• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00040 [Amministrazione della giustizia]



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00040 presentata da RITA BERNARDINI testo di giovedì 21 gennaio 2010, seduta n.270
La Camera,
udite le comunicazioni del ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia, ai sensi dell'articolo 86 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, come modificato dall'articolo 2, comma 29, della legge 25 luglio 2005, n. 150;
premesso che:
nella seduta del 28 gennaio 2009 la Camera dei deputati, previo parere favorevole del Governo, ha approvato una risoluzione presentata dai deputati radicali eletti nelle liste del Partito Democratico, nella quale si chiede che si dia finalmente corso ad una riforma organica della giustizia di carattere democratico e liberale, fondata su alcuni capisaldi, tra i quali: l'abolizione della obbligatorietà dell'azione penale, in modo da non assoggettare più la stessa all'arbitrio delle procure della Repubblica; una modifica ordinamentale basata sul principio della effettiva separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; la responsabilizzazione del pubblico ministero per l'osservanza delle priorità fissate; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che riconduca tale consesso all'originario ruolo attribuitogli dai costituenti, sottraendolo ai giochi di corrente e all'influenza del sindacato della magistratura; la reintroduzione di severi vagli della professionalità dei magistrati nel corso dei 40-45 anni della loro permanenza in carriera; la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, con modalità tali da garantire ai cittadini ingiustamente danneggiati da provvedimenti del giudice o del pubblico ministero, di ottenere il risarcimento integrale dei danni direttamente dal magistrato, pur con la previsione di meccanismi volti ad eliminare il pericolo di azioni intimidatorie e strumentali; la revisione delle modalità di collocamento fuori ruolo dei magistrati e di attribuzione degli incarichi extragiudiziari, salvaguardando le contrapposte esigenze di non disperdere forza lavoro né, per contro, preziose professionalità; l'incompatibilità tra la permanenza nell'ordine giudiziario e l'assunzione di incarichi, elettivi e non, in rappresentanza di formazioni politiche; la promozione di una seria modernizzazione tecnologica degli uffici giudiziari; l'adeguamento numerico e la promozione di qualificazioni professionali degli organici del personale anche amministrativo; la notifica della natura dei termini processuali, con la previsione generalizzata di termini perentori e di sanzioni disciplinari per la loro inosservanza da parte dei magistrati; la radicale semplificazione delle modalità di modifica degli atti giudiziari; la definizione di tempi standard dei procedimenti civili e penali; la modifica delle procedure di nomina dei capi degli uffici e un potenziamento del ruolo gestionale del dirigente amministrativo dell'ufficio; una forte depenalizzazione ed una razionalizzazione delle fattispecie criminose;
nel corso della presente legislatura, i deputati radicali eletti nelle liste del PD hanno elaborato anche diverse proposte volte a tradurre in altrettanti articolati di legge i punti più rilevanti e salienti della predetta risoluzione;
di fronte a tali richieste, la maggioranza parlamentare ed il Governo, tramite esponenti di primo piano, si sono ripetutamente e pubblicamente espressi in favore delle aspettative per una riforma organica e liberale della giustizia, in particolare per quel che si riferisce agli assetti istituzionali della magistratura, sia mediante l'approvazione della risoluzione prima ricordata, sia, successivamente, nel corso di innumerevoli dichiarazioni ufficiali e interventi pubblici;
tuttavia gli impegni assunti dal Governo con il Parlamento, la pubblica opinione ed i cittadini italiani, sono stati mano a mano «differiti nel tempo», più o meno esplicitamente, fino al punto, oggi, da essere apparentemente accantonati nei fatti;
sotto questo profilo desta preoccupazione il fatto che le proposte di legge sul cosiddetto «processo breve» (A.S. 1880) e sul «legittimo impedimento», così come uscito nel testo unificato adottato dalla Commissione giustizia della Camera, si accompagnino al sostanziale abbandono della riforma organica della giustizia, l'unica che, partendo dalle modifiche costituzionali, è capace di superare le attuali anomalie fra politica e magistratura senza deteriorare ulteriormente il processo penale in danno dei cittadini, come ha avuto più volte modo di ribadire in scritti e documenti ufficiali la Giunta dell'Unione delle Camere penali italiane;
analogo atteggiamento ancorato alla conservazione dell'esistente e privo di stimoli riformatori si rinviene purtroppo anche negli orientamenti di larghi settori dell'opposizione parlamentare, in parte ancora prigioniera della cultura del «partito dei giudici» ed appiattita sulle posizioni conservatrici dell'Associazione Nazionale Magistrati;
considerato che:
in questi mesi, a fronte di tale inaccettabile passività sulle riforme organiche della giustizia, si è invece manifestato un frenetico attivismo della maggioranza parlamentare e del Governo sui temi della sicurezza, con interventi ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo spesso propagandistici, addirittura dannosi e, per giunta, connotati da caratteri illiberali e a tratti palesemente incostituzionali, attesi gli elementi di irrazionalità e disuguaglianza che gli stessi hanno inserito nel nostro sistema penale e processuale penale (su tutti basti ricordare i provvedimenti con i quali sono state ampliate le ipotesi di cattura obbligatoria dei cittadini in attesa di giudizio in contrasto con la presunzione di innocenza; o che hanno aggravato inutilmente i regimi detentivi speciali, a partire dall'articolo 41-bis, in spregio del diritto civile degli individui; o, ancora, che hanno introdotto nuove irragionevoli figure di reato e circostanze aggravanti, sanzionando inutilmente condotte di scarso allarme sociale; per non parlare di tutti quei provvedimenti approvati nella presente legislatura e che attentano al valore rieducativo della pena limitando ulteriormente i benefici penitenziari per determinate categorie di imputati);
il disegno di legge governativo calendarizzato al Senato che si propone modifiche del codice di procedura penale, pur presentando qualche aspetto condivisibile (tipo l'introduzione di un controllo giurisdizionale sul rispetto dell'obbligo di iscrizione immediata nel registro delle notizie di reato del «nome della persona alla quale il reato è attribuito»; il rafforzamento dei meccanismi di avocazione delle indagini, o le innovazioni in materia di proroga delle indagini e rafforzamento del contraddittorio o, ancora, il contenimento dei tempi delle indagini contro ignoti) contiene anche numerose disposizioni discutibili, inutilmente modificative dell'assetto vigente, e in ogni caso pratica a pieno titolo la logica degli interventi disorganici e frammentari, senza incidere sugli snodi fondamentali del processo penale; l'annunciata riforma del processo penale rischia così di andare delusa,
ritenuto che:
finora l'attuale Esecutivo non ha dato seguito ai propri impegni assunti con l'approvazione della risoluzione n. 6-00012;
non servono ad affrontare le problematiche della giustizia interventi settoriali, di basso profilo, che non possono far altro che risultare improduttivi e anzi forieri di ulteriori effetti negativi;
la crisi della giustizia può essere superata solo se le misure indispensabili per rimuovere le pesanti sacche dell'inefficienza sono inserite in una grande riforma di sistema che ricomprenda, oltre ai punti indicati nella risoluzione approvata il 28 gennaio 2009 dalla Camera dei deputati, anche le questioni di un nuovo codice penale, della riforma del codice di procedura penale del 1998 e dell'ordinamento penitenziario;
secondo i dati ufficiali in Italia, l'arretrato pendente (compreso quello contro «ignoti») sfiora la cifra iperbolica di 5 milioni e mezzo di procedimenti penali (5 milioni e 425 mila quelli civili), che sarebbero molti di più se solo negli ultimi dieci anni non si fossero contate ben 2 milioni di prescrizioni (nel nostro Paese secondo i dati ufficiali forniti dal Ministero della giustizia si contano circa 200 mila procedimenti penali prescritti ogni anno), sicché solo con un provvedimento di amnistia capace di eliminare più della metà di questo vero e proprio debito giudiziario che lo Stato ha nei confronti dei cittadini si riuscirebbe a dare finalmente l'avvio a quelle riforme strutturali e organiche di cui il nostro sistema-giustizia ha un disperato bisogno, impegna il Governo: a dare concreta ed immediata attuazione alla risoluzione n. 6-00012 approvata dalla Camera dei deputati il 28 gennaio 2009;
a valutare l'opportunità di aprire un dibattito che contempli anche iniziative volte alla concessione di un provvedimento di amnistia in grado di ridurre gran parte dell'arretrato pendente che attualmente soffoca l'amministrazione quotidiana della giustizia e che rischia di vanificare qualsivoglia riforma organica che il Parlamento decida di approvare.
(6-00040) «Bernardini, Beltrandi, Maurizio Turco, Zamparutti, Farina Coscioni».