• Testo INTERPELLANZA

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Atto a cui si riferisce:
S.2/00101 [Procedura abortiva per via farmacologica]



Atto Senato

Interpellanza 2-00101 presentata da FRANCESCO COSSIGA
venerdì 31 luglio 2009, seduta n.249

COSSIGA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali - Vista la richiesta di immissione in commercio nel nostro Paese del mifepristone (MIFEGYNE), principio attivo della Ru486, la cosiddetta pillola abortiva, mediante procedura di mutuo riconoscimento;

visto che la procedura abortiva per via farmacologica richiede almeno 15 giorni per essere completata;

considerato che secondo la letteratura scientifica accreditata (si veda ad esempio Spitz et al. New England J. of Med. 1998; 338, 1241-1247) si stima che il 5 per cento delle donne abortisca fra il primo e il terzo giorno, che l'80 per cento abortisce entro le 24 ore dopo la somministrazione del secondo farmaco, in terza giornata, che un successivo 12-15 per cento abortisce nei 15 giorni successivi, e che un 5-8 per cento dovrà sottoporsi comunque successivamente a revisione della cavità uterina per aborto incompleto o non avvenuto, e che comunque il metodo farmacologico intrinsecamente presuppone l'incertezza sul momento dell'espulsione;

considerato che l'efficacia della procedura medica (92-95 per cento) è minore rispetto a quella dell'aborto chirurgico (maggiore del 99 per cento);

tenuto conto di quanto dichiarato nella relazione sulla legge 22 maggio 1978, n. 194, "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza" presentata in Parlamento il giorno 28 luglio 2009: «È evidente la discrepanza fra l'uso, segnalato, che si fa di prassi di questa procedura abortiva, e quello consigliato da due diversi pareri del CSS (Consiglio superiore di sanità); in particolare, secondo il parere del 18.3.2004 "i rischi connessi all'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti alla interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero". Tra le motivazioni addotte c'è "la non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto", e "il rispetto della legislazione vigente che prevede che l'aborto avvenga in ambito ospedaliero". Secondo il successivo parere del 20.12.2005 "l'associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla predetta legge e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto"»;

considerato l'uso di antidolorifici nel corso della procedura medica, per la dolorosità del metodo;

considerato che secondo la recentissima letteratura scientifica (M. Fjerstad et al. New England J. of Med. 2009, 391, 145-151) viene ritenuta necessaria anche una terapia antibiotica per diminuire il rischio di gravi infezioni;

tenendo conto che secondo la letteratura del settore (P. Slade et al., Br. J. Obstetr. Gynaecol. , 1998, 105, 1288-95), più della metà delle donne dichiara di aver riconosciuto l'embrione abortito durante la fase di espulsione;

considerando che è la donna stessa a gestire la procedura abortiva, che nelle due settimane di durata media presenterà perdite di sangue che lei stessa deve stabilire se sono "normali" o "emorragiche", per un'eventuale ricorso di urgenza in ospedale;

tenuto conto dei numerosi effetti collaterali che richiedono un follow-up preciso e costante dell'intera procedura, soprattutto riguardo al controllo dell'effettiva espulsione dell'embrione dall'utero e del completamento dell'aborto;

considerato che secondo la letteratura scientifica del settore (MF Greene, New Engl. J. Med. 2005, 353, 2317-8), la mortalità per aborto chimico è dieci volte superiore a quella di aborto chirurgico;

considerato che ancora è sconosciuto il motivo dell'elevata frequenza di gravi infezioni, soprattutto di quelle mortali dovute a Clostridium Bordelli;

tenuto conto delle ultime notizie dalla stampa, che riferiscono di un dossier riservato della casa farmaceutica Exelgyn, con la segnalazione di 29 morti a seguito di somministrazione della Ru486, morti delle quali l'opinione pubblica non era a conoscenza;

considerata l'esistenza di un carteggio in corso fra gli esperti del Ministero e dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), circa questioni inerenti alle problematiche suddette,

si chiede di sapere:

se si ritenga che il metodo abortivo farmacologico in argomento sia intrinsecamente compatibile con la legge n. 194 del 1978;

come si pensi di garantire la sicurezza delle donne se, come indicato da quanto riportato nella relazione al Parlamento, la prassi diffusa è quella del ricovero in day hospital, contrariamente a quanto indicato dai pareri CSS, prassi da cui consegue che non ci sarebbe parità di rischio fra metodo chirurgico e farmacologico;

se, visto quanto sopra detto, il metodo abortivo farmacologico rientri nella citata legge n. 194, rispetto all'art.15, che parla di "uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza";

quali siano i costi di un aborto medico, effettuato in regime di ricovero ospedaliero per tre giorni almeno, e comunque sino ad espulsione avvenuta, rispetto a quelli di un aborto chirurgico;

se non si ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l'Aifa.

(2-00101)