• C. 2937-A-2936-A-ALLEGATO 2 (relazioni di minoranza delle commissioni permanenti )

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Atto a cui si riferisce:
C.2937-BIS Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012



XVI LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 2937-A
   N. 2936-A


 

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ALLEGATO 2
RELAZIONI DI MINORANZA DELLE COMMISSIONI PERMANENTI
DISEGNO DI LEGGE
N.  2937
APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 13 novembre 2009 (v. stampato Senato n. 1791)
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(TREMONTI)
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 e relativa nota di variazioni (2937-bis)
Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica
il 16 novembre 2009
E
DISEGNO DI LEGGE
N.  2936
APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 13 novembre 2009 (v. stampato Senato n. 1790)
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(TREMONTI)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)
Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica
il 16 novembre 2009
(Relatori per la maggioranza:
MARINELLO, per il disegno di legge n. 2937;
CORSARO, per il disegno di legge n. 2936)

NOTA: Relazioni di minoranza presentate nelle Commissioni permanenti sugli stati di previsione del disegno di legge di bilancio e sulle parti del disegno di legge finanziaria di rispettiva competenza.
 

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ALLEGATO 2
RELAZIONI DI MINORANZA DELLE COMMISSIONI PERMANENTI
 

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RELAZIONI DI MINORANZA PRESENTATE NELLE COMMISSIONI PERMANENTI AI SENSI DELL'ARTICOLO 120, COMMA 3, DEL REGOLAMENTO, SUGLI STATI DI PREVISIONE DEL DISEGNO DI LEGGE DI BILANCIO E SULLE PARTI DEL DISEGNO DI LEGGE FINANZIARIA DI RISPETTIVA COMPETENZA
INDICE
I COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 7
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
Tabella n. 2 (Economia e finanze, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 9
Tabella n. 8 (Interno) Pag. 13
III COMMISSIONE PERMANENTE   Pag. 23
(Affari esteri e comunitari)
Tabella n. 6 (Affari esteri) Pag. 25
IV COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 31
(Difesa)
Tabella n. 11 (Difesa) Pag. 33
VI COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 39
(Finanze)
Tabella n. 1 (Entrata) e Tabella n. 2 (Economia e finanze, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 41
IX COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 47
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
Tabella n. 3 (Sviluppo economico, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 49
Tabella n. 10 (Infrastrutture e trasporti, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 53
XI COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 59
(Lavoro pubblico e privato)
Tabella n. 4 (Lavoro, salute e politiche sociali, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 61
XII COMMISSIONE PERMANENTE Pag. 67
(Affari sociali)
Tabella n. 2 (Economia e finanze, limitatamente alle parti di competenza) Pag. 69
 

Pag. 6

 

Pag. 7


I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
 

Pag. 8

 

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I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero dell'economia
e delle finanze per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 2, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Amici

      La I Commissione permanente,

          esaminato per le parti di propria competenza (Presidenza del Consiglio dei ministri) il disegno di legge n. 2937 recante «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (tabella n. 2)» e le parti corrispondenti del disegno di legge n. 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»,

          premesso che,

              in sede di esame del DPEF 2010-2012 il Ministro Tremonti ha affermato che il Governo, per contrastare la crisi con la manovra 2009 e con la manovra 2010 ha organizzato la politica economica su tre linee fondamentali: la finanza pubblica, la tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese e la conservazione della struttura produttiva;

              da una attenta considerazione emerge che la gestione di bilancio e i provvedimenti anticrisi hanno avuto effetti perversi sullo stato dei conti pubblici e della nostra economia;

              nel corso della legislatura sono apparsi evidenti le difficoltà previsionali e la

 

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sottovalutazione della gravità della crisi economica e finanziaria da parte del Governo: all'inizio della legislatura (giugno 2008) il documento di programmazione economico-finanziaria 2009-2013 indicava per il 2009 un PIL in crescita dello 0,9 per cento; nonostante la lunga sequenza di rettifiche in negativo di tali previsioni - a febbraio 2009, con l'aggiornamento del Programma di stabilità sono stati rivisti al ribasso tutti gli indicatori economici, riportando per la prima volta un dato negativo sulla crescita per il 2008 (-0,6 per cento) e per il 2009 (-2 per cento), ben al di sotto della media dell'Area euro - il Governo, nella Nota di aggiornamento al DPEF 2010-2013 e nella Relazione previsionale e programmatica 2010 presentati dopo la pausa estiva, ha aggiornato in positivo le stime di crescita del PIL di quattro decimi di punto per il 2009 (da -5,2 per cento a -4,8 per cento) valori comunque migliori di quelli indicati a settembre 2009 dall'OCSE (Interim Assessment) e dalla Commissione UE (Interim Forecast); secondo la Commissione, in particolare, la contrazione del PIL 2009 in Italia, pari a -5 per cento, si mantiene di un punto percentuale al di sopra della media europea;

              in particolare la strategia anticrisi dei provvedimenti adottati tra la fine del 2008 ed i primi mesi del 2009 appare, con chiara evidenza, «troppo poco, troppo tardi»;

              la capacità previsionale del Governo appare inadeguata anche rispetto ai due principali obiettivi di finanza pubblica considerati dalla UE indicatori di tendenziale equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche: l'indebitamento netto e il debito pubblico misurati in rapporto al PIL; l'ISTAT stima per il 2009 un indebitamento al 4,6 per cento del PIL; per gli anni successivi l'istituto di statistica ritiene che non possa scendere al di sotto del 4 per cento (4,6 per cento nel 2010 e 4,3 per cento nel 2011); molto negativo il trend del rapporto debito pubblico/PIL: tra il 2008 (105,8 per cento) e il 2009 (115,3 per cento) è aumentato di 9,5 punti percentuali; si prevede un ulteriore deterioramento di tale rapporto, che dovrebbe toccare il 118,2 per cento nel 2010; solo a partire dal 2011 si inizierà ad invertire la tendenza, con un progressivo, ma limitato miglioramento nel 2012 e 2013;

              l'avanzo primario in rapporto al PIL - essenziale per sostenere la spesa per il servizio del debito - è cresciuto costantemente dal 2,1 per cento del 1994 al 6,7 per cento del 1997; in seguito ha iniziato a contrarsi ogni anno, fino a raggiungere lo 0,4 per cento nel 2006; il Governo Prodi, con una terapia «d'urto» lo aveva riportato al 2,6 per cento nel 2007; la previsione, forse ottimistica, del Governo Berlusconi è che l'avanzo 2009 precipiti a -0,4 per cento del PIL; questo significa che l'avanzo primario, di 50 miliardi di euro nel 2007, sarà pari a 5,6 miliardi di euro alla fine del 2009;

              per le entrate le prospettive non sono incoraggianti: queste si ridurranno dell'1,4 per cento in termini nominali, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni; secondo l'ISAE, intervenuto in audizione sulla Finanziaria in Senato, le entrate crescono (dal 46,6 per cento al 47 per cento del PIL) ma solo per la componente una tantum; la caduta del gettito è dovuta non solo alla forte contrazione del gettito dell'IVA (-9,5 per cento) nei primi nove mesi dell'anno ma, come ha puntualizzato Bankitalia nel corso dell'audizione sulla Finanziaria, in Senato, «non si può escludere un intensificarsi del fenomeno dell'evasione»; e a proposito dello scudo: «può avere effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in futuro»; la politica del Governo ha dunque molto attenuato la «tax compliance» dei contribuenti, determinando anche una netta riduzione del reddito dichiarato ed emerso;

              le spese «primarie» crescono dal 44,1 al 47,5 per cento del PIL: l'incremento della spesa corrente primaria, determinato, secondo il Governo, «dalle misure a sostegno dell'economia» contrasta con quanto affermato dal Governo, che più

 

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volte si è fregiato del merito di aver varato provvedimenti anticrisi «non espansivi, senza effetti finanziari "netti" che in alcuni casi hanno determinato miglioramento dei saldi di finanza pubblica»;

              la Finanziaria 2010 anticipa alcune norme della riforma della contabilità: in particolare, non sono più incluse, rispetto alla disciplina ora vigente, le norme che implicano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia; si mette così a regime la disciplina transitoria introdotta per l'esercizio finanziario 2009 dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, la cui applicazione è stata estesa alla legge finanziaria per il 2010 dall'articolo 23, comma 21-ter, del decreto-legge n. 78 del 2009 collegato alla manovra;

              tale misura non è «eccezionale» e «transitoria» e giustificata dalla strategia di prudenza fiscale del Governo per la politica di bilancio per il triennio «in attesa di un più netto consolidarsi della ripresa economica e, comunque, in attesa di una exit strategy (dalla crisi) che sarà definita in sede europea» ma, poiché è stata integralmente recepita dalla proposta di legge in materia di legge di contabilità e finanza pubblica approvata in seconda lettura, con modificazioni, dalla Camera l'11 novembre scorso, è una norma tale da pregiudicare tutte le politiche di sviluppo da adottare nei prossimi anni che il Governo intende introdurre «a regime» nella manovra di finanza pubblica; da tale quadro normativo deriva infatti che la legge finanziaria per il 2010 - così come quelle degli anni successivi - non possano più contenere disposizioni finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia;

          considerato che:

              la crisi occupazionale in Italia è molto grave: le stime OCSE prevedono una crescita del tasso di disoccupazione dal 6,7 per cento del 2008 al 10,5 per cento nel 2010, con la perdita di 1,1 milioni di posti di lavoro;

              sono circa un milione i lavoratori in Cassa integrazione; le imprese che nel 2009 faranno ricorso agli ammortizzatori in deroga sono circa 36.000; da gennaio ad agosto del 2009 i decreti di Cassa integrazione straordinaria interessano 1.779 aziende e 2.552 siti produttivi (oltre il 60 per cento per crisi aziendali), senza considerare i lavoratori delle piccolissime imprese e i parasubordinati che non hanno nessun ammortizzatore sociale: nel secondo trimestre del 2009 - avverte il Bollettino di Bankitalia di ottobre - si stima una flessione di 300mila lavoratori «precari», soprattutto giovani;

              sul fronte delle politiche del lavoro, la Finanziaria 2010 ben rappresenta la «doppia morale» del Governo Berlusconi: poiché per il rinnovo dei contratti pubblici, non sono previsti stanziamenti adeguati, questo risulta, di fatto, condizionato alle entrate da scudo fiscale;

              il Bollettino di Bankitalia di ottobre segnala che alla caduta della produttività si accompagna un costo del lavoro in crescita del 5,4 per cento, anche dopo l'esame in Senato della legge finanziaria non sono previsti interventi per contenere la pressione fiscale, in particolare sul lavoro dipendente;

              quanto al Mezzogiorno, come ha sottolineato la SVIMEZ, in Italia il finanziamento degli interventi anticrisi è stato assicurato principalmente mediante tagli, riprogrammazioni e riallocazioni delle risorse nazionali finalizzate allo sviluppo del Mezzogiorno, presenti nel Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS); il volume delle risorse FAS mobilitato prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale e, successivamente, per misure anticrisi è ingente: tali fondi pur formalmente vincolati per legge, di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali; emerge, dunque, con evidenza, una configurazione di «non neutralità» delle crisi che rischia di dare

 

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luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più forti; la forte penalizzazione subita dal Mezzogiorno è riconducibile al sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali;

              l'Italia, sicuramente colpita sul versante dell'export dalla crisi del commercio mondiale, è tuttora la seconda manifattura d'Europa dopo la Germania, il che dimostra che l'Italia ha - nonostante tutto - un sistema produttivo solido, che sta affrontando la crisi senza il sostegno delle necessarie politiche anticicliche; in audizione al Senato sulla manovra di bilancio le Associazioni imprenditoriali hanno sottolineato che la manovra 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti finanziari;

              l'avvio e il consolidamento delle misure anticicliche non può essere rinviato e, soprattutto, non può dipendere da incerte risorse derivanti da misure di fiscalità straordinaria come lo scudo fiscale; l'intero sistema economico e sociale e la struttura produttiva, pressati dalla crisi, chiedono certezze;

              la strategia del Governo di rientro dal deficit e dal debito e di contrasto alla crisi («tentative recovery») appare ancora del tutto inadeguata alla gravità della crisi e a contrastare i suoi effetti sul sistema produttivo, sui lavoratori, sulle famiglie, sugli enti territoriali gravati da crescenti e pressanti responsabilità amministrative senza risorse adeguate;

              per quanto riguarda le parti di competenza della I Commissione:

          premesso che:

              relativamente alla delicata questione dei servizi di sicurezza non risulta convincente la riduzione di circa 70 milioni di euro rispetto all'assestamento del 2009 considerato che ci si trova in una fase di implementazione di una riforma;

              del tutto irrisorio è l'aumento delle risorse destinate al Programma Organizzazione e gestione del sistema nazionale di difesa civile che interessa il Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, per il quale i tagli al funzionamento vengono compensati dagli aumenti alle voci interventi ed investimenti. L'insufficienza di risorse aggiuntive suscita in particolare perplessità in ragione dell'assoluta importanza assunta dall'azione di tali organi per la tutela della sicurezza e dell'incolumità dei cittadini;

              in relazione al servizio civile la grave compressione delle risorse da 171 milioni di euro del 2010 a meno di 126 per il 2011 e il 2012 finisce col ridurre prestazioni di elevato valore sociale e civile;

              relativamente alle pari opportunità si può notare una gravissima decurtazione netta da 29,91 milioni di euro a 4,31 dal bilancio del Dipartimento per le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio, tale da mettere obiettivamente in discussione la stessa funzione del Dipartimento e del Ministro competente;

          considerato che:

              col drastico ridimensionamento del servizio civile si abbandonano famiglie e persone con gravi disagi, privando parte della popolazione giovanile di una esperienza di maturazione personale e di senso civico che da alcuni decenni si è progressivamente sedimentata nel Paese;

              le politiche a favore dei diritti e delle pari opportunità vengono sostanzialmente azzerate;

      esprime

PARERE CONTRARIO
 

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I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero dell'interno
per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 8)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Amici

      La I Commissione permanente,

          esaminato lo stato di previsione del Ministero dell'interno (disegno di legge n. 2937 - tabella n. 8) e le parti corrispondenti del disegno di legge n. 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»,

          premesso che:

              lo Stato di previsione del Ministero dell'interno per l'anno finanziario 2010 prevede significative riduzioni degli stanziamenti in favore delle missioni e dei programmi riconducibili alla competenza di tale dicastero; rispetto alle previsioni assestate per l'anno finanziario 2009, pari a 29.034,97 milioni di euro, gli stanziamenti complessivi per il Ministero dell'interno scendono a 27.330 milioni di euro;

              si registrano in particolare, rispetto alle previsioni assestate per l'anno finanziario 2009, riduzioni dell'entità del 8,1 per cento relativamente alla missione «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», programma «trasferimenti a carattere generale ad enti locali»; tagli relativi alla missione «Ordine pubblico e

 

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sicurezza» di oltre il 5 per cento, che implicano una riduzione degli stanziamenti sia per il programma «Servizio permanente dell'Arma dei Carabinieri per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica», che per il programma «Contrasto al crimine, tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica» (con una riduzione pari a 191,89 milioni di euro); il programma più colpito da tale diminuzione di risorse è senz'altro quello concernente la «Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia» che perde 204,22 milioni di euro (il 15,57 per cento in meno rispetto alle previsioni assestate per l'anno finanziario 2009); nell'ambito della missione «Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti», il programma che viene fortemente penalizzato è quello della gestione dei flussi migratori con una riduzione del 21,55 per cento degli stanziamenti;

              nell'ambito della missione «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», tra le voci maggiormente penalizzate ve ne sono alcune - quali quelle relative al trasferimento a carattere generale ad enti locali - particolarmente importanti ai fini dello sviluppo degli enti ad autonomia territoriale. I tagli più consistenti riguardano l'U.P.B. 2.3.2 - Interventi (-1.046,06 milioni di euro), all'interno della quale i capitoli maggiormente colpiti risultano il 1316 «Fondo ordinario per il finanziamento dei bilanci degli enti locali» (-901,72 milioni di euro) ed il cap. 1320 «Compartecipazione dei comuni e delle province delle regioni a statuto ordinario al gettito dell'imposta sulle persone fisiche» (-341,91 milioni di euro) già ridotto in modo consistente con la legge di bilancio per il 2009. Un taglio significativo riguarda anche l'U.P.B. 2.3.6 - Investimenti (-547,83 milioni di euro) per la quale si assiste ad un'ulteriore riduzione degli stanziamenti dopo quelli già operati dalla scorsa finanziaria; nel complesso viene così negata qualsiasi reale attenzione alle istanze di autonomia e federalismo;

              la missione «Ordine pubblico e sicurezza» - che pur secondo le dichiarazioni del Ministro dell'interno rappresenta un obiettivo prioritario nell'azione del Governo - subisce una ulteriore sensibile riduzione (-398,15 milioni di euro), confermando in modo più consistente la tendenza già presente nella legge di bilancio 2009 che già operava un taglio di 66,286 milioni di euro. La forte diminuzione degli stanziamenti colpisce come nello scorso bilancio di previsione tutti i programmi, ma soprattutto quello relativo alla «Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia».
      Tali drastiche riduzioni, rispetto alle previsioni assestate per l'anno finanziario 2009, sono suscettibili di pregiudicare fortemente le attività di contrasto alla criminalità (in particolare organizzata) e di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica. Particolarmente rilevanti appaiono in tal senso le riduzioni disposte nell'ambito del programma «Contrasto al crimine, tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica» ai consumi intermedi (-4,2 milioni di euro, cap. 2624); al noleggio, installazione, gestione, manutenzione degli impianti e attrezzature e apparati materiali speciali per i centri operativi e per gli uffici e i servizi che dipendono dal Ministero (-5,1 milioni di euro, cap. 2816). Appare, inoltre, sconcertante la soppressione secca delle «Spese per la manutenzione ordinaria di immobili privati o demaniali adibiti a sedi e uffici per la sicurezza pubblica» (cap. 2732) che non solo renderà più difficile il lavoro quotidiano del personale, ma peggiorerà il complessivo stato delle strutture comportando in futuro sempre maggiori oneri e un impatto diretto sulla stessa sicurezza del personale.
      Relativamente agli interventi, viene azzerato del tutto lo stanziamento previsto a titolo di contributo per la partecipazione all'Ufficio europeo di polizia - Europol; particolarmente importante ai fini del miglioramento dell'efficacia delle attività di cooperazione di polizia (e giudiziaria) in materia penale. La stessa logica di tagli al funzionamento ordinario riguarda il programma «Servizio permanente dell'Arma dei Carabinieri per la tutela dell'ordine e

 

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della sicurezza pubblica», all'interno del quale si assiste ad una riduzione delle spese per i consumi intermedi.
      I tagli più significativi riguardano, infine, il programma «Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia» che perde 204,22 milioni di euro. Tra questi vanno evidenziati per il loro impatto negativo sulla lotta alla criminalità organizzata: la drastica riduzione (di quasi un terzo) delle risorse destinate alle misure per la protezione di coloro che collaborano con la giustizia, per coloro che prestano testimonianza e per i loro congiunti (-23,4 milioni di euro, cap. 2840); la riduzione degli stanziamenti per le spese di organizzazione e di funzionamento della Direzione investigativa antimafia (-3,2 milioni di euro, cap. 2671). Vi sono poi i tagli ai consumi intermedi (-2,9 milioni di euro, cap. 2536), e la soppressione di tutte le risorse destinate al Fondo per il potenziamento della sicurezza urbana e la tutela dell'ordine pubblico (cap. 2873). Infine vengono più che dimezzati gli investimenti che passano dai 270,86 milioni di euro dell'assestamento 2009 ai 125,31 attuali;

              nella missione «Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti», pur nel complessivo incremento di risorse subisce una riduzione particolarmente importante un programma di assoluto rilievo quale quello inerente la gestione dei flussi migratori, con un taglio di risorse di oltre il 21 per cento. Le riduzioni complessivamente apportate a tale programma suscitano rilevanti perplessità in quanto proprio una efficiente gestione dei flussi migratori appare indispensabile sia per la tutela dei diritti delle persone straniere e la loro piena integrazione, sia per la prevenzione e il contrasto dell'immigrazione illegale e delle condotte illecite legate allo sfruttamento e al favoreggiamento delle migrazioni;

          considerato che:

              le forti riduzioni di spesa previste sia per il Ministero dell'interno in generale sia per il comparto sicurezza in maniera particolare, ostacoleranno in misura significativa la piena attuazione delle politiche per la sicurezza e il contrasto alla criminalità, impedendo il celere ed effettivo accertamento dei reati e l'identificazione dei colpevoli, nonché la prevenzione dei delitti, in palese contraddizione con quanto promesso dalla maggioranza in campagna elettorale, nonché con quanto asserito dagli esponenti del Governo e della stessa maggioranza non solo in sede parlamentare o in contesti istituzionali, ma anche nell'ambito di dichiarazioni rese alla stampa;

              i consistenti tagli operati dai provvedimenti in analisi, alle risorse destinate al dicastero dell'interno, dimostrano il carattere meramente simbolico - come tale inefficace - della politica del Governo, che a fronte della continua introduzione di nuove norme incriminatrici, non prevede le risorse necessarie alla loro applicazione, sia in sede amministrativa che giudiziaria che penitenziaria, con il rischio di aggravare ulteriormente la percezione di insicurezza da parte dei cittadini e la conflittualità sociale, minando altresì la stessa legittimazione e credibilità della funzione dell'amministrazione statuale;

              la garanzia del diritto dei cittadini alla sicurezza presuppone necessariamente l'efficienza dell'azione delle forze dell'ordine e degli organi deputati a vario titolo alla tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, cui andrebbero assicurate risorse adeguate alle funzioni, di assoluto rilievo, da loro svolte, tra cui nello specifico i servizi di sicurezza in una fase di implementazione di una riforma; i vistosi tagli agli obiettivi di coordinamento tra le Forze di Polizia che lo stesso Presidente della Repubblica ha ieri definito «sempre decisivo in quanto ad esse e solo ad esse spetta la salvaguardia attiva della sicurezza dei cittadini» dimostrano la scarsa considerazione del Governo per questi obiettivi,

          considerato che:

              le risorse per i rinnovi contrattuali delle forze del Comparto Sicurezza sono assolutamente inadeguate e permettono l'erogazione della sola indennità di vacanza

 

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contrattuale mentre occorrerebbe mettere a disposizione dei rinnovi contrattuali del comparto risorse finanziarie adeguate a sviluppare pienamente le dinamiche contrattuali sia dal punto di vista normativo che economico per garantire agli operatori del comparto, chiamati a svolgere funzioni essenziali per la sicurezza e la difesa, l'adeguato riconoscimento delle loro legittime aspettative;

          considerato, infine, che:

              l'articolo 2, comma 47, introdotto dal Senato, della legge finanziaria 2010 novellando l'articolo 2-undecies della legge n. 575 del 1965 in materia di destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose, prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato;

          esprime

PARERE CONTRARIO
 

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I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero dell'interno
per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 8)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Favia

      La I Commissione permanente,

          esaminato per le parti di propria competenza lo stato di previsione del Ministero dell'interno (C. 2937 - tabella n. 8) e le parti corrispondenti del disegno di legge C. 2936, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»,

          considerato che:

              lo scorso anno, il Ministro dell'economia e delle finanze ha cercato di anticipare la manovra economica - normalmente affidata alla legge finanziaria - elaborando una serie di norme (contenute nel decreto legge n. 112 del 2008) che, per almeno tre anni, avrebbero dovuto metterlo al riparo dai soliti assalti alla diligenza del percorso parlamentare delle leggi finanziarie;

              la legge finanziaria 2010 risulta quindi costituita da pochissimi articoli e interventi essenzialmente volti alla proroga di norme esistenti;

              pur tuttavia, la previsione governativa che non ci sarebbero più state leggi finanziarie omnibus come in passato è

 

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stata smentita dai duri attacchi dei senatori della stessa maggioranza alla legge finanziaria 2010: un gruppo di senatori del Popolo della libertà si è infatti spinto ad ideare e redigere una vera e propria proposta di contro-finanziaria;

              in attesa di conoscere l'entità del gettito del cosiddetto "scudo fiscale", le molte questioni di rilievo che rimangono ad oggi sospese sono le seguenti:

          -  la banca per il mezzogiorno;

          -  il taglio dell'Irap;

          -  lo sblocco dei fondi per i ricercatori universitari;

          -  il recupero dei finanziamenti (800 milioni) per la banda larga;

          -  la cedolare secca sugli affitti;

          -  il risanamento del territorio dal punto di vista idro-geologico, problema diventato ancora più acuto dopo le frane di Messina ed Ischia;

          -  la detrazione fiscale per il risparmio energetico degli edifici (il 55 per cento);

          -  il 5 per mille;

          -  le misure anche fiscali a favore del lavoro;

          -  le risorse per la sicurezza e la giustizia;

              al netto di alcuni provvedimenti dovuti e di altri fin troppo preannunciati, resterà ben poco da spendere del gettito dello scudo fiscale e nel frattempo è ben evidente che il peggio della crisi, almeno dal punto di vista occupazionale, deve ancora arrivare;

              il governo non è in grado di proporre una politica economica anticiclica convincente tale da aggredire la crisi;

              stiamo discutendo di una legge finanziaria inesistente, di un provvedimento del tutto inadeguato e insufficiente, che fa semplicemente da ponte tra ciò che non si è voluto fare prima e ciò che non si sa o non si vuole fare dopo;

              il quadro dei conti pubblici è decisamente oscuro: la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge il 43,1 per cento del PIL, con un aumento di ben 2,7 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013;

              la pressione fiscale cresce, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si mantiene vicina a questa percentuale per tutto il periodo 2010-2013 preso in considerazione dal DPEF, cioè per l'intera legislatura;

              il livello di indebitamento raggiunge il 5,3 per cento del PIL nel 2009 e si mantiene ben al di sopra del 3 per cento fino a tutto il 2011, mentre lo stock del debito è programmato, nel 2009, pari al 115,1 per cento del PIL, in aumento di ben 9,4 punti rispetto al 2008, per salire al 117,3 per cento nel 2010 e restare attorno al 115 per cento in tutto il periodo considerato dal DPEF;

              la manovra triennale avviata dal Governo nell'estate 2008, all'insegna della stabilizzazione dei conti pubblici, ci ha portato comunque in una nuova procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo;

              bisogna avere l'onestà di riconoscere che la crisi ne è una causa, ma fino ad un certo punto, e che il Paese, nonostante l'assenza colposa di necessari interventi anticiclici, si sta avviando verso un nuovo ciclo di aumento incontrollato della spesa primaria, simile a quanto già visto dagli italiani nel precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006;

              i numeri di oggi ci dicono che la scelta messa in campo con il decreto-legge n. 112 del 2008 e basata su una logica prevalentemente di tagli lineari, non solo non ha prodotto i risultati attesi, ma contrariamente rispetto alle previsioni, ha prodotto una crescita dell'indebitamento e del fabbisogno, mentre la stima delle spese al netto degli interessi sale a circa 25 miliardi di euro e solo una minima parte di essi sono stati spesi per interventi anticrisi;

 

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              se l'Italia dovesse uscire dalla recessione, a bocce ferme (come sta facendo il Governo) e crescendo con lo stesso ritmo con cui è cresciuta nei dieci anni che hanno preceduto la crisi, ci vorrebbero ben 15 anni per recuperare il terreno perduto, e ciò significa persone senza lavoro, famiglie in povertà alimentare, disuguaglianze sociali;

              gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi. Sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE, il Governo Italiano ha stanziato in funzione anti- crisi risorse nette pari praticamente a zero nel triennio 2008-2010, contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del PIL (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva);

              se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario, ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, i livelli di povertà anche, le sperequazioni dei redditi pure e le prospettive sono per ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro;

              la crisi che sta allentando la presa del PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico;

              poco o niente è previsto dalla legge finanziaria 2010 per lo sviluppo economico, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'IRAP, pur necessaria, insistendo su una politica solo dal lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, quando siamo di fronte, ovunque, ad un crollo dei consumi del settore privato;

              la competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo;

              la ripresa internazionale quando verrà non rimetterà in moto il meccanismo espansivo precedente basato sul traino dei consumi delle famiglie statunitensi. Il dopo crisi non lascerà le cose come erano. Nessuno sa in questo momento chi nel mondo sostituirà le famiglie americane come consumatori globali. Non potremo contare, dunque, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni;

              dovremmo comunque implementare politiche industriali e commerciali per aumentare la capacità di aggredire anche mercati in via di espansione come quelli asiatici;

              il nostro Paese soffre, peraltro, di una doppia concorrenza esposto come è a quella dei paesi emergenti a basso costo del lavoro ed a quella dei paesi più innovatori per quanto concerne la qualità dei prodotti;

              per il nuovo modello di sviluppo che dovremo costruire dopo la crisi ci vorrà più domanda interna, più domanda non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo;

              il Governo italiano deve insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea manifesti un impulso estensivo ed espansivo tramite gli eurobond, tramite un maggior coordinamento della vigilanza bancaria e finanziaria per avere istituti di credito più capaci di dare credito;

              il nostro Paese ha bisogno di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale dell'attuale governo: stimolando di più la domanda interna, prevedendo nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda, e delle piccole imprese;

 

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          premesso che, per quanto concerne, in particolare, gli aspetti all'attenzione della Commissione:

              nell'ambito della politica dei tagli, la variazione più rilevante in termini assoluti interessa la missione n. 3 «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», che subisce una riduzione pari all'8, 12 per cento rispetto alle previsioni assestate per il 2009; il decremento - come somma algebrica di variazioni di segno diverso - investe in particolare il Fondo ordinario degli enti locali, la riduzione relativa alla compartecipazione di comuni, province e regioni al gettito dell'IRPEF; per quanto riguarda le spese in conto capitale c'è una riduzione di oltre il 25 per cento - le riduzioni si abbattono in particolare sul Fondo per lo sviluppo degli investimenti dei comuni e delle province, sul Fondo nazionale ordinario per gli investimenti - con un risultato che andrà ad intaccare anche il rilancio economico del Paese, a causa della contrazione, se non del blocco, degli investimenti delle autonomie; altri tagli investono il Fondo per il Federalismo amministrativo per circa 59 milioni di euro, mentre di oltre 103 milioni di euro è la riduzione delle somme destinate ai libri di testo gratuiti, che colpisce duramente il contributo che i Comuni riconoscono alle famiglie a sostegno delle spese scolastiche;

              la missione «Ordine Pubblico e Sicurezza» - che dovrebbe rappresentare un tema assai caro alla compagine governativa - è quella che registra l'unico segno negativo, che neanche la somma algebrica delle variazioni di segno diverso dei diversi Programmi ha potuto compensare (l'entità della riduzione ammonta a circa 270 milioni di euro, pari al 3,46 per cento delle risorse) ed il taglio colpisce soprattutto lo stanziamento relativo alla missione 3.3 - Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia - che subisce tagli del 15,57 per cento rispetto al dato assestato al 2009 (-204.223.398);

              al riguardo si conferma la tendenza alla riduzione e ai tagli, in questa specifica missione, «lineari», nel senso che colpiscono tutti i programmi;

              particolarmente gravi appaiono, a tal proposito, le riduzioni in riferimento al Programma 3.1 «Contrasto al crimine, tutela ordine e sicurezza», di quasi 200 milioni di euro, soprattutto con riguardo al capitolo relativo a «Stipendi e retribuzioni personale Polizia di Stato»;

              le riduzioni generali certamente non possono ritenersi compensate dall'incremento, disposto al Senato, di 100 milioni di euro a decorrere dal 2010 per i miglioramenti economici dei Corpi di Polizia e della Difesa (Carabinieri);

              tagli e riduzioni anche al Programma 3.3 - Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia, al capitolo 2671 relativo a «Spese organizzazione e funzionamento Direzione Investigativa Antimafia», al capitolo 2672 riferito a «Spese riservate alla Direzione Investigativa Antimafia», ed infine, al capitolo 2840 relativo al «Programma protezione collaboratori di giustizia»;

              in termini percentuali, nell'ambito del corposo incremento degli stanziamenti relativi alla missione n. 5 - Immigrazione, accoglienza e diritti - si registra, al suo interno, una flessione degli stanziamenti per il Programma 5.2 «Gestione dei flussi migratori», mentre gli incrementi di spesa riguardano esclusivamente i Centri di identificazione e accoglienza (oltre 100 miliardi di euro per la costruzione, manutenzione e spese di gestione degli immobili) che non possono certo essere ascritti a favore di politiche volte all'integrazione e alla coesione sociale;

              destano allarme i tagli ai capitoli relativi alla Direzione Investigativa Antimafia e al capitolo relativo al «Programma protezione collaboratori di giustizia», soprattutto a fronte della scelta, inserita nel disegno di legge finanziaria, di vendere all'asta i beni confiscati alla criminalità: tale combinato disposto appare come l'avvio di un nuovo e pericoloso corso volto all'indebolimento del Paese

 

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nella lotta all'illegalità ed al crimine organizzato;

              tale disposto annuncia incassi maggiori per la finanza pubblica, ma ad un prezzo altissimo: esso annulla il lungo e faticoso percorso intrapreso dalle istituzioni per trasformare beni ed attività illegali in opportunità per le collettività più danneggiate, esso colpisce le possibilità di comuni, regioni e province di trasformare beni illeciti in risorse ed interventi socialmente utili; esso cancella uno dei simboli più forti, e più sgraditi ai medesimi criminali, della lotta alla criminalità organizzata;

          considerato dunque che:

              i tagli e le riduzioni di spesa previste generalmente per il Ministero dell'interno, ma in particolare con riguardo al comparto sicurezza non possono ritenersi adeguati all'attuazione dei programmi volti al contrasto della criminalità ed alla tutela dei cittadini e del territorio, oltre che di efficace prevenzione in ordine ai reati;

              ciò, oltre all'inadeguatezza, rivela la totale contraddizione in ordine alle politiche costantemente annunciate dai rappresentanti del Governo;

              sembra prevalere una politica volta all'inasprimento delle problematiche e delle criticità pur indicate, che non può essere ritenuta efficace, bensì, nel medio termine, foriera di ulteriori e più profondi conflitti sociali, che a loro volta hanno il risultato di incrementare la percezione di insicurezza da parte dei cittadini e di togliere credibilità agli sforzi delle forze dell'ordine di essere in grado di provvedere alla loro tutela;

              le risorse economico-strumentali a concreta disposizione delle forze di polizia non possono che ritenersi lontane ed inadeguate rispetto alle esigenze indicate e che ciò è strettamente connesso con il rispetto e la dignità delle medesime;

              appare compromessa anche la strategia di lotta alla criminalità organizzata, che oltre a soffrire della medesima carenza di fondi - che inopportunamente sembra caratterizzare le missioni più precipue del Ministero dell'Interno - subisce un durissimo colpo con la volontà perseguita dal Governo di cancellarne il simbolo più forte: la riconversione a nuova vita ed a fini sociali dei proventi delle attività criminose,

      esprime

PARERE CONTRARIO
 

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III COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari esteri e comunitari)
 

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III COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari esteri e comunitari)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero degli affari esteri
per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 6)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
dei deputati
Maran, Fassino, Pistelli, Narducci, Tempestini,
Corsini, Barbi, Fedi, Mecacci

      La III Commissione,

          esaminati per le parti di propria competenza il disegno di legge n. 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)» e il disegno di legge n. 2937 recante «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012» e relativa Nota di variazioni n. 2937-bis,

          premesso che:

              in sede di esame del DPEF 2010-2012 il Ministro Tremonti ha affermato che il Governo, per contrastare la crisi con le manovre 2009 e 2010, ha organizzato la politica economica su tre linee fondamentali: la finanza pubblica, la tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese e la conservazione della struttura produttiva;

              ad una attenta considerazione emerge che la gestione di bilancio e i provvedimenti

 

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anticrisi hanno avuto effetti perversi sullo stato dei conti pubblici e della nostra economia;

              nel corso della legislatura sono apparsi evidenti le difficoltà previsionali e la sottovalutazione della gravità della crisi economica e finanziaria da parte del Governo: all'inizio della legislatura (giugno 2008) nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2009-2013 indicava per il 2009 un PIL in crescita dello 0,9 per cento; nonostante la lunga sequenza di rettifiche in negativo di tali previsioni - a febbraio 2009, con l'aggiornamento del Programma di stabilità sono stati rivisti al ribasso tutti gli indicatori economici, riportando per la prima volta un dato negativo sulla crescita per il 2008 (-0,6 per cento) e per il 2009 (-2 per cento), ben al di sotto della media dell'Area euro - il Governo nella Nota di aggiornamento al DPEF 2010-2013 e nella Relazione previsionale e programmatica 2010 presentati dopo la pausa estiva, ha aggiornato in positivo le stime di crescita del PIL di quattro decimi di punto per il 2009 (da -5,2 per cento a -4,8 per cento) valori comunque migliori di quelli indicati a settembre 2009 dall'OCSE (Interim Assessment) e dalla Commissione UE (Interim Forecast); secondo la Commissione, in particolare, la contrazione del PIL 2009 in Italia, pari a -5,0 per cento, si mantiene di un punto percentuale al di sopra della media europea;

              in particolare la strategia anticrisi dei provvedimenti adottati tra la fine del 2008 ed i primi mesi del 2009 appare, con chiara evidenza, «troppo poco, troppo tardi»;

              la capacità previsionale del Governo appare inadeguata anche rispetto ai due principali obiettivi di finanza pubblica considerati dalla UE indicatori di tendenziale equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche: l' indebitamento netto e il debito pubblico misurati in rapporto al PIL; l'ISTAT stima per il 2009 un indebitamento al 4,6 per cento del PIL; per gli anni successivi l'istituto di statistica ritiene che non possa scendere al di sotto del 4 per cento (4,6 per cento nel 2010 e 4,3 per cento nel 2011); molto negativo il trend del rapporto debito pubblico/PIL: tra il 2008 (105,8 per cento) e il 2009 (115,3 per cento) è aumentato di 9,5 punti percentuali; si prevede un ulteriore deterioramento di tale rapporto, che dovrebbe toccare il 118,2 per cento nel 2010; solo a partire dal 2011 si inizierà ad invertire la tendenza, con un progressivo, ma limitato miglioramento nel 2012 e 2013;

              l'avanzo primario in rapporto al PIL - essenziale per sostenere la spesa per il servizio del debito - è cresciuto costantemente dal 2,1 per cento del 1994 al 6,7 per cento del 1997; in seguito ha iniziato a contrarsi ogni anno, fino a raggiungere lo 0,4 per cento nel 2006; il Governo Prodi, con una terapia «d'urto» lo aveva riportato al 2,6 per cento nel 2007; la previsione, forse ottimistica, del Governo Berlusconi è che l'avanzo 2009 precipiti a -0,4 per cento del PIL; questo significa che l'avanzo primario, di 50 miliardi di euro nel 2007, sarà pari a 5,6 miliardi di euro alla fine del 2009;

              per le entrate le prospettive non sono incoraggianti: queste si ridurranno dell'1,4 per cento in termini nominali, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni; secondo l'ISAE, intervenuto in audizione sulla legge finanziaria in Senato, le entrate crescono (dal 46,6 per cento al 47 per cento del PIL) ma solo per la componente una tantum; la caduta del gettito è dovuta non solo alla forte contrazione del gettito dell'IVA (-9,5 per cento) nei primi nove mesi dell'anno ma, come ha puntualizzato Bankitalia nel corso dell'audizione sulla Finanziaria in Senato, «non si può escludere un intensificarsi del fenomeno dell'evasione»; e a proposito dello scudo: «può avere effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in futuro»; la politica del Governo ha dunque molto attenuato la tax compliance dei contribuenti, determinando anche una netta riduzione del reddito dichiarato ed emerso;

              le spese «primarie» crescono dal 44,1 al 47,5 per cento del PIL: l'incremento

 

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della spesa corrente primaria, determinato, secondo il Governo, «dalle misure a sostegno dell'economia» contrasta con quanto affermato dal Governo, che più volte si è fregiato del merito di aver varato provvedimenti anticrisi «non espansivi, senza effetti finanziari «netti» che in alcuni casi hanno determinato miglioramento dei saldi di finanza pubblica»;

              la Finanziaria 2010 anticipa alcune norme della riforma della contabilità: in particolare, non sono più incluse, rispetto alla disciplina ora vigente, le norme che implicano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia; si mette così a regime la disciplina transitoria introdotta per l'esercizio finanziario 2009 dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, la cui applicazione è stata estesa alla legge finanziaria per il 2010 dall'articolo 23, comma 21-ter, del decreto-legge n. 78 del 2009 collegato alla manovra;

              tale misura non è «eccezionale» e «transitoria» e giustificata dalla strategia di prudenza fiscale del Governo per la politica di bilancio per il triennio «in attesa di un più netto consolidarsi della ripresa economica e, comunque, in attesa di una exit strategy (dalla crisi) che sarà definita in sede europea» ma, poiché è stata integralmente recepita dalla proposta di legge in materia di legge di contabilità e finanza pubblica approvata in seconda lettura, con modificazioni, dalla Camera l'11 novembre scorso, è una norma tale da pregiudicare tutte le politiche di sviluppo da adottare nei prossimi anni che il Governo intende introdurre «a regime» nella manovra di finanza pubblica; da tale quadro normativo deriva infatti che la legge finanziaria per il 2010 - così come quelle degli anni successivi - non possano più contenere disposizioni finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia;

          considerato che:

              la crisi occupazionale in Italia è molto grave: le stime OCSE prevedono una crescita del tasso di disoccupazione dal 6,7 per cento del 2008 al 10,5 per cento nel 2010, con la perdita di 1,1 milioni di posti di lavoro;

              sono circa un milione i lavoratori in Cassa integrazione; le imprese che nel 2009 faranno ricorso agli ammortizzatori in deroga sono circa 36.000; da gennaio ad agosto del 2009 i decreti di Cassa integrazione straordinaria interessano 1.779 aziende e 2.552 siti produttivi (oltre il 60 per cento per crisi aziendali), senza considerare i lavoratori delle piccolissime imprese e i parasubordinati che non hanno nessun ammortizzatore sociale: nel secondo trimestre del 2009 - avverte il Bollettino di Bankitalia di ottobre - si stima una flessione di 300mila lavoratori «precari», soprattutto giovani;

              sul fronte delle politiche del lavoro, la Finanziaria 2010 ben rappresenta la «doppia morale» del Governo Berlusconi: poiché per il rinnovo dei contratti pubblici, non sono previsti stanziamenti adeguati, questo risulta, di fatto, condizionato alle entrate da scudo fiscale;

              il Bollettino di Bankitalia di ottobre segnala che alla caduta della produttività si accompagna un costo del lavoro in crescita del 5,4 per cento, anche dopo l'esame della legge finanziaria in Senato non sono previsti interventi per contenere la pressione fiscale, in particolare sul lavoro dipendente;

              quanto al Mezzogiorno, come ha sottolineato la SVIMEZ, in Italia il finanziamento degli interventi anticrisi è stato assicurato principalmente mediante tagli, riprogrammazioni e riallocazioni delle risorse nazionali finalizzate allo sviluppo del Mezzogiorno, presenti nel Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS); il volume delle risorse FAS mobilitato prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale e, successivamente, per misure anticrisi è ingente: tali fondi pur formalmente vincolati per legge, di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali; emerge, dunque,

 

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con evidenza, una configurazione di «non neutralità» delle crisi che rischia di dare luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più forti; la forte penalizzazione subita dal Mezzogiorno è riconducibile al sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali;

              l'Italia, sicuramente colpita sul versante dell'export dalla crisi del commercio mondiale, è tuttora la seconda manifattura d'Europa dopo la Germania, il che dimostra che l'Italia ha - nonostante tutto - un sistema produttivo solido, che sta affrontando la crisi senza il sostegno delle necessarie politiche anticicliche; in audizione al Senato sulla manovra di bilancio le Associazioni imprenditoriali hanno sottolineato che la manovra 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti finanziari;

              l'avvio e il consolidamento delle misure anticicliche non può essere rinviato e, soprattutto, non può dipendere da incerte risorse derivanti da misure di fiscalità straordinaria come lo scudo fiscale; l'intero sistema economico e sociale e la struttura produttiva, pressati dalla crisi, chiedono certezze;

              la strategia del Governo di rientro dal deficit e dal debito e di contrasto alla crisi («tentative recovery») appare ancora del tutto inadeguata alla gravità della crisi e a contrastare i suoi effetti sul sistema produttivo, sui lavoratori, sulle famiglie, sugli enti territoriali gravati da crescenti e pressanti responsabilità amministrative senza risorse;

          per quanto riguarda le parti di competenza della III Commissione:

              preliminarmente, occorre rilevare che alle esigenze di politica estera dell'Italia viene destinata una percentuale pari al solo 0,4 per cento della spesa complessiva dello Stato; ciò testimonia di una preoccupante inadeguatezza degli stanziamenti finanziari assegnati al Ministero degli affari esteri rispetto ai compiti e ai servizi all'estero che esso è chiamato a fornire, nonché del peso che il Governo assegna alla politica estera italiana, soprattutto in confronto a ciò che avviene negli altri Paesi europei, dove i dati sono sensibilmente differenti;

              rispetto alle previsioni assestate per il 2009, gli stanziamenti di competenza iscritti nello stato di previsione del Ministero degli affari esteri a legislazione vigente fanno registrare una diminuzione complessiva di oltre 89 milioni di euro, che si aggiunge a quella assai consistente - circa 500 milioni - operata l'anno passato, che rende difficile addirittura la ordinaria attività del Ministero;

              come già è avvenuto per il 2009, con i fondi stanziati sarà molto arduo nel 2010 non solamente garantire il funzionamento della rete diplomatico-consolare e il livello dei servizi forniti ai cittadini e alle imprese italiane all'estero, ma sarà anche assai difficile adempiere alle obbligazioni conseguenti agli accordi internazionali ed agli impegni contratti a livello internazionale dal nostro Paese;

              lo stato di previsione del Ministero degli affari esteri si articola attorno a tre missioni: L'Italia in Europa e nel mondo; Servizi istituzionali e generali delle Amministrazioni pubbliche; Fondi da ripartire; per quanto riguarda la distribuzione delle risorse tra le missioni, col passare del tempo progressivamente si è privilegiata la prima, ovvero «l'Italia in Europa e nel mondo», in particolare i Programmi di Cooperazione politica, promozione della pace e sicurezza internazionale, Cooperazione allo sviluppo e gestione sfide globali, e Informazione, promozione culturale, scientifica e dell'immagine del Paese all'estero;

              il Programma Cooperazione allo sviluppo e gestione sfide globali ha subìto una riduzione di ulteriori 38 milioni di euro (quasi totalmente sottratti agli interventi nel settore della cooperazione) nel 2010, dopo aver visto dimezzare nel 2009 lo stanziamento da oltre 700 a circa 350 milioni di euro; ciò a fronte di una serie

 

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di impegni contratti dal nostro Paese sul piano internazionale, in particolare relativamente alla lotta alla povertà globale e al rispetto degli Obiettivi del Millennio, a seguito dei quali l'Italia avrebbe dovuto gradualmente elevare gli stanziamenti a favore della cooperazione ad una percentuale eguale allo 0,7 per cento del PIL, quando al contrario si è avuta un'ulteriore diminuzione degli stanziamenti rispetto al passato, da un già insufficiente 0,22 per cento del PIL ad una percentuale inferiore allo 0,15 per cento;

              il gap tra gli impegni internazionali e le risorse destinate a tale scopo si è manifestato nella riduzione di oltre 23 milioni di euro ai contributi volontari e finalizzati alle organizzazioni internazionali, Banche e Fondi di sviluppo impegnati nella cooperazione; nella diminuzione di oltre 18 milioni di euro dei finanziamenti finalizzati alla fornitura e costruzione di impianti, alle infrastrutture, attrezzature e servizi, ad interventi in materia di ricerca scientifica e tecnologica, o attinenti l'elaborazione di studi e progettazione; sono stati infine ridotti di oltre un milione e mezzo di euro i finanziamenti a titolo gratuito per l'attuazione di singoli programmi ed interventi tesi a fronteggiare casi di calamità, denutrizione e carenze igienico sanitarie;

              dal disegno di legge originario del Governo risultava azzerato il Fondo per lo sminamento umanitario, che pure era stato rifinanziato con un milione di euro dalla legge n. 108 del 2009 recante Proroga delle missioni internazionali, e sul quale l'Italia aveva assunto precisi impegni, e solo grazie all'approvazione di un emendamento presentato dal gruppo del PD al Senato risulta essere rifinanziato il suddetto Fondo per un milione di euro (Tab. 6 - Missione «L'Italia in Europa e nel mondo», Programma «Cooperazione allo sviluppo e gestione delle sfide globali»- cap. 2210);

              si è avuta una riduzione complessiva di oltre 2 milioni di euro anche nel campo della cooperazione economica, finanziaria e tecnologica;

              nel Programma relativo alla cooperazione politica, promozione della pace e sicurezza internazionale, sono stati operati tagli alle spese destinate alla tutela degli interessi italiani e per la sicurezza degli italiani all'estero in emergenza (circa 6 milioni di euro), nonché alla Direzione generale per la cooperazione politica multilaterale ed i diritti umani;

              è soppresso lo stanziamento di 2 milioni e mezzo di euro per la partecipazione dell'Italia ai fondi fiduciari della NATO;

              alla Direzione generale per i Paesi dell'Europa, sono state tolte risorse nell'ordine dei 6 milioni di euro;

              riguardo i fondi destinati al Programma «Integrazione europea», viene ridotto il finanziamento italiano allo sviluppo della Politica estera e di sicurezza comune dell'Unione Europea (PESC), nonché azzerati i fondi per la partecipazione italiana alle iniziative della Politica europea di Sicurezza e Difesa (PESD);

              per quanto riguarda gli interventi in favore delle comunità italiane nel mondo, essi sono stati gravemente penalizzati; infatti, nel Programma «Italiani nel mondo e politiche migratorie e sociali», si è avuta una riduzione complessiva degli stanziamenti dell'ordine di 21 milioni di euro, in particolare sul versante della Direzione generale degli italiani all'estero e politiche migratorie; ad esempio sono stati ridotti i contributi agli organismi istituzionali di rappresentanza degli italiani all'estero che garantiscono il collegamento tra le comunità emigrate e l'Italia, quali i COMITES; sono state ridotte le spese dirette alla tutela ed assistenza dei connazionali e delle collettività italiane all'estero, e dei cittadini dell'Unione europea nei paesi terzi;

              ai Servizi istituzionali e generali del Ministero erano assegnati nel 2009 oltre 229 milioni di euro, ridotti a 91 milioni per il 2010;

              si rileva che sono presenti in tabella A della legge finanziaria, con riferimento

 

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al Ministero degli affari esteri, accantonamenti di 9mila euro per il 2010, 22mila euro per il 2011 e 50mila euro per il 2012, destinati alla ratifica della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo e alla ratifica dell'Accordo tra Italia e Emirati Arabi Uniti relativo alla cooperazione nel campo della difesa; tuttavia, questione assai grave, non sono presenti gli accantonamenti necessari per procedere a tutte le altre ratifiche - circa 60 accordi bilaterali e multilaterali di natura prioritaria sottoscritti dall'Italia - per un importo complessivo, nel 2010, dell'ordine di circa 47 milioni di euro;

              infine, si evidenzia che il disegno di legge finanziaria per il triennio 2010-2012 non prevede alcun finanziamento per il Fondo missioni internazionali. A partire dal 2003 e fino al 2007 le missioni internazionali sono state finanziate attraverso il suddetto fondo, dando luogo ad una programmazione triennale e stabile. Alla fine del 2009 questo impegno scade e la finanziaria per gli anni 2010-2012 ha cancellato il consueto rifinanziamento. Qui rileva non tanto una questione quantitativa - per le singole missioni si troveranno di volta in volta i finanziamenti necessari, in particolare mediante il decreto-legge sulle missioni internazionali - quanto un'importante opzione politica. La scelta indica che le missioni internazionali e la nostra presenza militare, invece di essere valutate sulla base di un'analisi politica realistica della situazione e degli impegni assunti dall'Italia, saranno valutate sulla base delle disponibilità contingenti che la Ragioneria dello Stato e il Ministero dell'economia e delle finanze indicherà di volta in volta e ciò non potrà certo giovare all'immagine del nostro Paese all'estero, soprattutto nell'ambito di quegli organismi internazionali che governano le missioni internazionali in cui le nostre forze militari sono particolarmente impegnate,

DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO
 

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IV COMMISSIONE PERMANENTE
(Difesa)
 

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IV COMMISSIONE PERMANENTE
(Difesa)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero della difesa
per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 11)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
dei deputati
Villecco Calipari, Beltrandi, Fioroni, Garofani, Giacomelli, La Forgia, Laganà Fortugno, Letta, Migliavacca, Mogherini Rebesani, Recchia, Rugghia, Sereni, Tocci

      La IV Commissione,

          esaminato per le parti di propria competenza il disegno di legge n. 2937 recante «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (Tabella n. 11)» e le parti corrispondenti del disegno di legge n. 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»,

          premesso che:

              in sede di esame del DPEF 2010-2012 il Ministro Tremonti ha affermato che il Governo, per contrastare la crisi con la manovra 2009 e con la manovra 2010 ha organizzato la politica economica su tre linee fondamentali: la finanza pubblica, la

 

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tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese e la conservazione della struttura produttiva.

              ad una attenta considerazione emerge che la gestione di bilancio e i provvedimenti anticrisi hanno avuto effetti perversi sullo stato dei conti pubblici e della nostra economia;

              nel corso della legislatura sono apparse evidenti le difficoltà previsionali e la sottovalutazione della gravità della crisi economica e finanziaria da parte del Governo: all'inizio della legislatura (giugno 2008) il Documento di programmazione economico-finanziaria 2009-2013 indicava per il 2009 un PIL in crescita dello 0,9 per cento; nonostante la lunga sequenza di rettifiche in negativo di tali previsioni - a febbraio 2009, con l'aggiornamento del Programma di stabilità sono stati rivisti al ribasso tutti gli indicatori economici, riportando per la prima volta un dato negativo sulla crescita per il 2008 (-0,6 per cento) e per il 2009 (-2 per cento), ben al di sotto della media dell'Area euro - il Governo nella Nota di aggiornamento al DPEF 2010-2013 e nella Relazione previsionale e programmatica 2010 presentati dopo la pausa estiva, ha aggiornato in positivo le stime di crescita del PIL di quattro decimi di punto per il 2009 (da -5,2 per cento a -4,8 per cento) valori comunque migliori di quelli indicati a settembre 2009 dall'OCSE (Interim Assessment) e dalla Commissione UE (Interim Forecast). Secondo la Commissione, in particolare, la contrazione del PIL 2009 in Italia, pari a -5,0 per cento, si mantiene di un punto percentuale al di sopra della media europea;

              in particolare la strategia anticrisi dei provvedimenti adottati tra la fine del 2008 ed i primi mesi del 2009 appare, con chiara evidenza, «troppo poco, troppo tardi»;

              la capacità previsionale del Governo appare inadeguata anche rispetto ai due principali obiettivi di finanza pubblica considerati dalla UE, indicatori di tendenziale equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche: l'indebitamento netto e il debito pubblico misurati in rapporto al PIL; l'ISTAT stima per il 2009 un indebitamento al 4,6 per cento del PIL; per gli anni successivi l'istituto di statistica ritiene che non possa scendere al di sotto del 4 per cento (4,6 per cento nel 2010 e 4,3 per cento nel 2011); molto negativo il trend del rapporto debito pubblico/PIL: tra il 2008 (105,8 per cento) e il 2009 (115,3 per cento) è aumentato di 9,5 punti percentuali; si prevede un ulteriore deterioramento di tale rapporto, che dovrebbe toccare il 118,2 per cento nel 2010; solo a partire dal 2011 si inizierà ad invertire la tendenza, con un progressivo, ma limitato miglioramento nel 2012 e 2013;

              l'avanzo primario in rapporto al PIL - essenziale per sostenere la spesa per il servizio del debito - è cresciuto costantemente dal 2,1 per cento del 1994 al 6,7 per cento del 1997; in seguito ha iniziato a contrarsi ogni anno, fino a raggiungere lo 0,4 per cento nel 2006; il Governo Prodi, con una terapia «d'urto» lo aveva riportato al 2,6 per cento nel 2007; la previsione, forse ottimistica, del Governo Berlusconi è che l'avanzo 2009 precipiti a -0,4 per cento del PIL; questo significa che l'avanzo primario, di 50 miliardi nel 2007, sarà pari a 5,6 miliardi di euro alla fine del 2009;

              per le entrate le prospettive non sono incoraggianti: queste si ridurranno dell'1,4 per cento in termini nominali, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni; secondo l'ISAE, intervenuto in audizione sulla Finanziaria in Senato, le entrate crescono (dal 46,6 per cento al 47 per cento del PIL) ma solo per la componente una tantum; la caduta del gettito è dovuta non solo alla forte contrazione del gettito dell'IVA (-9,5 per cento) nel primi nove mesi dell'anno ma, come ha puntualizzato Bankitalia nel corso dell'audizione sulla Finanziaria, in Senato, «non si può escludere un intensificarsi del fenomeno dell'evasione»; e a proposito dello scudo: «può avere effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in

 

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futuro»; la politica del Governo ha dunque molto attenuato la »tax compliance» dei contribuenti, determinando anche una netta riduzione del reddito dichiarato ed emerso;

              le spese «primarie» crescono dal 44,1 al 47,5 per cento del PIL: l'incremento della spesa corrente primaria, determinato, secondo il Governo, «dalle misure a sostegno dell'economia» contrasta con quanto affermato dal Governo, che più volte si è fregiato del merito di aver varato provvedimenti anticrisi «non espansivi, senza effetti finanziari «netti» che in alcuni casi hanno determinato miglioramento dei saldi di finanza pubblica»;

              la Finanziaria 2010 anticipa alcune norme della riforma della contabilità: in particolare, non sono più incluse, rispetto alla disciplina ora vigente, le norme che implicano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia; si mette così a regime la disciplina transitoria introdotta per l'esercizio finanziario 2009 dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, la cui applicazione è stata estesa alla legge finanziaria per il 2010 dall'articolo 23, comma 21-ter, del decreto-legge n. 78 del 2009 collegato alla manovra;

              tale misura non è «eccezionale» e «transitoria» e giustificata dalla strategia di prudenza fiscale del Governo per la politica di bilancio per il triennio «in attesa di un più netto consolidarsi della ripresa economica e, comunque, in attesa di una exit strategy (dalla crisi) che sarà definita in sede europea» ma, poiché è stata integralmente recepita dalla proposta di legge in materia di legge di contabilità e finanza pubblica approvata in seconda lettura, con modificazioni, dalla Camera l'11 novembre scorso, è una norma tale da pregiudicare tutte le politiche di sviluppo da adottare nei prossimi anni che il Governo intende introdurre «a regime» nella manovra di finanza pubblica; da tale quadro normativo deriva infatti che la legge finanziaria per il 2010 - così come quelle degli anni successivi - non possano più contenere disposizioni finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia;

          considerato che:

              la crisi occupazionale in Italia è molto grave: le stime Ocse prevedono una crescita del tasso di disoccupazione dal 6,7 per cento del 2008 al 10,5 per cento nel 2010, con la perdita di 1,1 milioni di posti di lavoro;

              sono circa un milione i lavoratori in Cassa integrazione; le imprese che nel 2009 faranno ricorso agli ammortizzatori in deroga sono circa 36.000; da gennaio ad agosto del 2009 i decreti di Cassa integrazione straordinaria interessano 1.779 aziende e 2.552 siti produttivi (oltre il 60 per cento per crisi aziendali), senza considerare i lavoratori delle piccolissime imprese e i parasubordinati che non hanno nessun ammortizzatore sociale: nel secondo trimestre del 2009 - avverte il Bollettino di Bankitalia di ottobre - si stima una flessione di 300mila lavoratori «precari», soprattutto giovani;

              sul fronte delle politiche del lavoro, la Finanziaria 2010 ben rappresenta la «doppia morale» del Governo Berlusconi: poiché per il rinnovo dei contratti pubblici, non sono previsti stanziamenti adeguati, questo risulta, di fatto, condizionato alle entrate da scudo fiscale;

              il Bollettino di Bankitalia di ottobre segnala che alla caduta della produttività si accompagna un costo del lavoro in crescita del 5,4 per cento, anche dopo l'esame del Senato in Finanziaria non sono previsti interventi per contenere la pressione fiscale, in particolare sul lavoro dipendente;

              quanto al mezzogiorno, come ha sottolineato la Svimez, in Italia il finanziamento degli interventi anticrisi è stato assicurato principalmente mediante tagli, riprogrammazioni e riallocazioni delle risorse nazionali finalizzate allo sviluppo del

 

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Mezzogiorno, presenti nel Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS); il volume delle risorse FAS mobilitato prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale e, successivamente, per misure anticrisi è ingente: tali fondi pur formalmente vincolati per legge, di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali; emerge, dunque, con evidenza, una configurazione di «non neutralità» delle crisi che rischia di dare luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più forti; la forte penalizzazione subita dal Mezzogiorno è riconducibile al sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali;

              l'Italia, sicuramente colpita sul versante dell'export dalla crisi del commercio mondiale, è tuttora la seconda manifattura d'Europa dopo la Germania, il che dimostra che l'Italia ha - nonostante tutto - un sistema produttivo solido, che sta affrontando la crisi senza il sostegno delle necessarie politiche anticicliche; in audizione al Senato sulla manovra di bilancio le Associazioni imprenditoriali hanno sottolineato che la manovra 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti finanziari;

              l'avvio e il consolidamento delle misure anticicliche non può essere rinviato e, soprattutto, non può dipendere da incerte risorse derivanti da misure di fiscalità straordinaria come lo scudo fiscale; l'intero sistema economico e sociale e la struttura produttiva, pressati dalla crisi, chiedono certezze;

              la strategia del Governo di rientro dal deficit e dal debito e di contrasto alla crisi («tentative recovery») appare ancora del tutto inadeguata alla gravità della crisi e a contrastare i suoi effetti sul sistema produttivo, sui lavoratori, sulle famiglie, sugli enti territoriali gravati da crescenti e pressanti responsabilità amministrative senza risorse adeguate;

      per quanto riguarda le parti di competenza della IV Commissione:

          premesso che:

              nel settore della Difesa, si è operato e si continua ad operare con trascuratezza, riducendo le spese per l'esercizio attraverso tagli lineari sui consumi intermedi e sul reclutamento, senza riconoscere la peculiarità dei compiti e delle funzioni assegnate alle Forze Armate;

              la manovra finanziaria del Governo continua a non tenere conto del fatto che nel bilancio della Difesa i consumi intermedi riguardano la manutenzione dei sistemi d'arma e l'addestramento che dovrebbero essere invece considerati investimenti e che la stessa politica per gli investimenti poggia di fatto sull'indebitamento;

              tenuto conto che sarebbe assolutamente necessario assumere decisioni e comportamenti per garantire:

              una migliore qualità e una razionalizzazione della spesa militare da ricercare accentuando a livello nazionale la dimensione interforze dello strumento militare e realizzando al livello europeo significative sinergie nel settore industriale e negli asset operativi;

              il superamento di alcune rigidità delle norme di contabilità pubblica affidando la capacità di muoversi nel mercato a chi, all'interno delle Forze Armate, assume incarichi istituzionali con l'attribuzione della funzione di Centro di Responsabilità Amministrativa (al contrario, si sceglie invece, un percorso diametralmente opposto costituendo una società per azioni «Difesa servizi spa», che di fatto divenendo centrale unica di committenza e gestore plenipotenziario del patrimonio immobiliare della Difesa privatizza l'intera area delle attività non direttamente connesse alle esigenze operative senza nessuna garanzia certa di ritorni utili alla stessa Difesa);

              il pieno recupero di una significativa capacità di produzione di beni e

 

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servizi in economia come fattore di risparmio e garanzia di qualità per soddisfare gran parte delle esigenze del nostro strumento militare;

              la corresponsione in tempi ragionevoli alle piccole e medie imprese che forniscono beni e servizi essenziali alla Difesa di quanto ad esse dovuto a fronte delle prestazioni rese evitando così di mettere in crisi parti tecnologicamente significative del tessuto produttivo del Paese;

              risorse adeguate a sostenere il passaggio dalla leva obbligatoria al reclutamento professionale con tutte le conseguenze che tale trasformazione comporta (al contrario la scarsità di risorse assegnate alla Difesa, come finanche esplicitato dalla nota preliminare che accompagna il provvedimento in esame, vanno, invece, molto al di là di un contenimento sostenibile);

              l'eliminazione dei tagli di bilancio alle spese di esercizio, posto che questi tagli, oltre a compromettere la capacità operativa del nostro strumento militare, rischiano di produrre gravi conseguenze anche sulla stessa sicurezza del personale;

          considerato che:

              l'intero comparto è ormai ad un passo dall'ingovernabilità e da un collasso dalle conseguenze imprevedibili senza che lo stesso Ministro della Difesa sia riuscito ad assumere decisioni significative o a presentare al Parlamento, malgrado gli impegni assunti;

              nonostante sia stata resa pubblica la notizia che l'apposita Commissione di alta consulenza e studio, insediata al Ministero, ha presentato al Consiglio supremo di Difesa le proprie conclusioni, la proposta di un nuovo modello di difesa non è stata ancora comunicata alle Camere;

              il Governo, invece di adottare misure finanziarie adeguate, appare intenzionato ad assumere la difficile situazione economica del momento quale base finanziaria, non tanto per razionalizzare il modello di difesa esistente, quanto per ridimensionarlo drasticamente senza tener conto delle conseguenze operative;

          considerato inoltre che:

              non viene ripianato il taglio di 304 milioni di euro sui fondi per il reclutamento per il 2010;

              risultano ulteriormente decurtati del 6,8 per cento i fondi per l'esercizio, già largamente insufficienti;

              non sono previsti investimenti per l'area industriale della Difesa né per le infrastrutture né per il ripianamento delle carenze organiche nei settori tecnici, condannando così all'estinzione un patrimonio di competenze dalle rilevanti capacità produttive;

              le risorse per i rinnovi contrattuali sono assolutamente inadeguate e permettono l'erogazione della sola indennità di vacanza contrattuale;

              non è previsto alcun fondo per il finanziamento delle missioni internazionali;

              non sono previste misure per garantire l'immissione dei volontari in ferma breve nei corpi di polizia contrariamente ad impegni assunti in sede di approvazione del DPEF;

              non viene ripristinato né rifinanziato il fondo, nello stato di previsione del Ministero della Difesa, per le esigenze di funzionamento dello strumento militare che esaurisce i suoi effetti nel 2009;

              continuano ad essere ritenuti in esubero migliaia di marescialli, mortificandone la professionalità e la dignità, senza che vengano assunti provvedimenti per recuperarli ad una funzione produttiva o ricollocarli a domanda presso altre amministrazioni dello Stato,

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IN SENSO CONTRARIO
 

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IV COMMISSIONE PERMANENTE
(Difesa)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero della difesa
per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 11)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Di Stanislao

      La IV Commissione,

          esaminato per le parti di propria competenza la stato di previsione del ministero della Difesa (C. 2937 - Tabella n. 11) e le parti corrispondenti del disegno di legge 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»

          considerato che:

              lo scorso anno, il Ministro dell'Economia e delle Finanze ha cercato di anticipare la manovra economica - normalmente affidata alla legge finanziaria - elaborando una serie di norme (contenute nel decreto-legge n. 112 del 2008) che, per almeno tre anni, avrebbero dovuto metterlo al riparo dai soliti assalti alla diligenza del percorso parlamentare delle leggi finanziarie;

              la legge finanziaria 2010 risulta quindi costituita da pochissimi articoli e interventi essenzialmente volti alla proroga di norme esistenti;

              pur tuttavia, la previsione governativa che non ci sarebbero più state leggi finanziarie omnibus come in passato è stata smentita dai duri attacchi dei senatori

 

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della stessa maggioranza alla legge finanziaria 2010. Un gruppo di senatori del Popolo della libertà si è infatti spinto ad ideare e redigere una vera e propria proposta di contro finanziaria;

              in attesa di conoscere l'entità del gettito del cosiddetto «scudo fiscale», le molte questioni di rilievo che rimangono ad oggi sospese sono le seguenti: la banca per il mezzogiorno, il taglio dell'Irap, lo sblocco dei fondi per i ricercatori universitari, il recupero dei finanziamenti (800 milioni) per la banda larga, la cedolare secca sugli affitti, il risanamento del territorio dal punto di vista idro-geologico, problema diventato ancora più acuto dopo le frane di Messina ed Ischia, la detrazione fiscale per il risparmio energetico degli edifici (il 55 per cento), il 5 per mille, le misure anche fiscali a favore del lavoro, le risorse per la sicurezza e la giustizia;

              al netto di alcuni provvedimenti dovuti e di altri fin troppo preannunciati, resterà ben poco da spendere del gettito dello scudo fiscale. Nel frattempo è ben evidente che il peggio della crisi, almeno dal punto di vista occupazionale, deve ancora arrivare;

              il Governo non è in grado di proporre una politica economica anticiclica convincente tale da aggredire la crisi;

              stiamo discutendo di una legge finanziaria inesistente, di un provvedimento del tutto inadeguato e insufficiente, che fa semplicemente da ponte tra ciò che non si è voluto fare prima e ciò che non si sa o non si vuole fare dopo;

              il quadro dei conti pubblici è decisamente oscuro: la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge il 43,1 per cento del PIL, con un aumento di ben 2,7 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013;

              la pressione fiscale cresce, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si mantiene vicina a questa percentuale per tutto il periodo 2010-2013 preso in considerazione dal DPEF, cioè per l'intera legislatura;

              il livello di indebitamento raggiunge il 5,3 per cento del PIL nel 2009 e si mantiene ben al di sopra del 3 per cento fino a tutto il 2011, mentre lo stock del debito è programmato, nel 2009, pari al 115,1 per cento del PIL, in aumento di ben 9,4 punti rispetto al 2008, per salire al 117,3 per cento nel 2010 e restare attorno al 115 per cento in tutto il periodo considerato dal DPEF;

              la manovra triennale avviata dal Governo nell'estate 2008, all'insegna della stabilizzazione dei conti pubblici, ci ha portato comunque in una nuova procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo;

              bisogna avere l'onestà di riconoscere che la crisi ne è una causa, ma fino ad un certo punto, e che il Paese, nonostante l'assenza colposa di necessari interventi anticiclici, si sta avviando verso un nuovo ciclo di aumento incontrollato della spesa primaria, simile a quanto già visto dagli italiani nel precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006;

              i numeri di oggi ci dicono che la scelta messa in campo con il decreto-legge n. 112 del 2008 e basata su una logica prevalentemente di tagli lineari, non solo non ha prodotto i risultati attesi, ma contrariamente rispetto alle previsioni, ha prodotto una crescita dell'indebitamento e del fabbisogno, mentre la stima delle spese al netto degli interessi sale a circa 25 miliardi e solo una minima parte di essi sono stati spesi per interventi anticrisi;

              se l'Italia dovesse uscire dalla recessione, a bocce ferme (come sta facendo il Governo) e crescendo con lo stesso ritmo con cui è cresciuta nei dieci anni che hanno preceduto la crisi, ci vorrebbero ben 15 anni per recuperare il terreno perduto, e ciò significa persone senza lavoro, famiglie in povertà alimentare, disuguaglianze sociali;

              gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già

 

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stanziate per altri impieghi. Sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE il Governo Italiano ha stanziato in funzione anti-crisi risorse nette pari praticamente a zero nel triennio 2008- 2010, contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del Pil (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva);

              se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario. Ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, i livelli di povertà anche, le sperequazioni dei redditi pure e le prospettive sono per ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro;

              la crisi che sta allentando la presa del Pil, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico;

              poco o niente è previsto dalla legge finanziaria 2010 per lo sviluppo economico, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'Irap, pur necessaria, insistendo su una politica solo dal lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, quando siamo di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato;

              la competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo;

              la ripresa internazionale quando verrà non rimetterà in moto il meccanismo espansivo precedente basato sul traino dei consumi delle famiglie statunitensi. Il dopo crisi non lascerà le cose come erano. Nessuno sa in questo momento chi nel mondo sostituirà le famiglie americane come consumatori globali. Non potremo contare, dunque, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni;

              dovremmo comunque implementare politiche industriali e commerciali per aumentare la capacità di aggredire anche mercati in via di espansione come quelli asiatici;

              il nostro Paese soffre, peraltro, di una doppia concorrenza esposto come è a quella dei paesi emergenti a basso costo del lavoro ed a quella dei paesi più innovatori per quanto concerne la qualità dei prodotti;

              per il nuovo modello di sviluppo che dovremo costruire dopo la crisi ci vorrà più domanda interna, più domanda non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo;

              il Governo italiano deve insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea manifesti un impulso estensivo ed espansivo tramite gli eurobond, tramite un maggior coordinamento della vigilanza bancaria e finanziaria per avere istituti di credito più capaci di dare credito;

              il nostro Paese ha bisogno di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale dell'attuale governo: stimolando di più la domanda interna, prevedendo nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda, e delle piccole imprese;

      premesso che, per quanto concerne, in particolare, gli aspetti all'attenzione della IV Commissione:

              gli effetti della politica di bilancio del Governo, come finanche esplicitato dalla nota preliminare che accompagna il provvedimento in esame, vanno molto al di là di un contenimento sostenibile;

              i tagli di bilancio nelle spese per l'esercizio, oltre a compromettere la capacità operativa del nostro strumento militare, hanno gravi conseguenze anche sulla stessa sicurezza del personale;

 

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              il Governo continua a non tenere conto del fatto che nel bilancio della Difesa i consumi intermedi riguardano la manutenzione dei sistemi d'arma e l'addestramento che dovrebbero essere invece considerati investimenti e che la stessa politica per gli investimenti poggia di fatto sull'indebitamento;

              l'intero comparto rischia ormai l'ingovernabilità e un collasso dalle conseguenze imprevedibili senza che lo stesso Ministro della difesa sia riuscito ad assumere decisioni significative o a presentare al Parlamento, nonostante gli impegni assunti, la proposta di un nuovo modello di difesa per la cui elaborazione è stata insediata una apposita Commissione di alta consulenza e studio;

              non viene ripianato il taglio di 304 milioni di euro sui fondi per il reclutamento per il 2010;

              rispetto al 2009 vengono ulteriormente decurtati del 6,8 per cento i fondi per l'esercizio, già largamente insufficienti;

              non sono previsti investimenti per l'area industriale della Difesa né per le infrastrutture né per il ripianamento delle carenze organiche nei settori tecnici, condannando così all'estinzione un patrimonio di competenze dalle rilevanti capacità produttive;

              le risorse per i rinnovi contrattuali sono assolutamente inadeguate e permettono l'erogazione della sola indennità di vacanza contrattuale;

              i commi 23, 28, 29, 30, 31 e 32 dell'articolo 2, introdotti durante l'esame presso la Commissione bilancio del Senato, recano la costituzione di una società per azioni denominata «Difesa Servizi Spa», la cui attività consisterà, da un lato, nello svolgimento dell'attività negoziale diretta all'acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell'Amministrazione della Difesa, dall'altro nella concessione in uso temporaneo, a titolo oneroso, previa autorizzazione del Ministro della Difesa, dei mezzi e materiali prodotti dall'industria nazionale e acquisiti dalle Forze armate, per effettuare prove dimostrative, anche all'estero;

              la nuova società avrà un potere enorme, che potrà gestire in regime privatistico, senza i consueti controlli normalmente previsti dalle strutture statali;

          tenuto conto che la manovra finanziaria e di bilancio avrebbe dovuto:

               perseguire l'esigenza di una migliore qualità e di una razionalizzazione della spesa militare, accentuando la dimensione interforze dello strumento militare a livello nazionale e realizzando le migliori sinergie nel settore industriale e negli asset operativi a livello europeo;

               superare alcune rigidità delle norme di contabilità pubblica affidando la capacità di operare scelte strategiche a chi, all'interno delle Forze armate, assume incarichi istituzionali con l'attribuzione della funzione di Centro di responsabilità amministrativa;

               recuperare una significativa capacità di produzione di beni e servizi in economia, senza continuare a disattendere la necessità di corrispondere in tempi brevi alle piccole e medie imprese che forniscono beni e servizi essenziali alla Difesa quanto ad esse dovuto a fronte delle prestazioni rese;

               adottare misure finanziarie adeguate, anziché assumere la difficile situazione finanziaria della Difesa quale base di partenza, non tanto per razionalizzare il modello di difesa esistente, quanto per ridimensionarlo drasticamente negli organici senza tener conto delle conseguenze operative;

          ritenuto pertanto che rispetto a tali obiettivi il Governo dimostra di rimanere lontano da qualsiasi iniziativa concreta,

DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO
 

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VI COMMISSIONE PERMANENTE
(Finanze)
 

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VI COMMISSIONE PERMANENTE
(Finanze)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione dell'entrata per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 1)
e
Stato di previsione del Ministero dell'economia
e delle finanze per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 2, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
dei deputati Messina e Barbato

      La VI Commissione,

          esaminati, per le parti di propria competenza, il disegno di legge C. 2937, approvato dal Senato, «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012» (tabelle 1 e 2) e le parti corrispondenti del disegno di legge C.  2936, approvato dal Senato, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»;

      considerato che:

          lo scorso anno, il Ministro dell'economia e delle finanze ha cercato di anticipare la manovra economica - normalmente affidata alla legge finanziaria - elaborando una serie di norme (contenute nel decreto-legge n. 112 del 2008) che,

 

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per almeno tre anni, avrebbero dovuto metterlo al riparo dai soliti «assalti alla diligenza» nel percorso parlamentare dei disegni di legge finanziari;

          il disegno di legge finanziaria 2010 risulta quindi costituito da pochissimi articoli, e da interventi essenzialmente volti alla proroga di norme esistenti;

          ciò nonostante, la previsione governativa secondo cui non ci sarebbero più state, come in passato, leggi finanziarie omnibus, è stata smentita dai duri attacchi dei senatori della stessa maggioranza al disegno di legge finanziaria 2010, che hanno portato un gruppo di senatori del Popolo della libertà ad ideare e redigere una vera e propria proposta di legge finanziaria alternativa;

          in attesa di conoscere l'entità del gettito del cosiddetto «scudo fiscale», molte questioni di rilievo rimangono ad oggi sospese, in particolare per quanto riguarda:

              -  la banca per il Mezzogiorno;

              -  il taglio dell'IRAP;

              -  lo sblocco dei fondi per i ricercatori universitari;

              -  il recupero dei finanziamenti (800 milioni di euro) per la banda larga;

              -  la tassazione forfetaria sui redditi da locazione;

              -  il risanamento del territorio dal punto di vista idro-geologico, problema diventato ancora più acuto dopo le frane di Messina ed Ischia;

              -  la detrazione fiscale del 55 per cento sulle spese per il risparmio energetico degli edifici;

              -  il 5 per mille;

              -  le misure, anche fiscali, a favore del lavoro;

              -  le risorse per la sicurezza e la giustizia;

          al netto di alcuni provvedimenti dovuti e di altri, fin troppo preannunciati, resterà ben poco da spendere del gettito dello scudo fiscale, mentre, nel frattempo, è ben evidente che la fase peggiore della crisi, almeno dal punto di vista occupazionale, deve ancora arrivare;

          il Governo non è in grado di proporre una politica economica anticiclica convincente tale da aggredire la crisi;

          stiamo discutendo di un disegno di legge finanziaria inesistente, di un provvedimento del tutto inadeguato e insufficiente, che fa semplicemente da ponte tra ciò che non si è voluto fare prima e ciò che non si sa o non si vuole fare dopo;

          il quadro dei conti pubblici è decisamente oscuro: la spesa corrente, al netto degli interessi, raggiunge il 43,1 per cento del PIL, con un aumento di ben 2,7 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è prevista ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013;

          la pressione fiscale cresce, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si mantiene vicina a questa percentuale per tutto il periodo 2010-2013 preso in considerazione dal DPEF, cioè per l'intera legislatura;

          il livello di indebitamento raggiunge il 5,3 per cento del PIL nel 2009, e si mantiene ben al di sopra del 3 per cento fino a tutto il 2011, mentre lo stock del debito è previsto, nel 2009, in misura pari al 115,1 per cento del PIL, in aumento di ben 9,4 punti rispetto al 2008, per salire al 117,3 per cento nel 2010 e restare attorno al 115 per cento in tutto il periodo considerato dal DPEF;

          la manovra triennale avviata dal Governo nell'estate 2008, all'insegna della stabilizzazione dei conti pubblici, ha condotto comunque il Paese ad una nuova procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo;

          bisogna avere l'onestà di riconoscere che la crisi ne è una causa, ma solo parzialmente, e che il Paese, nonostante l'assenza colposa di necessari interventi

 

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anticiclici, si sta avviando verso un nuovo ciclo di aumento incontrollato della spesa primaria, simile a quanto già sperimentato dagli italiani nel precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006;

          i dati attuali ci dicono che la scelta compiuta con il decreto-legge n. 112 del 2008, basata prevalentemente su una logica di tagli lineari, non solo non ha prodotto i risultati attesi, ma, contrariamente alle previsioni, ha prodotto una crescita dell'indebitamento e del fabbisogno, mentre la stima delle spese, al netto degli interessi, sale a circa 25 miliardi di euro, di cui solo una minima parte destinate ad interventi anticrisi;

          se l'Italia dovesse uscire dalla recessione, a bocce ferme (come sta facendo il Governo), e crescendo con lo stesso ritmo con cui è cresciuta nei dieci anni che hanno preceduto la crisi, ci vorrebbero ben 15 anni per recuperare il terreno perduto, e ciò significa persone senza lavoro, famiglie in povertà alimentare, disuguaglianze sociali;

          gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi; sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE, il Governo italiano ha stanziato in funzione anti-crisi risorse nette praticamente nulle nel triennio 2008-2010, contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del PIL (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva);

          se la crisi «è alle spalle» - come sostiene il Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario; tuttavia Confindustria e Confcommercio sono preoccupate, e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, così come il livello di povertà e le sperequazioni dei redditi, e si prospettano ulteriori chiusure di fabbriche e perdite di posti di lavoro;

          la crisi, che sta incidendo meno sull'andamento del PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 al 7,4 per cento, e continuerà a salire nei prossimi mesi, poiché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico;

          poco o niente è previsto dal disegno di legge finanziaria 2010 per lo sviluppo economico, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'IRAP, pure necessaria, mentre si insiste su una politica orientata solo sul lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, laddove si è invece di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato;

          la competizione sui costi, per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale, attualmente depressa, rappresenta una politica illusoria, poiché le produzioni labour intensive sono state ormai trasferite in altre parti del mondo;

          la ripresa internazionale, quando verrà, non rimetterà in moto il meccanismo espansivo precedente, basato sul traino dei consumi delle famiglie statunitensi; la fase successiva alla crisi non lascerà le cose come erano e nessuno sa, in questo momento, chi nel mondo prenderà il posto delle famiglie americane come consumatori globali; non potremo contare, dunque, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni;

          dovremmo comunque implementare politiche industriali e commerciali per aumentare la capacità di aggredire anche mercati in via di espansione come quelli asiatici;

          il nostro Paese soffre, peraltro, di una doppia concorrenza, essendo esposto a quella dei paesi emergenti a basso costo del lavoro ed a quella dei paesi più innovatori per quanto concerne la qualità dei prodotti;

          per il nuovo modello di sviluppo che dovremo costruire dopo la crisi sarà necessario un livello più elevato della domanda

 

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interna, non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo;

          il Governo italiano deve insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea manifesti un impulso estensivo ed espansivo tramite gli eurobond, nonché attraverso un maggior coordinamento della vigilanza bancaria e finanziaria, al fine di avere istituti di credito più capaci di dare credito;

          il nostro Paese ha bisogno di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale dell'attuale Governo, stimolando maggiormente la domanda interna, prevedendo nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda e delle piccole imprese;

          premesso, per quanto concerne, in particolare, gli aspetti di competenza della Commissione finanze, che:

          secondo quanto riportato nell'ultimo bollettino delle Entrate tributarie, pubblicato dal Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze, l'andamento delle entrate tributarie nei primi nove mesi del 2009 registra, rispetto al gettito del medesimo periodo del 2008, una riduzione di 9.575 milioni di euro (-3,3 per cento) imputabile, in particolare, alle minori entrate relative all'IVA (-7.634 milioni), all'IRES (-4.884 milioni) e all'IRE (-2.807 milioni), mentre risultano, invece, in aumento le entrate classificate «Altre imposte dirette» (+5.292 milioni) e quelle relative al settore giochi;

          mentre le entrate IRPEF evidenziano una riduzione, rispetto al corrispondente periodo del 2008, di 2.807 milioni di euro (-2,4 per cento), l'IRES registra un gettito di 21.287 milioni di euro (-4.884 milioni di euro, pari a -18,7 per cento), con un calo molto superiore alla caduta del PIL per il 2009; le entrate IVA, pari a 74.554 milioni di euro, risentono a loro volta del contesto economico (ma anche dell'aumento dell'evasione fiscale), con una riduzione di -7.634 milioni di euro (-9,3 per cento) rispetto al dato 2008, ben superiore al calo dei consumi (-3,6 per cento a fine 2009 secondo l'OCSE);

          dall'analisi della tabella n. 2 emerge che i tagli di bilancio per il 2010 colpiscono indiscriminatamente vari settori e riguardano diverse missioni, fra le quali colpisce il taglio degli stanziamenti per la missione relativa alle politiche sociali, le cui dotazioni risultano ridotte di 925 milioni di euro;

          in riferimento al disegno di legge finanziaria 2010, in continuità con la logica con la quale il Governo ha agito fin dall'inizio della crisi economica e finanziaria, esso contiene misure che determinano un impatto neutrale sulla crescita economica del Paese, senza dunque nessun effetto anticiclico;

          sottolineato come la manovra finanziaria e di bilancio avrebbe invece dovuto, in particolare:

          perseguire il conseguimento dell'obiettivo di una più equa distribuzione dell'onere fiscale, attraverso azioni di contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, di recupero della base imponibile, valorizzando il criterio dell'effettiva progressività del prelievo affermato dalla Costituzione e promuovendo un maggior equilibrio del prelievo rispetto alle diverse tipologie di reddito;

          alleggerire il carico IRPEF sui redditi bassi e medi da lavoro e da pensione, diminuendo l'imposta sulle tredicesime, nonché mediante analoghi interventi per il lavoro parasubordinato e assimilati, attraverso il meccanismo delle detrazioni;

          aumentare le detrazioni per carichi familiari;

          prevedere un credito d'imposta con criteri automatici di fruizione per gli investimenti a favore dell'innovazione di prodotto e di processo;

          prevedere la deduzione graduale del costo del lavoro dall'imponibile IRAP, in

 

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particolare per le piccole e medie imprese, al fine di non penalizzare l'occupazione;

          prevedere la tassazione con aliquota del 20 per cento delle rendite finanziarie speculative, con l'esclusione dei rendimenti dei titoli di Stato;

          prevedere il ripristino delle norme di contrasto all'evasione fiscale introdotte dal Governo Prodi e soppresse dall'attuale Governo;

          rilevato come, rispetto a tali obiettivi, il Governo dimostri di rimanere lontano da qualsiasi iniziativa concreta;

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IN SENSO CONTRARIO
 

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IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
 

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IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 3, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Monai

      La IX Commissione,

          esaminata, per le parti di competenza, la tabella 3, recante lo stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico e le connesse parti del disegno di legge finanziaria;

          considerato che:

              lo scorso anno, il Ministro dell'economia e delle finanze ha cercato di anticipare la manovra economica - normalmente affidata alla legge finanziaria - elaborando una serie di norme (contenute nel decreto legge n. 112 del 2008) che, per almeno tre anni, avrebbero dovuto metterlo al riparo dai soliti assalti alla diligenza del percorso parlamentare delle leggi finanziarie;

              la legge finanziaria 2010 risulta quindi costituita da pochissimi articoli e interventi essenzialmente volti alla proroga di norme esistenti;

              pur tuttavia, la previsione governativa che non ci sarebbero più state leggi

 

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finanziarie omnibus come in passato è stata smentita dai duri attacchi dei senatori della stessa maggioranza alla legge finanziaria 2010. Un gruppo di senatori del Popolo della libertà si è infatti spinto ad ideare e redigere una vera e propria proposta di contro-finanziaria;

              in attesa di conoscere l'entità del gettito del cosiddetto «scudo fiscale», le molte questioni di rilievo che rimangono ad oggi sospese sono le seguenti:

                  -  la banca per il Mezzogiorno;

                  -  il taglio dell'IRAP;

                  -  lo sblocco dei fondi per i ricercatori universitari;

                  -  il recupero dei finanziamenti (800 milioni di euro) per la banda larga;

                  -  la cedolare secca sugli affitti;

                  -  il risanamento del territorio dal punto di vista idro-geologico, problema diventato ancora più acuto dopo le frane di Messina ed Ischia;

                  -  la detrazione fiscale per il risparmio energetico degli edifici (il 55 per cento);

                  -  il 5 per mille;

              -  le misure anche fiscali a favore del lavoro;

                  -  le risorse per la sicurezza e la giustizia;

              al netto di alcuni provvedimenti dovuti e di altri fin troppo preannunciati, resterà ben poco da spendere del gettito dello scudo fiscale. Nel frattempo è ben evidente che il peggio della crisi, almeno dal punto di vista occupazionale, deve ancora arrivare;

              il Governo non è in grado di proporre una politica economica anticiclica convincente tale da aggredire la crisi;

              stiamo discutendo di una legge finanziaria inesistente, di un provvedimento del tutto inadeguato e insufficiente, che fa semplicemente da ponte tra ciò che non si è voluto fare prima e ciò che non si sa o non si vuole fare dopo;

              il quadro dei conti pubblici è decisamente oscuro: la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge il 43,1 per cento del PIL, con un aumento di ben 2,7 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013;

              la pressione fiscale cresce, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si mantiene vicina a questa percentuale per tutto il periodo 2010-2013 preso in considerazione dal DPEF, cioè per l'intera legislatura;

              il livello di indebitamento raggiunge il 5,3 per cento del PIL nel 2009 e si mantiene ben al di sopra del 3 per cento fino a tutto il 2011, mentre lo stock del debito è programmato, nel 2009, pari al 115,1 per cento del PIL, in aumento di ben 9,4 punti rispetto al 2008, per salire al 117,3 per cento nel 2010 e restare attorno al 115 per cento in tutto il periodo considerato dal DPEF;

              la manovra triennale avviata dal Governo nell'estate 2008, all'insegna della stabilizzazione dei conti pubblici, ci ha portato comunque in una nuova procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo;

              bisogna avere l'onestà di riconoscere che la crisi ne è una causa, ma fino ad un certo punto, e che il Paese, nonostante l'assenza colposa di necessari interventi anticiclici, si sta avviando verso un nuovo ciclo di aumento incontrollato della spesa primaria, simile a quanto già visto dagli italiani nel precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006;

              i numeri di oggi ci dicono che la scelta messa in campo con il decreto-legge n. 112 del 2008 e basata su una logica prevalentemente di tagli lineari, non solo non ha prodotto i risultati attesi ma, contrariamente rispetto alle previsioni, ha prodotto una crescita dell'indebitamento e del fabbisogno, mentre la stima delle spese al netto degli interessi sale a circa 25 miliardi di euro e solo una minima parte di essi sono stati spesi per interventi anticrisi;

 

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              se l'Italia dovesse uscire dalla recessione, a bocce ferme (come sta facendo il Governo) e crescendo con lo stesso ritmo con cui è cresciuta nei dieci anni che hanno preceduto la crisi, ci vorrebbero ben 15 anni per recuperare il terreno perduto, e ciò significa persone senza lavoro, famiglie in povertà alimentare, disuguaglianze sociali;

              gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi. Sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE, il Governo italiano ha stanziato in funzione anti-crisi risorse nette pari praticamente a zero nel triennio 2008-2010, contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del PIL (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva);

              se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario. Ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, i livelli di povertà anche, le sperequazioni dei redditi pure e le prospettive sono di ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro;

              la crisi che sta allentando la presa sul PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi, perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico;

              poco o niente è previsto dalla legge finanziaria 2010 per lo sviluppo economico, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'IRAP, pur necessaria, insistendo su una politica solo dal lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, quando siamo di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato;

              la competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo;

              la ripresa internazionale, quando verrà, non rimetterà in moto il meccanismo espansivo precedente basato sul traino dei consumi delle famiglie statunitensi. Il dopo crisi non lascerà le cose come erano. Nessuno sa in questo momento chi nel mondo sostituirà le famiglie americane come consumatori globali. Non potremo contare, dunque, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni;

              dovremmo comunque implementare politiche industriali e commerciali per aumentare la capacità di aggredire anche mercati in via di espansione come quelli asiatici;

              il nostro Paese soffre, peraltro, di una doppia concorrenza, esposto come è a quella dei paesi emergenti a basso costo del lavoro ed a quella dei paesi più innovatori per quanto concerne la qualità dei prodotti;

              per il nuovo modello di sviluppo che dovremo costruire dopo la crisi ci vorrà più domanda interna, più domanda non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo;

              il Governo italiano deve insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea manifesti un impulso estensivo ed espansivo tramite gli eurobond, tramite un maggior coordinamento della vigilanza bancaria e finanziaria per avere istituti di credito più capaci di dare credito;

              il nostro Paese ha bisogno di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale dell'attuale governo: stimolando di più la domanda interna, prevedendo nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda, e delle piccole imprese;

 

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          premesso che, per quanto concerne, in particolare, gli aspetti all'attenzione della Commissione IX:

              la manovra finanziaria e di bilancio 2010 si dimostra assolutamente inadeguata e insufficiente nel contribuire allo sviluppo del sistema infrastrutturale del nostro Paese;

              tagli di spesa colpiscono indiscriminatamente numerosi settori riportati nelle tabelle di bilancio;

              altro aspetto particolarmente grave riguarda l'assenza di risorse per l'infrastrutturazione in banda larga del Paese e la lotta al «digital divide» con la scomparsa dell'impegno di destinare gli 800 milioni di euro previsti dal decreto-legge n. 78 del 2009 alle nuove reti tecnologiche. Per la modernizzazione del Paese è fondamentale garantire una dotazione adeguata di infrastrutture di comunicazione avanzata su tutto il territorio nazionale puntando a superare il digital divide esistente e soprattutto ad assicurare connessioni ad alta velocità a territori a più alta densità di imprese come ad esempio i distretti industriali. Si tratta di infrastrutture e tecnologie abilitanti con un chiaro effetto, diretto e indiretto, sullo sviluppo economico complessivo. In particolare, da un recente studio della Commissione europea, emerge che il contributo alla crescita del PIL nei Paesi con una maggiore diffusione della banda larga (crescita media del 0,89 per cento) è stato il doppio rispetto ai Paesi con una minore diffusione (0,47 per cento);

              infine, si considera altresì grave il taglio operato nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico pari a 30 milioni di euro per sostenere lo sviluppo del digitale terrestre, al fine di non far gravare sulle famiglie povere il peso della innovazione del sistema radiotelevisivo;

      per le sopra esposte ragioni,

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IN SENSO CONTRARIO
 

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IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero delle infrastrutture
e dei trasporti per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 10, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Monai

      La IX Commissione,

          esaminata, per le parti di competenza, la tabella 10, recante lo stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e le connesse parti del disegno di legge finanziaria;

          considerato che:

              lo scorso anno, il Ministro dell'economia e delle finanze ha cercato di anticipare la manovra economica - normalmente affidata alla legge finanziaria - elaborando una serie di norme (contenute nel decreto legge n. 112 del 2008) che, per almeno tre anni, avrebbero dovuto metterlo al riparo dai soliti assalti alla diligenza del percorso parlamentare delle leggi finanziarie;

              la legge finanziaria 2010 risulta quindi costituita da pochissimi articoli e interventi essenzialmente volti alla proroga di norme esistenti;

 

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              pur tuttavia, la previsione governativa che non ci sarebbero più state leggi finanziarie omnibus come in passato è stata smentita dai duri attacchi dei senatori della stessa maggioranza alla legge finanziaria 2010. Un gruppo di senatori del Popolo della libertà si è infatti spinto ad ideare e redigere una vera e propria proposta di contro-finanziaria;

              in attesa di conoscere l'entità del gettito del cosiddetto «scudo fiscale», le molte questioni di rilievo che rimangono ad oggi sospese sono le seguenti:

                  -  la banca per il Mezzogiorno;

                  -  il taglio dell'IRAP;

                  -  lo sblocco dei fondi per i ricercatori universitari;

                  -  il recupero dei finanziamenti (800 milioni di euro) per la banda larga;

                  -  la cedolare secca sugli affitti;

                  -  il risanamento del territorio dal punto di vista idro-geologico, problema diventato ancora più acuto dopo le frane di Messina ed Ischia;

                  -  la detrazione fiscale per il risparmio energetico degli edifici (il 55 per cento);

                  -  il 5 per mille;

                  -  le misure anche fiscali a favore del lavoro;

                  -  le risorse per la sicurezza e la giustizia;

              al netto di alcuni provvedimenti dovuti e di altri fin troppo preannunciati, resterà ben poco da spendere del gettito dello scudo fiscale. Nel frattempo è ben evidente che il peggio della crisi, almeno dal punto di vista occupazionale, deve ancora arrivare;

              il Governo non è in grado di proporre una politica economica anticiclica convincente tale da aggredire la crisi;

          stiamo discutendo di una legge finanziaria inesistente, di un provvedimento del tutto inadeguato e insufficiente, che fa semplicemente da ponte tra ciò che non si è voluto fare prima e ciò che non si sa o non si vuole fare dopo;

              il quadro dei conti pubblici è decisamente oscuro: la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge il 43,1 per cento del PIL, con un aumento di ben 2,7 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013;

              la pressione fiscale cresce, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si mantiene vicina a questa percentuale per tutto il periodo 2010-2013 preso in considerazione dal DPEF, cioè per l'intera legislatura;

              il livello di indebitamento raggiunge il 5,3 per cento del PIL nel 2009 e si mantiene ben al di sopra del 3 per cento fino a tutto il 2011, mentre lo stock del debito è programmato, nel 2009, pari al 115,1 per cento del PIL, in aumento di ben 9,4 punti rispetto al 2008, per salire al 117,3 per cento nel 2010 e restare attorno al 115 per cento in tutto il periodo considerato dal DPEF;

              la manovra triennale avviata dal Governo nell'estate 2008, all'insegna della stabilizzazione dei conti pubblici, ci ha portato comunque in una nuova procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo;

              bisogna avere l'onestà di riconoscere che la crisi ne è una causa, ma fino ad un certo punto, e che il Paese, nonostante l'assenza colposa di necessari interventi anticiclici, si sta avviando verso un nuovo ciclo di aumento incontrollato della spesa primaria, simile a quanto già visto dagli italiani nel precedente Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006;

              i numeri di oggi ci dicono che la scelta messa in campo con il decreto-legge n. 112 del 2008 e basata su una logica prevalentemente di tagli lineari, non solo non ha prodotto i risultati attesi ma, contrariamente rispetto alle previsioni, ha

 

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prodotto una crescita dell'indebitamento e del fabbisogno, mentre la stima delle spese al netto degli interessi sale a circa 25 miliardi di euro e solo una minima parte di essi sono stati spesi per interventi anticrisi;

              se l'Italia dovesse uscire dalla recessione, a bocce ferme (come sta facendo il Governo) e crescendo con lo stesso ritmo con cui è cresciuta nei dieci anni che hanno preceduto la crisi, ci vorrebbero ben 15 anni per recuperare il terreno perduto, e ciò significa persone senza lavoro, famiglie in povertà alimentare, disuguaglianze sociali;

              gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi. Sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE, il Governo Italiano ha stanziato in funzione anti-crisi risorse nette pari praticamente a zero nel triennio 2008-2010, contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del PIL (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva);

              se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario. Ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, i livelli di povertà anche, le sperequazioni dei redditi pure e le prospettive sono per ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro;

              la crisi che sta allentando la presa sul PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi, perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico;

              poco o niente è previsto dalla legge finanziaria 2010 per lo sviluppo economico, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'IRAP, pur necessaria, insistendo su una politica solo dal lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, quando siamo di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato;

              la competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo;

              la ripresa internazionale, quando verrà, non rimetterà in moto il meccanismo espansivo precedente basato sul traino dei consumi delle famiglie statunitensi. Il dopo crisi non lascerà le cose come erano. Nessuno sa in questo momento chi nel mondo sostituirà le famiglie americane come consumatori globali. Non potremo contare, dunque, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni;

              dovremmo comunque implementare politiche industriali e commerciali per aumentare la capacità di aggredire anche mercati in via di espansione come quelli asiatici;

              il nostro Paese soffre, peraltro, di una doppia concorrenza esposto come è a quella dei paesi emergenti a basso costo del lavoro ed a quella dei paesi più innovatori per quanto concerne la qualità dei prodotti;

              per il nuovo modello di sviluppo che dovremo costruire dopo la crisi ci vorrà più domanda interna, più domanda non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo;

              il Governo italiano deve insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea manifesti un impulso estensivo ed espansivo tramite gli eurobond, tramite un maggior coordinamento della vigilanza bancaria e finanziaria per avere istituti di credito più capaci di dare credito;

              il nostro Paese ha bisogno di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale dell'attuale governo: stimolando di più la domanda interna,

 

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prevedendo nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda, e delle piccole imprese;

          premesso che, per quanto concerne, in particolare, gli aspetti all'attenzione della Commissione IX:

              la manovra finanziaria e di bilancio 2010 si dimostra assolutamente inadeguata e insufficiente nel contribuire allo sviluppo del sistema infrastrutturale del nostro Paese;

              tagli di spesa colpiscono indiscriminatamente numerosi settori riportati nelle tabelle di bilancio;

              in particolare, emerge una riduzione delle risorse per la realizzazione di nuove infrastrutture nel 2010 di circa il 7,8 per cento in termini reali rispetto all'anno precedente. Tale diminuzione si somma a quella già osservata lo scorso anno, che aveva raggiunto il 13,4 per cento rispetto all'anno precedente. Complessivamente nel 2010 le risorse per nuovi investimenti infrastrutturali subiscono una contrazione del 20 per cento rispetto al 2008;

              non compare il tradizionale trasferimento dei fondi all'ANAS spa per interventi di viabilità ordinaria, speciale e di grande comunicazione, previsto solitamente nell'ambito della «Missione diritto alla mobilità» e del settore di intervento «Sostegno allo sviluppo del trasporto». L'assenza nel 2010 del consueto contributo annuale in conto capitale provocherà il blocco della regolare attività dell'Ente con gravi conseguenze sullo sviluppo e la manutenzione di tutta la rete stradale. In questo modo, infatti, viene meno quella continuità di stanziamenti necessari alla prosecuzione della programmazione, per la realizzazione di nuove opere ordinarie per lo più di piccola e media dimensione e per l'attività di manutenzione straordinaria, prevista nel Piano investimenti ANAS 2007-2011 che, come riportato nell'Allegato Infrastrutture al DPEF 2010-2013, prevedeva per il 2010 un fabbisogno finanziario pari a 1.660 milioni di euro;

              non viene previsto alcun finanziamento per la realizzazione del Passante di Bologna, a cui la legge finanziaria 2009, per l'anno 2010, nella tabella F, destinava 4.000.000 di euro. Allo stesso modo, non vengono destinati i fondi necessari per la realizzazione della Pedemontana di Formia, previsti invece dalla legge finanziaria 2009, nella tabella F, nell'ammontare di 1.797.000 euro per il 2010 e nell'ammontare di 918.000 euro per il 2011;

              si riducono gli stanziamenti per l'autotrasporto e viene eliminato lo stanziamento di 9.500.000 euro previsto; a tal fine, nella legge finanziaria 2009, nella tabella F, per l'anno 2010;

              vengono tagliati 15.000.000 di euro destinati alla sicurezza ferroviaria, previsti nella legge finanziaria per il 2008, articolo 1, comma 1038 della legge n. 296 del 2006, tabella F, per l'anno 2010, mentre scompare lo stanziamento di 24.000.000 di euro, presente nella legge finanziaria del 2007 per l'anno 2010, ai fini del raddoppio della linea ferroviaria Parma-La Spezia, né dei completamenti della linea Genova-Ventimiglia, che nella legge finanziaria per il 2008 ammontavano ad euro 1.808.000 (tabella F);

              vengono tagliati 15.000.000 di euro destinati alla sicurezza ferroviaria, previsti nella legge finanziaria per il 2008, articolo 1, comma 1038 della legge n. 296 del 2006, tabella F, per l'anno 2010. Non viene previsto lo stanziamento di 24.000.000 di euro, presente nella legge finanziaria del 2007 per l'anno 2010, per il raddoppio della linea ferroviaria Parma-La Spezia, né dei completamenti della linea Genova-Ventimiglia, che nella legge finanziaria per il 2008 ammontavano ad euro 1.808.000 (tabella F);

              vengono tagliati i fondi per il trasporto pubblico locale e il diritto alla mobilità. In particolare, alla missione «Diritto alla mobilità «(Tab.10 - Stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) viene apportato un

 

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taglio netto di 652 milioni di euro rispetto al 2009. Peraltro, nell'ambito di tale missione, il programma 13.6 (Sviluppo della mobilità locale) subisce una decurtazione di circa 380 milioni di euro rispetto al 2009. Altra riduzione significativa riguarda il Programma «Sviluppo e sicurezza della navigazione e del trasporto marittimo e per vie d'acqua interne» che subisce un taglio netto di 224 milioni di euro rispetto al 2009;
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO
 

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XI COMMISSIONE PERMANENTE
(Lavoro pubblico e privato)
 

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XI COMMISSIONE PERMANENTE
(Lavoro pubblico e privato)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero del lavoro, della salute
e delle politiche sociali per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 4, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
dei deputati
Damiano, Bellanova, Berretta, Bobba, Boccuzzi, Codurelli, Gatti, Gnecchi, Madia, Mattesini, Miglioli, Mosca, Rampi, Santagata, Schirru

      La XI Commissione,

          esaminato, limitatamente alle parti di competenza, lo stato di previsione del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali (tabella n. 4, limitatamente alle parti di competenza) del bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e del bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (C. 2937, approvato dal Senato), nonché le connesse parti del disegno di legge finanziaria per l'anno 2010 (C. 2936, approvato dal Senato),

          premesso che,

          in sede di esame del DPEF 2010-2012 il Ministro Tremonti ha affermato che il Governo, per contrastare la crisi con la manovra 2009 e con la manovra 2010 ha organizzato la politica economica su tre

 

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linee fondamentali: la finanza pubblica, la tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese e la conservazione della struttura produttiva;

          ad una attenta considerazione emerge che la gestione di bilancio e i provvedimenti anticrisi hanno avuto effetti perversi sullo stato dei conti pubblici e della nostra economia;

          nel corso della legislatura sono apparsi evidenti le difficoltà previsionali e la sottovalutazione della gravità della crisi economica e finanziaria da parte del Governo: all'inizio della legislatura (giugno 2008) nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2009-2013 indicava per il 2009 un PIL in crescita dello 0,9 per cento; nonostante la lunga sequenza di rettifiche in negativo di tali previsioni - a febbraio 2009, con l'aggiornamento del Programma di stabilità sono stati rivisti al ribasso tutti gli indicatori economici, riportando per la prima volta un dato negativo sulla crescita per il 2008 (-0,6 per cento) e per il 2009 (-2 per cento), ben al di sotto della media dell'Area euro - il Governo nella Nota di aggiornamento al DPEF 2010-2013 e nella Relazione previsionale e programmatica 2010 presentati dopo la pausa estiva, ha aggiornato in positivo le stime di crescita del PIL di quattro decimi di punto per il 2009 (da -5,2 per cento a -4,8 per cento) valori comunque migliori di quelli indicati a settembre 2009 dall'OCSE (Interim Assessment) e dalla Commissione UE (Interim Forecast); secondo la Commissione, in particolare, la contrazione del PIL 2009 in Italia, pari a -5,0 per cento, si mantiene di un punto percentuale al di sopra della media europea;

          la capacità previsionale del Governo appare inadeguata anche rispetto ai due principali obiettivi di finanza pubblica considerati dalla UE, indicatori di tendenziale equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche: l'indebitamento netto e il debito pubblico misurati in rapporto al PIL; l'ISTAT stima per il 2009 un indebitamento al 4,6 per cento del PIL; per gli anni successivi l'istituto di statistica ritiene che non possa scendere al di sotto del 4 per cento (4,6 per cento nel 2010 e 4,3 per cento nel 2011); molto negativo il trend del rapporto debito pubblico/PIL: tra il 2008 (105,8 per cento) e il 2009 (115,3 per cento) è aumentato di 9,5 punti percentuali; si prevede un ulteriore deterioramento di tale rapporto, che dovrebbe toccare il 118,2 per cento nel 2010; solo a partire dal 2011 si inizierà ad invertire la tendenza, con un progressivo ma limitato miglioramento nel 2012 e 2013;

          l'avanzo primario in rapporto al PIL - essenziale per sostenere la spesa per il servizio del debito - è cresciuto costantemente dal 2,1 per cento del 1994 al 6,7 per cento del 1997; in seguito ha iniziato a contrarsi ogni anno, fino a raggiungere lo 0,4 per cento nel 2006; il Governo Prodi, con una terapia «d'urto» lo aveva riportato al 2,6 per cento nel 2007; la previsione, forse ottimistica, del Governo Berlusconi è che l'avanzo 2009 precipiti a -0,4 per cento del Pil; questo significa che l'avanzo primario, di 50 miliardi nel 2007, sarà pari a 5,6 miliardi di euro alla fine del 2009;

          per le entrate le prospettive non sono incoraggianti: queste si ridurranno dell'1,4 per cento in termini nominali, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni; secondo l'ISAE, intervenuto in audizione sulla legge finanziaria in Senato, le entrate crescono (dal 46,6 per cento al 47 per cento del PIL) ma solo per la componente una tantum; la caduta del gettito è dovuta non solo alla forte contrazione del gettito dell'IVA (-9,5 per cento) nei primi nove mesi dell'anno ma, come ha puntualizzato Bankitalia nel corso dell'audizione sulla legge finanziaria, in Senato, «non si può escludere un intensificarsi del fenomeno dell'evasione»; e a proposito dello scudo: «può avere effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in futuro»; la politica del Governo ha dunque molto attenuato la tax compliance dei contribuenti, determinando anche una netta riduzione del reddito dichiarato ed emerso;

 

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          le spese «primarie» crescono dal 44,1 al 47,5 per cento del PIL: l'incremento della spesa corrente primaria, determinato, secondo il Governo, «dalle misure a sostegno dell'economia» contrasta con quanto affermato dal Governo, che più volte si è fregiato del merito di aver varato provvedimenti anticrisi «non espansivi, senza effetti finanziari «netti» che in alcuni casi hanno determinato miglioramento dei saldi di finanza pubblica»;

          la legge finanziaria 2010 anticipa alcune norme della riforma della contabilità: in particolare, non sono più incluse, rispetto alla disciplina ora vigente, le norme che implicano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia; si mette così a regime la disciplina transitoria introdotta per l'esercizio finanziario 2009 dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, la cui applicazione è stata estesa alla legge finanziaria per il 2010 dall'articolo 23, comma 21-ter, del decreto-legge n. 78 del 2009 collegato alla manovra;

          tale misura non è «eccezionale» e «transitoria» e giustificata dalla strategia di prudenza fiscale del Governo per la politica di bilancio per il triennio «in attesa di un più netto consolidarsi della ripresa economica e, comunque, in attesa di una exit strategy (dalla crisi) che sarà definita in sede europea» ma, poiché è stata integralmente recepita dalla proposta di legge in materia di legge di contabilità e finanza pubblica approvata in seconda lettura, con modificazioni, dalla Camera l'11 novembre scorso, è una norma tale da pregiudicare tutte le politiche di sviluppo da adottare nei prossimi anni che il Governo intende introdurre «a regime» nella manovra di finanza pubblica; da tale quadro normativo deriva infatti che la legge finanziaria per il 2010 - così come quelle degli anni successivi - non possano più contenere disposizioni finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia;

          considerato che

              la crisi occupazionale in Italia è molto grave: le stime OCSE prevedono una crescita del tasso di disoccupazione dal 6,7 per cento del 2008 al 10,5 per cento nel 2010, con la perdita di 1,1 milioni di posti di lavoro;

              sono circa un milione i lavoratori in Cassa integrazione; le imprese che nel 2009 faranno ricorso agli ammortizzatori in deroga sono circa 36.000; da gennaio ad agosto del 2009 i decreti di Cassa integrazione straordinaria interessano 1.779 aziende e 2.552 siti produttivi (oltre il 60 per cento per crisi aziendali), senza considerare i lavoratori delle piccolissime imprese e i parasubordinati che non hanno nessun ammortizzatore sociale: nel secondo trimestre del 2009 - avverte il Bollettino di Bankitalia di ottobre - si stima una flessione di 300mila lavoratori «precari», soprattutto giovani;

              sul fronte delle politiche del lavoro, la legge finanziaria 2010 ben rappresenta la «doppia morale» del Governo Berlusconi: poiché per il rinnovo dei contratti pubblici, non sono previsti stanziamenti adeguati, questo risulta, di fatto, condizionato alle entrate da scudo fiscale;

              il Bollettino di Bankitalia di ottobre segnala che alla caduta della produttività si accompagna un costo del lavoro in crescita del 5,4 per cento, anche dopo l'esame della legge finanziaria in Senato in Finanziaria non sono previsti interventi per contenere la pressione fiscale, in particolare sul lavoro dipendente;

              quanto al Mezzogiorno, come ha sottolineato la SVIMEZ, in Italia il finanziamento degli interventi anticrisi è stato assicurato principalmente mediante tagli, riprogrammazioni e riallocazioni delle risorse nazionali finalizzate allo sviluppo del Mezzogiorno, presenti nel Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS); il volume delle risorse FAS mobilitato prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale e, successivamente, per misure anticrisi è ingente: tali fondi pur formalmente vincolati per legge, di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità

 

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specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali; emerge, dunque, con evidenza, una configurazione di «non neutralità» delle crisi che rischia di dare luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più forti; la forte penalizzazione subita dal Mezzogiorno è riconducibile al sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali;

              anche le Associazioni imprenditoriali, in sede di audizione al Senato sulla manovra di bilancio, hanno sottolineato che la manovra 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti finanziari;

              l'avvio e il consolidamento delle misure anticicliche non può essere rinviato e, soprattutto, non può dipendere da incerte risorse derivanti da misure di fiscalità straordinaria come lo scudo fiscale; l'intero sistema economico e sociale e la struttura produttiva, pressati dalla crisi, chiedono certezze;

              per quanto riguarda le parti di competenza della XI Commissione:

          considerato che

              per l'Atto Camera 2037, alla tabella 4, relativa allo stato di previsione del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali si rileva una riduzione delle risorse tra le quali:

              la missione «Politiche per il lavoro» subisce una drastica riduzione di stanziamento pari a ben 456 milioni di euro in termini di competenza;

              nell'ambito della stessa missione nel programma «Regolamentazione e vigilanza del lavoro», lo stanziamento per il Fondo per il funzionamento del Comitato per l'emersione del lavoro non regolare è ridotto - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - di quasi 128 milioni di euro in termini di competenza, a dispetto delle intenzioni (sempre annunciate e mai attuate) di contrastare il lavoro nero;

              sempre nell'ambito della missione «Politiche per il lavoro», lo stanziamento del programma «Servizi per lo sviluppo del mercato del lavoro» reca una riduzione di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - di 47 milioni di euro in termini di competenza;

              ed ancora, il programma «Reinserimento lavorativo e sostegno all'occupazione ed al reddito» subisce la drastica riduzione - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - di ben 726 milioni di euro in termini di competenza;

              nell'ambito del suddetto programma occorre segnalare la riduzione - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - di 707 milioni di euro per il Fondo per l'occupazione, esposto nella tabella F del disegno di legge finanziaria;

              nell'ambito del Bilancio di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze (tabella n. 2) tra le voci di interesse della Commissione lavoro pubblico e privato particolarmente grave è il decremento nell'ambito della missione n. 17 (missione n. 24 dell'elenco generale), il programma n. 17.4 denominato «Promozione dei diritti e delle pari opportunità» che, a fronte di una previsione assestata di 29,92 milioni di euro presenta un decremento di 25,61 milioni di euro, per cui la previsione per il 2010 è pari a 4,31 milioni di euro. Il vero e proprio azzeramento delle risorse citate renderà impossibile l'attuazione dei piani in favore dell'occupazione femminile annunciati dall'Esecutivo, che ha più volte fatto riferimento all'assunzione imminente di provvedimenti tesi a favorire la parità di trattamento tra uomini e donne;

          osservato che

              per quanto riguarda il disegno di legge finanziaria all'articolo 2, i commi da 10 a 17 recano lo stanziamento per i rinnovi contrattuali 2010-2012 per l'intero comparto del pubblico impiego; lo stanziamento descritto è assolutamente insufficiente considerato che per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego sarebbero necessari circa 11 miliardi di euro totali;

 

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              per giustificare lo stanziamento assolutamente inadeguato delle risorse previste per i rinnovi contrattuali dei pubblici dipendenti, al comma 17 del medesimo articolo, si rimanda ad un momento successivo lo «stanziamento delle ulteriori risorse occorrenti per i rinnovi contrattuali del triennio 2010-2012» senza specificare tempi e modalità di erogazione di tali eventuali risorse;

              forte perplessità suscita il comma 9 dell'articolo 2, che esclude l'applicazione della disciplina del DURC agli esercenti attività di commercio al dettaglio ambulante, norma suscettibile di generare un clima di illegalità;

              particolarmente grave anche la modifica introdotta al comma 45, dell'articolo 2, laddove si modifica la norma contenuta nella legge n. 247 del 2007 per il Fondo di sostegno per l'occupazione e l'imprenditoria giovanile escludendo che il sostegno possa avvenire tramite finanziamenti agevolati;

          considerato che

              i disegni di legge in oggetto suscitano una considerazione di carattere negativo soprattutto per ciò che non prevedono, vale a dire la totale mancanza di misure tese a rilanciare gli investimenti in politiche attive, che siano indirizzate a rilanciare i consumi e l'economia reale;

              in particolare non si prevede alcun intervento sulla cassa integrazione, né sul prolungamento di essa da 52 a 104 settimane, come più volte richiesto dal gruppo del Partito Democratico, considerato che la crisi ha interessato centinaia di aziende e migliaia di lavoratori che alla fine di quest'anno si troveranno ad avere terminato le settimane di cassa integrazione;

              nessuna misura sull'ampliamento dell'indennità di disoccupazione (riutilizzando le risorse destinate agli ammortizzatori sociali non impegnate nel 2009), né sull'avvio della riforma organica degli istituti di sostegno attivo al reddito, con l'obiettivo universale per quanti perdono il lavoro indipendentemente dalla tipologia contrattuale; rimarranno dunque senza alcun sostegno le migliaia di lavoratori a cui si prevede non verranno rinnovati i contratti entro la fine di quest'anno; fonti della Banca d'Italia hanno quantificato in circa un milione e mezzo di lavoratori a rischio, che al momento non godono di alcun sostegno al reddito se dovessero perdere il posto di lavoro;

              non sono previste misure a sostegno del reddito per i lavoratori dipendenti, né per la stabilizzazione del personale precario, con particolare riferimento al comparto scuola, oggi duramente colpito dai tagli che incidono anche sulla qualità della formazione e dello studio;

              il disegno di legge finanziaria in oggetto non contiene alcuna misura a sostegno dei pensionati, a fronte del totale insuccesso registrato dalla social card, le cui risorse sarebbero potute essere allocate per allargare la platea dei beneficiari della mensilità aggiuntiva, per i pensionati al di sotto di un reddito minimo, la cosiddetta «quattordicesima»;

              come già rilevato per il disegno di legge di bilancio, il disegno di legge finanziaria non contiene alcuna misura a sostegno dell'occupazione femminile, né per la promozione delle pari opportunità sui luoghi di lavoro, e tantomeno, alcuna politica attiva tesa a conciliare i tempi di cura e tempi di lavoro per le lavoratrici;

DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO
 

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XII COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari sociali)
 

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XII COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari sociali)
RELAZIONE    DI    MINORANZA
sui
DISEGNI DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010
e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (2937)
Stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno finanziario 2010
(Tabella n. 2, limitatamente alle parti di competenza)
Nota di variazioni al bilancio di previsione dello Stato
per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale
per il triennio 2010-2012 (2937-bis)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale
e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010) (2936)
del deputato Livia Turco

      La XII Commissione,

          esaminato per le parti di propria competenza il disegno di legge n. 2937 Governo, approvato dal Senato, recante «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 (tabella 2)» e le parti corrispondenti del disegno di legge n. 2936 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)»,

          premesso che:

              in sede di esame del DPEF 2010-2012 il Ministro dell'economia e delle finanze ha affermato che il Governo, per contrastare la crisi con la manovra 2009 e con la manovra 2010, ha organizzato la politica economica su tre linee fondamentali: la finanza pubblica allineata ai parametri previsti dalle autorità europee, la tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese e la conservazione della struttura produttiva;

              ad una attenta considerazione emerge che la gestione di bilancio e i provvedimenti anticrisi hanno avuto effetti perversi sullo stato dei conti pubblici e della nostra economia;

 

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              nel corso della legislatura sono apparsi evidenti le difficoltà previsionali e la sottovalutazione della gravità della crisi economica e finanziaria da parte del Governo: all'inizio della legislatura (giugno 2008) nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2009-2013 indicava per il 2009 un PIL in crescita dello 0,9 per cento; nonostante la lunga sequenza di rettifiche in negativo di tali previsioni - a febbraio 2009, con l'aggiornamento del Programma di stabilità sono stati rivisti al ribasso tutti gli indicatori economici, riportando per la prima volta un dato negativo sulla crescita per il 2008 (-0,6 per cento) e per il 2009 (-2 per cento), ben al di sotto della media dell'Area euro - il Governo nella Nota di aggiornamento al DPEF 2010-2013 e nella Relazione previsionale e programmatica 2010 presentati dopo la pausa estiva, ha aggiornato in positivo le stime di crescita del PIL di quattro decimi di punto per il 2009 (da -5,2 per cento a -4,8 per cento) valori comunque migliori di quelli indicati a settembre 2009 dall'OCSE (Interim Assessment) e dalla Commissione UE (Interim Forecast); secondo la Commissione, in particolare, la contrazione del PIL 2009 in Italia, pari a -5,0 per cento, si mantiene di un punto percentuale al di sopra della media europea;

              in particolare la strategia anticrisi dei provvedimenti adottati tra la fine del 2008 ed i primi mesi del 2009 appare, con chiara evidenza, «troppo poco, troppo tardi»;

              la capacità previsionale del Governo appare inadeguata anche rispetto ai due principali obiettivi di finanza pubblica considerati dalla UE indicatori di tendenziale equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche: l'indebitamento netto e il debito pubblico misurati in rapporto al PIL; l'ISTAT stima per il 2009 un indebitamento al 4,6 per cento del PIL; per gli anni successivi l'istituto di statistica ritiene che non possa scendere al di sotto del 4 per cento (4,6 per cento nel 2010 e 4,3 per cento nel 2011); molto negativo il trend del rapporto debito pubblico/PIL: tra il 2008 (105,8 per cento) e il 2009 (115,3 per cento) è aumentato di 9,5 punti percentuali; si prevede un ulteriore deterioramento di tale rapporto, che dovrebbe toccare il 118,2 per cento nel 2010; solo a partire dal 2011 si inizierà ad invertire la tendenza, con un progressivo, ma limitato miglioramento nel 2012 e 2013;

              l'avanzo primario in rapporto al PIL - essenziale per sostenere la spesa per il servizio del debito - è cresciuto costantemente dal 2,1 per cento del 1994 al 6,7 per cento del 1997; in seguito ha iniziato a contrarsi ogni anno, fino a raggiungere lo 0,4 per cento nel 2006; il Governo Prodi, con una terapia «d'urto» lo aveva riportato al 2,6 per cento nel 2007; la previsione, forse ottimistica, del Governo Berlusconi è che l'avanzo 2009 precipiti a -0,4 per cento del PIL; questo significa che l'avanzo primario, di 50 miliardi nel 2007, sarà pari a 5,6 miliardi di euro alla fine del 2009;

              per le entrate le prospettive non sono incoraggianti: queste si ridurranno dell'1,4 per cento in termini nominali, per la prima volta negli ultimi cinquant'anni; secondo l'ISAE, intervenuto in audizione sulla legge finanziaria in Senato, le entrate crescono (dal 46,6 per cento al 47 per cento del PIL) ma solo per la componente una tantum; la caduta del gettito è dovuta non solo alla forte contrazione del gettito dell'IVA (-9,5 per cento) nei primi nove mesi dell'anno ma, come ha puntualizzato Bankitalia nel corso dell'audizione sulla legge finanziaria, in Senato, «non si può escludere un intensificarsi del fenomeno dell'evasione»; e a proposito dello scudo: «può avere effetti negativi sugli incentivi dei contribuenti a pagare le imposte in futuro»; la politica del Governo ha dunque molto attenuato la tax compliance dei contribuenti, determinando anche una netta riduzione del reddito dichiarato ed emerso;

              le spese «primarie» crescono dal 44,1 al 47,5 per cento del PIL: l'incremento della spesa corrente primaria, determinato, secondo il Governo, «dalle misure a

 

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sostegno dell'economia» contrasta con quanto affermato dal Governo, che più volte si è fregiato del merito di aver varato provvedimenti anticrisi «non espansivi, senza effetti finanziari «netti» che in alcuni casi hanno determinato miglioramento dei saldi di finanza pubblica»;

              la legge finanziaria 2010 anticipa alcune norme della riforma della contabilità: in particolare, non sono più incluse, rispetto alla disciplina ora vigente, le norme che implicano aumenti di spesa o riduzioni di entrata finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia; si mette così a regime la disciplina transitoria introdotta per l'esercizio finanziario 2009 dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, la cui applicazione è stata estesa alla legge finanziaria per il 2010 dall'articolo 23, comma 21-ter, del decreto-legge n. 78 del 2009 collegato alla manovra;

              tale misura non è «eccezionale» e «transitoria» e giustificata dalla strategia di prudenza fiscale del Governo per la politica di bilancio per il triennio «in attesa di un più netto consolidarsi della ripresa economica e, comunque, in attesa di una exit strategy (dalla crisi) che sarà definita in sede europea» ma, poiché è stata integralmente recepita dalla proposta di legge in materia di legge di contabilità e finanza pubblica approvata in seconda lettura, con modificazioni, dalla Camera l'11 novembre scorso, è una norma tale da pregiudicare tutte le politiche di sviluppo da adottare nei prossimi anni che il Governo intende introdurre «a regime» nella manovra di finanza pubblica; da tale quadro normativo deriva infatti che la legge finanziaria per il 2010 - così come quelle degli anni successivi - non possano più contenere disposizioni finalizzate direttamente al sostegno o al rilancio dell'economia;

          considerato che:

              la crisi occupazionale in Italia è molto grave: le stime OCSE prevedono una crescita del tasso di disoccupazione dal 6,7 per cento del 2008 al 10,5 per cento nel 2010, con la perdita di 1,1 milioni di posti di lavoro;

              sono circa un milione i lavoratori in Cassa integrazione; le imprese che nel 2009 faranno ricorso agli ammortizzatori in deroga sono circa 36.000; da gennaio ad agosto del 2009 i decreti di Cassa integrazione straordinaria interessano 1.779 aziende e 2.552 siti produttivi (oltre il 60 per cento per crisi aziendali), senza considerare i lavoratori delle piccolissime imprese e i parasubordinati che non hanno nessun ammortizzatore sociale: nel secondo trimestre del 2009 - avverte il Bollettino di Bankitalia di ottobre - si stima una flessione di 300mila lavoratori «precari», soprattutto giovani;

              sul fronte delle politiche del lavoro, la legge finanziaria 2010 ben rappresenta la «doppia morale» del Governo Berlusconi: poiché per il rinnovo dei contratti pubblici, non sono previsti stanziamenti adeguati, questo risulta, di fatto, condizionato alle entrate da scudo fiscale;

              il Bollettino di Bankitalia di ottobre segnala che alla caduta della produttività si accompagna un costo del lavoro in crescita del 5,4 per cento, anche dopo l'esame della legge finanziaria in Senato in Finanziaria non sono previsti interventi per contenere la pressione fiscale, in particolare sul lavoro dipendente;

              quanto al Mezzogiorno, come ha sottolineato la SVIMEZ, in Italia il finanziamento degli interventi anticrisi è stato assicurato principalmente mediante tagli, riprogrammazioni e riallocazioni delle risorse nazionali finalizzate allo sviluppo del Mezzogiorno, presenti nel Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS); il volume delle risorse FAS mobilitato prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale e, successivamente, per misure anticrisi è ingente: tali fondi pur formalmente vincolati per legge, di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali; emerge, dunque, con evidenza, una configurazione di «non neutralità» delle crisi che rischia

 

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di dare luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più forti; la forte penalizzazione subita dal Mezzogiorno è riconducibile al sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali;

              l'Italia, sicuramente colpita sul versante dell'export dalla crisi del commercio mondiale, è tuttora la seconda manifattura d'Europa dopo la Germania, il che dimostra che l'Italia ha - nonostante tutto - un sistema produttivo solido, che sta affrontando la crisi senza il sostegno delle necessarie politiche anticicliche; in audizione al Senato sulla manovra di bilancio le Associazioni imprenditoriali hanno sottolineato che la manovra 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti finanziari;

              l'avvio e il consolidamento delle misure anticicliche non può essere rinviato e, soprattutto, non può dipendere da incerte risorse derivanti da misure di fiscalità straordinaria come lo scudo fiscale; l'intero sistema economico e sociale e la struttura produttiva, pressati dalla crisi, chiedono certezze;

              la strategia del Governo di rientro dal deficit e dal debito e di contrasto alla crisi (tentative recovery) appare ancora del tutto inadeguata alla gravità della crisi e a contrastare i suoi effetti sul sistema produttivo, sui lavoratori, sulle famiglie, sugli enti territoriali gravati da crescenti e pressanti responsabilità amministrative senza risorse adeguate;

          evidenziato, per quanto riguarda le parti di competenza della XII Commissione:

              la totale assenza di misure positive in campo sanitario e sociale atte a migliorare sia qualitativamente che quantitativamente la normativa già esistente;

              l'assenza di una vera e concreta politica di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, nel momento in cui, il potere d'acquisto delle famiglie, in particolare del lavoro dipendente e dei pensionati è fortemente in crisi; secondo la rilevazione ISTAT del marzo 2009, basata sull'introduzione di un nuovo indice di povertà assoluta, 975 mila famiglie, per un totale di 2 milioni e 424mila individui, sono risultati in povertà assoluta. In quest'ambito il Sud presenta le maggiori criticità, con un valore doppio rispetto ad altre compagini territoriali; dal punto di vista delle ripartizioni sociali, i soggetti più coinvolti risultano essere le famiglie numerose, con tre o più figli minori, le famiglie di anziani, le famiglie con capofamiglia una donna o un disoccupato o una persona occupata, ma con bassa qualifica; questi dati indicano che un numero rilevantissimo di persone non dispone delle risorse per condurre uno standard di vita «minimo accettabile»;

              il non rifinanziamento per il 2010 del «Bonus famiglia», intervento introdotto solo nel 2009 e già accantonato, per aiutare le famiglie con figli e gli anziani con redditi bassi a fronteggiare la crisi e l'esito ancora incerto per il triennio 2010-2112 della «social card», ancora in attesa di finanziamenti certi e sicuri;

              la scomparsa dalla legge finanziaria 2010 della misura del 5 per mille con grave danno per tutte quelle associazioni no-profit che operano nel sociale;

              a fronte di una situazione così drammatica, la conferma da parte del Governo di tutte le decurtazioni già avvenute con la legge finanziaria precedente di tutti i principali Fondi relativi alla spesa sociale, primo fra tutti, il Fondo nazionale per le politiche sociali che vede per il 2010 uno stanziamento pari solo a 1.024.944 euro, là dove solo due anni fa la legge finanziaria 2008 ne prevedeva 1.647.541, la riduzione del Fondo per l'infanzia e l'adolescenza che passa nel giro di due anni da uno stanziamento pari a 44.467 a 39.964 euro, la riduzione del Fondo per le politiche della famiglia che passa dai 280.000 euro del 2008 agli attuali 185.289, la riduzione del Fondo nazionale per il servizio civile che passa da 303.422 euro agli attuali 170.261 ed ancora, confermato,

 

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almeno per ora, solo a parole, lo stanziamento di 400 milioni di euro per il 2010 per il Fondo sulla non autosufficienza, di cui all'articolo 1, comma 1264, della legge finanziaria 27 dicembre 2006, n. 296, attualmente azzerato dai precedenti provvedimenti legislativi; non finanziamento del Fondo per l'inclusione degli immigrati; ed ancora il Fondo per le pari opportunità passa in due anni da 45.000 a 3.309 euro, il Fondo per le politiche giovanili da 139.700 a 81.087 euro;

              per quanto attiene al settore della sanità, eccetto l'autorizzazione di spesa, al comma 41, di ben 4 milioni di euro per l'anno 2010 per la diffusione di defibrillatori semiautomatici e automatici, le riduzioni degli stanziamenti previsti non solo dalla legge finanziaria 2008 ma anche rispetto a quella del 2009;

          considerato che:

              nell'ambito della missione n. 20 «Tutela della salute», per la maggior parte dei programmi è prevista una riduzione di stanziamento;

              il programma 20.3 «Programmazione sanitaria dei livelli essenziali d'assistenza» prevede un finanziamento complessivo di 22,6 milioni di euro per l'anno 2010 in termini di competenza contabile, laddove per l'anno 2009 lo stato di previsione prevedeva lo stanziamento di 87 milioni di euro, stanziamento già ridotto rispetto all'anno precedente di 6 milioni di euro;

              la riduzione di stanziamento di ben 64,4 milioni di euro in un settore così delicato conferma la politica di smantellamento del settore sanitario pubblico;

              il programma 3.2, «Prevenzione, assistenza, indirizzo e coordinamento internazionale in materia sanitaria umana», reca una riduzione di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - pari a 10,5 milioni di euro in termini di competenza contabile e a 74,7 milioni di euro in termini di cassa;

              il programma 3.3, «Prevenzione e assistenza sanitaria veterinaria», reca una riduzione di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - pari a 5,6 milioni di euro in termini di competenza contabile e a 6,2 milioni di euro in termini di cassa;

              il programma 3.4, «Regolamentazione e vigilanza in materia di prodotti farmaceutici ed altri prodotti sanitari ad uso umano», reca una riduzione di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - pari a 0,5 milioni di euro in termini di competenza contabile e a 3,3 milioni di euro in termini di cassa;

              il programma 3.5, «Vigilanza, prevenzione e repressione nel settore sanitario», reca un incremento di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - pari a 0,6 milioni di euro, sia in termini di competenza contabile sia in termini di cassa;

              il programma 6.2, «Ricerca per il settore della sanità pubblica e zooprofilattico», reca una riduzione di spesa - rispetto alle previsioni assestate per il 2009 - pari a 22,6 milioni di euro in termini di competenza contabile e a 1,7 milioni di euro in termini di cassa;

              nell'ambito della missione n. 17 «Ricerca ed innovazione», per il programma «Ricerca per il settore della sanità pubblica e zooprofilattico», rispetto allo stato di previsione per l'anno 2009 è prevista una riduzione di ben 22,5 milioni di euro;

              già lo scorso anno le risorse destinate alla missione n. 17 «Ricerca ed innovazione» erano irrisorie rappresentando, in percentuale rispetto al totale delle risorse disponibili per ciascuna delle 34 missioni, solo lo 0,7 per cento;

              tutto ciò conferma la disattenzione di questo Governo per il settore della ricerca, continuamente penalizzato e mai considerato, diversamente da altri Paesi più accorti e lungimiranti, settore indispensabile per lo sviluppo e la crescita di questo Paese;

DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO