• Testo DDL 2056

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Atto a cui si riferisce:
S.2056 Modifica all'articolo 1 della legge 16 agosto 1962, n. 1354, in materia di denominazione della birra





Legislatura 16º - Disegno di legge N. 2056


 
 

Senato della Repubblica

XVI LEGISLATURA

 

N. 2056
 
 
 

 

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa del senatore SANTINI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 3 MARZO 2010

Modifica all’articolo 1 della legge 16 agosto 1962, n. 1354,
in materia di denominazione della birra

 

Onorevoli Senatori. – La crisi dei mercati avviatasi nel 2008 ancora fa sentire i suoi perniciosi effetti sul potere d’acquisto e sui consumi delle famiglie italiane. È noto che le ripercussioni maggiori si sono avute nel settore dei beni strumentali e di quelli durevoli; tuttavia anche il settore del largo consumo e all’interno di esso il settore alimentare hanno risentito non poco del drastico calo degli ordinativi e delle vendite. Dai dati recentemente divulgati dalla Federazione dell’industria alimentare (FEDERALIMENTARE) si rileva che la contrazione delle vendite sul mercato interno nel 2009 ha raggiunto il – 2,2 per cento e la produzione interna ha registrato un calo del – 1,8 per cento sempre rispetto all’anno precedente, con risultati positivi solo per i beni alimentari di prima necessità non sostituibili se non con altri beni di maggior costo.

    L’industria delle bevande non fa eccezione, al contrario manifesta risultati ancor peggiori, con un’unica bevanda che può vantare un trend positivo: l’acqua del rubinetto, a dimostrazione della bassa propensione all’acquisto delle famiglie italiane.
    Il settore della produzione e distribuzione di birra e malto purtroppo è allineato sui dati appena esposti e le prime elaborazioni dei dati per l’anno appena concluso da parte dell’Associazione degli industriali della birra e del malto (AssoBirra), non possono indurre a facili ottimismi da parte delle aziende del comparto.
    AssoBirra (l’Associazione di categoria che rappresenta il 98 per cento della birra prodotta in Italia e associa tutte le medie e grandi aziende presenti nel nostro Paese oltre ad aver aperto recentemente le porte ai birrifici artigianali ora presenti su tutto il territorio nazionale), in una recente dichiarazione alla stampa, ha rappresentato che le criticità già manifestatesi nel secondo semestre del 2008 con una diminuzione delle vendite interne su base annua del 4 per cento rispetto al 2007, hanno purtroppo visto una conferma dell’andamento nel 2009, con un’ulteriore riduzione dei consumi superiore al 5 per cento evidenziando quindi un calo del 9 per cento nel 2009 rispetto al 2007, equivalente a 167 milioni di litri venduti in meno.
    I successi riscontrati nelle esportazioni di birra sia nell’Unione europea che nel resto del mondo – con un lusinghiero + 63,20 per cento nel 2009 rispetto al 2007, a dimostrazione dell’apprezzamento, da parte di mercati molto selettivi e competenti, delle qualità del prodotto birraio italiano sia industriale che artigianale – non hanno pur tuttavia potuto compensare la rilevante contrazione intervenuta nelle vendite sul territorio nazionale, con andamenti particolarmente negativi nei consumi fuori casa (ristorante, bar, pizzeria), a dimostrazione delle difficoltà economiche dei nostri concittadini.
    La filiera della produzione e commercializzazione della birra apporta un contributo importante alla creazione di ricchezza nel nostro Paese. Le otto aziende industriali produttrici di birra, le due aziende maltarie, insieme ai 278 microbirrifici diffusi in tutte le regioni del Paese, oltre a rappresentare uno sbocco importante per tutto l’orzo coltivato nel centro e nel sud del Paese e per rilevanti volumi di granturco, anch’esso utilizzato nella produzione della birra, rivestono un ruolo importante nell’acquisto di vetro, alluminio, plastica, carta, strumenti e macchinari. Un recente studio di Ernst&Young sulla filiera brassicola in Italia si può sintetizzare in questi numeri significativi. Siamo terzi in Europa per numero di impianti produttivi: 292 tra stabilimenti (14, di cui 6 nel Centro-Sud) e microbirrifici artigianali (278) dislocati sul territorio nazionale. Un sistema produttivo che costituisce il 7 per cento del totale europeo. Solo la Germania e la Gran Bretagna possono vantare una maggiore frammentazione/diversificazione dell’offerta. L’offerta conta ormai 1500 marchi che vanno ad assolvere i due terzi della domanda interna.
    Il Made in Italy birrario garantisce ben 144 mila posti di lavoro indotto incluso, + 8,2 per cento rispetto ai 133 mila «censiti» nel 2005, distribuiti tra impiegati nella filiera produttiva e nella fornitura di beni e servizi (11.500), vendita e promozione (5.500) e ristorazione e ricettività (123.000).
    Il valore aggiunto derivante dalla produzione di birra, rivela la ricerca Ernst&Young, è pari a 280 milioni di euro, ma il contributo alla ricchezza del Paese deriva anche dai 983 milioni di euro (l’83 per cento dell’investimento totale) che il comparto investe per l’approvvigionamento di beni e servizi da fornitori italiani.
    Ernst&Young quantifica inoltre in 3,2 miliardi di euro il valore aggiunto dovuto alla produzione e al commercio della birra. Un dato che somma ai già citati 280 milioni di euro anche la ricchezza generata dai fornitori, dai distributori e grossisti e dal settore della ristorazione e della ricettività.
    Non va dimenticato che anche lo Stato trae beneficio dalla produzione e dal commercio della birra. Tra IVA (1.622 milioni di euro), accise (466 milioni di euro), tasse e contributi sociali di aziende e impiegati (62 milioni di euro), la produzione e la vendita di birra garantisce allo Stato entrate annue pari a 2.150 milioni di euro, ai quali vanno sommati i 1.886 milioni di euro di tasse pagate dagli altri settori coinvolti a vario titolo per un totale superiore ai 4 miliardi di euro (4.036 milioni di euro), + 70 per cento rispetto al 2004.
    Il presente disegno di legge si pone l’obbiettivo di portare un contributo alla soluzione delle criticità, sanando doverosamente un’ingiusta discriminazione sofferta dalle aziende operanti in Italia rispetto alle loro concorrenti europee.
    Nel nostro Paese la produzione e commercializzazione della birra è disciplinata, oltre che dalle norme recanti trasposizione delle direttive comunitarie, dalla legge 16 agosto 1962, n. 1354, recante disciplina igienica della produzione e del commercio della birra, al cui articolo 1, comma 1, si statuisce che «La denominazione “birra“ è riservata al prodotto ottenuto dalla fermentazione alcolica con ceppi di saccharomyces carlsbergenis o di saccharomyces cerevisae di un mosto preparato con malto, anche torrefatto, di orzo o di frumento o di loro miscele e d’acqua, amaricato con luppolo o suo derivato o con entrambi».
    Il presupposto industriale e giuridico del disegno di legge in oggetto è da reperirsi nell’articolo 4 del regolamento recante modificazioni alla normativa in materia di produzione e commercio della birra, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1998, n. 272, che prevede che: «Le disposizioni del presente decreto non si applicano alla birra legalmente prodotta e commercializzata in un altro Stato membro o nei Paesi contraenti dell’accordo sullo spazio economico europeo e originaria di tali paesi». Come ben sappiamo, il mercato unico europeo consente, ad un prodotto fabbricato in un altro Paese membro dell’Unione europea in conformità alle leggi vigenti nel Paese di origine, di poter liberamente circolare e quindi essere commercializzato in tutti gli altri Paesi comunitari, con due sole eccezioni motivate da ragioni di tutela della salute pubblica ovvero di protezione del patrimonio artistico. L’articolo 4 del citato regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 272 del 1998, in ossequio all’articolo 23 del Trattato che istituisce la Comunità europea, nel testo vigente all’epoca, ed alla successiva giurisprudenza comunitaria della Corte di giustizia europea (vedi la sentenza del 20 febbraio 1979, la nota sentenza Cassis de Dijon) che stabilisce la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione europea, prevede il mutuo riconoscimento e quindi consente a birre di produzione non nazionale di essere legittimamente importate e commercializzate in Italia, a condizione che queste ultime rispondano alle leggi rispettive nazionali.
    Quanto ora illustrato sta a significare che le imprese che producono birra in Italia sono vincolate all’utilizzo dei soli ceppi di lieviti saccharomyces carlsbergenis o saccharomyces cerevisiae, allorché in Italia possono liberamente circolare birre provenienti dagli altri ventisei Stati membri dell’Unione europea e prodotte con l’utilizzo di ceppi di lievito saccharomyces senza alcuna specificazione e limitazione. Possiamo qui menzionare, a titolo di esempio, prestigiose tipologie di birre prodotte in Paesi di antica tradizione birraia come Belgio e Inghilterra, quali le lambic a fermentazione spontanea che fanno uso dei lieviti naturalmente presenti nel territorio di fabbricazione ovvero le inglesi stout e bitter.
    Il disegno di legge che sottopongo alla vostra attenzione è volto a correggere questa distorsione delle regole di produzione fra l’Italia e i propri partner europei, consentendo alle nostre aziende di poter competere ad armi pari con le imprese loro concorrenti situate in altri Stati membri dell’Unione europea, permettendo altresì loro di poter utilizzare altri ceppi di lieviti e così produrre nuove tipologie di birra che già hanno riscontrato il gradimento dei consumatori italiani e al contempo permettendo ai nostri operatori di disporre di una più variegata gamma che consentirà loro una presenza più competitiva sui mercati esteri.
    È doveroso sottolineare che tale liberalizzazione non comporta alcun problema per quanto riguarda la sicurezza e la salute dei consumatori, perché continuerebbero ad essere utilizzati ceppi di lievito del genere saccharomyces, da sempre utilizzati con comprovata sicurezza dall’industria birraria europea.

 

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

    1. All’articolo 1 della legge 16 agosto 1962, n. 1354, il comma 1 è sostituito dal seguente:

    «1. La denominazione “birra“ è riservata al prodotto ottenuto dalla fermentazione alcolica con ceppi di lievito di alta o bassa fermentazione del genere saccharomyces di un mosto preparato con malto, anche torrefatto, di orzo o di frumento o di loro miscele ed acqua, amaricato con luppolo o suoi derivati o con entrambi».


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