• C. 2937-A-BIS (relazione della minoranza )

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Atto a cui si riferisce:
C.2936 [Legge Finanziaria 2010] Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)



XVI LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 2937-A-bis
   N. 2936-A-bis


 

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DISEGNO DI LEGGE
N.  2937
APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 13 novembre 2009 (v. stampato Senato n. 1791)
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(TREMONTI)
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2010 e bilancio pluriennale per il triennio 2010-2012 e relativa nota di variazioni (2937-bis)
Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica
il 16 novembre 2009
e
DISEGNO DI LEGGE
N.  2936
APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 13 novembre 2009 (v. stampato Senato n. 1790)
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(TREMONTI)
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)
Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica
il 16 novembre 2009
(Relatore di minoranza: BORGHESI)
 

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RELAZIONE MINORANZA
INDICE

1. Dalla Finanziaria «light» a quella «una tantum»

2. La crisi non è finita

3. Come il Governo ha affrontato la crisi - la sua «filosofia» e gli interventi

4. Le osservazioni critiche di istituti e delle parti sociali

5. La manovra licenziata dal Senato

6. Alcune questioni problematiche:
      Difesa SpA
      La mafia ringrazia
      Il Mezzogiorno nella Finanziaria 2010
      La Banca per il Mezzogiorno
      La riduzione dell'Irap
      Le risorse per la banda larga
      Le risorse per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici
      I tagli alla sicurezza
      Togliere le agevolazioni CIP 6 alle fonti «assimilate»
      L'assunzione dei ricercatori universitari

7. Una diversa politica economica per superare la crisi

 

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Onorevoli Deputati! - La legge finanziaria e la legge di bilancio presentate dal Governo rappresentano per l'opposizione, ed in particolare per l'Italia dei Valori, una duplice occasione: da un lato, consente di fare il punto sulle scelte operate dal Governo delle destre - ma riuscirebbe più facile piuttosto l'elenco delle scelte non operate - per far fronte alla crisi economica in atto; dall'altro, ci permette di avanzare un insieme organico di proposte che, superando la contingenza della sessione di bilancio per l'anno 2010, contiene le linee di fondo e le caratteristiche fondamentali di una proposta di politica economica per il futuro del Paese.

I.  DALLA FINANZIARIA «LIGHT» A QUELLA «UNA TANTUM».

      Con il passaggio in Commissione Bilancio la Finanziaria da leggera è diventata relativamente più pesante, ma con misure una tantum. Molte misure, infatti, sia di spesa che di "copertura" sono previste solo per l'anno 2010 o nei migliori dei casi per il triennio. Diversi interventi significativi sono di fatto rinviati ad altri provvedimenti.
      Certo, hanno pesato i malumori interni alla maggioranza a partire dalla vera e propria contro-finanziaria presentata dal Senatore Baldassari, peraltro ex sottosegretario proprio all'economia.
      Qualche modesto provvedimento è stato inserito, insieme a misure dovute ed altre non ben calibrate e contraddittorie.
      Dopo il maxi-emendamento presentato dal Relatore, il testo è diventato più corposo, e la manovra assomma a 8,88 miliardi. Basti ricordare che la manovra approvata dal Senato in prima lettura valeva 3,4 miliardi.
      Il grosso delle nuove spese è coperto con il gettito dello scudo fiscale valutato provvisoriamente pari a 3,7 miliardi; il resto deriva dall'accordo con le Province di Trento e Bolzano, accordo che ha consentito il risparmio di circa un miliardo di euro e dalla proroga dell'utilizzo del TFR accantonato presso l'INPS di 3 miliardi per il 2010.
      Qualche risorsa viene recuperata con il taglio dei costi della politica anche se il centrodestra si rifiuta di affrontare il problema fino in fondo, non sopprimendo ad esempio, le Province ed altri enti intermedi inutili.
      Osserviamo come l'accordo con le due Province autonome è sì vantaggioso per lo Stato nell'immediato, ma in cambio si è consentito alla due Province di non partecipare al Fondo perequativo previsto dalla legge sul federalismo fiscale, oltre ad altre disposizioni (non rispetto del Patto di stabilità interno, ecc...). Dunque, anche in questo caso, si rinviano i problemi nel prossimo futuro: questo miliardo sarà tolto al fondo perequativo a detrimento delle risorse per le Regioni meno «ricche» che avranno più difficoltà nel garantire ai cittadini i livelli essenziali di assistenza, oppure se ne dovranno fare carico le regioni che dispongono di maggiori risorse.
      L'utilizzo del TFR era stato introdotto dal Governo Prodi con la Finanziaria per il 2007, ma il suo utilizzo era previsto solo per 3 anni (2007-2009) e per investimenti in opere pubbliche. Ora si proroga di tre anni tale disposizione e per lo più per coprire spese di natura corrente come quelle relative al Patto per la salute. Una misura che rinvia i problemi di copertura nel futuro in quanto il TFR va man mano rimborsato ai lavoratori mentre le spese

 

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correnti «coperte» sono di natura permanente.
      Vorremmo, inoltre, osservare come in questa congiuntura nella quale le imprese conoscono notevoli difficoltà a farsi accordare linee di credito forse era meglio sospendere per uno o due anni l'obbligo di accantonamento delle quote di TFR presso l'INPS, in modo tale da fornire un volano finanziario a molte aziende.
      Nel maxi-emendamento del Relatore alla Finanziaria è entrato il decreto-legge varato dal Governo che contiene il taglio dell'acconto Irpef che i contribuenti devono versare a novembre. Il provvedimento è una sorta di partita di giro per poter utilizzare le risorse nel 2010 e poterle destinare alle misure della Finanziaria.
      Con una parte delle risorse derivanti dallo scudo fiscale, pari a 2.234 milioni - ridotte rispetto al gettito complessivo annunciato dal Governo (4 miliardi tra il 2009 e il 2010) dalle coperture necessarie per fornire i finanziamenti necessari alle disposizioni del maxi-emendamento del Relatore - il Governo perlopiù copre interventi «dovuti» quali:

          la partecipazione a banche e fondi internazionali (130 milioni),

          la proroga del 5 per mille (400 milioni),

          il rifinanziamento per la gratuità parziale dei libri scolastici (103 milioni),

          un parziale recupero dei tagli al Fondo ordinario per il finanziamento delle università (400 milioni),

          perfino il rifinanziamento delle scuole non statali (130 milioni),

          la proroga delle agevolazioni per l'autotrasporto (400 milioni),

          la proroga delle agevolazioni per il settore agricolo (100 milioni),

          la proroga degli interventi per gli LSU (370 milioni).

      Ai quali si aggiungono interventi vari anch'essi adottati per prorogare misure già in essere da svariati anni o per rimediare almeno in parte ai tagli di bilancio.
      Altri 750 milioni sono destinati a coprire il costo nel 2010 delle cosidette «missioni di pace».
      Tra le spese dovute e non deliberate, i 2.400 milioni che mancano all'accordo faticosamente raggiunto con le Regioni sulla sanità ai quali - sostiene il Governo - si provvederà «con successivi provvedimenti legislativi» in rispetto del Patto appena firmato con i Presidenti delle Regioni.
      Valutiamo positivamente il piccolo aumento (200 milioni ) accordato per finanziare il credito d'imposta riservato alle imprese che investono in ricerca ed innovazione. Ma non c'è ancora nessuna certezza sulle risorse necessarie (800 milioni) per completare l'introduzione della banda larga in tutta la penisola.
      Sono stati previsti 975 milioni per il cosidetto «Pacchetto Lavoro», ma di questi i due terzi invece di focalizzarsi sugli ammortizzatori sociali sono destinati alla proroga della detassazione dei contratti di produttività, contratti - è bene ricordarlo - che coinvolgono solo una piccola minoranza di lavoratori. Niente, inoltre, è previsto per restituire il drenaggio fiscale ai lavoratori.
      Per le modalità di recupero dei versamento fiscali e contributi sospesi per il periodo 6 aprile-30 novembre 2009 a seguito del terremoto in Abruzzo, viene portato da 24 a 60 il numero delle rate per la restituzione del debito, e si proroga il termine del pagamento della prima rata: da gennaio 2010 a giugno 2010. Ma dobbiamo ricordare che le modalità previste per gli eventi sismici avvenuti nelle regioni Marche ed Umbria del 1997 e quelli nelle province di Campobasso e Foggia del 2002, furono ben altre: si prevedeva, infatti, una restituzione pari al 40 per cento dell'ammontare dovuto e in 120 rate mensili.
      Si prevede poi, in via sperimentale, l'applicazione di un'aliquota secca al 20 per cento per i proprietari di case ubicate nella provincia de L'Aquila ma solo ai canoni agevolati che sono una ristretta

 

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minoranza. Manca del tutto un'analoga disposizione a favore degli inquilini.
      Sono state tolte dagli emendamenti presentati in precedenza dal relatore e dal Governo l'aumento - peraltro insufficiente - del Fondo per il rimborso dei piccoli azionisti Alitalia.
      Per fortuna sono anche saltate alcune autentiche «schifezze» quali i rimborsi per le ronde, la sanatoria delle case abusive date in affitto «politico» agli stessi abusivi, il condono INPS e INAIL, le risorse aggiuntive per il termovalorizzatore di Acerra, gli sconti fiscali alle banche (alle banche!), il fondo unico per le Autorità che metteva in serio pericolo la loro indipendenza.
      Rimane invece la vendita all'asta dei beni sequestrati alla mafia con la foglia di fico del diritto di prelazione per cooperative di poliziotti e carabinieri.
      E rimane anche la vendita di immobili statali a trattativa privata. L'Agenzia del demanio potrà, infatti, alienare gli immobili statali con trattativa privata se i beni non superano il valore di 400 mila euro. Al di sopra dei 400 mila euro sarà necessaria un'asta pubblica o un invito pubblico ad offrire. Se, però, dopo l'asta pubblico o l'invito pubblico, il bene immobile non fosse ancora aggiudicato, l'Agenzia del Demanio potrà comunque fare ricorso alla trattativa privata.
      Qualcosa - ma non tutto il dovuto - è stato riconosciuto ai Comuni come ulteriore rimborso per il gettito ICI perduto, ma la misura più significativa che avrebbe consentito di attivare un volano per gli investimenti (non calcolare nei saldi del Patto di stabilità le spese in conto capitale per i Comuni virtuosi) non è stato mai presa in considerazione.
      È stata inserita la normativa concernente l'istituzione della Banca per il Mezzogiorno sulla quale abbiamo espresso tutte le nostre perplessità, ma in compenso non solo non stati reintegrati fondi del FAS, il Fondo per le aree sottoutilizzate, ma si è continuato a prosciugarlo.
      Non si sa nulla di certo per quanto concerne le risorse per le rottamazioni per il rilancio di auto ed altri beni durevoli, rinviate - pare - ad un decreto di fine anno. Parliamo di misure che dovrebbero avere un costo notevole e che sono tenute fuori dalla manovra.
      Mancano le risorse per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, non contemplate dalla manovra, ma che finiranno per pesare sui conti pubblici nel 2010.
      Per le forze dell'ordine, a giudizio dei sindacati di categoria, le risorse a disposizione dovevano essere almeno il doppio dei 100 milioni ottenuti.
      In sintesi: nessun provvedimento per le famiglie, per i precari e per le piccole e medie imprese in grado di affrontare la crisi economica. Non ci sono nella Finanziaria né provvedimenti di riduzione delle tasse per rilanciare i consumi, né interventi che siano in grado di rilanciare l'offerta. In più, la farsa del diritto di prelazione agli enti locali, che non hanno un soldo nelle proprie casse, per l'acquisto dei beni sequestrati alla mafia.
      Il risultato raggiunto è dunque caotico e confuso. Abbiamo assistito ad un vero e proprio assalto alla diligenza che ha prodotto un testo confuso, senza criteri selettivi. È stata persino ripristinata la "legge mancia" per consentire ai parlamentari della maggioranza di finanziare microinterventi all'ombra del proprio campanile.
      È mancata una bussola per selezionare gli interventi. Abbiamo ottenuto una Finanziaria che non è rigorosa in quanto molto spese hanno coperture assai precarie e dubbiose, e che non è nemmeno a favore dello sviluppo, in quanto non mette in campo adeguate risorse fresche ed interventi anticiclici. L'impressione è che l'unica bussola sia stata quella di rispondere in qualche modo alle molteplici spinte di una maggioranza sempre più rissosa che oramai non accetta più disciplinatamente come nei mesi scorsi i diktat del Ministro dell'economia e delle finanze. Ma questi mal di pancia non riescono a delineare una politica realmente diversa da quella sin qui attuata dal responsabile di via XX Settembre.
      Il Governo e la maggioranza hanno tenuto in ostaggio per più di 10 giorni la Commissione Bilancio impedendo nei fatti,
 

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con continui rinvii finalizzati a tenere insieme la maggioranza stessa, i lavori della Commissione e il confronto parlamentare con le opposizioni.
      Di fatto, si è inaugurata una nuova procedura parlamentare non prevista dal regolamento della Camera: l'apposizione della questione di fiducia in Commissione.
      Questo comportamento ha segnato un altro strappo nel continuo degrado della vita istituzionale del nostro Paese e nei rapporti tra l'Esecutivo e le Camere sempre più confinate in un ruolo marginale.
      Il guaio per l'Italia è rappresentato dal fatto che mentre il Governo fatica a tenere unita la propria maggioranza e sforna provvedimenti inconcludenti e poco efficaci, la crisi economica è ben lungi dall'essere conclusa.

II.  LA CRISI NON È FINITA.

      Dall'inizio della crisi (settembre 2008) si è assistito ad un forte peggioramento del debito pubblico dovuto alla diminuzione delle entrate ed all'aumento incontrollato delle spese correnti senza alcun effetto positivo sull'economia reale.
      I segnali di ripresa registrati nelle ultime settimane corrispondono in larga misura ad una ripresa «drogata» soprattutto negli Usa. La ripresa vera, senza gli stimoli finanziari immessi sul mercato da molti governi, non potrà essere veloce e rapida.
      L'entusiasmo da parte dell'attuale Governo per i dati OCSE indica solo una scarsa capacità di leggere gli indici: il cosiddetto superindice, il CLI (Composite leading indicators), è uno strumento che aggrega diversi dati disponibili in tempi rapidi per elaborare delle stime a breve termine, sei mesi al massimo, sull'andamento delle economie nazionali.
      Ma esso presenta vari ordini di problemi di cui il principale è il rischio di sopravvalutare fattori congiunturali sul brevissimo periodo. Si tratta, insomma, di uno strumento molto tecnico, che non dice nulla sullo stato strutturale dell'economia ma si limita a cercare di prevedere la performance a breve, indicando l'attesa di fasi di espansione o di recessione, indipendentemente dai fattori scatenanti.
      Sembra decisamente fuori luogo, insomma, esultare per i dati lusinghieri di queste stime per l'Italia. Del resto, anche la precedente rilevazione aveva predetto un buon andamento per l'economia italiana, senza che si siano poi visti grandi effetti.
      Nel caso specifico, poi, è la stessa OCSE a invitare alla cautela, visto che l'attesa di miglioramento della situazione economica per l'Italia, «può essere in parte attribuito a un calo degli stessi potenziali di crescita e non solamente a un miglioramento della stessa attività economica».
      Traducendo: risulta che, se è vero che il superindice per l'Italia è cresciuto di 10,3 punti su base annua e che questa crescita è la più elevata tra i Paesi indicati, questa stima non indica tanto un'attesa di crescita del PIL, quanto una valutazione della performance sulla base di parametri più ridotti, vale a dire una crescita all'interno di uno scenario più contratto.
      Se l'indice indica davvero qualcosa, allora, quello che viene indicato è un contesto di sostanziale stagnazione, in cui è difficile attendersi una buona performance economica in assoluto, ma nel quale è possibile che l'andamento a breve dell'economia italiana, possa essere di consolidamento invece che di ulteriore sprofondamento.
      Le stesse statistiche dell'OCSE ci mettono in coda e in ritardo sulle medie europee non solo in materia di PIL pro capite ma anche in materia di istruzione, di ricerca, di tasso di attività, di occupazione giovanile e femminile, di diseguaglianze distributive, ecc...
      È lo stesso Centro studi di Confindustria (1) ha sostenerlo: tra la fine dell'anno e l'inizio del 2010, la ripresa dell'economia mondiale è destinata a consolidarsi. Ma, questo non significa che la crisi sia terminata perché ci vorrà molto tempo prima che la crescita del PIL e della produzione

 

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industriale, anche in Italia, tornino ai livelli del 2007.
      (1) Vedi congiuntura Flash - n. 8 - Novembre 2009.

      Abbiamo di fronte, dunque, una ripresa debole, con un incremento del tasso di disoccupazione e con livelli contenuti della domanda internazionale. Ci vorranno almeno 5 anni - secondo Confindustria - per ritornare ai livelli pre-crisi ed ancora di più per quanto concerne la produzione industriale.
      Il crollo del PIL italiano è stato più marcato rispetto alla media dei paesi OCSE e di quelli dell'euro: in Italia abbiamo avuto siamo calati del 4,5 per cento, contro rispettivamente - 3,5 e - 4 per cento.
      L'occupazione continuerà a calare. Non a caso, nel secondo trimestre dell'anno in corso sono saltati quasi 690 mila posti di lavoro.
      L'attuale Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha fatto molto per salvare una grande impresa come l'Alitalia, usando un fiume di soldi pubblici. Non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha fatto un condono fiscale/amnistia a tutela dei grandi evasori che hanno portato all'estero milioni di euro e commesso reati penali come il falso in bilancio.
      Così oggi il piccolo commerciante che per la terza volta venga colto in fragrante per non aver emesso uno scontrino fiscale di pochi euro deve subire la chiusura del proprio negozio mentre il grande evasore, che ha evaso il fisco per milioni di euro, può mantenere l'anonimato e pagare una piccola somma per mettersi in regola.
      Ancora non ha fatto nulla per assicurare il credito alle piccole imprese visto che i Tremonti-Bonds sono stati un flop clamoroso. Non ha fatto nulla per creare un sistema di ammortizzatori sociali universale che si applicasse a tutti i lavoratori, non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha concesso incentivi per la rottamazione delle autovetture e si accinge a rinnovare il provvedimento.
      A fronte di questo immobilismo il Governo è stato capace però di far crescere il debito pubblico italiano di oltre 10 punti di PIL. Siamo passati, infatti, da un rapporto debito/PIL che era 105 nel 2008 a un rapporto di 115 nel 2009. La Commissione europea ha, da poco, aperto una procedura d'infrazione per eccesso di disavanzo pubblico contro il Governo italiano. Quindi non è vero che si è rimasti fermi perché si volevano mettere al sicuro i conti pubblici.
      Se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario. Ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; la disoccupazione aumenta, i livelli di povertà anche, le sperequazioni dei redditi pure e le prospettive sono per ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro.
      Inoltre, a soli 12 mesi dall'inizio della crisi è ripartita sui mercati finanziari quella che molti economisti hanno definito una «nuova bolla». I meccanismi speculativi sono identici e nulla sembra cambiato malgrado le promesse di molti governi di mettere ordine ed imporre regole.
      Notevoli finanziamenti ottenuti sotto forma di prestiti, garanzie, tassi di interesse al minimo, sono a disposizione degli operatori. Le risorse finanziarie, negate a imprese e famiglie, vengono convogliate su transazioni speculative sulle materie prime e sui derivati.
      La borsa di Wall Street da quota 7.000 di un anno fa, oggi oscilla intorno a 10.000 e molti ritengono possibile che l'indice Dow Jones tocchi presto quota 11 mila. Questa tendenza al rialzo agisce contemporaneamente sui diversi mercati e può innestare un processo molto pericoloso.
      Le manovre speculative, infatti, sono facilitate dalla costante discesa del valore del dollaro che consente alle banche di indebitarsi a breve a tasso zero in dollari per poi reinvestirli sui mercati internazionali. Grazie alla contemporanea svalutazione della moneta americana, esse godono di tassi negativi anche del 10-20 per cento, visto che poi dovranno restituire dollari che valgono meno. Esiste dunque un incentivo per indebitarsi sempre di più e per investimenti sempre più arrischiati.
      Quando la FED dovrà aumentare i tassi le bolle speculative - sostiene l'economista Roubini, l'unico ad avere previsto con largo anticipo la crisi attuale - si sgonfieranno tutte contemporaneamente.
      La crisi che sta allentando la presa del PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del

 

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lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico.
      Dall'inizio dell'anno ad ottobre sono state richieste 716 milioni di ore di cassa integrazione, più che quadruplicate rispetto al 2008. Ad ottobre il dato di crescita della cassa integrazione rispetto all'anno precedente è del 322 per cento e del 419 per cento per la sola ordinaria. Le domande di disoccupazione supereranno nell'anno in corso - secondo le previsioni dei sindacati - il numero di un milione per la prima volta in Italia.
      Secondo le stime dell'ISTAT, a ottobre, per la prima volta dal marzo del 2004, il tasso di disoccupazione è salito all'8 per cento per un totale di più di due milioni di disoccupati.
      Il numero delle persone in cerca di occupazione, per la precisione, risulta pari a 2.004.000 unità, in crescita del 2 per cento (+39 mila unità) rispetto al mese precedente e del 13,4 per cento (+236 mila unità) rispetto a ottobre 2008.
      Il numero di occupati a ottobre 2009 è invece pari a 23.099.000 unità (dati destagionalizzati), invariato rispetto a settembre e inferiore dell'1,2 per cento (-284 mila unità) rispetto a ottobre 2008.
      Il tasso di occupazione è pari al 57,6 per cento (-0,1 punti percentuali rispetto a settembre e -0,9 rispetto a ottobre 2008).
      Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,9 per cento, segnando un aumento di 0,6 punti rispetto al mese precedente e di 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre 2008. Il numero di inattivi, cioè di coloro che non risultano né occupati né in cerca di occupazione, di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14.741.000 unità, con una variazione del +0,1 per cento (+14 mila unità) rispetto a settembre 2009 e del +1,4 per cento (+210 mila unità) rispetto a ottobre 2008.
      Il tasso di inattività è pari al 37,4 per cento (invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto al mese di ottobre 2008).
      Il tasso di disoccupazione maschile è uguale al 6,9 per cento, invariato rispetto a settembre, ma in crescita di un punto percentuale rispetto al mese di ottobre 2008.
      Il tasso di disoccupazione femminile è pari a 9,5 per cento, in aumento sia rispetto a settembre (+0,4 punti percentuali), sia rispetto a ottobre 2008 (+0,9 punti percentuali).
      Ma la crisi non era alle nostre spalle? Il Governo meno credibile della storia della Repubblica ha prima sostenuto che la crisi non ci fosse, poi da qualche settimana ha cambiato strategia. La crisi è finita urlano ai quattro venti Berlusconi e i suoi discepoli. Invece i dati dell'Istat ci ricordano la drammaticità della situazione in un paese che ha cifre record di disoccupati.
      Due milioni di disoccupati, con un tasso di disoccupazione giovanile al 26,9 per cento, e una crescita del 4,5 per cento rispetto ad ottobre dello scorso anno, sono cifre che dovrebbero far accapponare la pelle e spingere il Governo ad occuparsi di quella che è la vera emergenza nazionale.
      La domanda non potrà che restare sotto tono: l'andamento del PIL non basta a definire se la crisi è finita e non può rappresentare una guida per le politiche economiche.
      Il presidente del FMI, Strauss-Kahn, lo ha sottolineato in una sua recente dichiarazione: «Ci sono alcuni dati incoraggianti... Questo però non significa che la crisi è terminata: non sarà finita fino a quando la disoccupazione non inizierà a ridursi e questo potrebbe accadere tra molti mesi. Se vogliamo evitare i rischi di una doppia recessione, è assolutamente troppo presto per ritirare le politiche di stimolo».
      Politiche, peraltro, quasi del tutto assenti per quanto concerne il nostro Paese.
      Ma la crisi colpisce anche i redditi delle famiglie: secondo l'Istat, fra aprile e giugno, rispetto al trimestre precedente, il reddito lordo è sceso di quasi 11 miliardi di euro. Di conseguenza i consumi finali sono scesi dello 0,5 per cento: la crisi che colpisce consumi e risparmi continua a manifestare i suoi effetti e rende irrinunciabile una politica che metta al centro la tutela dei redditi più modesti.
      Questi dati si inseriscono in una tendenza di lungo periodo che penalizza nel nostro Paese i redditi della stragrande
 

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maggioranza delle classi medie, lavoratori dipendenti e quanti ad essi assimilabili per condizione di lavoro: la Banca d'Italia ha calcolato che dal 1993 al 2006 la quota di operai in condizioni economiche difficili (reddito inferiore al 60 per cento della mediana italiana) aumenta dal 27 al 31 per cento, per impiegati e dirigenti sale del 2 per cento, mentre per le altre categorie attive diminuisce dal 25 al 14 per cento.
      La distribuzione del reddito si muove dunque a svantaggio del lavoro dipendente, sia nel mercato del lavoro, sia sul terreno fiscale e della spesa sociale, diventando una delle cause principali della crisi attuale.
      L'alterazione delle regole di funzionamento del mercato del lavoro si è rivelata una causa decisiva dello spostamento nella distribuzione del reddito.
      Il WTO, in suo documento dell'ottobre scorso, consigliava ai vari paesi di «stabilizzare il lavoro», non tanto per una questione di «giustizia sociale», quanto perché «l'economia informale rappresenta un ostacolo alla costruzione del valore aggiunto della produzione e alla competizione globale».
      Secondo l'Organizzazione mondiale del commercio, infatti, "le società dovrebbero essere capaci di guadagnare in competitività mediante un incremento della produttività, invece di perseguire la compressione del costo del lavoro".
      Dello stesso parere è anche l'International Labour Organization (ILO) dell'ONU che nel suo "Rapporto sul salario mondiale: aggiornamento 2009" sostiene che "il continuo peggioramento dei salari reali nel mondo fa seriamente aumentare le domande sull'effettiva estensione della crescita economica, specie se i governi interromperanno troppo presto le misure di stimolo. La deflazione salariale, infatti, priva le economie nazionali della necessaria domanda e incide negativamente sulla fiducia".
      Infatti, l'attuale recessione dimostra che povertà e diseguaglianze non sono state e non sono né un incidente né un'appendice dei processi economici in corso, ma un elemento strutturale.
      Poco o niente è previsto dalla legge finanziaria per l'anno 2010, se non qualche timido accenno ad una riduzione dell'Irap, pur necessaria, insistendo su una politica solo dal lato dell'offerta, riducendo i costi di produzione, quando siamo di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato.
      La competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo.
      Il Bollettino mensile del mese di novembre della Banca centrale europea evidenzia una graduale ripresa nell'area euro per il 2010, pur consolidandosi un'elevata incertezza sulle prospettive economiche. Le previsioni della Banca centrale europea indicano un'inflazione a livello internazionale lievemente negativa per gli effetti base connessi ai prezzi delle materie prime e l'ampio margine di capacità inutilizzata.
      Non abbiamo ancora una ripresa significativa del fatturato delle imprese. E se le imprese si attestano sui dati del fatturato attuale, la questione occupazionale diventerà più pesante, perché poi lentamente e progressivamente lo stesso effetto degli ammortizzatori sociali tenderà a ridursi.
      Le condizioni nei mercati del lavoro dell'area euro hanno continuato a deteriorarsi nei mesi recenti in modo pesante, ma anche il livello occupazionale degli Stati Uniti non mostra grandi movimenti, anzi, la disoccupazione negli Stati Uniti sta andando lentamente, ma progressivamente verso il 10 per cento e ciò vuol dire che anche lì la ripresa è ancora abbastanza lontana.
      La seconda stima dell'EUROSTAT ha confermato una diminuzione dell'occupazione nell'area euro, nel secondo trimestre del 2009, pari allo 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente, a fronte del calo dello 0,7 per cento del primo trimestre. Tale andamento suggerisce il ritmo della contrazione dell'occupazione.
      Potrebbe forse cominciare a muoversi, ma il tasso della disoccupazione nell'area euro è salito al 9,7 per cento, un decimo di percentuale in più rispetto al mese precedente, e ci riporta a situazioni che avevamo quasi dimenticato; stiamo tornando indietro di oltre dieci anni.
 

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      Gli ultimi dati ISTAT sulla produzione industriale, fanno emergere un quadro che desta preoccupazioni.
      Il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nel corso del suo intervento alla Giornata mondiale del risparmio, ha dichiarato che tra la fine del 2008 e l'inizio di quest'anno «la caduta in cui le nostre economie si stavano avvitando (...) si è fermata. Siamo meno sicuri che si stia avviando una ripresa duratura» dice sempre il Governatore «che non poggi solo sul sostegno straordinario alle politiche economiche».
      Il Governatore diffonde anche cifre poco incoraggianti sul fronte dell'occupazione. In un anno, dal settembre 2008 al settembre 2009, sono stati persi 650 mila posti di lavoro, con elevate possibilità che negli ultimi mesi del 2009 tale cifra aumenta.
      Ma come ha affrontato il nostro Governo questa emergenza?

III.  COME IL GOVERNO HA AFFRONTATO LA CRISI

      La «filosofia» della politica economica del Governo è obsoleta.
      
      Secondo il Governo, la ripresa internazionale quando verrà consentirà una ripartenza dei consumi all'interno dell'economia globale. Essendo un Paese produttore di beni e servizi di alta qualità e in larga misura esportatore e la ripresa dei consumi alla dimensione globale consentirà finalmente alle nostre imprese, manifatturiere in particolare, di riprendere la produzione a pieno ritmo e le esportazioni risaliranno. Per questa via, torneremo su di un sentiero di crescita stabile e duraturo, a condizione di non fare scelte di bilancio eccessivamente espansive che allarghino troppo il debito che rimane molto alto per il nostro Paese.
      Ma, l'economia del debito, che ha caratterizzato la fase degli ultimi 10-13 anni, aveva un elemento di traino nei consumi delle famiglie degli Stati Uniti d'America. Oggi, ci si chiede chi sostituirà nel mondo i consumatori americani come consumatori globali.
      Incombe anche l'exit strategy: i Governi dei principali Paesi dovranno cominciare a rientrare da quelle politiche monetarie e da quelle politiche di bilancio espansive che hanno consentito di fronteggiare la crisi finanziaria.
      Quindi, non è attraverso l'approccio del Governo che possiamo sperare di avere una soluzione positiva alla crisi.
      Abbiamo bisogno, dunque, di interventi che correggano la politica economica e la politica fiscale, per ottenere un insieme di misure adatte a sostenere la domanda interna e nel contempo prevedere politiche per qualificare ed innovare l'offerta del nostro Sistema-Paese.
      Dobbiamo guardare, sì, all'andamento della domanda mondiale non solo nei nostri mercati tradizionali ma anche nei mercati dei Paesi emergenti. Dobbiamo essere attenti, quindi, all'andamento delle nostre esportazioni, ma non potremo contare, per il rilancio della nostra economia, soltanto sulle esportazioni.
      Ci vorrà più domanda interna, più domanda non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello europeo. Riteniamo, perciò, che il Governo italiano debba insistere in tutte le sedi affinché la politica economica europea sia espansiva utilizzando - come è stato proposto da più parte - gli eurobond. Ma qualcosa in più possiamo e dobbiamo fare per rilanciare la domanda interna.
      Dobbiamo dunque prevedere nell'immediato una vera manovra di almeno un punto di PIL che vada a sostegno dei redditi, della domanda, dell'innovazione e delle piccole imprese.

LE POLITICHE DEL GOVERNO PER FRONTEGGIARE LA CRISI

A - Interventi per affrontare la crisi finanziaria.
      
      
La grave crisi dei mercati finanziari, che ha portato all'estero anche al fallimento di banche e intermediari finanziari, ha determinato l'adozione, da parte del Governo, innanzitutto di misure a tutela

 

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dei depositanti e di provvedimenti volti a promuovere la stabilità bancaria e dei mercati finanziari più in generale.
      La linea adottata dal Governo italiano, in sintonia con le decisioni assunte in ambito europeo, ha seguito una strategia finalizzata a contrastare la crisi finanziaria attraverso la garanzia di un sufficiente livello di liquidità alle istituzioni creditizie e dei depositi.

      1. Un primo gruppo di disposizioni relative al settore creditizio è stato inserito nel decreto-legge 9 ottobre 2008, n. 155 e nel decreto-legge 13 ottobre 2008, n. 157, poi accorpati nel corso dell'esame in sede referente del decreto-legge n. 155.
      Con questo provvedimento sono state adottate alcune misure al fine di garantire la stabilità del sistema bancario e la tutela del risparmio, in linea con le conclusioni in sede europea. I diversi interventi riguardano:

          misure di ricapitalizzazione delle banche, attraverso la sottoscrizione o la garanzia di aumenti del capitale sociale;

          garanzia statale sulle passività bancarie e possibilità di scambio tra titoli di Stato e strumenti finanziari detenuti dalle banche;

          estensione delle procedure di amministrazione straordinaria e gestione provvisoria alle banche con problemi di liquidità;

          garanzie sui depositi bancari. Sono state integrate le vigenti disposizioni italiane in tema di garanzia sui depositi, aggiungendo ai sistemi di natura privatistica già presenti nell'ordinamento la possibilità di rilascio, da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, di una garanzia statale a favore dei depositanti delle banche italiane;

Quanto ha speso il Paese per salvare le banche.

      L'Italia è l'unico Paese a non dichiarare apertamente quale sia l'onere per lo Stato del salvataggio degli istituti bancari e delle grandi imprese che rischiano di fallire.
      Negli altri Paesi: Germania: 480 miliardi di euro; Francia: 320 miliardi; Spagna 150 miliardi.
      All'articolo 1, commi 8 e 9, del decreto legge 9 ottobre 2008, n. 155 - al fine di finanziare eventuali interventi di sostegno pubblico alle ricapitalizzazioni bancarie previsti dal decreto medesimo, si prevede infatti che le risorse necessarie per finanziare la sottoscrizione di obbligazioni bancarie siano individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, ed iscritte in un apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze. I suddetti decreti del Presidente del Consiglio e i correlati decreti di variazione di bilancio devono essere trasmessi con immediatezza al Parlamento e comunicati alla Corte dei conti.
      Tali risorse - il cui importo non è stato quantificato - sono individuate, in relazione ad ogni operazione, mediante:

          a) la riduzione lineare delle dotazioni finanziarie, a legislazione vigente, delle missioni di spesa di ciascun Ministero, con esclusione di alcune categorie di spesa assimilabili in larga parte a spese di carattere obbligatorio o aventi natura obbligatoria, cui si aggiungono altre specifiche spese ritenute "indisponibili". Si tratta, in particolare, delle dotazioni di ciascuna missione connesse a: - stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse; - spese per interessi; - poste correttive e compensative delle entrate, comprese le regolazioni contabili con le regioni; - trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obbligatoria; - le risorse destinate al fondo ordinario delle università; alla ricerca; al finanziamento del 5 per mille dell'imposta sui redditi delle persone fisiche, nonché, in generale, le spese dipendenti da parametri stabiliti dalla legge o derivanti da accordi internazionali;

          b) la riduzione di singole autorizzazioni legislative di spesa.

 

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          c) l'utilizzo mediante versamento in entrata di disponibilità esistenti sulle contabilità speciali, nonché sui conti di tesoreria intestati ad Amministrazioni pubbliche ed enti pubblici nazionali, con esclusione di quelli intestati alle Amministrazioni territoriali, nonché di quelli riguardanti i flussi finanziari intercorrenti con l'Unione europea ed i connessi cofinanziamenti nazionali, con corrispondente riduzione delle relative autorizzazioni di spesa e contestuale riassegnazione ad un apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze;

          d) l'emissione di titoli del debito pubblico (in particolare solo questa ipotesi è stata utilizzata).

      Un secondo gruppo di interventi sul settore è stato poi recato dal decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (cosiddetto decreto «anti-crisi», convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 2009, n. 2), che ha introdotto altresì misure di sostegno dell'economia.
      Con questo provvedimento sono state adottate ulteriori misure per il sistema creditizio, fra le quali:

          l'autorizzazione al Ministero dell'economia e delle finanze, fino al 31 dicembre 2009 a sottoscrivere, su richiesta delle banche interessate obbligazioni (i cosiddetti «Tremonti Bond»);

          le modifiche alla disciplina della Cassa depositi e prestiti S.p.a. Tali modifiche hanno esteso le competenze della Cassa, prevedendosi che i fondi derivanti dalla raccolta del risparmio postale possano essere utilizzati anche per il compimento di ogni operazione di "interesse pubblico" prevista dallo statuto sociale della CDP S.p.a..
      Le misure tese alla ricapitalizzazione delle banche, anche a mezzo di prestazione di garanzia, non risulta siano state ancora utilizzate, mentre un relativo interesse hanno riscosso i cosiddetti Tremonti bond. In questo caso, il rischio assunto dallo Stato ottiene quale contropartita l'impegno dei soggetti finanziati ad assicurare un migliore accesso al credito alle famiglie, alle Pmi e alle amministrazioni pubbliche, nonché ad adottare un codice etico con il quale imporre, fra l'altro, un tetto agli stipendi dei manager. Hanno emesso tali obbligazioni solo due banche (Banco Popolare Società Coperativa e Banco Popolare di Milano) L'acquisto di queste obbligazioni è stato finanziato con l'emissione di titoli debito pubblico pari complessivamente a 2 miliardi di euro.

B - Ulteriori misure di politica economica.

      2. Dopo la presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2009, in presenza dell'aggravarsi dei segnali di crisi economica che si manifestavano nel corso degli ultimi mesi del 2008, e che avevano dato luogo ad una revisione peggiorativa delle previsioni per il 2009 da parte di alcune istituzioni economiche internazionali (a novembre 2008 il PIL italiano 2009 veniva stimato con segno negativo da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI), con un -0,6 per cento), viene effettuato un secondo intervento d'urgenza - il decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 che reca una serie di interventi di sostegno all'economia.
      In relazione alla composizione ed all'ammontare della manovra, l'intervento di sostegno ammonta complessivamente, sia per nuove spese che per riduzioni di entrate, a circa 7,4 miliardi di euro per il 2009, utilizzati principalmente mediante le seguenti disposizioni:

          bonus straordinario per le famiglie, lavoratori e pensionati a basso reddito. A tali soggetti viene assegnato per l'anno 2009, un importo variabile dai 200 ai 1.000 euro, in relazione ai requisiti reddituali e di composizione del nucleo familiare (2,4 miliardi);

          contributi statali a favore dei mutui per la prima casa. Si dispone che l'importo dei mutui a tasso non fisso da corrispondere nel 2009 debba calcolarsi sulla base di un saggio non superiore al 4 per cento, con assunzione a carico dello Stato della

 

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differenza tra tale saggio e quello previsto dalle condizioni contrattuali ( 350 milioni);

          integrazione del fondo per l'occupazione, mediante risorse pari a circa 300 milioni di euro per ciascuno degli anni del triennio 2009-2011, nonché previsione di indennizzi per le aziende commerciali in crisi (254 milioni);

          finanziamento degli investimenti del Gruppo Ferrovie dello Stato, mediante l'istituzione di un apposito Fondo presso lo stato di previsione del Ministero dell'economia (dotato di 960 milioni per il 2009) e finanziamento (per 480 milioni annui nel triennio 2009-2011) per i contratti di servizio con Trenitalia;

          rifinanziamento della legge obiettivo per le infrastrutture strategiche, per 60 e 150 milioni annui a decorrere rispettivamente dal 2009 e dal 2010;

          proroga delle attività dei lavoratori socialmente utili nel settore scolastico (110 milioni per il 2009);

          ulteriori maggiori spese sono, inoltre, riferibili alla sospensione temporanea dei sovrapprezzi per i pedaggi autostradali, alle agevolazioni tariffarie per le utenze gas a favore dei soggetti economicamente svantaggiati, alle procedure di stipula di convenzioni per assicurare i collegamenti marittimi essenziali.

      Nell'intervento di sostegno rientrano altresì riduzioni fiscali connesse:

          alla deducibilità, per un importo pari al 10 per cento, della quota di IRAP relativa al costo del lavoro e degli interessi dalle imposte sui redditi (1,085 miliardi);

          al pagamento dell'IVA al momento dell'effettiva riscossione del corrispettivo (188 milioni) per i soggetti che nell'anno solare precedente hanno realizzato un volume d'affari non superiore a duecentomila euro;

          a misure di detassazione di alcuni trattamenti economici accessori dei lavoratori pubblici e sui contratti aziendali relativi ai premi di produttività (400 milioni).

Il Governo ha inoltre varato tre interventi di natura finanziaria:

          Piano infrastrutturale (17,8 miliardi, di cui 8 miliardi di investimenti privati e 9,8 di risorse pubbliche del Fondo per le Aree sottoutilizzate nazionale e della Legge obiettivo).

          Fondo ammortizzatori sociali (8 miliardi, di cui 4 miliardi dal FAS nazionale, 2,6 da Fondo Sociale Europeo regionale e 1,4 stanziato dalla legge finanziaria 2009).

          Fondo economia reale (9 miliardi dal FAS nazionale).

      I tre fondi non sono stanziamenti aggiuntivi, ma esclusivamente una riprogrammazione di risorse statali (i 25,4 miliardi della quota nazionale del FAS) e regionali (2,6 miliardi del FSE) già esistenti, e di investimenti privati già previsti (8 miliardi).

      3. All'inizio del 2009 tutti gli indicatori economici evidenziavano un accentuarsi della crisi economica, emergeva infatti un quadro connotato da peggioramenti sia della situazione macroeconomica (la previsione era per il 2009 di un PIL in diminuzione del 2 per cento) sia, conseguentemente, degli indicatori di finanza pubblica, con riguardo in particolare alla crescita della spesa corrente primaria, alla riduzione delle entrate tributarie ed all'aumento dell'indebitamento.
      Viene emanato un terzo provvedimento d'urgenza, il decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5.
      L'intervento ammonta a 2,2 miliardi per il 2009, interamente finanziati da 0,7 miliardi di maggiori entrate e 1,5 miliardi di tagli di spesa.
      L'intervento si attua principalmente attraverso le seguenti misure:

          incentivi per l'acquisto di autoveicoli e veicoli commerciali leggeri; rottamazione motocicli o ciclomotori pari a 1,063 miliardi;

 

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          contributi per l'installazione di impianti GPL o metano (per importi pari rispettivamente a 550 ed a 650 euro);

          detrazioni per l'acquisto di mobili ed elettrodomestici ad alta efficienza energetica. La detrazione è pari al 20 per cento delle spese sostenute, nel limite massimo di 10.000 euro pari a 24 milioni;

          strumenti di tassazione agevolata per le imprese operanti nei distretti produttivi, nonché in favore delle imprese che realizzano operazioni di aggregazione aziendale;

          estensione dell'utilizzo di strumenti di tutela del reddito in favore delle categorie colpite dalla crisi occupazionale, intensificando l'applicabilità degli ammortizzatori sociali (in particolare la cassa integrazione, sia ordinaria che straordinaria, l'indennità di mobilità e l'indennità di disoccupazione), pari a 400 milioni.

      Va precisato che gli oneri derivanti dal provvedimento risultano coperti mediante alcune riduzioni di spesa (utilizzo di residui di bilancio concernenti agevolazioni non dovute) e maggiori entrate (da intensificazione dell'attività di controllo fiscale).
      Restringendo l'analisi ai soli provvedimenti finanziati al sostegno dell'economia - decreto-legge n. 185 del 2008 e decreto- legge n. 5 del 2009 - la sommatoria delle risorse stanziate dal Governo è pari a 7, 4 miliardi nel 2009 (0,55 del PIL), di cui 2,2 miliardi di sgravi fiscali, 3,7 di maggiori spese correnti e 1,6 di maggiori spese in conto capitale.

      3. L'andamento economico sfavorevole in corso nel 2009 persiste per tutto il primo semestre dell'anno, peggiorando, pur in presenza dei due decreti legge anti-crisi n. 185 del 2008 e n. 5 del 2009 già intervenuti, le previsioni sui conti pubblici per l'anno 2009 medesimo e per quello successivo.
      Viene varato un quarto provvedimento decreto anti-crisi - il decreto-legge 1o luglio 2009, n. 78.
      
Il decreto-legge 78 del 2009 prevede un impiego di risorse pari a 1.236 milioni nel 2009, 3.785 milioni nel 2010 e 3.412 milioni nel 2011, interamente coperto - almeno formalmente - da maggiori entrate (1.084 milioni nel 2009, 2.689 milioni nel 2010 e 2.527 milioni nel 2011) e, in misura minore, da riduzioni di spesa (154 milioni nel 2009, 1.099 milioni nel 2010 e 889 milioni nel 2011).
      Restringendo l'analisi ai soli provvedimenti finalizzati ad affrontare la crisi economica e sociale:

          la detassazione degli utili reinvestiti in macchinari (1.833 milioni nel 2010 e 2.390 milioni nel 2011);

          l'incremento della svalutazione fiscale crediti in sofferenza (39 milioni nel 2010 e 79 milioni nel 2011);

          la flessibilità nell'utilizzo degli ammortizzatori sociali per progetti di formazione e lavoro (20 milioni nel 2009 e 150 milioni nel 2010);

          le proroghe biennali del trattamento straordinario di integrazione salariale per le crisi aziendali (25 milioni nel 2009);

          i fondi per i contratti di solidarietà per riduzione dell'orario di lavoro (40 milioni nel 2009 e 80 milioni nel 2010).

Conclusioni

      L'azione di sostegno alla domanda è limitata dal debito pubblico del passato. Gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi.
      Nel 2009 gli interventi anti-crisi del Governo hanno un impatto praticamente nullo in termini di manovra netta (effetto sull'indebitamento netto), e pertanto non segnano alcuna inversione di rotta rispetto all'impostazione fortemente restrittiva del decreto-legge n. 112 del 2008.
      Sotto il profilo quantitativo, secondo l'OCSE il Governo Italiano ha stanziato in funzione anti crisi risorse nette pari praticamente a zero nel triennio 2008-2010,

 

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contro una media ponderata dei paesi OCSE pari al 3,9 per cento del PIL (4,2 per cento per i soli paesi che hanno adottato una politica fiscale espansiva).
      Nel complesso, le risorse stanziate in funzione anti-crisi (decreto legge n. 185 del 2008, decreto legge n. 5 del 2009 e dal decreto legge n. 78 del 2009) sono dunque pari a 85 milioni nel 2009, 2.102 milioni nel 2010 e 2.469 milioni nel 2011.
      In termini di PIL, sono numeri assai limitati: zero nel 2009 - 0,14 per cento nel 2010 e 0,15 per cento nel 2011.

      Non è dunque sorprendente dovere registrare numerose critiche sulla politica economica del Governo non solo delle parti sociali ma anche di organismi di garanzia o di studio.

IV.  LE OSSERVAZIONI CRITICHE DI ISTITUTI E DELLE PARTI SOCIALI

Corte dei conti.

      In occasione delle audizioni sui documenti programmatici economico-finanziari e sulla decisione di bilancio, la Corte ha sollevato la questione di inadeguatezza dell'impianto informativo di tali documenti. Una inadeguatezza che determina una difficoltà dei dati, soprattutto ai fini della valutazione (che è quella richiesta alla Corte) sulla congruità delle stime di finanza pubblica e delle manovre correttive proposte.
      Con il DPEF 2008-2011, presentato nel luglio 2007, un parziale miglioramento sul piano conoscitivo era stato apprezzato dalla Corte, soprattutto per la scelta di presentare i conti tendenziali e programmatici dei sottosettori istituzionali (Stato, Enti territoriali, enti di previdenza).
      Gli ostacoli ad una piena comprensione del percorso «previsioni tendenziali - obiettivi programmatici-manovra correttiva» si sono, successivamente, riproposti puntualmente, tanto che, in occasione dell'audizione sul DPEF 2010-2013, resa il 21 luglio 2009 presso le commissioni riunite, bilancio Camera e Senato, la Corte richiamava ancora una volta l'attenzione sulla difficoltà di valutare la fattibilità della manovra di correzione dei conti pubblici in assenza di informazioni (anche tecniche) su quadro programmatico di medio termine della finanza pubblica.
      Per quanto concerne il nuovo quadro macroeconomico, la nuova relazione previsionale e programmatica il Governo apporta alcune modifiche alle stime di crescita che sottendono all'elaborazione del quadro programmatico della finanza pubblica. Per la prima volta dal Giugno 2008 (DPEF 2009-2012) le previsioni hanno segno migliorativo.
      Il pre-consuntivo 2009 limita ora il decremento del PIL al 4,8 per cento, a fronte del 5,2 indicato nel DPEF 2010-2013.
      Per il 2010 si prevede un aumento del prodotto dello 0,7 per cento, due decimi in più rispetto alla precedente quantificazione. Rimane immutato il quadro di medio periodo, che ipotizza una crescita del PIL del 2 per cento, sostenuta da una variazione dello stesso ordine di grandezza della spesa delle famiglie.
      Le valutazioni delle organizzazioni internazionali e della nostra autorità monetaria concordano, nel segnalare l'esaurimento della fase acuta della recessione, che ha toccato il punto massimo nel primo trimestre del 2009. Alla stabilizzazione del secondo periodo, sembra ora susseguire un rialzo dei livelli di attività, accompagnato da un recupero del clima di fiducia.
      Inoltre, sono diffusi i segnali rasserenamento sui mercati finanziari, che si avviano a superare la fase di illiquidità che ne ha caratterizzato il funzionamento dal settembre 2008 fino a marzo 2009. Il fondo monetario internazionale, ha elevato di quasi un punto la previsione di crescita dell'economia mondiale nel biennio 2009-2010, rispetto alla quantificazione proposta nello scorso mese di luglio.
      Per l'Italia il miglioramento della previsione è per altro, limitato a tre decimi di punto e interamente attribuito al 2010. Da questo punto di vista, le valutazioni governative appaiono, dunque, improntate a

 

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maggiore ottimismo rispetto a quanto indicato dagli organismi internazionali.
      Il Governo ritiene che l'uscita dalla recessione si tradurrà nel medio periodo in un innalzamento della crescita tendenziale dell'economia italiana.
      La differenza è di quasi mezzo punto in ragione annua e di 1,8 punti in termini cumulati alla fine del periodo di previsione.
      Questa ipotesi era già stata adottata nel recente DPEF, che attribuiva tale favorevole proiezione all'intensità del recupero nel commercio internazionale, al rimbalzo «tecnico» da livelli produttivi molto bassi, e alla bassa esposizione dell'economia italiana ai fattori specifici della crisi.
      Si tratta di una valutazione che potrebbe contenere - secondo la Corte - qualche elemento di ottimismo. Le nuove ipotesi governative implicano inoltre che l'Italia non solo crescerà più della media europea, ma potrà registrare saggi di sviluppo permanente superiori a quelli del proprio passato. Questa previsione potrebbe essere giustificata dalla considerazione degli effetti positivi sulla crescita attribuiti al programma di riforme strutturali (scuola, pubblica amministrazione etc.) che è parte integrante della manovra di finanza pubblica adottata a inizio legislatura. Ma emerge anche in questo caso una carenza di informazioni sui criteri e sulle metodologie adottate nel quadro previsionale. Ciò impone di leggere l'ipotesi governativa con cautela.
      La revisione migliorativa apportata al quadro macroeconomico non trova immediato riflesso nelle quantificazioni dei saldi di finanza pubblica. Solo a partire dal 2011 il valore dell'indebitamento viene abbassato rispetto alle stime contenute nel DPEF di giugno, con una riduzione cumulata fino al 2013 pari a due decimi di punto di PIL (circa 2,7 miliardi di euro). Per il 2009 e il 2010 viene, di contro, confermato un livello di indebitamento pari rispettivamente al 5,3 e al 5 per cento del PIL.
      Il ruolo delle entrate nella manovra finanziaria 2010.
      Per quanto concerne le entrate, le novità normative del progetto della finanziaria 2010 sono concentrate nell'articolo 2 e si risolvono nella proroga del sistema di agevolazioni in vigore per le ristrutturazioni edilizie. Diversamente dalla finanziaria 2009 - in cui le misure agevolative risultavano più numerose e incidevano in misura rilevante sull'indebitamento netto della P.A (circa 1 miliardo) - la finanziaria 2010 appare lontana dallo spirito e dai contenuti previsti dalla legge 468 del 1978, lasciando poco spazio a provvedimenti di carattere micro settoriale e localistico, oltre che ordinamentale.
      La manovra dunque va segnalata per due aspetti, suscettibili di riportare in primo piano problematiche e rischi più volte richiamati dalla Corte:

          il primo aspetto riguarda l'utilizzo, a copertura delle maggiori spese e delle minori entrate, di risorse rivenienti da talune misure introdotte con la legge n.102 del 2009 (decreto legge n. 78). In primis si tratta del maggior gettito atteso dai provvedimenti di contrasto all'evasione fiscale, destinato ad incrementare la dotazione del fondo per interventi strutturali. In secondo luogo le maggiori entrate (non quantificate, derivanti dalle disposizioni concernenti il rimpatrio di attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori dal territorio dello Stato (scudo fiscale). Il ricorso a forme di copertura tuttora indefinite o incerte ripropone il rischio di coprire maggiori spese o minori entrate strutturali con maggior gettito frutto di quantificazioni ex ante inadeguate e poco trasparenti e non verificabili a consuntivo;

          il secondo aspetto da segnalare attiene alla disposizione di destinare le maggiori disponibilità di finanza pubblica che si realizzassero nell'anno 2010 rispetto alle previsioni del DPEF per gli anni 2010-2013, alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e i pensionati. Tale disposizione evoca impegni

 

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assunti anche con le finanziarie degli anni scorsi.
      Nel definire, indistintamente, le «maggiori disponibilità di finanza pubblica» rispetto alle previsioni, il DPEF sembra tener conto, non solo delle maggiori risorse che sono il frutto di comportamenti virtuosi strutturali e duraturi (recupero di evasione, maggiore efficienza della spesa pubblica), ma anche degli effetti di fattori non previsti in sede di impostazione del quadro di finanza pubblica (una diversa evoluzione del ciclo economico e sopravvenuti interventi una tantum).

Banca d'Italia.

      Il disegno di legge presentato al parlamento contestualmente alla relazione previsionale programmatica, prevede un numero limitato di interventi con un effetto nullo sull'indebitamento netto. La sostanziale assenza di contenuti innovativi nel disegno di legge finanziaria è in linea con quanto già accaduto lo scorso anno, per effetto della manovra triennale varata nell'estate 2008.
      Le misure anticrisi del Governo hanno mirato a prevenire l'interruzione del rapporto di lavoro e hanno introdotto interventi a sostegno del reddito di una parte dei lavoratori meno protetti. Rimangono carenze nel nostro sistema di ammortizzatori sociali, quali la frammentazione delle tutele. Occorre impegnarsi per modernizzare il sistema e renderlo adeguato a un mercato del lavoro più flessibile.
      Un ridisegno del sistema degli ammortizzatori sociali per coloro che sono attivi nella ricerca del lavoro - purché accompagnato da un potenziamento dei meccanismi di verifica - rafforzerebbe la tutela dei lavoratori, aumenterebbe l'equità sociale e migliorerebbe il funzionamento del mercato del lavoro, favorendo la mobilità dei lavoratori tra settori e imprese. L'economia italiana sta affrontando una recessione profonda, che fa seguito a un lungo periodo di crescita modesta. L'intensità e i tempi della ripresa sono incerti.
      Occorre mantenere il sostegno alle famiglie e alle imprese, evitando un indebolimento strutturale del sistema produttivo. L'uscita dal mercato di un gran numero di imprese ridurrebbe il potenziale produttivo del Paese con costi rilevanti anche in termini di capitale umano.

La posizione della CGIL.

      Per la CGIL non è condivisibile la politica economica perseguita dal Governo per due principali motivi:

          1. La cautela imposta dallo stato dei conti pubblici italiani non basta a giustificare l'esigua quantità di risorse messe in atto contro la crisi che stiamo attraversando. La crisi ha necessità di veri interventi anti-ciclici orientati al sostegno dell'occupazione, del reddito di lavoratori e pensionati, degli investimenti. Eppure il nostro Paese risulta l'ultimo tra quelli del G20 in termini di risorse impiegate in misura antirecessive in termini di stimolo fiscale, con appena l'1 per cento sul totale della spesa.

          2. Nel disegno del Governo non rientra nessuna riforma di sistema che porti il nostro Paese su livelli di crescita quantitativa e qualitativa più alti. Nonostante venga più volte suggerito da autorevoli fonti internazionali - prima tra tutte l'OCSE - nei documenti di bilancio 2010-2012, come in tutti i provvedimenti varati finora, risulta assente qualsiasi progetto di riforma organica degli ammortizzatori sociali, del fisco, del sistema produttivo o del sistema infrastrutturale.

      Lo stato dei conti pubblici risente senza dubbio della crisi in atto, ma non solo. Il Governo prima che la crisi invadesse i bastioni dell'economia reale, con il decreto legge n. 112 del 2008 aveva ipotizzato di raggiungere il pareggio in bilancio e una razionalizzazione della spesa pubblica agendo sul versante delle spese finali, soprattutto con "tagli lineari", al netto degli interessi (spesa primaria). Ad un anno di distanza, le nuove stime di finanza

 

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pubblica (DPEF 2010-2013) hanno subito l'impatto di uno scenario macroeconomico radicalmente peggiorato che deve tener conto di una drastica riduzione delle entrate rispetto alle previsioni di un anno prima, nonché dell'impatto delle misure discrezionali anti-crisi adottate in corso d'anno (decreto-legge n. 185 del 2008, decreto-legge n. 5 del 2009, il decreto-legge per il terremoto d'Abruzzo n. 39 del 2009).
      Con questo Governo manca una politica industriale tesa allo sviluppo delle PMI e dell'innovazione tecnologica, che preveda maggiori risorse per un maggior numero di progetti finanziati e, conseguentemente, l'allargamento ad altri settori strategici dell'accesso ai bandi. Non esistono garanzie pubbliche e sgravi fiscali per le imprese che realizzano piani di qualità con investimenti in innovazioni (nuove tecnologie; innovazione di processo e di prodotto, nuove pratiche organizzative etc.) ricerca e formazione e che si impegnano contemporaneamente a non ridurre o allargare il bacino occupazionale. Un elemento di accelerazione per le imprese, soprattutto del Mezzogiorno, può e deve essere rappresentato da una maggiore spesa per ricerca e innovazione.
      Per quanto concerne il comparto agricoltura vi è la necessità di ri-finanziare il Fondo di Solidarietà, può essere un'occasione concreta per le imprese agricole per l'accesso agevolato al mercato assicurativo ed è un valido sostegno per stipulare polizze a copertura dei rischi di perdite produttive.
      Ipotizzare inoltre che il rinnovo dei contratti pubblici, per i quali allo stato attuale non sono previsti adeguati stanziamenti (circa 7 miliardi nel triennio, di cui 2,5 nel 2010), sia subordinato alle entrate da scudo fiscale è sbagliato sia sul piano etico che sindacale.

Le priorità da seguire sono:

          l'istituzione di una task force a Palazzo Chigi per le crisi aziendali e settoriali e per difendere l'occupazione, anche con l'obiettivo di realizzare l'impegno ad evitare licenziamenti.

          L'allargamento e l'estensione degli ammortizzatori sociali a chi oggi ne è escluso, nel quadro di una riforma organica degli stessi, a partire dal passaggio da 52 a 104 settimane nell'utilizzo della Cassa integrazione guadagni ordinaria e dall'aumento dei massimali previsti e dal prolungamento dell'indennità di disoccupazione a chi sta esaurendo il periodo.

          La riduzione immediata delle tasse sul lavoro e sulle pensioni da collocare all'interno di una riforma strutturale del fisco ripristinando una vera e piena progressività dell'intero sistema fiscale.

          Un rinnovato impegno per il mezzogiorno, particolarmente penalizzato dalla crisi e dal sostanziale azzeramento degli interventi destinati alla riduzione degli squilibri territoriali, che si incentri su nuovi investimenti a partire dalle infrastrutture che sostengono l'occupazione e lo sviluppo anche attraverso agevolazioni fiscali.

          Una politica industriale che, nel sostenere il sistema manifatturiero italiano, sia incentrata su produzioni, ricerca e sviluppo delle tecnologie verso l'ambiente(green economy e green-job), verso la salute (biotecnologie, macchinari specializzati, etc.) e, più in generale, verso tutte le innovazioni di prodotto e di processo fondate sulla valorizzazione dei saperi e della conoscenza. La ridefinizione del finanziamento sanitario che le stesse Regioni valutano sottostimato di oltre 7 miliardi per il 2010-2011, ricostituendo il Fondo nazionale per la non autosufficienza.

Confindustria.

      La legge finanziaria 2010 non contiene nuove misure di politica economica e industriale, se non per piccoli aggiustamenti, come il prolungamento al 2012 delle agevolazioni alle ristrutturazioni edilizie.
      L'andamento programmatico dei principali aggregati di finanza pubblica, rispetto a quello tendenziale, per gli anni

 

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2011-2012, prevede un processo relativamente rapido di rientro dell'impennata del disavanzo pubblico registrata nel 2009 (5,3 per cento sul PIL) e nel 2010 (5 per cento) verso livelli molto più contenuti (3,9 per cento nel 2011 e 2,7 per cento nel 2012).
      Anche per il debito, alla sensibile ascesa dal 105,7 per cento sul PIL nel 2008, a 115,1 per cento nel 2009 e a 117,3 per cento nel 2010 è previsto seguire un sensibile rientro a 112 per cento nel 2013.
      C'è un problema di debito pubblico e allo stesso tempo, si deve intervenire per sostenere i primi cenni di ripresa al fine di creare la strada per una crescita più sostenuta dell'economia italiana. Quindi a medio termine è necessario una progressiva riduzione del livello del debito pubblico intervenendo attraverso il contenimento della spesa corrente e rafforzando la lotta al sommerso e all'evasione fiscale.
      Servono interventi che vanno dal credito alla politica industriale, dall'ambiente all'energia, finalizzati a favorire la crescita della produzione e della competitività:

          Il credito serve alle imprese per sopravvivere e recuperare competitività finanziando nuovi investimenti.

          Proroga del bonus per le aggregazioni d'impresa (decreto-legge n. 5 del 2009) per almeno un biennio (scade il 31 dicembre del 2009). La misura andrebbe poi rafforzata, ad esempio rimuovendo il limite del vincolo partecipativo non superiore al 20 per cento ed innalzando, in caso di aggregazioni tra 3 o più imprese, il tetto massimo dei 5 milioni di euro.

          Bisogna far crescere l'investimento pubblico e privato in Ricerca e Sviluppo e in prospettiva raggiungere almeno il 2 per cento del PIL. Il credito d'imposta in Ricerca e Sviluppo è uno strumento efficace per consolidare e far crescere gli investimenti in Ricerca e innovazione delle imprese e per sviluppare la collaborazione con il sistema pubblico di ricerca. In particolare, la misura agevolativa maggiore prevista per le commesse di ricerca delle imprese a centri pubblici di ricerca è importante per le PMI che potrebbero non avere al loro interno competenze e/o attrezzature di ricerca e quindi essere spinte da una collaborazione con il sistema pubblico.

          Per quanto concerne la Banda larga, manca una quantificazione precisa (su base annua) degli stanziamenti (previsti complessivamente «fino a 800 milioni di euro» entro il 2012. Per la loro attivazione è necessaria una delibera CIPE di riparto). Si tratta di infrastrutture e tecnologie abilitanti con un chiaro effetto, diretto e indiretto, sullo sviluppo economico complessivo. In particolare, da uno studio della Commissione europea emerge che il contributo alla crescita del PIL nei Paesi con una maggiore diffusione della banda larga (crescita media del 0,89 per cento) è stato il doppio rispetto ai paesi con una minore diffusione (0,47 per cento).

L'ANCI

      Il quadro finanziario dei Comuni si inserisce in un contesto di finanza pubblica sensibilmente destabilizzato e indebolito dalla crisi economica.
      Sul fronte delle entrate, dal 2007 si sono susseguite una serie di novità che hanno avuto come effetto la significativa riduzione dei trasferimenti erariali, senza consentire così una gestione delle entrate libera e consapevole ed anzi prevedendo il blocco delle aliquote dei tributi locali fino alla completa attuazione del Federalismo fiscale (decreto-legge n. 93 del 2009).
      Il mancato rimborso del minor gettito ICI abitazione principale si stima pari a circa 952 milioni di euro considerando l'aumento naturale del gettito ICI pari al 3 per cento annuo.
      In sintesi, per l'anno 2008 la somma che manca nelle casse comunali è pari a 682 milioni di euro (536 ICI prima casa + 146 risparmi costi politica). Per il 2009, l'importo della minore entrata sale a 1 miliardo e 222 milioni di euro (796 ICI prima casa + 226 risparmi costi politica + 200 riduzione Fondo ordinario). Per il 2010 la perdita per i Comuni è stimata

 

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pari a 1.351 milioni di euro (925 milioni ICI prima casa + 226 risparmi costi politica + 200 riduzione fondo ordinario.

L'ANCE (l'associazione dei costruttori)

      La crisi economica finanziaria continua a colpire il settore delle costruzioni, gli indicatori disponibili non evidenziano segnali di ripresa.
      Gli ultimi dati di Banca d'Italia fotografano una situazione difficile per i finanziamenti al settore delle costruzioni.
      I dati confermano l'esistenza di un vero e proprio duplice credit crunch nei confronti delle imprese di costruzioni: il primo, diretto, costituito da un calo sensibile dei finanziamenti per gli investimenti in costruzioni. Il secondo, di tipo indiretto, rappresentato da una restrizione assai forte nelle erogazioni di mutui a favore delle famiglie per l'acquisto di abitazioni
      Dall'analisi del disegno di legge finanziaria 2010 emerge una riduzione delle risorse per nuove infrastrutture nel 2010 del 7,8 per cento in termini reali rispetto all'anno precedente.
      Questa diminuzione di risorse si somma a quella già osservata lo scorso anno, che aveva raggiunto il 13,4 per cento rispetto all'anno precedente. Complessivamente nel 2010 le risorse per nuovi investimenti infrastrutturali subiscono una contrazione del 20 per cento rispetto al 2008.
      Tale andamento è il risultato della manovra di finanza pubblica per il 2009, anticipata nel decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, che ha visto un consistente taglio delle dotazioni di spesa di ciascun Ministero nel triennio 2009-2011 (-8.435 milioni di euro nel 2009, -8.929 nel 2010 e -15.611 milioni di euro nel 2011).
      Il disegno di legge finanziaria 2010 non modifica quanto previsto dalla manovra del 2009 per il 2010 e il 2011, limitandosi ad aggiornare il 2012. Il risultato è di un ulteriore taglio delle risorse e mancanza di stanziamenti per l'ANAS per il 2010. L'assenza nel 2010 del consueto contributo annuale in conto capitale provocherà il blocco della regolare attività dell'Ente con conseguenze negative sullo sviluppo e la manutenzione di tutta la rete stradale, venendo così meno quella continuità di stanziamenti necessari alla prosecuzione della programmazione prevista nel Piano investimenti Anas 2007-2011 che, come riportato nell'Allegato infrastrutture al DPEF 2010-2013, prevedeva per il 2010 un fabbisogno finanziario pari a 1.660 milioni di euro.
      La definizione immediata di interventi strutturali che nel medio termine assicurino il contenimento della spesa e del debito pubblico ridurrebbe l'incertezza di famiglie, imprese e mercati.
      Una strategia organica di riforme strutturali, alcune delle quali già in corso di attuazione o elaborazione, può creare le condizioni affinché il sistema produttivo si porti su un sentiero di crescita più elevata, cogliendo le opportunità che saranno offerte dalla ripresa economica mondiale.

V.  LA MANOVRA LICENZIATA DAL SENATO

Una finanziaria che non c'era.

      Nell'ascoltare gli interventi di Tremonti e di altri esponenti del Governo si ha la sensazione di vivere in un mondo diverso di quello che risulta a molti di noi che abbiamo dovuto constatare come una larga parte del nostro Paese stia soffrendo le conseguenze della grave crisi economica e finanziaria globale, che ha portato alla chiusura di molte imprese, con conseguente perdita di numerosi posti di lavoro.
      In questo difficile contesto, il Governo ha presentato al Parlamento una "finanziaria che non c'è", che reca disposizioni assolutamente inadeguate e insufficienti ad affrontare la grave situazione di crisi. Si costituisce così un ponte tra quanto non si è fatto in passato e quanto non si sa o non si ha il coraggio di fare in futuro.
      Alla sostanziale inazione dell'Esecutivo sul terreno del contrasto degli effetti della

 

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crisi economica, ha fatto, inoltre, riscontro un'insufficiente capacità di Governo dei conti pubblici, che porterà, al termine dell'esercizio 2009, ad un rapporto debito/PIL pari circa al 115 per cento e a un rapporto tra deficit e PIL attorno al 5 per cento.
      In particolare, dobbiamo sottolineare come il fabbisogno si sia incrementato di circa 30 miliardi, per effetto anche di uno scarso controllo della spesa pubblica. Sul versante dell'economia reale, riteniamo particolarmente gravi i dati forniti dal sistema bancario, secondo i quali ci sarebbero circa 250 mila imprese a rischio di sofferenza. Non si comprende, quindi, l'ottimismo del Governo, secondo il quale il nostro Paese sta andando meglio degli altri, senza precisare su quali basi si fondi tale sua convinzione. Pur auspicando che tale convinzione sia vera, in quanto anche l'opposizione ha interesse al bene del Paese, ci dichiarammo preoccupati delle scelte di politica economica fin qui adottate dall'Esecutivo, a partire dal decreto-legge n. 112 del 2008, che non ha prodotto i risultati attesi sul versante del contenimento della spesa pubblica di parte corrente, che ha continuato ad incrementarsi per le consuete dinamiche.
      L'incremento della spesa non può riferirsi ad interventi volti a contrastare la crisi, in quanto gli studi condotti in materia dall'OCSE hanno evidenziato come l'impatto delle misure anticrisi in termini di incremento della spesa abbiano avuto un effetto prossimo allo zero.
      In questo quadro, se i livelli di crescita che si raggiungeranno nei prossimi anni saranno analoghi a quelli del passato decennio, al nostro Paese occorreranno circa 15 anni per tornare alla situazione antecedente la crisi del 2008.
      Come rilevato in un recente articolo del Financial Times, nel nostro continente sono le economie di Italia e Germania a far segnare la più rilevante contrazione della produzione, in quanto in questi Paesi si è registrato nell'ultimo anno un calo pari a circa il 20 per cento. Si tratta di una situazione particolarmente grave, che, in mancanza di una ripresa forte di produttività, rischia di determinare gravi conseguenze per il nostro Paese sul piano economico e sociale.
      La manovra finanziaria per il 2010 presenta limiti evidenti, come dimostrano le critiche rivolte praticamente da tutte le istituzioni e gli operatori economici alle disposizioni dei disegni di legge finanziaria e di bilancio.
      In primo luogo, il disegno di legge finanziaria ha sollevato le critiche degli enti locali, che già sono stati duramente colpiti negli ultimi anni a seguito, in particolare, dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa e dei numerosi tagli ai trasferimenti ripetutamente adottati dall'Esecutivo.
      Peraltro, neppure Confindustria si è dichiarata soddisfatta dei contenuti del provvedimento, che poco o nulla contiene in materia di sostegno al sistema produttivo. Ricordiamo, altresì, le critiche rivolte dalle associazioni imprenditoriali alle modifiche introdotte alla disciplina dei crediti di imposta per la cui erogazione fu ideato il cosiddetto click day. Parimenti insoddisfatte si sono dichiarate le associazioni rappresentative di artigiani, commercianti e costruttori edili.
      Con riferimento a questi ultimi, si segnala come il provvedimento oggi in esame non preveda sostanzialmente lo stanziamento di risorse per la realizzazione né di opere pubbliche di carattere strategico, dal momento che non sono previsti contributi all'ANAS e trasferimenti alle Ferrovie dello Stato, né di opere medio-piccole, prevalentemente realizzate a livello territoriale.
      Anche la Corte dei conti, nel corso della sua audizione presso le Commissioni bilancio di Camera e Senato in occasione dell'avvio dell'esame della manovra finanziaria, ha avuto modo di criticare l'operato del Governo, giudicando le previsioni di crescita elaborate dal Governo frutto di facile ottimismo.
      È oltremodo significativo che i disegni di legge all'esame della Commissione non piacciano neppure alla maggioranza che sostiene il Governo, come dimostra l'iter
 

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del provvedimento presso l'altro ramo del Parlamento.
      Infatti, è particolarmente grave l'assenza di nuovi stanziamenti per interventi di stimolo all'economia, mentre nel nostro Paese provvedimenti di contrasto alla crisi dei mesi scorsi si sono sostanzialmente esauriti in una riprogrammazione di risorse già disponibili a legislazione vigente.
      Nel complesso, il Governo, che pure ha investito ingenti risorse per il salvataggio di Alitalia, non presti analoga attenzione alle esigenze delle piccole e medie imprese, per le quali poco o nulla è stato fatto finora.
      In questo quadro, con le disposizioni in materia di rientro e regolarizzazione di capitali detenuti all'estero, l'Esecutivo ha fatto un enorme regalo ai grandi evasori, in quanto, per la regolarizzazione, è stata applicata un'aliquota pari al 5 per cento, infinitamente inferiore a quella applicata dagli analoghi provvedimenti adottati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in base ai quali la tassazione si colloca tra il 47 e il 49 per cento delle somme emerse. In proposito, giudichiamo inesatte le dichiarazioni del ministro Tremonti, che ha sostenuto che i patrimoni rientrati sarebbero comunque stati sottoposti, se regolarmente dichiarati, ad una tassazione del 12,5 per cento, osservando che, qualora si tratti di somme derivanti da falsificazioni di bilancio, l'aliquota impositiva sarebbe stata molto maggiore.
      Sono viceversa estremamente preoccupanti gli effetti del calo degli ordinativi e del fatturato delle imprese sui livelli occupazionali, ricordando come il tasso di disoccupazione sia pari al 7,4 per cento.
      L'ISTAT ha fornito anche di recente dati estremamente allarmanti sull'andamento del mercato del lavoro. La crisi ha messo a dura prova i redditi dei lavoratori e delle famiglie. Abbiamo dovuto registrare una sensibile contrazione del reddito lordo che è stata accompagnata da un calo dei consumi e dei risparmi.
      Ormai, le famiglie stanno esaurendo i risparmi accumulati in passato. I redditi da lavoro dipendente sono tra i più penalizzati in questa fase economica, come dimostra la progressiva riduzione di appartenenti alle classi medie. A tale proposito, si rileva che il progressivo assottigliamento dei componenti dei ceti medi, registrato dal cosiddetto indice di Gini, costituisce un fattore problematico per il corretto funzionamento del sistema democratico.
      Quanto alle prospettive di ripresa economica, pur riconoscendo che esistono realtà imprenditoriali in espansione, nonostante gli effetti della crisi economica, non si possano formulare previsioni particolarmente ottimistiche, anche in considerazione dell'inconsistenza delle misure contenute nella manovra finanziaria al nostro esame.
      Senza volere entrare nel dettaglio dei contenuti del provvedimento, si ritiene comunque necessario esprimere da subito la nostra forte contrarietà al rifinanziamento per 50 milioni nell'anno 2010 del fondo di cui all'articolo 13, comma 3-quater, del decreto-legge n. 112 del 2008, destinato alla cosiddetta "legge mancia".
      È, altresì, paradossale l'incremento di 100 milioni di euro a decorrere dal 2010 degli stanziamenti destinati al miglioramento stipendiale del personale delle Forze armate e delle Forze di polizia, previsto dal comma 38 dell'articolo 2 del disegno di legge finanziaria. Infatti, si tratta di uno stanziamento di modesta entità finanziato, peraltro, con risorse di un fondo comunque già destinato alla tutela della sicurezza pubblica e al soccorso pubblico.
      Come sapete sono state numerose le osservazioni critiche da più parti formulate con riferimento alle disposizioni dell'articolo 2, comma 47, in materia di vendita dei beni immobili confiscati alla criminalità.
      Dobbiamo anche sottolineare le profonde lacune dei provvedimenti all'esame della Commissione per quanto attiene al finanziamento dei programmi infrastrutturali.
      Le risorse dedicate agli interventi infrastrutturali nel 2010 si riducono in termini reali del 7,8 per cento. Nel disegno di legge finanziaria non è previsto il rifinanziamento
 

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di numerosi interventi disposti negli anni passati, ricordiamo, in particolare, il mancato finanziamento di opere autostradali, del Passante di Bologna, della Pedemontana di Formia, la riduzione degli stanziamenti per l'autotrasporto e di quelli per il sistema e la sicurezza ferroviari.
      Analogamente, non sono previsti contributi all'ANAS né finanziamenti per il trasporto pubblico locale e per il diritto alla mobilità e che anche all'alta velocità ferroviaria sono destinate, per interventi limitati al Nord Italia, solo risorse assolutamente inadeguate rispetto alle misure da adottare. Dobbiamo anche evidenziare il mancato rifinanziamento del piano per la sicurezza stradale.
      Anche sul versante dello sviluppo del sistema produttivo, i contenuti della manovra finanziaria sono assolutamente insoddisfacenti, in quanto manca una vera e propria politica industriale e interventi volti a sostenere lo sviluppo delle piccole e medie imprese e a promuovere il turismo e il made in Italy.
      Anche in questo settore, sono stati operati tagli ad interventi di particolare rilievo, tra i quali si ricorda il finanziamento dei distretti produttivi e del fondo per la tutela della proprietà industriale.
      Il provvedimento sostanzialmente non contenga disposizioni volte ad assicurare lo sviluppo economico del Mezzogiorno, e non bastano certo al riguardo le disposizioni relative alla cosiddetta Banca del Mezzogiorno.
      Emerge con forza l'esigenza di assicurare adeguate risorse per la ricerca in ambito universitario.
      Nel provvedimento peraltro non vi è traccia degli 800 milioni di euro dei quali era stato assicurato lo stanziamento al fine di realizzare una rete a banda larga sul territorio nazionale. Giudichiamo che tale mancato investimento rappresenti una scelta assolutamente sbagliata, in quanto il nostro Paese sta maturando un crescente ritardo di sviluppo nei settori ad alta tecnologia, non solo nei confronti degli altri Paesi più sviluppati, ma anche nei confronti di Paesi emergenti, come la Cina, che stanno facendo passi avanti giganteschi in questo settore. Si tratta, dell'ennesima lacuna presente in una legge finanziaria che non c'è.

Una Finanziaria né carne né pesce

      Dopo la presentazione degli emendamenti del Governo, poi ricompresi nel maxi-emendamento del Relatore sono ormai chiari i contenuti della Finanziaria 2010 (2).


      (2) Vedi Tito Boeri - Lavoce.info.

      Non sarà leggera perché prevede una manovra lorda di 8 miliardi. Non sarà di sviluppo perché è priva di idee. Non affronta i problemi strutturali del paese e non sostiene la domanda interna.
      Né sarà di rigore perché apre nuovi rubinetti che sarà difficilissimo chiudere, alimentati peraltro da entrate una tantum, che pregiudicano entrate future, come quelle dello scudo fiscale.
      Ma non sarà nemmeno una Finanziaria di equità perché non interviene per ampliare la platea dei beneficiari dei modestissimi interventi di contrasto alla povertà varati nel mezzo della peggior crisi del Dopoguerra. Insomma, sarà una Finanziaria né carne né pesce.
      C'è chi sostiene, come il Ministro Sacconi, che questa è una Finanziaria sociale, di grande equità. Ci accontenteremmo di una Finanziaria che fosse almeno una di queste cose: di rigore o di sviluppo (perché i due termini non sono affatto antitetici) oppure di equità (perché ce n'è tanto bisogno, soprattutto dopo la crisi). Ma non sarà nessuna di queste tre cose, purtroppo.
      Come volevasi dimostrare, la Finanziaria di due articoli ha creato le condizioni per la presentazione di oltre 2.400 emendamenti, molti dei quali provenienti dalle fila della maggioranza. Spaziano su tutto lo spendibile umano. C'era da aspettarselo: quando manca un progetto, una definizione di priorità, ognuno si sente legittimato a chiedere qualcosa per il gruppo che rappresenta, anche quando si è nel mezzo di una grande crisi e non c'è, come si usa dire «trippa per gatti».

 

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      Dalla «manovra ultralight» siamo così passati a una manovra da 8 miliardi. Ci saranno tanti piccoli interventi per accontentare un po' tutti. Si apriranno così tanti nuovi rubinetti che sarà poi difficile chiudere. A questi vanno aggiunte le risorse per il contratto del pubblico impiego, non contemplate dalla manovra, ma che finirà per pesare sui conti pubblici nel 2010. Né ci sono le risorse per rifinanziare la cassa integrazione in deroga.
      Per finanziare questi interventi si utilizzeranno per lo più le entrate una tantum (a scapito di entrate future) dello scudo fiscale, più alcune poste incerte, come le risorse recuperate con controlli sulle pensioni di invalidità e i soliti tagli alle spese delle amministrazioni locali, non si sa come imposti e attuati. Si tratta dunque di una Finanziaria con coperture incerte e per lo più una tantum, a fronte di spese tutt'altro che transitorie.
      Tremonti ha ricostruito l'andamento dei nostri conti pubblici dal suo ritorno alla scrivania di Quintino Sella come caratterizzato da una caduta delle entrate («se ne sono andate un bel po' di entrate») in presenza di una «tenuta delle spese». In realtà, non è affatto così.
      Come si evince dalla tabella qui sotto, tratta dalla Relazione previsionale e programmatica, i saldi di bilancio primari (al netto della spesa per interessi calata di ben 6 miliardi), sono peggiorati tra il 2008 e il 2009 di circa 44 miliardi.
      Il peggioramento è attribuibile solo per 10 miliardi a un calo delle entrate (soprattutto di quelle tributarie). I restanti 34 miliardi sono tutti legati a un incremento della spesa primaria, che aumenta del 5 per cento in termini nominali (2,7 in termini reali).
 
2008
2009
Totale spesa primaria 694.032 728.539
Interessi 80.891 74.013
Entrate tributarie 457.424 444.064
Contributi sociali 214.718 213.910
Altre entrate 59.802 63.633
Totale entrate 731.944 721.607
saldo primario 37.912 -6.932
Indebitamento -42.979 -80.945

      Non ci sono nella Finanziaria né provvedimenti di riduzione delle tasse per rilanciare i consumi, né interventi che siano in grado di rilanciare l'offerta. Solo un lungo elenco di interventi, ciascuno di piccola entità: dagli sgravi alle banche che concedono moratorie sui debiti alle piccole imprese (adesso sappiamo che non erano certo un segno di buona volontà) ai finanziamenti delle spese per i processi immobiliari.
      Insomma, lo sviluppo non si vede.

LA FINANZIARIA MODIFICATA
DAL SENATO IN PRIMA LETTURA

      Prima di illustrare la manovra alternativa proposta dall'Italia dei Valori riteniamo di dover riportare in estrema sintesi l'elenco dei contenuti della proposta di legge finanziaria per il 2010 presentata dal Governo, nel testo approvato dal Senato. Questa premessa, qui solo descrittiva dei dati che in finanziaria si rinvengono e priva di commenti, che si riservano ai prossimi paragrafi, evidenzia già da sola il segno positivo della proposta avanzata dall'Italia dei Valori per superare la crisi e facilita la comprensione della validità di scelte operate per dare al Paese una seria ed efficace azione di politica economica che guarda in prospettiva e costruisce le premesse per una vera crescita e uno stabile sviluppo.
      E da questi semplici dati emerge che la finanziaria per il 2010 elaborata dal Governo è ridottissima, sia nel numero di articoli di cui si compone (si tratta di 3 soli articoli), sia per l'ammontare delle risorse messe in campo: mobilita nel triennio 2010-2013, solo 3 miliardi interamente coperti. Non si prevede alcun intervento sui saldi, ma solo un leggero ritocco per il 2010, anno che vedrà il saldo in leggero miglioramento per 12 milioni di euro. Si deve attendere di quantificare il reale aumento di gettito derivante dallo scudo fiscale "allargato" per sapere quante risorse il Governo metterà in campo e soprattutto per quali interventi; di sicuro il Governo dovrà pensare alle risorse necessarie

 

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al rinnovo dei contratti pubblici, poiché al momento sono previste in finanziaria risorse per la sola indennità di vacanza contrattuale. E senza spirito di polemica sia qui consentita una riflessione sul modus operandi del Governo che ha presentato in commissione bilancio alla Camera emendamenti che per la loro portata ridisegnano la finanziaria precedentemente presentata alle Camere. Il sospetto così si fa certezza: il Governo si impegna in azioni di cabotaggio e naviga a vista, ma non ha una politica economica e non esprime un'idea di sviluppo di medio e lungo periodo. Ciò che è vero è che quel che ha proposto ieri, oggi non è già più valido, né per l'opposizione né per la maggioranza. Soprattutto va sottolineato che il Governo mette così in smacco il Parlamento, sminuendo il lavoro del Senato che ha approvato una finanziaria che non è quella che tra pochi giorni le tornerà in seconda lettura, che non è quella alla quale la Camera dei Deputati ha già dedicato una settimana di lavoro.
      L'articolo 1 reca la quantificazione dei saldi di finanza pubblica, stabilendo per l'anno 2010 che il livello massimo del saldo netto da finanziare è determinato in 63 miliardi di euro al netto di 4.684 milioni per regolazioni debitorie, che corrisponde a quanto indicato dalla Nota di aggiornamento del DPEF.
      Il Senato non ha apportato modifiche all'articolo 1.
      Il comma 4 dell'articolo 1, come di consueto, stabilisce che le maggiori disponibilità di finanza pubblica che si realizzassero nell'anno 2010, rispetto alla previsioni del DPEF 2010-2013, devono essere destinate alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e i pensionati. Quello che però la disposizione non dice è se intenda le maggiori entrate che dovessero determinarsi sono al netto o meno del conseguimento degli obiettivi dei saldi fissati dal DPEF.
      Per quanto riguarda il ricorso al mercato, per l'anno 2010 è fissato un livello massimo, in termini di competenza, pari a 286 miliardi. In tale limite è compreso l'indebitamento all'estero, per un importo complessivo non superiore a 4 miliardi, relativo ad interventi non considerati nel bilancio di previsione.
      L'articolo 2 contiene numerosi commi con disposizioni diverse, molte delle quali di nessuna attinenza con la legge finanziaria.
      L'articolo 2, nei commi da 1 a 4, reca le disposizioni relative ai trasferimenti a favore di alcune gestioni previdenziali dell'INPS a carico del bilancio dello Stato. Viene specificato che il trasferimento complessivo relativo a queste gestioni è da intendersi al netto delle quote attribuite alla gestione per i coltivatori diretti, mezzadri e coloni, a completamento dell'integrale assunzione a carico dello Stato dell'onere relativo ai trattamenti pensionistici liquidati anteriormente al 1o gennaio 1989 e al netto delle quote destinate alla gestione speciale minatori e all'ENPALS.
      L'articolo 2, comma 4 prevede l'utilizzo di specifiche risorse ai fini del finanziamento dei maggiori oneri a carico della Gestione per l'erogazione delle pensioni, assegni e indennità agli invalidi civili, ciechi e sordomuti di cui all'articolo 130 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, valutati in 204,09 milioni di euro per il 2008 ed in 200 milioni di euro per il 2009.
      L'articolo 2, comma 5 reca una norma di interpretazione autentica (avente, quindi, effetto retroattivo) riguardante i criteri di calcolo della retribuzione convenzionale, valida come base di calcolo ai fini della contribuzione pensionistica obbligatoria e del trattamento pensionistico, per gli operai agricoli a tempo determinato. La norma chiarisce che per la rilevazione della media tra le retribuzioni per le diverse qualifiche previste dai contratti collettivi provinciali di lavoro ai fini della determinazione della retribuzione media convenzionale, occorre far riferimento ai contratti collettivi provinciali vigenti al 30 ottobre dell'anno precedente. Tuttavia il Governo non fornisce i dati che ha utilizzato per quantificare il maggiore onere finanziario derivante dal presente comma, anche se la relazione tecnica specifica che
 

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la disposizione è volta ad evitare che, a causa di recenti sentenze della Corte di Cassazione, si determini una maggiore spesa pensionistica di rilevante entità, non considerata nei tendenziali a normativa vigente.
      L'articolo 2, comma 6, dispone che per il triennio 2010-2012 continuano ad applicarsi le disposizioni recate dalla legge finanziaria 2007, relative ai criteri di determinazione annuale del fabbisogno finanziario delle università e degli enti pubblici di ricerca. Quindi, anche per ciascun anno del nuovo triennio, la crescita del fabbisogno non può essere superiore al fabbisogno finanziario determinato a consuntivo nell'anno precedente, incrementato di un tasso pari al 3 per cento per il sistema universitario e al 4 per cento per gli enti pubblici di ricerca. Tale fabbisogno è incrementato degli oneri contrattuali del personale riguardanti competenze arretrate.
      L'articolo 2, commi 7 e 8 prorogano per l'anno 2012 le detrazioni IRPEF, in misura pari al 36 per cento per un importo di spesa non superiore a 48.000 euro per ciascuna unità immobiliare, relativamente a spese di ristrutturazione edilizia realizzate su unità immobiliari a prevalente destinazione abitativa privata e spese per il restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia eseguite su interi fabbricati dalle imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare nonché da cooperative edilizie che provvedano alla successiva alienazione o assegnazione dell'immobile. Viene prevista anche la messa a regime dell'applicazione dell'aliquota IVA agevolata al 10 per cento per alcuni interventi di recupero del patrimonio edilizio realizzati su fabbricati a prevalente destinazione abitativa privata.
      L'articolo 2, comma 9 dispone che agli esercenti attività di commercio al dettaglio ambulante (sia in forma itinerante sia a posto fisso) non si applicano le disposizioni concernenti il documento unico di regolarità contributiva (DURC), comprese le norme che subordinano l'attribuzione di agevolazioni contributive o di finanziamenti pubblici (ivi compresi quelli di fonte comunitaria) all'attestazione della regolarità della posizione contributiva.
      L'articolo 2, commi da 10 a 17, recano stanziamenti di risorse per i rinnovi contrattuali per il triennio 2010-2012 relativi al personale delle pubbliche amministrazioni.
      In particolare si dispongono stanziamenti sia per il personale statale "contrattualizzato" sia per il personale statale in regime di diritto pubblico, alla luce delle disposizioni sul riassetto contrattuale della P.A., introdotte dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 (commi 10-12); si conferma che per il personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall'amministrazione statale, gli oneri conseguenti ai rinnovi contrattuali per il triennio 2010-2012 sono comunque a carico dei rispettivi bilanci.
      Le risorse destinate alla contrattazione collettiva nazionale per il personale statale "contrattualizzato" per il triennio 2010-2012 sono quantificate complessivamente in 215 milioni di euro per il 2010, 370 milioni di euro per il 2011 e 585 milioni di euro per il 2012. In pratica le risorse effettivamente stanziate sono appena sufficienti a coprire l'indennità di vacanza contrattuale.
      L'articolo 2, comma 11, prevede che lo stanziamento delle risorse destinate per il triennio 2010-2012 ai miglioramenti stipendiali per il personale statale in regime di diritto pubblico (magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e le Forze di polizia di Stato, i diplomatici e i prefetti, autorità garanti, professori universitari e ricercatori) è pari complessivamente a 135 milioni di euro per il 2010, 201 milioni di euro per il 2011, e 307 milioni di euro a decorrere dal 2012, con specifica destinazione, rispettivamente, di 79, 135 e 214 milioni di euro per il personale delle Forze armate e dei Corpi di polizia di cui al D.Lgs. 12 maggio 1995, n. 195.
      L'articolo 2, comma 12, precisa che le somme stanziate per il riconoscimento degli aumenti retributivi per il triennio 2010-2012 per il personale delle amministrazioni statali, contrattualizzato e in regime
 

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di diritto pubblico, costituiscono l'ammontare complessivo massimo destinato a copertura degli oneri contrattuali per ciascuno degli anni compresi nel bilancio pluriennale e precisa che le somme medesime sono da ritenersi comprensive degli oneri contributivi e dell'IRAP.
      Per i rinnovi contrattuali del personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall'amministrazione statale tali categorie, viene disposto dal comma 13 che gli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali, sempre per il triennio 2010-2012, nonché gli oneri derivanti dalla corresponsione dei miglioramenti economici ai professori e ai ricercatori universitari, sono posti a carico dei rispettivi bilanci, con obbligo, in particolare per le regioni, di costituire nel proprio bilancio gli accantonamenti necessari alla copertura degli oneri derivanti dal rinnovo dei contratti collettivi nazionali per il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale degli accordi collettivi nazionali per il personale convenzionato con il Servizio stesso, nell'ambito del proprio territorio, quantificati sulla base dei parametri previsti dai documenti di finanza pubblica.
      In aggiunta alle risorse previste dai commi 10-13, il comma 15, primo periodo, prevede l'utilizzo da parte delle amministrazioni dei maggiori risparmi eventuali derivanti dalle misure di riorganizzazione e razionalizzazione delle spese di personale, con lo scopo di consentire la destinazione di risorse aggiuntive alla contrattazione integrativa, previo accertamento da effettuarsi entro il primo semestre del 2010 sulla base delle risultanze finanziarie dei dati del consuntivo 2009.
      Il secondo periodo del comma 15 prevede che per il comparto scuola resti ferma la normativa di settore contenuta nel decreto-legge n. 112 del 2008 che ha previsto una riorganizzazione del servizio scolastico, con riguardo all'organico dei docenti e del personale ATA, nonché all'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico, e ha destinato il 30 per cento delle economie di spese derivanti dalla riorganizzazione all'incremento delle risorse contrattuali per il personale della scuola, abrogando infine le S.I.S.S.
      L'articolo 2, comma 16, istituisce un apposito fondo, nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze nel quale confluiscono le risorse aggiuntive risultanti dalla verifica dei risparmi derivanti dalle misure di riorganizzazione e razionalizzazione di cui al comma 15 e destinate alle finalità di cui ai commi 10-17 in esame.
      L'articolo 2, comma 17, infine, rinvia senza termine l'individuazione di ulteriori risorse ai fini del rinnovo dei contratti del pubblico impiego per il triennio contrattuale 2010-2012.
      L'articolo 2, comma 18, istituisce un tavolo paritetico fra il Ministero dell'economia e delle finanze e la regione Friuli-Venezia Giulia per la definizione del contenzioso riguardante le quote delle ritenute IRPEF sui redditi da pensione spettanti alla regione, determinati in quota fissa per gli anni dal 2008 al 2011 da una disposizione dichiarata incostituzionale, e attribuisce alla stessa 200 milioni di euro nell'anno 2010, a titolo di acconto dell'intero ammontare che verrà determinato.
      L'articolo. 2, comma 19, proroga per il triennio 2010-2012 le disposizioni previste dalla finanziaria 2008 in materia di assunzione di personale a tempo indeterminato da parte delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura (CCIAA) e dell'Unioncamere prevedendo che tali assunzioni siano possibili solo previo svolgimento delle procedure di mobilità, nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari ad una determinata percentuale delle cessazioni avvenute nell'anno precedente.
      L'articolo 2, comma 20, proroga per gli anni 2010, 2011 e 2012 i contributi previsti a favore delle comunità montane e dei piccoli comuni, in particolare di quelli che presentano parametri critici di carattere demografico, già disposte per il triennio 2007-2009 dalla legge finanziaria per il 2007.
      L'articolo 2, comma 21, aggiunto nel corso dell'esame in sede referente al Senato,
 

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autorizza una spesa di 3 milioni di euro per il 2010 per lo svolgimento di attività culturale da parte dei collegi universitari legalmente riconosciuti.
      L'articolo 2, comma 22, introdotto durante l'esame del disegno di legge al Senato, dispone l'esenzione dal pagamento dell'imposta di registro e di ogni altra imposta, per le parti in causa di un procedimento giudiziario per le vittime di atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice e per i loro superstiti, compresi i figli maggiorenni, gli ascendenti, i fratelli e le sorelle che siano state parti in causa in un procedimento civile, penale, amministrativo o contabile comunque dipendente da atti di terrorismo o di stragi di tale matrice.
      L'articolo 2, commi 23 e da 28 a 32, introdotti durante l'esame presso la Commissione bilancio del Senato, recano la costituzione di una società per azioni denominata "Difesa Servizi Spa", con capitale iniziale di un milione di euro e sede in Roma. Le attività affidate a "Difesa Servizi Spa consistono, da un lato, nello svolgimento dell'attività negoziale diretta all'acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell'Amministrazione della Difesa e non direttamente correlate all'attività operativa delle Forze Armate, compresa l'Arma dei Carabinieri, da individuare con decreto del Ministro della difesa di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze; dall'altro nella concessione in uso temporaneo, a titolo oneroso, previa autorizzazione del Ministro della difesa, dei mezzi e materiali prodotti dall'industria nazionale e acquisiti dalle Forze armate, per effettuare prove dimostrative, anche all'estero. Inoltre (comma 28), la nuova società per azioni espleta funzioni di centrale di committenza per gli acquisti inerenti allo svolgimento dei compiti istituzionali del comparto sicurezza e difesa; è previsto altresì l'espletamento delle predette funzioni di centrale di committenza anche per le altre forze di polizia, previa stipula di apposite convenzioni con le amministrazioni interessate.
      Dall'insieme delle previsioni si evince che "Difesa Servizi Spa", oltre a svolgere la funzione di centrale di committenza, rientrerebbe, per lo svolgimento degli ulteriori compiti alla stessa attribuiti, nella fattispecie - di derivazione comunitaria - della società in house, ovvero formalmente terza e separata dall'amministrazione pubblica ma sostanzialmente unita alla stessa da una relazione organica, chiamata a svolgere funzioni proprie dell'amministrazione e totalmente partecipata dallo Stato. Infatti le azioni di "Difesa Servizi Spa" sono interamente sottoscritte dal Ministero della Difesa, che esercita i diritti dell'azionista e determina eventuali successivi aumenti del capitale iniziale per mezzo di decreti del Ministro (comma 23).
      Le disposizioni di cui all'articolo 2, commi da 24 a 27, concernono lo sfruttamento in esclusiva del marchio delle forze armate, comprese l'Arma dei carabinieri e la Guardia di finanza e la possibilità per queste di avvalersi della società "Difesa Servizi Spa" per consentire l'uso anche temporaneo delle denominazioni, degli stemmi degli emblemi e dei segni distintivi attraverso contratti di sponsorizzazione.
      L'articolo 2, comma 33, destina, nell'ambito delle risorse del Fondo per la finanza d'impresa, una quota di 10 milioni di euro agli interventi in favore dei consorzi dei confidi delle province con il più alto tasso di utilizzazione della cassa integrazione.
      L'articolo 2, comma 34, inserito nel corso dell'esame al Senato, modifica la disciplina del Fondo speciale di garanzia per l'acquisto della prima casa, che viene finalizzato ad agevolare l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa.
      L'articolo 2, comma 35, proroga per l'anno 2010 le disposizioni della legge finanziaria 2007 con le quali è stata prevista, in deroga alla disciplina generale, l'assegnazione ad alcune province della riscossione diretta dell'addizionale sul consumo di energia elettrica.
      L'articolo 2, comma 36, dispone l'ulteriore differimento fino al 31 dicembre 2010 del termine annuale entro il quale
 

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devono essere alienate le azioni del capitale sociale delle banche popolari detenute in eccesso rispetto al limite di possesso azionario fissato nello 0,50 per cento del capitale sociale. La disposizione si applica ai soggetti che detenevano una partecipazione superiore al suddetto limite al 31 dicembre 2008.
      Il comma 37 reca alcune deroghe ai vincoli del patto di stabilità interno per l'anno 2010 in favore dei comuni della regione Abruzzo colpiti dal sisma dell'aprile 2009, come individuati dal decreto-legge n. 39/2009 (legge n. 77/2009), che stabiliscono l'esclusione dal computo del saldo del patto per il 2010 dei pagamenti per le spese relative agli investimenti per la tutela della sicurezza pubblica nonché per gli interventi temporanei e straordinari di carattere sociale immediatamente diretti ad alleviare gli effetti negativi del sisma. La misura dei pagamenti consentiti in deroga è limitata ad un importo complessivo non superiore a 15 milioni di euro, a valere sulle risorse messe a disposizione dal Fondo per le aree sottoutilizzate per la ricostruzione e il sostegno delle zone terremotate, ai sensi dell'articolo 14, comma 1, del predetto decreto-legge n. 39 del 2009.
      L'articolo 2, comma 38, stanzia 100 milioni di euro aggiuntivi, a decorrere dal 2010, per il personale appartenente al comparto sicurezza-difesa.
      L'articolo 2, comma 39, introdotto nel corso dell'esame dall'Assemblea del Senato, autorizza la spesa di 15 milioni di euro per ciascuno degli esercizi finanziari 2010 e 2011 e di 20 milioni di euro per l'esercizio 2012 in favore del Consiglio nazionale delle ricerche e dell'ENEA per il coordinamento di progetti di ricerca volti allo sviluppo del tessuto produttivo dei territori indicati. In particolare, si prevede che i progetti, coordinati dai due enti di ricerca secondo le specifiche competenze, intervengano in materia di tecnologie avanzate per l'efficienza energetica, tutela ambientale, metodologie innovative per il Made in Italy agroalimentare, produzione di farmaci biotecnologici. La disposizione interessa le regioni Basilicata, Abruzzo, Molise, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, le province di Frosinone e di Latina, i comuni delle province di Rieti e di Viterbo, i comuni della provincia di Roma compresi nella zona del comprensorio di bonifica di Latina.
      L'articolo 2, comma 40, in esame modifica l'articolo 2, comma 188, primo periodo della legge finanziaria per il 2008 che autorizza l'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa S.p.A (ex Sviluppo Italia) a rinegoziare i mutui accesi entro il 31 dicembre 2004 in base alle disposizioni contenute nella legislazione in materia di autoimprenditorialità.
      La modifica in particolare dispone che la rinegoziazione in esame possa essere estesa ai mutui accesi entro il 31 dicembre 2008, prevedendo altresì un limite di spesa con riferimento alle risorse disponibili allo scopo destinate, quantificate in un ammontare pari a 1 milione di euro per il 2010.
      L'articolo 2, comma 41, inserito durante l'esame presso il Senato, autorizza la spesa di 4 milioni di euro per l'anno 2010 e di due milioni di euro per ciascuno degli anni 2011 e 2012 finalizzata alla diffusione di defibrillatori semiautomatici e automatici esterni utilizzabili in caso di arresto cardiaco.
      L'articolo 2, comma 42 estende alla Guardia di finanza la facoltà, in origine concessa dalla legge finanziaria 2006 al Ministero della difesa, di stipulare convenzioni e contratti aventi ad oggetto la permuta di materiali o prestazioni con soggetti pubblici e privati, con finalità di contenimento della spesa, nei medesimi termini previsti dalla citata legge finanziaria 2006.
      L'articolo 2, comma 43, riserva una quota di 50 milioni di euro per il 2010 in favore del Fondo per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, istituito dal decreto-legge n. 112 del 2008, finalizzato ad enti per interventi sul rispettivo territorio di appartenenza. La riserva è a valere sulle risorse provenienti dallo scudo fiscale.
 

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      L'articolo 2, comma 44, proroga, per il periodo 1o gennaio - 31 luglio 2010, la rideterminazione delle agevolazioni contributive per i datori di lavoro agricoli di zone svantaggiate o particolarmente svantaggiate, autorizzando una spesa di 120,2 milioni di euro.
      L'articolo 2, comma 45, modifica il funzionamento del Fondo di sostegno per l'occupazione e l'imprenditoria giovanile di cui alla legge 247/2007, escludendo che il sostegno debba avvenire mediante l'accesso a finanziamenti agevolati.
      L'articolo 2, comma 46, inserito nel corso dell'esame al Senato, integra con 10 milioni di euro il Fondo della protezione civile, destinando tale importo ai territori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia colpiti da eccezionali eventi meteorologici il 6 giugno 2009.
      L'articolo 2, comma 47, contiene una nuova disciplina in materia di destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose, stabilendo che le risorse derivanti dalla loro vendita sia destinata per il 50 per cento al Ministero dell'Interno; per il restante 50 per cento al Ministero della giustizia.
      L'articolo 2, comma 48, stabilisce che, a decorrere dal 1o gennaio 2010, le risorse disponibili che risultano dalla gestione degli interventi di riordino fondiario da parte dell'ISMEA, al netto dei costi di gestione e del personale, sono destinate al ripiano delle esposizioni debitorie del gestore.
      Le eventuali ulteriori risorse che dovessero residuare sarebbero assegnate ad un fondo per essere destinate al finanziamento degli interventi assicurativi del Fondo di solidarietà nazionale per il sostegno alle imprese agricole in conseguenza del verificarsi di calamità naturali e di condizioni climatiche di particolare gravità. Nonostante le risorse di cui al comma 48 siano destinate agli incentivi assicurativi di cui al "Fondo di solidarietà nazionale" iscritto nello stato di previsione del dicastero agricolo, le stesse non vengono assegnate direttamente a tale Fondo, ma ad un Fondo diverso, peraltro non facilmente individuabile. Infatti l'articolo 7-quinquies del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, detta la disciplina relativa ad una pluralità di fondi.
      L'articolo 2, comma 49, reca un'autorizzazione di spesa pari a 10 milioni di euro, per il solo esercizio 2010, destinati alla erogazione di contributi alla produzione, per quei prodotti agricoli che hanno necessità di una stagionatura prolungata e che si possano fregiare di una denominazione protetta DOP o IGP.
      L'articolo 2, comma 50, riduce di centomila euro per il 2010, di novecentomila euro a decorrere dal 2011 e di ulteriori 2 milioni di euro per l'anno 2012, l'autorizzazione di spesa per far fronte agli oneri derivanti da una serie di agevolazioni tributarie, previdenziali e creditizie a favore degli allevatori avicoli, delle imprese di macellazione e trasformazione di carne avicola nonché mangimistiche operanti nella filiera e degli esercenti attività di commercio all'ingrosso di carni avicole.
      L'articolo 2, comma 51, inserito nel corso dell'esame al Senato, prevede l'elargizione di un contributo straordinario per l'anno 2010 nei confronti degli orfani, già collocati in pensione, delle vittime di terrorismo e delle stragi di tali matrice. Il contributo, pari a 5 milioni di euro.
      L'articolo 2, comma 52, inserito nel corso dell'esame al Senato, riformula l'articolo 1, comma 556, della legge finanziaria 2006 che ha istituito presso il Ministero della solidarietà sociale l'Osservatorio per il disagio giovanile legato alle dipendenze nonché il Fondo nazionale per le comunità giovanili. La riformulazione operata con l'emendamento approvato dal Senato riferisce l'Osservatorio alle comunità giovanili - eliminando, quindi, lo specifico riferimento al disagio ed alle dipendenze. La medesima disposizione prevede altresì l'istituzione, presso, la Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della gioventù - del Fondo nazionale per le comunità giovanili, per la realizzazione di azioni di promozione e valorizzazione delle attività delle comunità giovanili, con una dotazione
 

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finanziaria fissata in tre milioni di euro per il 2010.
      L'articolo 2, comma 53, introdotto durante l'esame al Senato, reca una disposizione interpretativa dell'articolo 20, comma 3-ter, del decreto-legge n. 223 del 2006, concernente i contributi per quotidiani e periodici organi di partiti o movimenti politici, nonché dell'articolo 1, comma 460, della legge n. 266 del 2005, relativo alle condizioni necessarie, a partire dal 2006, per accedere ai contributi per quotidiani e periodici editi sia da cooperative di giornalisti sia da organi di partiti o movimenti politici.
      L'articolo 2, comma 54, dispone una rilevante riduzione dello stanziamento destinato all'agevolazione per il bioetanolo nonché un significativo ridimensionamento della quota di biodiesel ammessa ad accisa agevolata.
      L'articolo 2, comma 55, riduce di 100 milioni di euro a decorrere dal 2010 la dotazione finanziaria del Fondo di parte corrente alimentato dalle risorse provenienti dalle riduzioni di spesa e dalle maggiori entrate determinate dalle misure di contenimento previste dall'articolo 61 del decreto-legge n. 112 del 2008. Il Fondo è stato contestualmente finanziato di 200 milioni di euro annui a decorrere dal 2009.
      L'articolo 3, comma 1, dispone in ordine all'entità dei fondi speciali, mediante i quali si determinano le disponibilità per la copertura finanziaria dei provvedimenti legislativi che si prevede possano essere approvati nel corso degli esercizi finanziari compresi nel bilancio pluriennale. Nel disegno di legge finanziaria per il 2010 (A.S. 1790), gli importi della Tabella A, come modificati durante l'esame al Senato, sono determinati in 12,3 milioni per il 2010, 11,4 milioni per il 2011 e a 1.409,1 milioni per il 2012 (con una riduzione di 200.000 euro per ciascun anno del triennio).
      Per quanto riguarda l'importo della Tabella B relativo al 2010 questo risulta azzerato a seguito delle modifiche apportate durante l'esame del Senato.
      L'articolo 3, comma 2, contiene le quantificazioni degli stanziamenti per il triennio finanziario di riferimento delle leggi di spesa permanente, di natura corrente e in conto capitale, la cui quantificazione è rinviata alla legge finanziaria (Tabella C).
      A seguito delle modifiche approvate nel corso dell'esame al Senato, l'ammontare complessivo degli stanziamenti destinati a leggi di spesa di natura permanente previsti dalla Tabella C del disegno di legge finanziaria 2010 (A.C. 2936) è stato determinato in 16.227,8 milioni di euro per il 2010, a 13.955,5 milioni di euro per il 2011 e a 13.864,6 milioni di euro per il 2012.
      L'articolo 3, comma 3, contiene l'entità degli stanziamenti di cui alla Tabella D, nella quale vengono rifinanziate alcune leggi di spesa di conto capitale recanti interventi di sostegno dell'economia.
      Il totale dei rifinanziamenti previsti in Tabella D dal disegno di legge finanziaria, nel testo modificato durante l'esame al Senato, sono determinati in 347,3 milioni euro per il 2010, 801,1 milioni per il 2011 e a 7.801,1 milioni per il 2012. I rifinanziamenti previsti in Tabella D sono destinati alla regione Calabria per la tutela del patrimonio forestale (160,1 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012); agli interventi in materia di finanza locale ed in particolare a contribuire al finanziamento del Fondo per lo sviluppo degli investimenti dei comuni e delle province (100 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012); al completamento dei lavori di banchinaggio, dragaggio e raccordo stradale della diga foranea di Molfetta (12 milioni di euro per il solo anno 2010); all'integrazione del Fondo per le politiche comunitarie di cui all'articolo 5 della legge n. 183 del 1987 (75,2 milioni di euro per il 2010, 41 milioni per il 2011 e 5.541 milioni per il 2012); al Fondo per la realizzazione di programmi di investimenti pluriennali per esigenze di difesa nazionale (500 milioni di euro per il 2011 e 2.000 milioni per il 2012).
      L'articolo 3, comma 4, contiene le riduzione di autorizzazioni legislative di
 

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spesa (definanziamenti) per ciascuno degli anni considerati dal bilancio pluriennale (Tabella E).
      Nella tabella E allegata al disegno di legge finanziaria per il 2010 (A.C. 2936) risultano definanziamenti per un ammontare complessivo di 200 milioni di euro per il 2010 e per 1.927,9 milioni per il 2012.
      L'articolo 3, comma 5, contiene gli stanziamenti iscritti nella tabella F in funzione di rimodulazione delle quote annue dello stanziamento delle leggi pluriennali di spesa destinata a gravare sugli esercizi successivi al primo, senza tuttavia poter variare lo stanziamento complessivo di ciascuna legge.
      Nel disegno di legge finanziaria 2010, nel testo approvato dal Senato (A.C. 2936) gli importi iscritti in Tabella F ammontano complessivamente a 24.418,0 milioni per il 2010, 25.022,2 milioni per il 2011, 20.092,9 milioni per il 2012 e a 75.161,2 milioni per il 2013 e gli anni successivi.
      Rispetto al bilancio a legislazione vigente, le rimodulazioni proposte dalla Tabella F del disegno di legge finanziaria 2010 determinano un incremento delle autorizzazioni di spesa di 1.000 milioni per il 2010, di 4.456 milioni per il 2011, con decremento compensativo delle autorizzazioni di spesa 5.456 milioni nel 2012, restando così invariati gli stanziamenti per il 2013 e gli anni successivi. Tale variazione è determinata dalla rimodulazione della sola autorizzazione di spesa riguardante il Fondo per le aree sottoutilizzate, iscritto nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico (Missione "Sviluppo e riequilibrio territoriale", programma "Politiche per lo sviluppo economico ed il miglioramento istituzionale delle aree sottoutilizzate" al cap. 8425, rientrante nell'u.p.b. 2.1.6.), le cui risorse relative all'anno 2012 vengono dunque anticipate per 1 miliardo al 2010 e per 4,5 miliardi al 2011.
      Nel corso dell'esame al Senato del disegno di legge di bilancio per il 2010 (A.S. 1791), le risorse del FAS relative agli anni 2010 e 2011 sono state ridotte di 5 milioni di euro per ciascun annualità a copertura del finanziamento delle infrastrutture per la mobilità al servizio delle fiere di Bari, Verona, Foggia e Padova. Conseguentemente, per effetto della rimodulazione disposta dalla tabella F, l'autorizzazione di spesa per il FAS viene determinata in circa 7 miliardi per il 2010, in 9 miliardi per il 2011, in 4,6 miliardi per il 2012.
      L'articolo 3, comma 7, disciplina le modalità e le procedure contabili ai fini dell'utilizzo delle entrate derivanti dal cosiddetto "scudo fiscale" previsto dall'articolo 13-bis del decreto-legge n. 78 del 2009. Tale articolo, nel dettare misure per il rimpatrio delle attività detenute all'estero - disponendo a tal fine il pagamento di una imposta straordinaria corrispondente al 5 per cento delle attività regolarizzate o rimpatriate, da versare entro 15 dicembre dell'anno in corso - dispone al comma 8 che le entrate derivanti dovranno essere accantonate in una contabilità speciale, per venire poi utilizzate nell'ambito della manovra per gli anni 2010 e seguenti.

VI. ALCUNE QUESTIONI PROBLEMATICHE

DIFESA SERVIZI SPA

Articolo 2, commi 23, 24, 28, 29, 30, 31, 32.

      I commi 23, 24, 28, 39, 30, 31 e 32 dell'articolo 2, introdotti durante l'esame presso la Commissione bilancio del Senato, recano la costituzione di una società per azioni denominata "Difesa Servizi Spa", con capitale iniziale di un milione di euro e sede in Roma.
      Le attività affidate a "Difesa Servizi Spa", indicate dal comma 23, consistono, da un lato, nello svolgimento dell'attività negoziale diretta all'acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell'Amministrazione della Difesa e non direttamente correlate all'attività operativa delle Forze Armate, compresa l'Arma dei Carabinieri, da individuare con decreto del Ministro della difesa di concerto con il Ministro dell'economia

 

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e delle finanze; dall'altro nella concessione in uso temporaneo, a titolo oneroso, previa autorizzazione del Ministro della Difesa, dei mezzi e materiali prodotti dall'industria nazionale e acquisiti dalle Forze armate, per effettuare prove dimostrative, anche all'estero, ai sensi dell'articolo 7 della legge n. 808 del 1985 (Recante Interventi per lo sviluppo e l'accrescimento di competitività delle industrie operanti nel settore aeronautico).
      Inoltre (comma 28), la nuova società per azioni espleta funzioni di centrale di committenza per gli acquisti inerenti allo svolgimento dei compiti istituzionali del comparto sicurezza e difesa; è previsto altresì l'espletamento delle predette funzioni di centrale di committenza anche per le altre forze di polizia, previa stipula di apposite convenzioni con le amministrazioni interessate. In tutti i casi, nell'esercizio delle funzioni di centrale di committenza la società utilizza i parametri di prezzo-qualità, come limiti massimi, stabiliti nelle convenzioni di cui all'articolo 26 della legge finanziaria per il 2000 (n. 488/1999) e successive modificazioni (comma 29).
      Si tratta di convenzioni con le quali l'impresa fornitrice di beni e servizi prescelta si impegna ad accettare ordinativi ai prezzi e alle condizioni ivi previsti. I contratti così conclusi non sono sottoposti al parere di congruità economica e non richiedono il parere del Consiglio di Stato, ma sono compresi nel controllo successivo sulla gestione del bilancio e del patrimonio delle amministrazioni pubbliche ad opera della Corte dei Conti (legge n. 488/1999, articolo 26, commi 1 e 2). La stipulazione di contratti in violazione delle convenzioni suddette ovvero dei relativi parametri costituisce causa di responsabilità amministrativa (comma 3 dell'articolo 26 della legge n. 488 del 1999).
      Le azioni di "Difesa Servizi Spa" sono interamente sottoscritte dal Ministero della Difesa, che esercita i diritti dell'azionista e determina eventuali successivi aumenti del capitale iniziale per mezzo di decreti del Ministro (comma 23). Il comma 30 impone una serie di vincoli statutari, tra i quali: in positivo, l'obbligo di esercitare le attività societarie in maniera prevalente in favore del Ministero della Difesa e la nomina, da parte del titolare del dicastero, dell'intero consiglio di amministrazione (di cui possono essere membri anche gli appartenenti alle Forze Armate in servizio permanente) nonché l'assenso alla nomina dei dirigenti; in negativo, stabilendo che le azioni non possano essere cedute né divenire oggetto di diritti a favore di terzi, e vietando la quotazione in borsa o al mercato ristretto. L'approvazione dello statuto avviene con decreto del Ministro della Difesa di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.
      Dall'insieme delle previsioni esposte fin qui, consegue che "Difesa Servizi Spa" rientrerebbe nella fattispecie - di derivazione comunitaria - della società in house, ovvero formalmente terza e separata dall'amministrazione pubblica ma sostanzialmente unita alla stessa da una relazione organica. È escluso in radice, viceversa, che "Difesa Servizi Spa" possa invece configurarsi come società mista pubblico-privato. Si noti, in proposito, che al comma 28 si afferma appunto che essa potrà esercitare ogni attività strumentale, connessa o accessoria ai suoi compiti istituzionali nel rispetto della normativa nazionale e comunitaria in materia di affidamento a società a capitale interamente pubblico.
      La società opera secondo gli indirizzi strategici e i programmi stabiliti con decreto dal Ministero della Difesa, di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze (comma 28). Il comma 31 destina a riserva gli eventuali utili netti prodotti da "Difesa Servizi Spa", lasciando tuttavia facoltà all'organo amministrativo della società di disporre altrimenti, previa autorizzazione ministeriale. La società così istituita potrebbe sciogliersi solo per legge (comma 31).
      Il comma 32 disciplina soprattutto questioni relative al personale dipendente, disponendo innanzi tutto che i rapporti di lavoro siano regolati delle norme di diritto privato e dalla contrattazione collettiva. È consentito avvalersi di personale militare e
 

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civile del Ministero della Difesa, anche di livello non dirigenziale, che possieda le specifiche competenze necessarie.

Rilievi critici

      La nuova società gestirà gli acquisti ed i terreni della Difesa. Inizialmente erano inclusi anche gli immobili poi espunti dal testo perché il ministero dell'economia ha sollevato obiezioni riguardo alla gestione di immobili di fatto di proprietà del demanio.
      La gestione ordinaria si aggira intorno ai 3-5 miliardi l'anno, ma il potenziale è molto più alto. Basti pensare a quelle aree militari su cui poter installare impianti energetici, tra l'altro uno dei punti questo su cui l'opposizione ha sollevato maggiori obiezioni. Teoricamente la nuova società potrebbe consentire l'installazione anche di centrali nucleari o di termovalorizzatori inquinanti, aggirando tutti i controlli. Di fatto si tolgono di mezzo tutte le attuali segreterie titolari della spesa militare: esercito, marina, aeronautica, carabinieri. La nuova società avrà un amministratore delegato, un consiglio di amministrazione e un consiglio dei revisori tutti di nomina ministeriale; avrà quindi un potere enorme, che potrà gestire in regime privatistico, senza i consueti controlli normalmente previsti dalle strutture statali. L'opposizione aveva chiesto maggiori garanzie circa la composizione del consiglio della società (per esempio la presenza di un magistrato della Corte dei Conti), ma, nonostante un dibattito serrato, non ha ottenuto nulla.

LA MAFIA RINGRAZIA (3)


      (3) Vedi Nerina Dirindin su lavoce.info.

      Il Governo vuole fare cassa con i beni confiscati alla mafia: il comma 47 approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell'Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
      Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio "alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan".
      In sintesi, l'emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l'utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.
      Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, "che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera".

Impoverire le mafie attraverso la confisca

      Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell'allora ministro dell'Interno, Virginio Rognoni (4).


      (4) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni-La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 "Disposizioni contro la mafia", introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

      Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.

 

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      L'utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell'autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all'emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato dalla criminalità.

Che cosa prevedono le norme in vigore

      La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
      Ciò si realizza attraverso l'assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.

      I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.

Che cosa è stato fatto fino ad oggi

      Grazie all'attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal Governo Prodi nel 2007 dopo che il Governo Berlusconi l'aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
      Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all'attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
      I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
      Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l'affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
      I dati indicano la difficoltà a procedere alla destinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l'azione di coordinamento del commissario straordinario di Governo ha notevolmente accelerato la consegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico). I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure (per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate le azioni del Governo. Ma l'emendamento va nella direzione opposta.

FINANZIARIA 2010 E MEZZOGIORNO

      La manovra finanziaria per il 2010 non contiene nessuna misura di sviluppo in

 

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favore del Mezzogiorno, già duramente colpito dai provvedimenti varati sino ad oggi dal Governo, a seguito dei tagli risorse del FAS (Fondo per le aree sottoutilizzate).
      Tale dato è da considerarsi particolarmente grave soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni del Governatore della Banca di Italia, Mario Draghi; che hanno sottolineato come nel secondo trimestre del 2009 l'occupazione nel Mezzogiorno sia calata nel Mezzogiorno del 4, 1 per cento rispetto all'anno precedente, a differenza del Centro Nord dove è scesa solo dello 0,6 per cento. Il divario riflette anche la minore tutela offerta in concreto dalla Cassa Integrazione Guadagni al Sud a causa della differente struttura produttiva.
      Secondo il Governatore della Banca di Italia, il divario tra il Sud e il centro Nord nei servizi essenziali per i cittadini e le imprese rimane ampio. Le analisi più recenti rivelano scarti allarmanti di qualità fra Centro Nord e Mezzogiorno nell'istruzione, nella giustizia civile, nella sanità, negli asili, nell'assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica. Grava, per altro, in ampie parti del sud il perso della criminalità organizzata che infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile.
      A questi problemi, il Governo e la Maggioranza intendono far fronte attraverso la scelta di istituire un ente inutile e pericoloso, partecipato per cinque anni dallo Stato, e chiamato "Banca del Sud". Un ente, come si è detto, che non presenta le medesime caratteristiche grazie alle quali le banche tradizionali riescono a tutelare i loro risparmiatori, perché i risparmiatori della Banca del Sud non esistono ed i prestiti alle imprese sono finanziati con obbligazioni garantite dalla Stato e attingono le loro risorse direttamente dal debito pubblico, con tutti i costi fissi e di inquinamento clientelare che ne derivano.
      Da ciò ne deriva l'assenza di qualsivoglia intervento di carattere strutturale che sia in grado di rispondere alle reali esigenze di sviluppo del Mezzogiorno. Il Sud, in cui vive un terzo degli italiani, produce un quarto del prodotto nazionale lordo, che, al momento, non possiede alcuno strumento attivo a livello nazionale per sostenere gli investimenti alle imprese, rimanendo il territorio arretrato più esteso e più popoloso dell'area euro.
      Secondo il "Rapporto Svimez 2009 sull'Economia del Mezzoggiorno" i crediti di imposta per gli investimenti destinati esclusivamente al Mezzogiorno, diventati operativi solo nel 2008, recavano uno stanziamento complessivo - per il periodo 2008-2015 - pari a 4 miliardi e 477 milioni di euro. Sono state presentate 35.490 domande, quelle agevolate sono 23.687, per 11 miliardi e 481 milioni di investimenti. Le agevolazioni concesse, pari a 4 miliardi e 475 milioni, hanno, tuttavia, già esaurito, a settembre 2008, l'intero stanziamento fino al 2015. Tale misura non è stata però rifinanziata con la presente manovra di finanza pubblica. Per quanto attiene, invece, al credito d'imposta per l'occupazione nelle aree del Mezzogiorno, l'anno scorso i crediti fruiti sono stati pari a 84, 8 milioni, di cui solo 20 milioni nell'industria. Le Regioni dove sono stati maggiormente utilizzati sono Sicilia, Campania e Puglia. Sarebbe stato necessario prolungare la durata di tale intervento, limitato solo al 2008, poiché, grazie a questa misura, secondo il rapporto Swimez per il Mezzogiorno, si sarebbe stimato un aumento di posti di lavoro tra le 40 mila e le 50 mila unità.
      Per quanto riguarda il settore della ricerca e della innovazione, mancano gli interventi per avviare anche e solo gli investimenti iniziali nel Mezzogiorno. Il ritardo in questo settore è un problema che riguarda l'Italia nel suo complesso, ma soprattutto le aree meridionali, dove gli investimenti in ricerca e sviluppo dipendono molto più che altrove dalle politiche pubbliche. Il rapporto tra la spesa complessiva in ricerca e sviluppo e il PIL nel Centro Nord e al Sud rivela che nelle aree meridionali è circa il 30 per cento in meno rispetto al resto del paese. Lo stesso vale
 

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per il numero di addetti al settore: 4 ricercatori sul mille abitanti nel centro Nord, 1, 8 nel Mezzogiorno.

LA BANCA PER IL MEZZOGIORNO

      1. I Precedenti:

          A. La Cassa del Mezzogiorno e la scomparsa delle banche meridionali;

          B. Il primo tentativo di istituire la Banca del Sud;

      2. La nuova Banca del Mezzogiorno.
      3. Luci e ombre della nuova Banca.

Premessa

      Il Consiglio dei Ministri del 15 ottobre ha approvato il disegno di Legge che istituisce la Banca del Mezzogiorno, i dettagli non sono chiari ed è possibile fare solo delle valutazioni preliminari ripercorrendo una realtà già vissuta.
      La nuova banca di secondo livello che il Governo si appresta a varare è focalizzata soprattutto sul credito a medio e lungo termine a favore delle PMI. Ma i contrasti rimangono, addirittura all'interno della stessa maggioranza di Governo: i ministri Fitto e Prestigiacomo non hanno trovato le giuste convinzioni circa la funzionalità del progetto nel rilanciare l'economia del Mezzogiorno, dato che si andrebbero a sottrarre risorse cospicue agli interventi. I ministri temono che l'approvazione del progetto per la banca possa essere sganciato da quello più generale per il meridione (il cosiddetto Piano Berlusconi).
      Il sud del nostro paese non ha bisogno di questo, né di annunci circa nuove banche e nuove opere, ma d'intervenenti sul vero male che impedisce un reale progresso del Mezzogiorno, la criminalità, la quale sarà senz'altro interessata a mettere al più presto le mani sui fondi che cominceranno a circolare.

1. I PRECEDENTI

A. La Cassa del Mezzogiorno e la scomparsa delle banche meridionali
      
      Nel 1950 fu istituita, per opera dell'esecutivo guidato allora da Alcide De Gasperi, la Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse per il Mezzogiorno; tale ente, operativo fino al 1992, ha ottenuto risultati quantomeno discutibili in materia di utilizzo dei capitali pubblici. Già nella sua fase di avvio, infatti, la Cassa per il Mezzogiorno, concentrata come fu sul settore agricolo e sulle infrastrutture civili, assunse più che altro i contorni di una struttura assistenziale e non molto propulsiva. La discutibilità dei risultati deriva anche dal fatto che si verificarono diffusi fenomeni di illegalità, legati alle principali opere per il sud e agli interventi relativi alle risorse idriche e viarie.
      Il fallimento parziale delle politiche e dei finanziamenti della Cassa non ha certo giovato al Mezzogiorno; ma ancora peggiore è stata l'interruzione improvvisa di questa stessa politica di intervento, visto che il ritardo nell'applicazione della nuova legge ha determinato l'attuale situazione generale di crisi nel Sud, una crisi che ha coinvolto imprese, banche ed enti locali.
      Il Sud ha perso negli anni '90 la propria identità territoriale bancaria con l'assorbimento del Banco di Sicilia da parte del Gruppo Unicredit e del Banco di Napoli da parte del Gruppo S. Paolo IMI. L'identità economica del Sud, viene così inglobata nei gruppi più estesi e rappresentativi del nostro sistema bancario.
      Il Mezzogiorno, rimane un'area molto importante del nostro Paese, che da sempre subisce però le storture di un sistema socio economico che non ha mai consentito uno sviluppo omogeneo del territorio, lasciando che molte regioni camminassero come su un binario parallelo pur nell'ambito dello stesso territorio nazionale.
      Non si è mai fatto nulla di realmente concreto al fine di sviluppare ad esempio, il turismo, le risorse agroalimentari del Sud, o lo sviluppo del settore artigianale,

 

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che avrebbe consentito a queste aree di poter rivalutare se stesse, impiegando peraltro risorse interne.

      B. Il primo tentativo di istituire la Banca del Sud

      La Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo Governo Berlusconi nell'estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell'orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l'unico territorio «debancarizzato» d'Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all'interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte.
      Nella Finanziaria del 2006 al comma 377, il Ministro Tremonti aveva previsto una Banca del Mezzogiorno. Tale comma stabiliva: «Con l'obiettivo di sostenere lo sviluppo economico del Mezzogiorno è costituita, in forma di società per azioni, la Banca del Mezzogiorno, di seguito denominata "Banca". Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con il decreto di cui al comma 377, è istituito il comitato promotore con il compito di dare attuazione a quanto previsto dal presente comma.» È in quel «è costituita» che si perde il senso della realtà dei fatti. È in quel «entro trenta giorni dalla presente è costituito il comitato promotore» che ci si comincia a perdere in un reticolato di informazioni che si perdono per poi, in maniera del tutto atipica, ritrovarle in dichiarazioni che non vengono ancor oggi - siamo nel 2009 - supportate dai fatti.
      Nella Finanziaria del 2006, il Ministro Tremonti indicava in «Banca del Mezzogiorno» quella che, attraverso il comitato promotore della stessa viene invece chiamata «Banca del Sud». L'inghippo: lo stesso comitato promotore, peraltro designato dal Governo in carica, aveva registrato il marchio non più come «Banca del Mezzogiorno» ma come «Banca del Sud».

2.  LA NUOVA BANCA DEL MEZZOGIORNO
      
      Il disegno di legge, non è ancora stato depositato in Parlamento,dai comunicati stampa si hanno notizie in merito.
      La nuova banca che il Governo italiano si appresta a varare si chiamerà Banca del Mezzogiorno si baserà sull'esperienza del modello francese del Crédit Agricole (5) che nasce dal territorio ma poi confluisce in una struttura unica. Lo stato sarà socio promotore per poi lasciare il passo alle banche di credito cooperativo ed a quelle popolari che vorranno aderire all'iniziativa.


      (5) Sole 24 Ore «Basta la Crèdit agricole, per evocare il formato gigante della rete di banche cooperative con origine rurale. Il Ministro Tremonti lo cita come modello e pensa alla disponibilità a partecipare di Federcasse, la Federazione delle banche di credito cooperativo e casse rurali, che rappresenta le 446 banche di credito operativo e casse rurali italiane. Il Gruppo Crèdit agricole, che è il più grande gruppo bancario retail in Francia, fu istituito nel 1894, come banca nata per finanziare le piccole cooperative di agricoltori. A quell'epoca, infatti le banche tradizionali non erano interessate a finanziare le attività agricole, troppo esposte alla variabilità del clima».

      Con il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre, viene istituito il Comitato promotore della «Banca del Mezzogiorno s.p.a.» in attuazione a quanto previsto dall'articolo 6-ter del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 convertito in legge con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008 n. 133.

Art. 6-ter.
Banca del Mezzogiorno.

      1. Al fine di assicurare la presenza nelle regioni meridionali d'Italia di un

 

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istituto bancario in grado di sostenere lo sviluppo economico e di favorirne la crescita, è costituita la società per azioni «Banca del Mezzogiorno».
      2. Con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze da adottare, nel rispetto delle disposizioni del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è nominato il comitato promotore, con oneri a carico delle risorse di cui al comma 4.
      3. Con il decreto di cui al comma 2 sono altresì disciplinati:

          a) i criteri per la redazione dello statuto, nel quale è previsto che la Banca abbia necessariamente sede in una regione del Mezzogiorno d'Italia;

          b) le modalità di composizione dell'azionariato della Banca, in maggioranza privato e aperto all'azionariato popolare diffuso, e il riconoscimento della funzione di soci fondatori allo Stato, alle regioni, alle province, ai comuni, alle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e agli altri enti e organismi pubblici, aventi sede nelle regioni meridionali, che conferiscono una quota di capitale sociale;

          c) le modalità per provvedere, attraverso trasparenti offerte pubbliche, all'acquisizione di marchi e di denominazioni, entro i limiti delle necessità operative della Banca, di rami di azienda già appartenuti ai banchi meridionali e insulari;

          d) le modalità di accesso della Banca ai fondi e ai finanziamenti internazionali, con particolare riferimento alle risorse prestate da organismi sopranazionali per lo sviluppo delle aree geografiche sottoutilizzate.

      4. È autorizzata la spesa di 5 milioni di euro per l'anno 2008 per l'apporto al capitale della Banca da parte dello Stato, quale soggetto fondatore. Entro cinque anni dall'inizio dell'operatività della Banca tale importo è restituito allo Stato, il quale cede alla Banca stessa tutte le azioni ad esso intestate ad eccezione di una.
      5. All'onere di cui al comma 4 si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2008-2010, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2008, allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a 2,5 milioni di euro, l'accantonamento relativo al Ministero per i beni e le attività culturali e, quanto a 2,5 milioni di euro, l'accantonamento relativo al Ministero della salute. 6. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
      Al Senato in questi giorni durante l'esame della Finanziaria 2010 è stato presentato un emendamento del Relatore che detta le regole della Banca del Mezzogiorno, dichiarato inammissibile dal presidente del Senato, Renato Schifani. Il presidente della commissione Bilancio, Antonio Azzollini (Pdl), ha riferito che l'opposizione ha sollevato una questione pregiudiziale di inammissibilità della norma, in quanto l'argomento della Banca del Sud non è stato mai affrontato nel corso dell'esame della Finanziaria in commissione Bilancio. L'emendamento potrebbe invece essere ripresentato alla Camera.
      L'emendamento aggiuntivo composto da 22 commi ripreso dal disegno di legge presentato al Consiglio dei Ministri, rafforza una serie di strumenti tradizionali, dal finanziamento bancario alla garanzia dello Stato e delle Poste sul territorio, all'emissione di obbligazioni «di scopo» con interessi tassati al 5 per cento.

      La filosofia di questo intervento si basa su tre direttrici fondamentali:

      1. incrementare la capacità di offerta del sistema bancario e finanziario del Mezzogiorno;

 

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      2. sostenere le iniziative imprenditoriali più meritevoli;
      3. canalizzare il risparmio verso iniziative economiche che creino occupazione nelle Regioni meridionali.

      Viene affidato al Comitato promotore il compito di avviare le iniziative necessarie al concretizzarsi dell'intervento ed a riferire al Ministro dell'economia circa modi e fattibilità dell'iniziativa.
      Poste italiane farà parte del Comitato promotore della Banca, composto da un massimo di 15 membri nominati dal Presidente del Consiglio su proposta del Mef (Ministero dell'economia e finanze).
      La Banca rappresenterà una rete di banche locali che aderiranno all'iniziativa acquistando le azioni della nuova banca e potrà anche avvalersi della rete delle Poste italiane. In cambio affiancheranno il marchio della Banca del Mezzogiorno a quello proprio. Per quanto riguarda i tempi, entro tre mesi il Comitato promotore presenterà una relazione al Ministro dell'economia e delle finanze sullo stato dell'arte dell'iniziativa. Il Ministro potrà, con proprio decreto, revocare il finanziamento e di conseguenza escludere lo Stato dai soci fondatori della Banca.
      Lo Stato, in questo progetto, assume il ruolo di facilitatore di processi e dell'iniziativa privata. Lo Stato resta socio fondatore dell'istituto non oltre un quinquennio, ma, si precisa, con un inciso inserito all'ultima ora, che «la partecipazione pubblica non può in nessun caso e in nessun momento rappresentare la maggioranza delle azioni sottoscritte».
      Viene puntualizzato che la Banca del Mezzogiorno promuoverà il credito alle Pmi «anche con il supporto di intermediari finanziari con adeguato livello di patrimonializzazione». La norma prevede, per le nuove banche di credito cooperativo di nuova costituzione, la patrimonializzazione rappresentata dalla partecipazione dei soci finanziatori.
      Il testo che reca le misure per il credito nel Mezzogiorno, ossia per la nascita della banca del Sud, incentiva i risparmiatori a investire in titoli o strumenti finanziari "di scopo", in quanto le risorse raccolte con i bond per il Sud dovranno necessariamente essere indirizzate a investimenti di medio e lungo periodo nel mezzogiorno. In cambio saranno tassati con un'aliquota agevolata del 5 per cento, contro il 12,5 per cento delle altre obbligazioni.
      Il Governo ha calcolato che la provvista necessaria per finanziare le piccole e medie imprese del Sud è pari a 13,5 miliardi all'anno. Di questi, il Governo stima che circa il 50 per cento (6,75 miliardi) possono essere effettivamente richiesti.
      Altro particolare: i nuovi Bond per il sud dovrebbero produrre un reddito di circa 155,3 milioni di euro e dunque indurre una perdita di gettito (rispetto alla tassazione al 12,5 per cento) di 9,2 milioni di euro.
      L'ultimo comma dell'articolo, prevede una modifica alla normativa relativa alla destinazione dei fondi provenienti dalla raccolta effettuata da Poste Italiane per l'attività di Bancoposta presso la clientela finale. Si prevede che Poste Italiane possa acquistare titoli diversi dai titoli governativi dell'area dell'euro per una quota pari al massimo il cinque per cento dei fondi. Tale acquisto potrà esercitarsi solo nei casi in cui i suddetti titoli siano assistiti dalla garanzia dello Stato.

3.  LUCI ED OMBRE DELLA NUOVA BANCA

      Da qualsiasi parte la si guardi, la Banca del Mezzogiorno rappresenta una scommessa.
      Secondo la relazione del Ministro dell'economia e delle finanze, l'iniziativa pubblica dovrebbe servire a mitigare due problemi:

          la mancanza di istituti bancari aventi la sede principale nel mezzogiorno, a causa dei processi di aggregazione degli ultimi anni;

          il costo del credito nel mezzogiorno strutturalmente più alto rispetto a quello che si riscontra al Nord.

 

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      I due aspetti sarebbero legati tra loro: la mancanza di intermediari basati nel Mezzogiorno avrebbe portato all'utilizzo della raccolta effettuata al Sud per aumentare i finanziamenti a imprese del Nord; la distanza fra i vertici decisionali dell'azienda bancaria e l'impresa finanziata avrebbe reso più complicato e costoso l'accesso al credito per le imprese localizzate al Sud.
      L'auspicio è che tramite operazioni di piccolo e medio credito alle imprese si assista a un rilancio delle attività produttive del Mezzogiorno, con la creazione di nuovi distretti industriali in aree sottoutilizzate. Il rischio è che finisca per essere una banca che non fa la banca, tentata dal riproporre vecchi schemi e pericolose derive clientelari, producendo disavanzi e costi a carico della collettività. Il timore è anche che finisca per essere un veicolo di gestione politica degli aiuti all'economia.
      Al Meridione, dal punto di vista delle strutture bancarie purtroppo non mancano i precedenti negativi (dopo una gestione schizofrenica del credito e delle risorse, il Banco di Napoli e quello di Sicilia sono sprofondati sotto il peso di una cattiva gestione e di conti in profondo rosso) e neppure sono mancati i finanziamenti (La Cassa del Mezzogiorno e i fondi FAS, l'hanno ricoperto di soldi). Il denaro, insomma, è arrivato ma non ci sono state e non ci sono ancora oggi le condizioni giuste per farlo fruttare.
      Se investire al Sud è più rischioso rispetto al Nord è perché le mafie veicolano gli investimenti, non esiste un tessuto socio economico adeguato in quanto la carenza di infrastrutture rallenta la circolazione delle merci e delle persone e affossa l'attività imprenditoriale e la Pubblica Amministrazione (lo sa bene il ministro Brunetta) è in larga parte inefficiente e caratterizzata da sprechi.
      Attraverso la nascita della Banca del Mezzogiorno (la Banca), il Governo intende ridurre il divario tra le regioni del Centro-Nord e del Sud in merito al costo e alla disponibilità del credito bancario. Il tema è importante, ma per valutare il provvedimento occorre rispondere a una domanda preliminare. Perché le imprese del Sud incontrano maggiori difficoltà nell'accesso al credito? Trascurando l'ipotesi che tutte le banche (quelle che operano nelle regioni meridionali e quelle che potrebbero operarvi) commettano l'errore di lasciar correre preziose occasioni di profitto, non resta che una possibile risposta: prestare denari a queste imprese non conviene. La non convenienza può essere generalizzata per il sistema bancario oppure specifica di alcune banche. Nel primo caso, molte imprese del Sud non sarebbero capaci di fare fronte ai propri debiti con una probabilità sufficientemente elevata da assicurare alle banche profitti attesi superiori a quelli di altre forme di impiego della raccolta. Ciò può essere dovuto alle scarse capacità imprenditoriali che esprime il Sud, alla fragilità del sistema economico e sociale meridionale o a fattori istituzionali come il cattivo funzionamento del sistema giudiziario che impone a chi fa banca nel Sud costi più alti per recuperare i crediti incagliati e in sofferenza. In un simile contesto, nel rispetto della normativa comunitaria sugli di aiuti di stato, le forme di intervento pubblico in favore del credito nel Mezzogiorno dovrebbero avere carattere generale, volte alla riduzione del costo della raccolta per le banche che impiegano al Sud e all'aumento dei ricavi attesi sui prestiti in favore delle imprese del Sud (ad esempio, attraverso la detassazione degli utili derivanti dagli impieghi alle piccole e medie imprese del Mezzogiorno, oppure a programmi per la concessione di garanzie pubbliche a copertura dei prestiti concessi a imprese meridionali). Ben poco, invece, potrebbe fare la nascita di una nuova istituzione bancaria che, a ben operare, dovrebbe incontrare le stesse difficoltà delle altre banche nel finanziare le imprese del Sud. La non convenienza a erogare credito al Sud può però essere dovuta a fattori specifici legati agli obiettivi che una banca si pone e alla propria struttura organizzativa e di costi. Così, per una banca funzionalmente distante dalle regioni del Sud (ossia con i centri direttivi e strategici fisicamente e culturalmente lontani da

 

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queste regioni) può essere relativamente costoso processare le informazioni, codificate e non codificate, necessarie per valutare il merito di credito delle piccole imprese locali. O ancora, una banca che ha l'obiettivo di massimizzare il profitto (spesso a breve termine) dei propri azionisti può trovare più conveniente impiegare la raccolta in attività finanziarie o in imprese solide che non scommettere sullo sviluppo di un'area arretrata e delle sue imprese. In questi casi, una nuova banca (pubblica o privata) con una funzione obiettivo differente o con una struttura organizzativa più vicina all'area potrebbe trovare conveniente agire nel Mezzogiorno, riducendo i vincoli finanziari alle imprese locali (6).
      (6) Nel merito: «Il credito nel sud: tra dipendenza esterna e Banca Pubblica».

      La nuova banca del Sud creata dallo Stato sarà costituita da una federazione delle banche di credito cooperativo presenti sul territorio e si avvarrà della collaborazione di Poste. Ora, che il Sud abbia bisogno di una fiscalità di vantaggio è una certezza, ma questo è un obiettivo raggiungibile anche con le strutture di credito già esistenti. Perché non spingere le banche a operare meglio e con più dinamismo piuttosto che crearne una nuova? E perché creare un ibrido tra pubblico e privato? Se è pubblica che sia pubblica fino in fondo, con tutto ciò che questo comporta. Se è privata, perché a crearla, deve essere lo Stato? Forse i privati intravedendo un vantaggio economico non avrebbero già centrato l'obiettivo? Difficile crederlo.
      La nuova banca dovrà infatti operare con gli stessi vincoli e gli stessi criteri applicati agli altri istituti di credito e con le stesse condizioni di mercato. Come potrà, allora, praticare tassi più bassi delle
altre banche e concedere prestiti con minori garanzie? «Ci riuscirebbe - spiega l'economista Francesco Forte - solo se fosse più efficiente delle banche che già operano, ma è assurdo supporlo dato che essa dovrebbe competere con Istituti che già operano e che conoscono la situazione meglio di chi comincia solo adesso».
      Se la nuova creatura per il Sud dovesse vivere grazie a sussidi dallo Stato, finirebbe giustamente nel mirino dell'Ue perché diventerebbe un elemento distorsivo alla concorrenza (fermo restando che una nuova banca può aumentare la concorrenza nel sistema finanziario). E siccome lo stesso Tremonti s'è affrettato a spiegare che no, non si tratterà dell'ennesimo carrozzone, conviene a tutti che l'attività
creditizia di questa nuova Banca non finisca per diventare il nuovo monumento allo Statalismo.
      Passando alle forme di intervento, osserviamo che si agisce sul mercato creando una segmentazione dello stesso e vincolando l'azione di alcuni operatori di mercato. La segmentazione del mercato coinvolge diversi aspetti:

          1) gli strumenti per la raccolta emessi dalla Banca del Mezzogiorno godono di un regime fiscale di favore (l'imposta sugli interessi è pari al 5 per cento, contro quella del 12,5 per cento applicata agli interessi delle obbligazioni bancarie e dei titoli del debito pubblico);

          2) gli strumenti possono essere sottoscritti solo da persone fisiche con un limite di 100 mila euro per godere del vantaggio fiscale e con il vincolo di detenere gli stessi per dodici mesi;

          3) questi titoli possono godere della garanzia dello Stato.

      L'agire del privato è vincolato in due direzioni:

          1) la Banca del Mezzogiorno deve investire i fondi raccolti con agevolazione fiscale in finanziamenti a PMI del mezzogiorno, può anche acquisire mutui a medio termine da piccole imprese situate sempre al Sud;

          2) le Poste possono acquistare titoli non emessi dallo Stato, ma assistiti dalla sua garanzia, nella misura del 5 per cento dei fondi provenienti dalla raccolta effettuata per attività di bancoposta.

      Gli effetti di queste misure possono essere sulla carta assai significativi. Nell'ipotesi

 

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che la Banca sia una cosa seria, e non una operazione di facciata, i rischi sono almeno due:

          spiazzamento degli intermediari privati che sono chiamati a rincorrere la Banca del Mezzogiorno fuori dai confini della gestione efficiente dell'attività di intermediazione;

          questa nuova banca rischia inoltre di finanziare attività economiche dalla bassa qualità con problemi per la finanza pubblica visto che lo Stato con ogni probabilità fornirà una garanzia. A questi si aggiunge il privilegio fiscale dei titoli che davvero ricorda altri tempi.

      Proprio l'intervento dello Stato, attraverso l'incentivo fiscale sulla raccolta e via garanzia pubblica - concessa a cuor leggero e con una delega al privato - rappresenta il pericolo maggiore.
      Il rischio non è di una crisi mondiale come nel caso delle due agenzie governative statunitensi, quanto di rinverdire, se pur in forme operative diverse, l'esperienza del credito agevolato degli anni settanta del secolo scorso che ha portato ad una cattiva allocazione del credito, riducendo gli incentivi a svolgere in maniera corretta la valutazione del merito creditizio delle iniziative economiche.
      C'è anche un altro rischio, legato anch'esso all'Europa. Riguarda il debito pubblico. Lo Stato ha infatti deciso di creare obbligazioni di scopo destinate a finanziare progetti meridionali. Queste obbligazioni, che potranno essere sottoscritte da tutti i risparmiatori italiani, potranno essere emessi anche da altri intermediari finanziari. Ma se questi titoli saranno effettivamente garantiti dallo Stato saranno del tutto assimilati a debito pubblico (ad agosto ha toccato quota 1.757,534 miliardi di euro) e in questo caso, l'Europa non sarebbe tenera.
      Di certo, qualsiasi iniziativa che si propone di risollevare il Sud senza entrare nel vortice dell'assistenzialismo e del clientelismo politico è da guardare con favore. I dubbi ci sono e davanti a un progetto ancora poco chiaro probabilmente sono legittimi.

IL TAGLIO DELL'IRAP

      La crisi ha riportato alla ribalta il tema della tassazione delle imprese. È in corso da qualche giorno un dibattito sull'opportunità di abolire l'Irap o ridurla per contenere il costo del lavoro e per attenuare i problemi di liquidità delle imprese.
      Una spinta in questa direzione viene dalla notizia con cui titolava, ad esempio, Il Sole 24Ore del 1o ottobre: «Imprese francesi più leggere senza Irap». Se lo fa la Francia, perché non farlo anche noi?

Cosa ha fatto davvero la Francia:

      Si dà il caso, però, che Nicolas Sarkozy abbia proposto una riforma dell'imposizione locale e una sua riduzione, e di introdurre al suo posto l'Irap. Si prevede infatti l'introduzione di una imposta progressiva (e non proporzionale, come l'Irap) sul valore aggiunto delle imprese, più un prelievo fondiario sugli immobili posseduti, il tutto con la condizione che la somma delle due componenti non superi il 3 per cento del valore aggiunto aziendale. In sostanza, sia pure in modo un po' contorto, in Francia vogliono introdurre un'imposta locale sul valore aggiunto, come è per l'appunto l'Irap.
      Il percorso dell'abolizione della taxe professionelle francese è tutt'altro che scontato: si tratta infatti di un'imposta condivisa fra più enti decentrati. La nuova imposta che la sostituisce è in grado di fornire un gettito molto più contenuto (11,7 miliardi di euro in meno nel 2010, 5,8 miliardi in meno in seguito) e lascia quindi aperto il problema di come risarcire gli enti beneficiari. Le soluzioni proposte dalla legge finanziaria francese sono temporanee e lasciano ampiamente irrisolto il problema del finanziamento di alcuni enti, le camere di commercio prima di tutto. Questo stesso problema si porrebbe in Italia, per il ruolo fondamentale che l'Irap esercita nel finanziamento delle Regioni.

 

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      L'arrivo dell'imposta regionale ha cancellato sette balzelli, che davano più o meno un gettito equivalente. Sono così scomparsi i contributi sanitari e la tassa sulla salute, l'Ilor, l'Iciap, la patrimoniale per le imprese, la tassa annuale sulla partita Iva e le tasse di concessione comunale. Tutte imposte gravanti sulle imprese che venivano sostituite da un unico prelievo sul valore aggiunto, cioè sul reddito prodotto, assolutamente neutrale rispetto all'uso dei fattori della produzione e alle fonti di finanziamento delle imprese. Inizialmente si pensava che l'Irap potesse dare lo stesso gettito ma a conti fatti, nel 1999, si scoprì che le imprese, che pagavano gran parte delle imposte sostituite, avevano pagato circa 8.000 miliardi di lire in meno di tasse, con uno sconto non previsto.

Al Senato il primo tentativo diminuire l'Irap:

      Con un emendamento presentato al Senato, durante l'esame della finanziaria 2010, c'è stato il primo tentativo di diminuire l'IRAP.
      L'economista Mario Baldassarri, presidente della Commissione Finanze del Senato, con una nota alla stampa ha annunciato la presentazione di un emendamento concordato con la Lega e firmato anche dal Relatore Saia, finalizzato al taglio dell'IRAP per un costo di 4 miliardi.
      La soluzione IRAP nell'emendamento presentato, prevede una sorta di «franchigia»: le imprese sotto i 50 dipendenti possono totalmente detrarre il costo del lavoro da IVA, IRPEF e IRES; le imprese sopra i 50 dipendenti potranno invece detrarre il costo del lavoro in misura pari alla percentuale tra il loro numero di dipendenti e i 50 addetti. Le risorse, circa 4 miliardi, verrebbero trovate con la soppressione dei trasferimenti alle imprese. La nota di Lega e Pdl sottolinea che il taglio dell'IRAP con la detrazione da tasse «nazionali» come IVA, IRPEF e IRE, non modificherebbe le condizioni finanziarie delle Regioni che con la tassa alimentano la Sanità.

Alcune critiche all'Irap:

      1. Una diffusa obiezione all'Irap riguarda la sua indeducibilità. Oggi la questione è teoricamente superata dalla previsione di una deducibilità forfettaria del 10 per cento, prevista dall'articolo 6 del decreto legge, 29 novembre 2008, n. 185, convertito in Legge 28 gennaio 2009, n. 2 (7). Ma anche questo è un falso problema: si comprende perfettamente che, a parità di gettito, è irrilevante avere un'aliquota del 4 per cento indeducibile o un'aliquota dell'8-10 per cento deducibile. Inoltre, da sempre gli esperti di finanza pubblica e federalismo fiscale ritengono che le imposte locali non dovrebbero essere deducibili da quelle statali, per evitare che decisioni relative alle imposte locali autonomamente prese dai governi locali, si traducano in un costo indebito (perdita di gettito) per il Governo centrale.


(7) Si tratta, in particolare di: società di capitali e enti commerciali, società di persone e imprese individuali, banche e altri enti e società finanziari, imprese di assicurazione, persone fisiche, società semplici e quelle ad esse equiparate esercenti arti e professioni.
      Si precisa che la deduzione forfetaria dell'Irap spetta anche ai soggetti diversi da quelli individuati dagli articoli sopraelencati a condizione che gli stessi determinino la base imponibile IRAP secondo la disciplina recata dall'articolo 5 del decreto Irap per opzione (imprenditori agricoli e pubbliche amministrazioni per l'attività commerciale eventualmente esercitata) o per regime naturale (enti privati non commerciali con riferimento alla sola attività commerciale esercitata).
      La deduzione forfetaria, pari al 10 per cento dell'IRAP versata, può essere fatta valere in sede di determinazione del reddito a condizione che alla formazione del valore della produzione imponibile abbiano concorso spese per lavoro dipendente oppure interessi passivi non ammessi in deduzione nella determinazione della base imponibile Irap.
      La deduzione spetta alla predetta condizione e prescinde, dunque, dall'ammontare complessivamente sostenuto per oneri del personale o interessi passivi. Resta inteso che il sostenimento dei costi relativi al personale dipendente o agli interessi passivi deve rispondere a criteri di inerenza, ragionevolezza ed economicità e risultare coerente con gli obiettivi di politica aziendale perseguiti.

      2. Analogamente si lamenta che un'impresa in perdita è tenuta a pagare l'Irap. Ma chi versa un'imposta non è necessariamente lo stesso che la paga: i salari dei

 

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lavoratori o gli stessi interessi passivi versati alle banche non sono redditi dell'imprenditore e comunque non sono nella sua disponibilità, e analogamente non riguardano l'impresa e l'imprenditore i prelievi relativi a questi redditi, e quindi le relative quote parti dell'Irap.

Esistono alternative all'Irap?

      Naturalmente ridurre le imposte è un obiettivo condivisibile, e dunque anche ridurre l'Irap. Ciò è stato fatto recentemente dal Governo Prodi che ha diminuito sia l'aliquota dell'Irap, passata dal 4,25 al 3,9 per cento, sia la base imponibile relativa al costo del lavoro, escludendo dalla stessa i contributi sociali. In mancanza di risorse sufficienti a coprire poco meno di 40 miliardi di gettito (di cui oltre 27 prelevati dal settore privato), la domanda - retorica - cui rispondere è: esistono altre forme di prelievo alternative, più efficienti e meno distorsive?
      Giavazzi propone di ricorrere ai soldi stanziati per i Tremonti bond, in realtà si tratta di una stanziamento una tantum, e una posta finanziaria non utilizzabile per la finalità indicata. Infatti, non si può dare seguito alla proposta di finanziare la riduzione dell'Irap con la quota dei 12 miliardi non spesi per la mancata sottoscrizione dei Tremonti bond emessi dalle banche. Quei 12 miliardi sarebbero stati solo un investimento finanziario, per giunta ben remunerato, che, come tale, non avrebbe inciso sul disavanzo pubblico, tanto più che si sarebbe trattato di una somma una tantum.
      Tabellini propone di aumentare l'Iva per ridurre l'Irap, ritenendo che ciò riduca le distorsioni. In verità l'Irap è neutrale, mentre l'Iva è l'imposta più evasa del sistema tributario italiano, e quindi inefficiente e distorsiva: le aliquote Iva in Italia sono infatti tra le più elevate d'Europa e il gettito uno dei più bassi.
      Cipolletta sostiene che bisognerebbe sostituire l'Irap con un aumento dell'Irpef, previo un incremento dei salari; dimentica però che l'Irpef è essenzialmente un'imposta sui soli redditi da lavoro e in particolare su quelli da lavoro dipendente e pensione, quindi ciò che in realtà viene proposto è un aumento del cuneo fiscale sul lavoro.

Cosa fare?

      Queste considerazioni non impediscono che l'Irap possa essere oggetto d'intervento. Ma andrebbe chiarito quale è l'obiettivo che si vuole raggiungere.
      Se l'obiettivo è quello di sostenere le imprese in crisi di liquidità, la riduzione del prelievo fiscale, a prescindere dal fatto che sia realizzata intervenendo sull'Irap o sulle imposte sui profitti, potrebbe rivelarsi inutilmente costosa, in quanto rivolta in modo indifferenziato a tutte indistintamente.
      Altre misure sarebbero preferibili, quali la restituzione dei crediti che le aziende vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, che hanno come ricaduta l'allungamento dei termini di pagamento reciproco fra le imprese stesse, o il rafforzamento dei fondi di garanzia sul rischio di credito, in modo da ridurre l'esposizione a tale rischio da parte delle banche.
      Se si volesse proprio far ricorso alla leva fiscale, si potrebbe pensare a una riduzione della tassazione condizionata al fatto che gli imprenditori mettano i propri capitali nelle imprese o ve li lascino, come più volte auspicato da Confindustria. Ma se il rafforzamento patrimoniale delle imprese fosse l'obiettivo, è evidente che sarebbe poco opportuno ridurre, in via permanente, proprio l'unica imposta che non favorisce il ricorso all'indebitamento. Meglio sarebbe rendere permanente il cosiddetto «bonus ricapitalizzazioni» (una deduzione temporanea, limitata a cinque esercizi, pari al 3 per cento dell'aumento di capitale effettuato dai soci persone fisiche fino al 5 febbraio 2010, entro 500 mila euro), estendendolo al reinvestimento degli utili.
      Insomma, meglio sarebbe rendere l'Ires più neutrale rispetto alle scelte finanziarie, favorendo il finanziamento con capitale proprio.
      Se l'obiettivo fosse invece quello di ridurre o eliminare la componente dell'Irap

 

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che grava sul lavoro, occorrerebbe prioritariamente considerare che il Governo Prodi è già intervenuto, proprio su questo punto, alleggerendo le imprese di quasi 5 miliardi di euro, con l'esclusione dalla base imponibile degli oneri sociali, e con una deduzione forfetaria, differenziata a favore del Meridione, per ogni assunto a tempo indeterminato. Si può certo estendere tali misure.
      Se si vuole abolire l'Irap tout court, anche per la sola componente «privata», i miliardi da trovare sono 27 e vanno trovati ogni anno. (Fonte: lavoce.info)

LE RISORSE PER LA BANDA LARGA

      Nell'articolato del disegno di legge finanziaria non risultano disposizioni rilevanti in materia di comunicazioni.
      Nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico (Tabella n. 3), per la parte di competenza relativa alla missione Comunicazioni, a legislazione vigente, si prevede una spesa per complessivi 141 milioni di euro, con un decremento, rispetto alle previsioni assestate 2009, di 75 milioni di euro.
      Un aspetto particolarmente grave riguarda l'assenza di risorse per l'infrastrutturazione in banda larga del Paese e la lotta al «digital divide» con la scomparsa dell'impegno di destinare 800 milioni di euro alle nuove reti tecnologiche.
      Per tali ragioni si ritiene quanto mai urgente prevedere adeguati investimenti sulla banda larga, ripristinando lo stanziamento di 800 milioni di euro previsti dal decreto anticrisi varato la scorsa estate per:

          1) sostenere e attuare le applicazioni e i servizi di interesse pubblico per i quali sia necessario l'utilizzo della banda larga, nonché di facilitare l'uso sociale delle nuove tecnologie:

          2) avviare interventi volti a superare la disomogenea distribuzione sul territorio delle possibilità di accesso alle infrastrutture a banda larga con particolare riguardo alle aree caratterizzate da una bassa densità abitativa o da vincoli morfologici del territorio, ovvero dall'assenza di condizioni economiche favorevoli.

      Per la modernizzazione del Paese è fondamentale garantire una dotazione adeguata di infrastrutture di comunicazione avanzata su tutto il territorio nazionale puntando a superare il digital divide esistente ed anche ad assicurare connessioni ad alta velocità a territori a più alta densità di imprese come ad esempio i distretti industriali.
      Si tratta di infrastrutture e tecnologie abilitanti con un chiaro effetto, diretto e indiretto, sullo sviluppo economico complessivo.
      In particolare da un recente studio della Commissione europea emerge che il contributo alla crescita del PIL nei Paesi con una maggiore diffusione della banda Larga (crescita media del 0, 89 per cento) è stato il doppio rispetto ai Paesi con una minore diffusione (0,47 per cento);
      Si impone, dunque, la necessità di sbloccare in tempi rapidi l'iter autorizzativo del Piano per la Banda Larga attualmente fermo al CIPE, confermando l'impegno di 800 milioni di euro e ripristinare lo stanziamento di 30 milioni di euro per sostenere lo sviluppo del digitale terrestre, al fine di non far gravare sulle famiglie povere il peso della innovazione del sistema radiotelevisivo.

BOX: IL PIANO DEL VICEMINISTRO ROMANI BLOCCATO PER MANCANZA DEGLI 800 MILIONI NECESSARI

L'Italia che aspetta la banda larga
Il 39 per cento dei cittadini non ha Internet veloce. Un divario che doveva essere colmato entro il 2012

      Da tema per i tecno-specialisti la banda larga è diventata argomento di dibattito politico. Il risultato che decine di convegni avevano rincorso invano è stato ottenuto da una semplice, netta dichiarazione del vicepresidente del Consiglio Gianni Letta il cui senso era: "Gli 800 milioni previsti dal

 

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piano del vice ministro Paolo Romani non ci sono più, la crisi ci spinge a riconsiderare le priorità". Ne è seguito un piccolo finimondo mediatico. La reazione del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e tutta la discussione che ne è seguita sono soltanto l'inizio.
      Il risultato ottenuto è stato paradossalmente quello di portare all'attenzione di tutti il rischio che l'Italia resti arretrata in un'infrastruttura fondamentale per la competitività del Paese, un tonico anti-crisi formidabile anche se meno visibile delle strade e dei ponti: quello che ci consente di navigare velocemente in Internet, con benefici per la nostra vita privata e professionale. Solo due numeri per ricordare di che cosa stiamo parlando. Il 12 per cento degli italiani oggi non ha neppure i 2 megabit al secondo che il rapporto di Francesco Caio considerava la soglia minima per un Paese moderno. Ma se prendiamo a riferimento i 20 megabit che assicurano l'Internet veloce, secondo i dati dell'Osservatorio Banda Larga di Between la percentuale si innalza al 39 per cento. Una delle più alte d'Europa.
      Il piano Romani - quello appunto in discussione per la mancanza di 800 sui circa 1.400 milioni di stanziamento previsti - si riprometteva di colmare questo divario digitale regalando (si fa per dire) 20 mega a tutti gli italiani entro l'anno fatidico 2012. Sia a chi abita in città sia a chi vive in collina o in montagna e oggi è tecnologicamente svantaggiato. In Italia infatti come sempre le medie contano poco; e anche nel digital divide il Paese si presenta disegnato a macchia di leopardo. Accanto a regioni hi-tech abbiamo zone scollegate: e non è necessariamente il Mezzogiorno il territorio meno fortunato. Se guardate la mappa del digital divide notate per esempio che tra le regioni più avanzate, oltre alla Lombardia, alla Liguria e al Lazio, compaiono anche la Campania e la Puglia. Che furono, a metà degli anni Novanta, fra le terre promesse da cui partì il piano Socrate dell'allora Stet (poi diventata Telecom) che avrebbe dovuto cablare l'Italia intera in un tripudio di lungimiranza e modernità.
      Così come salta all'occhio il fatto che nell'elenco delle regioni a più alto digital divide figurano sì la Calabria, la Basilicata, l'Abruzzo e il Molise, ma anche il Friuli-Venezia Giulia, le Marche, il Trentino-Alto Adige e la Val d'Aosta: tutte regioni baciate dalla bellezza del paesaggio montano ma problematiche dal punto di vista infrastrutturale. Più o meno nella media sono invece le altre regioni: il Piemonte industriale, il Veneto e l'Emilia Romagna, cioè le aree forti dove risiede la media impresa più competitiva, la Toscana, l'Umbria, la Sicilia e la Sardegna. In certi casi differenze vistose sono visibili all'interno della stessa regione, anche una evoluta come la Lombardia. E non sempre è colpa dei monti. A pochi chilometri da Milano, una delle città più cablate del mondo con la rete ottica di Fastweb, si trovano zone in forte digital divide come le ricche e pianeggianti Mantova e Cremona.
      Uno dei motivi che rendono tanto variegato il panorama italiano è proprio la diversa capacità d'iniziativa dei governi regionali. «Piemonte, Val d'Aosta e Sardegna, per esempio hanno fatto molto per portare l'Adsl nei piccoli Comuni e colmare il digital divide di prima generazione (sotto i 2 mega), e altre ci stanno lavorando - dice Marco Mena di Between -. Mentre l'unica al momento dotata di un piano per portare i 20 mega è la Regione Marche, pressata dai piccoli e medi imprenditori che dalla mancanza di Internet hanno tutto da perdere». Come si sa le Marche hanno circa lo stesso numero di distretti industriali della Lombardia pur con un sesto degli abitanti.
      Fin qui le infrastrutture di rete, autostrade invisibili di Internet. Ma differenze ancora più forti tra Italia e Italia spiccano nei servizi forniti dalla pubblica amministrazione ai cittadini. Nella sanità per esempio le distanze tra Nord e Sud sono siderali. Ma anche restando al Nord, secondo l'Osservatorio Piattaforme di Between, mentre il Piemonte ha ottenuto buoni risultati nell'informatizzazione delle singole strutture, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno creato sistemi integrati i cui benefici sono maggiormente percepiti
 

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dai cittadini. La carta regionale dei servizi lombardi, per citare il caso più famoso, è considerata una delle esperienze più avanzate d'Europa. Passando ai trasporti, che dipendono direttamente dalla bravura dei Comuni, ci sono dodici città (sempre secondo Between) che danno sul cellulare le informazioni e i servizi sui mezzi pubblici: sono Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Mantova, Milano, Modena, Parma, Pesaro, Roma, Torino e Trieste. Anche qui forti contrasti: mentre Torino è considerata all'avanguardia, il 40 per cento dei Comuni capoluoghi italiani non offre alcun servizio di info-mobilità, senza distinzioni tra Nord, Centro e Sud. Tra questi ultimi infatti troviamo Agrigento, Alessandria, Arezzo, Gorizia, Savona, Sondrio e Rimini.
      Interessante infine l'esempio del turismo, che è la prima voce dell'e-commerce italiano secondo l'Osservatorio Netcomm del Politecnico di Milano. Le tradizionali città d'arte, da Venezia a Firenze, si mettono largamente in mostra con i propri alberghi sui portali specializzati più importanti come Expedia, Bookingonline e Venere. Mentre Milano e Torino sono online solo a metà. E la stessa Roma, città turistica per eccellenza, presenta sul web soltanto due terzi dei suoi circa mille hotel. Ma, al di là dei numeri, che pure sono importanti, anche nel turismo online ciò che conta è la qualità e il buon uso del mezzo. Molte, troppe strutture offrono «dépliant digitali» rigidi che danno informazioni scarse, poche immagini e non sono divertenti da visitare. Un grave difetto in un'epoca di crisi economica in cui i turisti potenziali, prima di organizzarsi il viaggio, confrontano meticolosamente le offerte online già mesi prima di partire. E dunque compiono una visita virtuale che corrisponde al primo, vero test.

E. Segantini - Corriere della Sera - 11 novembre 2009.

LE RISORSE CHE MANCANO PER I RINNOVI DEI CONTRATTI PUBBLICI

      Di fatto, a favore dell'intero Pubblico Impiego, nel triennio contrattuale 2010-2012 il Governo stanzia con la presente finanziaria, 693 milioni di euro per il 2010, 1.087 milioni di euro per il 2011 e 1.680 milioni di euro per il 2012. In parole povere, le risorse stanziate dalla presente finanziaria bastano appena per la sola indennità di vacanza contrattuale. Ci si limita a dire che per i contratti pubblici verranno mantenuti gli impegni presi con le parti sociali, tuttavia, non figura alcuna cifra specifica riferita ai rinnovi contrattuali. Tutto dipenderà da quanto lo Stato incasserà con lo scudo fiscale.
      In sostanza, con i fondi fino ad ora previsti dalla finanziaria, i dipendenti pubblici avrebbero diritto ad un aumento di 9 euro lordi, a partire dal prossimo aprile. Che diventerebbero circa 20 euro, con successive tranche dal 2012. Una cifra chiaramente troppo esigua. Sono del resto i soldi che servono per la «vacanza contrattuale», cioè quell'indennità che si paga quando i contratti non si rinnovano. Una sorta di anticipo sugli aumenti futuri.
      In sostanza il testo della finanziaria si può tradurre così: per adesso i contratti del pubblico impiego non li rinnoviamo perché non ci sono i fondi, ne parleremo più avanti, quando sapremo di quanta disponibilità finanziaria il Governo potrà disporre, una volta acquisite le entrate derivanti dallo scudo fiscale. Infatti, al comma 16 dell'articolo 2, si trova un impegno esplicito alla «individuazione di risorse finanziarie occorrenti». Risorse che al momento non vengono quantificate.
      Il Governo ha disatteso l'accordo firmato a febbraio con CISL, UIL, CONFSAL (ma non dalla CGIL) sul nuovo modello contrattuale. Per applicare alla lettera quella intesa il Governo avrebbe dovuto stanziare qualcosa come 7 miliardi di euro. Una somma che a quanto emerge dalla finanziaria al nostro esame, il Ministro Tremonti non ha alcuna intenzione di destinare agli stipendi del personale pubblico.

I TAGLI ALLE RISORSE PER LA SICUREZZA

      La missione «Ordine Pubblico e Sicurezza» - che dovrebbe rappresentare un tema assai caro alla compagine governativa -

 

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è quella che registra l'unico segno negativo, che neanche la somma algebrica delle variazioni di segno diverso dei diversi Programmi ha potuto compensare (l'entità della riduzione ammonta a circa 270 milioni di euro, pari al 3,46 per cento delle risorse; ma già nel bilancio 2009 era stata operato un taglio pari a circa 67 mln di euro) ed il taglio colpisce soprattutto lo stanziamento relativo alla Missione 3.3 - Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia che subisce tagli del 15,57 per cento rispetto al dato assestato al 2009 (-204.223.398); al riguardo si conferma la tendenza alla riduzione e ai tagli, in questa specifica Missione, «lineari», nel senso che colpiscono tutti i programmi.
      Particolarmente gravi appaiono, a tal proposito, le riduzioni in riferimento al Programma 3.1 "Contrasto al crimine, tutela ordine e sicurezza", di circa 192 mln di euro, soprattutto con riguardo al capitolo relativo a Stipendi e retribuzioni personale polizia di Stato.
      Le riduzioni generali certamente non possono ritenersi compensate dall'incremento, disposto al Senato, di 100 milioni di euro a decorrere dal 2010 per i miglioramenti economici dei Corpi di Polizia e della Difesa (Carabinieri).
      Tagli e riduzioni anche al Programma 3.3 - Pianificazione e coordinamento Forze di Polizia, al capitolo 2671 relativo a Spese organizzazione e funzionamento Direzione Investigativa Antimafia e al capitolo 2672 riferito a Spese riservate alla Direzione Investigativa Antimafia (in tutto un taglio di 23,4 mln di euro), ed infine, al capitolo 2840 relativo al Programma protezione collaboratori di giustizia (-3,2 milioni di euro).

Il gioco delle tre carte sui finanziamenti per la sicurezza

      Assistiamo ancora una volta da parte di questa maggioranza ad un atteggiamento alquanto ambiguo, se non addirittura schizofrenico, in relazione ai fondi da assegnare alle forze dell'ordine.
      Infatti, in seguito al gran clamore sollevato sia dai rappresentati della categoria del comparto sicurezza, sia anche dal Ministro Maroni, il relatore ha assegnato, al comma 38, la somma di 100 milioni di euro a decorrere dal 2010, al personale appartenente al comparto sicurezza-difesa.
      Si tratta solo di un minimo ristoro dei fondi già sottratti dal Governo in carica al suddetto personale. Abbiamo infatti presentato un subemendamento al testo del relatore, almeno per raddoppiare i fondi a disposizione del personale delle forze dell'ordine.
      Si deve tuttavia rilevare con rammarico, che l'intento, nobile, anche se molto risicato, del relatore, viene contraddetto proprio dallo stesso articolo 2, comma 55, nel quale figura, insieme alla citata assegnazione dei 100 milioni a decorrere dal 2010, una riduzione, di analogo importo, quindi sempre di 100 milioni di euro a carico del fondo istituito ai sensi del comma 17 dell'articolo 61 del decreto-legge n. 112 del 2008, che, in parte - cito il testo della norma - deve «essere destinata alla tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico, inclusa l'assunzione di personale in deroga ai limiti stabiliti dalla legislazione vigente».
      Ci appare chiaro ancora una volta il gioco di questa maggioranza, che da un lato, solo per tenere buoni alcuni ministri gli dà un contentino, e dall'altra, per far quadrare i conti insiste nell'operare scelte dannose, che recano un grave pregiudizio a settori strategici ed importanti della nostra società, quale l'intero comparto preposto alla sicurezza, che ormai opera con una grave carenza di fondi a disposizione al punto da metterne seriamente in discussione l'operatività.

TOGLIERE LE AGEVOLAZIONI CIP 6 ALLE FONTI ENERGETICHE «ASSIMILATE»

      Proponiamo una riduzione del CIP 6 destinato alle fonti energetiche assimilate, ossia una diminuzione progressiva negli anni della componente finalizzata al sostegno delle fonti assimilate, e quindi a

 

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quegli impianti che utilizzano calore di risulta o fumi di scarico, impianti che usano gli scarti di lavorazione o di processi, termovalorizzatori, impianti di cogenerazione, scarti di raffineria e rifiuti anche non biodegradabili, ecc..
      Questi incentivi vengono pagati dai cittadini con la «componente A3» delle bollette, ed è indispensabile uscire finalmente, sebbene gradualmente, dallo scandalo italiano del CIP/6, che fin dal 1992 destina soldi, che dovrebbero andare solo alle fonti realmente rinnovabili, per finanziare appunto anche le cosiddette fonti assimilate.
      Attualmente circa il 18 per cento dell'energia ritirata dal Gestore dei servizi elettrici (GSE) è prodotta da fonti rinnovabili, e ben l'82 per cento da fonti assimilati. In termini di incentivi riconosciuti, tuttavia, poiché alle fonti rinnovabili è riconosciuta una remunerazione maggiore, queste ultime incidono per il 41 per cento contro il 59 per cento delle fonti assimilate.
      L'impatto complessivo sulla «componente tariffaria A3» (e quindi sulla nostra bolletta) è di circa 2,4 miliardi di euro, di cui poco meno di 1 mld. riguarda le fonti rinnovabili, e poco più di 1,4 mld. riguarda le fonti assimilate.
      Le risorse liberate dalla suddetta riduzione della componente incentivante a favore delle «assimilate», andranno ad alimentare un apposito Fondo finalizzato al finanziamento di tutta serie di interventi di politica industriale e di carattere fiscale, per il raggiungimento degli obiettivi del cosiddetto «Pacchetto energia-clima» (20, 20, 20) con il quali l'Unione europea si è impegnata a ridurre entro il 2020 i consumi di energia, le emissioni di gas a effetto serra, e ad aumentare il ricorso a fonti energetiche rinnovabili.

LA QUESTIONE DEI RICERCATORI UNIVERSITARI

      Il tema della ricerca è finito al centro di una dura polemica tra il Governo e la sua maggioranza e l'opposizione nell'ambito dell'esame della finanziaria al Senato.
      Il Senato, dove la manovra finanziaria ha ottenuto venerdì 13 novembre il primo via libera, ha bocciato un emendamento bipartisan per sbloccare risorse per 80 milioni, stanziati dalla finanziaria 2007, da destinare all'assunzione di 4200 ricercatori presso le università.
      L'emendamento presentato dal presidente della commissione Cultura, Antonio Possa (Pdl) era frutto di un'iniziativa comune, ma poi il senatore Possa è stato costretto a togliere la firma, mentre il secondo firmatario Sciutti, capogruppo Pdl in commissione Cultura, ha chiesto che l'emendamento venisse trasformato in ordine del giorno.
      Gli 80 milioni stanziati dalla Finanziaria nel 2007 facevano parte di un finanziamento più ampio triennale: 20 milioni per il primo anno, 40 per il secondo, 80 per il terzo. La terza tranche era più sostanziosa perché sarebbe servita al pagamento degli stipendi anche dei ricercatori assunti con i due concorsi precedenti. Il che significa che se i fondi dovessero essere «stornati», per gli atenei ci sarebbe un doppio problema: oltre alle mancate nuove assunzioni, bisognerebbe anche far fronte agli stipendi dei neoassunti e verrebbero a mancare le risorse necessarie.
      Questi finanziamenti hanno bisogno di un provvedimento particolare di sblocco perché erano originariamente vincolati all'emissione di un decreto che avrebbe dovuto stabilire nuove norme di trasparenza e imparzialità per i concorsi. Tale decreto è stato bocciato dalla Corte dei Conti, e quindi è necessaria ogni anno una norma speciale che permetta di spendere questi soldi, già nel bilancio del Miur. A questo punto l'unica soluzione possibile sarebbe che il Governo stabilisse ufficialmente che la legge Gelmini si sostituisce al provvedimento bloccato nel 2007, sbloccando automaticamente quest'ultima tranche di 80 milioni.
      L'articolo 1, comma 647, della legge finanziaria per il 2007 (legge n. 296 del 2006) ha previsto che, in attesa della riforma dello stato giuridico dei ricercatori

 

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universitari, il Ministro dell'università e della ricerca, con proprio decreto da emanare entro il 31 marzo 2007, sentiti il Consiglio universitario nazionale (CUN) e la Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI), disciplinasse le modalità di svolgimento dei concorsi per ricercatore, banditi dalle università successivamente alla data di emanazione del predetto decreto ministeriale, con particolare riguardo alle modalità procedurali ed ai criteri di valutazione dei titoli didattici e dell'attività di ricerca, garantendo celerità, trasparenza e allineamento agli standard internazionali;

          il successivo comma 648 ha previsto che, al fine di consentire il reclutamento straordinario di ricercatori, il decreto di cui al comma 647 definisce un numero aggiuntivo di posti di ricercatore da assegnare alle università e da coprire con concorsi banditi entro il 30 giugno 2008;

          il comma 650 ha stabilito che all'onere derivante dalle disposizioni del comma 648 si provvede nel limite di 20 milioni di euro per l'anno 2007, di 40 milioni di euro per l'anno 2008 e di 80 milioni di euro a decorrere dall'anno 2009.

      L'articolo 3, comma 1, del decreto-legge n. 147 del 2007, convertito dalla legge n. 176 del 2007, e l'articolo 4-bis, comma 17, del decreto-legge n. 97 del 2008, convertito dalla legge n. 129 del 2008, hanno disposto la disapplicazione, rispettivamente per il 2007 e il 2008, del comma 648 dell'articolo 1 della legge finanziaria 2007 e, al fine di garantire comunque l'attuazione del piano straordinario di assunzione di ricercatori nelle università, hanno previsto che le risorse di cui al comma 650 della medesima legge, limitatamente agli stanziamenti previsti, rispettivamente, per il 2007 e per il 2008, fossero utilizzate per il reclutamento di ricercatori secondo le norme vigenti; i due interventi sono stati determinati dalla volontà di evitare che, a seguito del mancato intervento del decreto ministeriale previsto dal comma 647 della medesima legge finanziaria si disperdessero gli stanziamenti disposti per il 2007 e il 2008.
      L'articolo 1, comma 7, del decreto-legge n. 180 del 2008, convertito dalla legge n. 1 del 2009, ha previsto che nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento di ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del decreto medesimo, la valutazione sia effettuata sulla base dei titoli - illustrati e discussi dinanzi alla commissione - e delle pubblicazioni dei candidati, compresa la tesi di dottorato, e ha rimesso ad un decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di natura non regolamentare - da adottare sentito il CUN -, la definizione dei parametri da utilizzare, riconosciuti anche in ambito internazionale.
      Il decreto ministeriale n. 89 del 2009, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 203 del 2 settembre 2009, ha stabilito i parametri di valutazione dei titoli e delle pubblicazioni di cui all'articolo 1, comma 7, del decreto-legge n. 180 del 2008; sembrerebbe, quindi, essersi realizzata la condizione di cui all'articolo 1, comma 647, della legge finanziaria per il 2007.
      Nel bilancio 2009, sul capitolo 1714, Piano di gestione 2, sono disponibili 80 milioni di euro di cui all'autorizzazione di spesa recata dall'articolo 1, comma 650, della medesima legge finanziaria per il 2007.
      Secondo il ministro Gelmini non ci sarebbe stato alcun taglio aggiuntivo, forse l'equivoco è nato dal fatto che il presidente della commissione Cultura e Scuola del Senato aveva presentato un emendamento per ripristinare un vecchio taglio che era contenuto nella precedente Finanziaria. Il ministro assicura che i fondi per i nuovi ricercatori ci sono e saranno sbloccati entro 15 giorni da un apposito decreto ministeriale.
      Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca assicura che i finanziamenti destinati dalla Finanziaria 2007 all'assunzione di giovani ricercatori universitari non andranno persi e afferma inoltre che entro due settimane emanerà un decreto ministeriale che trasferirà l'intera

 

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cifra alle università per consentire l'assunzione dei giovani ricercatori.
      L'opposizione non trova convincente e tutt'altro che rassicurante la replica del ministro.
      I fondi «scadono» il 31 dicembre. Peraltro queste 4200 assunzioni sono attese con particolare attenzione dal mondo universitario, dal momento che la legge Gelmini dispone che per il futuro non ci saranno più assunzioni a ruolo dei ricercatori, solo contratti a tempo determinato.
      La nota del ministero assicura però il contrario, che i fondi verranno erogati alle università, che avranno così la possibilità di bandire i concorsi e di pagare gli stipendi ai ricercatori assunti con i precedenti finanziamenti.
      Il ministro Gelmini ha inoltre assicurato che a breve verranno sbloccati anche i fondi previsti dal bando «Futuro in ricerca», destinati ai progetti presentati da giovani ricercatori. Il ministro ammette che c'è stato qualche tipo di ritardo burocratico, ma che è stato risolto e entro dicembre sarà possibile approvare, selezionare diversi progetti e quindi distribuire le risorse previste ai ricercatori.

VII.  UNA DIVERSA POLITICA ECONOMICA PER SUPERARE LA CRISI

      Dobbiamo cominciare ad affrontare le radici della crisi finanziaria, economica, ecologica: il non rispetto delle regole, l'affanno del breve termine, la crescita delle diseguaglianze sociale e lo sfruttamento irresponsabile della natura.
      Se la crisi «è alle spalle» - come dice il nostro Governo - essa è, forse, alle spalle di qualche istituto finanziario. Ma Confindustria e Confcommercio sono preoccupate e le organizzazioni sindacali mobilitano i loro iscritti; aumentano la disoccupazione, i livelli di povertà, le sperequazioni dei redditi e le prospettive sono per ulteriori chiusure di fabbriche e di perdita di posti di lavoro.
      La crisi che sta allentando la presa del PIL, pesa ora soprattutto sul mondo del lavoro: nel nostro Paese il tasso di disoccupazione da gennaio a settembre 2009 è salito dal 6,8 per cento al 7,4 per cento, ed esso continuerà a salire nei prossimi mesi perché la reazione del mercato del lavoro si muove con ritardo rispetto al ciclo economico. La domanda non potrà che restare sotto tono: l'andamento del PIL non basta a definire se la crisi è finita e non può rappresentare l'unica guida per le politiche economiche.
      Esiste una tendenza di lungo periodo che penalizza nel nostro Paese i redditi della stragrande maggioranza delle classi medie, lavoratori dipendenti e quanti ad essi assimilabili per condizione di lavoro. L'attuale recessione dimostra che povertà e diseguaglianze non sono state e non sono né un incidente né un'appendice dei processi economici in corso, ma un elemento strutturale.
      Poco o niente è previsto in merito dalla legge finanziaria per l'anno 2010, se non qualche timida estensione degli ammortizzatori sociali. Si insiste - e senza neanche troppa convinzione - su una politica volta solo a ridurre i costi di produzione, quando siamo di fronte ovunque ad un crollo dei consumi del settore privato.
      La competizione sui costi per tentare di attrarre o di mantenere una parte della domanda su scala internazionale attualmente depressa è una politica illusoria poiché le produzioni labour intensive sono ormai trasferite in altre parti del mondo.
      In attesa di una politica europea comune di rilancio dell'economia, il sostegno alla domanda deve partire a livello nazionale.
      La cultura, l'educazione e la ricerca non sono delle merci. Il cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo deve passare su un più forte programma di investimenti in materia di educazione, di formazione e di ricerca, coerente con il nostro progetto di civiltà.
      L'innovazione deve diventare la bussola della nostra politica dal lato dell'offerta.
      La mancanza di una guida pubblica o di concertazione impedisce un cambiamento delle aspettative degli operatori privati, che sono diventate di breve respiro, e

 

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quindi un rilancio degli investimenti a medio termine.
      Il Governo italiano non ha fatto dell'innovazione il settore strategico della politica di sviluppo e lo strumento più importante per uscire dalla crisi, ma ha puntato sulla politica delle mega-infrastrutture, come il Ponte sullo Stretto, che non mobilitano a breve l'attività economica e che in alcuni casi hanno effetti dubbi sullo sviluppo a lungo termine.
      Le PMI vanno aiutate ed indirizzate verso l'innovazione, la crescita dimensionale, la conquista di nuovi mercati.
      Emerge, dunque, l'esigenza di una diversa politica economica che risponda alla crisi attuale rilanciando la domanda interna, la nostra capacità di competere sui nuovi mercati internazionali dei paesi emergenti con la qualità dei nostri prodotti, che accompagni il nostro sistema produttivo verso la green economy, o per meglio dire verso una riconversione ecologica del nostro modello di sviluppo e della nostra società.
      Siamo, infatti, per la modernizzazione ecologica dell'economia tramite la riconversione dell'insieme delle attività produttive e dei servizi, riconversione che può essere l'occasione per centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro qualificati nelle energie rinnovabili, nell'edilizia, nei trasporti, in agricoltura, nella manutenzione, nel rifornimento dei materiali, nella riparazione, nel riciclaggio, nel commercio locale, nella ricerca e nell'innovazione o nella protezione degli ecosistemi.
      Oggi ci troviamo in una crisi che ancora potrebbe essere gestita in modo salutare per il pianeta e per il futuro dei suoi abitanti, con scelte coraggiose di politiche innovative.
      Siamo consapevoli che la legge finanziaria può rappresentare solo un momento di tale strategia che deve sapersi articolare su più piani e programmare interventi e politiche pluriennali, ma essa potrebbe rappresentare un momento di svolta, indicando i primi passi da compiere in tale direzione.
      Per questo proponiamo una manovra anticiclica pari ad un punto di PIL (circa 16 miliardi di euro) per l'anno 2010 che riduca anche la pressione fiscale per circa 3 miliardi e trasferisca in parte la pressione fiscale dal lavoro, dalle famiglie e dalle imprese, alla rendita speculativa:

      1. A favore dei cittadini, dei lavoratori e delle famiglie, anche al fine di sostenere la domanda interna (6.150 milioni di euro):

          a) raddoppio dei tempi della Cassa integrazione ordinaria passando da 52 a 104 settimane almeno per i prossimi due anni (500 milioni);

          b) alleggerimento del carico Irpef sui redditi bassi e medi da lavoro e da pensione diminuendo l'imposta sulle tredicesime e attraverso il meccanismo delle detrazioni (2.350 milioni a decorrere dal 2010);

          c) aumenti delle detrazioni per carichi familiari (un miliardo a decorrere dal 2010);

          d) risorse adeguate per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego (800 milioni);

          e) aumento delle risorse del Fondo per l'occupazione per estendere e garantire gli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori atipici (900 milioni nel 2010, 2.100 nel triennio);

          f) adeguati finanziamenti dei Fondi per le politiche sociali (600 milioni nel 2010, 1.800 milioni nel triennio);

          g) risorse sufficienti per le forze di polizia e per il funzionamento della giustizia (840 milioni nel triennio).

      2. Per favorire l'innovazione, la riconversione ecologica e lo sviluppo delle PMI (9.805 milioni):

          a) finanziamento della banda larga (900 milioni nel triennio);

          b) credito d'imposta per l'innovazione a favore delle aziende (900 milioni nel triennio);

 

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          c) più risorse per la scuola, l'università e la ricerca scientifica e tecnologica (3.141 milioni nel triennio);

          d) Ristrutturazione ecologica del nostro sistema produttivo (1.725 milioni; 4.935 milioni nel triennio):

          programma per la messa in sicurezza degli edifici scolastici;

          ricostruzione Abruzzo;

          frana Messina;

          Piano per la messa in sicurezza dell'assetto idro-geologico del territorio nazionale;

          Attuazione protocollo di Kyoto;

          Parchi naturali;

          incentivi per le energie rinnovabili ed il risparmio energetico anche attraverso una progressiva riduzione delle agevolazioni derivanti dal cosidetto CIP 6 alle produzioni energetiche "assimilate", ecc...;

          Proponiamo inoltre il prolungamento della detrazione del 55 per cento per investimenti in efficienza energetica: 2012: 440 milioni; 2013: 515 milioni; 204: 170 milioni

          e) concentrare le risorse per le opere pubbliche su alcune infrastrutture prioritarie, in particolare per quanto concerne le aree meridionali sotto dotate (2.625 milioni);

          f) reintegro dei fondi FAS per le aree sottoutilizzate (2.400 milioni nel triennio);

          g) allentare il Patto di stabilità interno sulla spesa per investimenti di Comuni e Province (1.100 milioni);

          h) maggiori risorse ai Confidi per garantire i prestiti alle PMI (550 milioni);

          i) deduzione graduale del costo del lavoro dall'imponibile Irap, in particolare per le PMI, per non penalizzare l'occupazione (500 milioni);

          j) Fondo rotativo presso la Cassa Depositi e Prestiti per anticipare i pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni (175 milioni a decorrere dal 2010);

          k) difesa e valorizzazione del made in Italy (50 milioni);

          l) per la piccola impresa e per l'artigianato, prevedere il pagamento dell'IVA al momento in cui si incassa e non in anticipo (500 milioni).

      4. Quali risorse impegnare?:

          a) una riduzione delle spese correnti delle pubbliche amministrazioni attraverso un taglio modulabile soprattutto a carico delle amministrazioni centrali ed il rafforzamento del ruolo della Consip (1,5 miliardi di euro);

          b) riduzione dei trasferimenti alle imprese ad eccezione dei trasferimenti al settore del trasporto pubblico locale e alle Ferrovie dello Stato spa, risorse da impegnare nella deduzione del costo del lavoro dall'imponibile Irap ed in altre misure a favore delle imprese stesse (2,75 miliardi);

          c) tassazione con l'aliquota del 20 per cento delle plusvalenze finanziarie speculative con l'esclusione dei rendimenti dei titoli di Stato per alleggerire l'Irpef sui redditi da lavoro (1,2 miliardi);

          d) sanatoria degli immigrati con i criteri utilizzati per la sanatoria delle Colf (1 miliardo);

          e) ripristinare le norme di contrasto all'evasione fiscale introdotte dal Governo Prodi e soppresse dall'attuale Governo (1,9 miliardi);

          f) recupero immediato delle somme dovute dai contribuenti che hanno aderito al condono fiscale 2003-2004 e che non hanno pagato tutte le rate secondo quanto denunciato dalla Corte dei conti (3 miliardi);

          g) tagli ai costi della politica (550 milioni);

          h) utilizzo dei proventi derivanti dalle disposizioni di cui all'articolo 13-bis del decreto legge n. 78 del 2009 (legge n. 102 del 2009) e successive modifiche («Scudo

 

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fiscale») (3,8 miliardi) - misura che peraltro non condividiamo;

          i) tassa sui superalcolici (200 milioni);

          j) soppressione della «legge mancia» (80 milioni di euro per il 2010 e 30 milioni di euro per il 2011).

      Il totale delle risorse che si potrebbero attivare è pari a circa 16 miliardi di euro per l'anno 2010.
      Segnaliamo che la nostra manovra prevede una riduzione delle tasse di circa 3 miliardi ed una loro migliore e più efficace distribuzione:

      Minori imposte

          alleggerimento del carico Irpef diminuendo l'imposta sulle tredicesime e attraverso il meccanismo delle detrazioni: 2.350 milioni;

          detrazioni per carichi familiari: -1.000 milioni;

          riduzione Irap: -500 milioni;

          IVA di cassa per le PMI -500 milioni.

      Maggiori imposte

          tassazione con l'aliquota del 20 per cento delle plusvalenze finanziarie speculative con l'esclusione dei rendimenti dei titoli di Stato + 1.200 milioni;

          aumento della tassa sui superalcolici + 200 milioni.

      Diminuzione tasse: -2.950 milioni.

      In conclusione, possiamo ben dire che il Paese non si merita questa manovra di politica economica e finanziaria.
      Si poteva fare meglio. Abbiamo cercato di fare delle proposte alternative. Non c'è stata data la possibilità di avere un reale confronto nelle sedi parlamentari, ed in particolare, è stata del tutto esautorata dai suoi compiti la Commissione Bilancio.
      Lo spettacolo è stato indecoroso. Malgrado tutti i proclami del Governo e del Ministro dell'economia e delle finanze, di volere ricondurre la legge finanziaria ai suoi compiti precipui, abbiamo assistito ad un vero e proprio assalto alla diligenza che ha prodotto un testo confuso, senza criteri selettivi, mentre l'Italia annaspa in una crisi che colpisce duramente famiglie ed imprese.
      Fino all'ultimo abbiamo cercato un confronto per il bene del Paese. Non è stato possibile. Con ogni probabilità tra poche ore il Governo chiederà la fiducia non certo per inesistenti ostruzionismi delle opposizioni, ma semplicemente per potere controllare la propria maggioranza.
      Gli italiani sapranno giudicare se questo è un metodo di Governo all'altezza delle aspettative e delle necessità nazionali.

Antonio BORGHESI,
Relatore di minoranza