è punito con la reclusione da tre a sette anni.

    La stessa pena si applica, nei casi di cui al primo comma, a chi versa o promette denaro o altra utilità.
    La condanna importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
    Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate se il soggetto che vanta credito presso un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio ovvero adduce di doverne comprare il favore o soddisfare le richieste riveste la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
    Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono, altresì, aumentate se i fatti ivi previsti sono commessi in relazione all’esercizio di attività giurisdizionali»;

        o) all’articolo 357, dopo il primo comma è inserito il seguente:
    «Sono altresì pubblici ufficiali agli effetti della legge penale i soggetti che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali nell’ambito di Stati esteri o di organizzazioni pubbliche internazionali»;
        p) all’articolo 358, dopo il primo comma è inserito il seguente:
    «Sono altresì incaricati di un pubblico servizio agli effetti della legge penale i soggetti che esercitano attività corrispondenti a quelle degli incaricati di un pubblico servizio nell’ambito di Stati esteri o di organizzazioni pubbliche internazionali»;
        q) all’articolo 368 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «Le pene previste dai commi primo, secondo e terzo, prima parte, sono aumentate fino a due terzi quando il delitto è stato commesso in una dichiarazione rilevante agli effetti delle circostanze di cui all’articolo 323-bis, comma 2»;
        r) dopo l’articolo 513-bis, è inserito il seguente:
    «Art. 513-ter. (Corruzione nel settore privato). – È punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, nell’esercizio di un’attività professionale ovvero di direzione di un ente di diritto privato, di lavoro alle dipendenze dello stesso o comunque di prestazione della sua opera a favore del medesimo, indebitamente induce, sollecita o riceve, per sé o per un terzo, direttamente o tramite un intermediario, denaro o altra utilità, ovvero ne accetta la promessa, per compiere od omettere un atto, in violazione di un dovere, qualora dal fatto derivino o possano derivare distorsioni della concorrenza nel mercato ovvero danni economici all’ente o a terzi, anche attraverso una non corretta aggiudicazione o una scorretta esecuzione di un contratto.

    Per violazione di un dovere ai sensi del primo comma si intende qualsiasi comportamento sleale che costituisca una violazione di un obbligo legale, di normative professionali o di istruzioni professionali ricevute o applicabili nell’ambito dell’attività dell’ente.
    La pena di cui al primo comma si applica anche a chi, nell’esercizio di un’attività professionale ovvero di direzione di un ente di diritto privato, di lavoro alle dipendenze dello stesso o comunque di prestazione della sua opera a favore del medesimo, dà, offre o promette il denaro o l’altra utilità di cui al primo comma.
    Per i delitti di cui al presente articolo, nei confronti dell’imputato che si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite, la pena è diminuita fino alla metà»;

        s) all’articolo 629 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «La stessa pena di cui al secondo comma si applica quando la violenza o minaccia è commessa da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti alla sua qualità o alle sue funzioni. In ogni caso si applica la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici».

Art. 4.

(Modifica alle norme di attuazione,
di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale)

    1.  All’articolo 133, comma 1-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, le parole: «317, 318, 319, 319-ter e 320» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 346, quarto comma, e 629, terzo comma,».

Art. 5.

(Modifiche al decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356)

    1.  All’articolo 12-sexies del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) al comma 1, le parole: «317, 318, 319, 319-ter, 320, 322, 322-bis, 325» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 325, 346» e dopo la parola: «474,» è inserita la seguente: «513-ter,»;

        b) al comma 2-bis, le parole: «317, 318, 319, 319-ter, 320, 322, 322-bis e 325» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 325, 346 e 629, terzo comma».

Art. 6.

(Modifiche al testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali)

    1.  Al testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) all’articolo 58, comma 1, lettera b), le parole: «317 (concussione), 318 (corruzione per un atto d’ufficio), 319 (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio), 319-ter (corruzione in atti giudiziari), 320 (corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio)» sono sostituite dalle seguenti: «319 (corruzione), 319-ter (corruzione in atti giudiziari), 322 (istigazione alla corruzione), 346 (traffico di influenze illecite), 513-ter (corruzione nel settore privato) e 629 (estorsione)»;

        b) all’articolo 59, comma 1, lettera a), le parole: «317, 318, 319, 319-ter e 320» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 325, 346, 513-ter e 629».

Art. 7.

(Modifica alla legge 27 marzo 2001, n. 97)

    1.  All’articolo 3, comma 1, della legge 27 marzo 2001, n. 97, le parole: «317, 318, 319, 319-ter e 320» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 346, quarto comma, e 629, terzo comma,».

Art. 8.

(Modifica al decreto-legge 17 settembre 1993, n. 369, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 novembre 1993, n. 461)

    1.  All’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 17 settembre 1993, n. 369, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 novembre 1993, n. 461, le parole: «317, 318, primo comma, 319, 319-ter, 320, 321, 323, secondo comma, e 326, terzo comma, prima parte,» sono sostituite dalle seguenti: «319, 319-ter, 322, 323, secondo comma, 326, terzo comma, prima parte, 346, quarto comma, e 629, terzo comma,».

Art. 9.

(Modifica alla legge 16 febbraio 1913, n. 89)

    1.  All’articolo 159, comma 3, della legge 16 febbraio 1913, n. 89, e successive modificazioni, le parole: «concussione, corruzione, furto, appropriazione indebita aggravata, peculato, truffa e calunnia» sono sostituite dalle seguenti: «corruzione, furto, appropriazione indebita aggravata, peculato, truffa, calunnia ed estorsione».

Art. 10.

(Modifiche al decreto legislativo
8 giugno 2001, n. 231)

    1. Al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sono apportate le seguenti modificazioni:

        a) l’articolo 25 è sostituito dal seguente:
    «Art. 25. – (Corruzione e traffico di influenze illecite). – 1. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 319, 322 e 346, primo, secondo e quarto comma, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da duecento a seicento quote.

    2. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 319-ter e 346, quinto comma, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da trecento a ottocento quote.
    3. Le sanzioni pecuniarie previste per i delitti di cui ai commi 1 e 2 si applicano all’ente anche quando tali delitti sono stati commessi dalle persone indicate negli articoli 357, secondo comma, e 358, secondo comma, del codice penale.
    4. Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nei commi 1 e 2 si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a un anno.
    5. In relazione ai delitti di cui agli articoli 319, 319-ter e 346 del codice penale, le sanzioni di cui ai commi 1 e 2 del presente articolo sono diminuite fino alla metà qualora taluna delle persone di cui all’articolo 5, comma 1, del presente decreto fornisca all’autorità investigativa o giudiziaria indicazioni determinanti ai fini del sequestro delle somme o delle altre utilità trasferite.»;

        b) all’articolo 25-bis.1 sono apportate le seguenti modificazioni:
            1) al comma 1, lettera b), dopo la parola: «513-bis» è inserita la seguente: «, 513-ter»;

            2) dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:

    «2-bis. In relazione al delitto di cui all’articolo 513-ter del codice penale, la sanzione di cui al comma 1, lettera b), del presente articolo è diminuita fino alla metà qualora taluna delle persone di cui all’articolo 5, comma 1, del presente decreto fornisca all’autorità investigativa o giudiziaria indicazioni determinanti ai fini del sequestro delle somme o delle altre utilità trasferite».

Art. 11.

(Prescrizione degli illeciti amministrativi e tributari connessi al delitto di corruzione)

    1.  Quando è stato commesso un delitto di corruzione in occasione o comunque in relazione ad accertamenti tributari, contestazioni o irrogazioni delle relative sanzioni, ovvero per ottenere l’occultamento o il mancato perseguimento di violazioni amministrative, le decadenze previste per la notifica degli atti di contestazione o d’irrogazione non si verificano dal momento della consumazione del predetto delitto fino al momento dell’esercizio dell’azione penale.

    2. Sono altresì sospesi, nel periodo indicato al comma 1, i termini di prescrizione degli illeciti amministrativi, nonché i termini di prescrizione previsti per il diritto alla riscossione delle sanzioni irrogate.

Art. 12.

(Attività di contrasto e norme processuali)

    1. All’articolo 9, comma 1, della legge 16 marzo 2006, n. 146, dopo la lettera b) è aggiunta la seguente:

        «b-bis) gli ufficiali di polizia giudiziaria della Polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri e del Corpo della guardia di finanza, appartenenti alle strutture specializzate o alla Direzione investigativa antimafia, nei limiti delle proprie competenze, i quali, nel corso di specifiche operazioni di polizia e al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai reati di cui agli articoli 319, 319-ter, 346 e 629 del codice penale, commessi nell’ambito di associazioni per delinquere, anche transnazionali, compiono le attività di cui alla lettera a), ovvero promettono od offrono denaro o altra utilità, ovvero, anche attribuendosi qualità di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, simulano di accettarne la promessa o la consegna, direttamente o per interposta persona».
    2. Quando è accertato, con sentenza definitiva di condanna o applicazione di pena, che è stata pronunziata sentenza in conseguenza del reato di cui all’articolo 319-ter del codice penale, il procuratore generale presso la corte d’appello nel cui distretto quest’ultima sentenza è stata pronunziata ne chiede la revisione. Nel giudizio di revisione si osservano, in quanto compatibili, le disposizioni del titolo IV del libro IX del codice di procedura penale. In tali casi il corso della prescrizione è sospeso dalla data di commissione del reato di cui all’articolo 319-ter del codice penale fino alla pronunzia definitiva di condanna o applicazione di pena per il medesimo reato.

    3. Quando risulta che è stata pronunziata sentenza di condanna o di applicazione di pena ritenuta la circostanza attenuante di cui all’articolo 323-bis, secondo comma, del codice penale per effetto di dichiarazioni false o reticenti, il procuratore generale presso la corte d’appello nel cui distretto la sentenza è stata pronunziata ne chiede la revisione. Nel giudizio di revisione si osservano, in quanto compatibili, le disposizioni del titolo IV del libro IX del codice di procedura penale. In caso di accoglimento della richiesta di revisione, il giudice riforma la sentenza di condanna e determina la nuova misura della pena. In caso di revoca della sentenza di applicazione di pena, la corte ordina la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il giudice che l’ha pronunziata. In tali casi il corso della prescrizione è sospeso dalla data di commissione del fatto fino alla pronunzia della sentenza di revisione.

Art. 13.

(Autorità centrale)

    1.  In relazione alle norme contenute nel capitolo IV della Convenzione di cui all’articolo 1, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 29 della medesima Convenzione, è autorità centrale il Ministro della giustizia.

Art. 14.

(Clausola di invarianza)

    1.  Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

Art. 15.

(Entrata in vigore)

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

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