• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00027 [Sostegno e sviluppo del mezzogiorno]



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00027 presentata da ANTONELLO SORO testo di mercoledì 29 luglio 2009, seduta n.211
La Camera,
esaminato il Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2010-2013;
premesso che:
la recessione economica che dalla fine del 2008 ha interessato l'economia nazionale si sta riflettendo con particolare intensità nelle regioni del Mezzogiorno, con brusche riduzioni dell'occupazione, contemporanei incrementi del tasso di disoccupazione e conseguente contrazione dei redditi da lavoro delle famiglie;
se, tradizionalmente, nelle fasi congiunturali negative il Mezzogiorno, a causa della sua minore apertura internazionale, tendeva a risentire meno del rallentamento dell'economia mondiale, stavolta invece è proprio nel Sud che la crisi rischia di colpire maggiormente, con effetti fortemente negativi sulla dinamica dei consumi, degli investimenti e dell'occupazione.. Questo perché l'economia meridionale somma all'inversione ciclica debolezze strutturali che affondano le loro radici nel tempo e che si aggravano nell'attuale fase congiunturale;
tra gennaio 2009 e gennaio 2008 si sono persi al Sud 114 mila posti di lavoro. Nel solo comparto industriale meridionale, l'occupazione si è ridotta di 57 mila unità (- 6,6 per cento a fronte del -0,6 per cento al Centro-Nord). Simili dinamiche, in un'area dove lavora appena il 44 per cento della popolazione in età da lavoro, e le donne che lavorano sono meno di 3 su 10, costituiscono una situazione di potenziale emergenza sociale, trascurata dalla politica nazionale, che richiede risposte assai più incisive;
ogni anno circa 120 mila persone abbandonano permanentemente il Sud per cercare lavoro nel resto d'Italia, con enormi rischi che la nuova fuga di giovani laureati e diplomati e l'aggravarsi delle condizioni sociali lasci esposta la parte meno attrezzata culturalmente e socialmente della popolazione al reclutamento nella grande e nella microcriminalità. Recentemente, il Governatore della Banca d'Italia ha sottolineato come durante la crisi le imprese siano più facilmente aggredibili da parte della criminalità organizzata attraverso l'esercizio dell'usura nelle sue diverse configurazioni e come fra gli ostacoli che in vaste aree del Paese frenano il tasso di crescita vi siano organizzazioni criminali aggressive, pervasive, opprimenti e che proprio per questo l'azione di contrasto deve farsi ancora più attenta e decisa;
l'attuale mix di crisi economica e delegittimazione politica che il Sud sta attraversando pone ad alto rischio la possibilità di completare la transizione verso una economia più competitiva e allo stesso tempo indebolisce qualsiasi prospettiva di ripresa del sistema nazionale;
un progetto nazionale per la crescita del Mezzogiorno e per la valorizzazione delle sue potenzialità dipende in larga parte dal sostegno che una rinnovata azione pubblica (europea, nazionale e delle regioni) saprà fornire al sistema delle imprese e alle famiglie, sia attraverso le politiche anticongiunturali sia attraverso politiche strutturali di crescita e coesione nel campo delle infrastrutture, dell'innovazione e ricerca e per lo sviluppo dell'industria, dei sistemi produttivi locali e la valorizzazione delle risorse endogene;
se, fino ad oggi, il contributo della politica di coesione comunitaria ai processi di crescita e di convergenza nell'Unione europea è valutabile per il complesso delle regioni ex obiettivo 1 in circa mezzo punto all'anno di crescita aggiuntiva, tale contributo scende, per le regioni ex obiettivo 1 del Sud, in circa 0,25 decimi di punto: un simile risultato non è riconducibile soltanto a difetti interni alla politica regionale, ma anche ai limiti delle politiche generali nazionali e richiede una valutazione dei limiti della politica di sviluppo nei suoi aspetti quantitativi ma anche qualitativi;
considerato che:
sinora la discussione sul Mezzogiorno è stata fatta di troppi luoghi comuni e troppe ipocrisie;
è, ad esempio, un luogo comune un Mezzogiorno dove tutto è fallito e fallimentare. Questo luogo comune è stato costruito, nel corso degli ultimi anni, nella zona grigia dove si incontrano politica e comunicazione e che esercita un'influenza determinante sulla discussione pubblica in Italia. È lì che si è determinato il fatto che emblema del Mezzogiorno diventassero i rifiuti di Napoli piuttosto che le nuove metropolitane di Napoli oppure che indicatore dell'inefficienza delle amministrazioni locali diventasse il caso di Catania, un comune dissestato da operazioni di cartolarizzazione sbagliate, e non fosse, invece, adeguatamente valorizzato il caso di Bari, dove in pochi anni la flotta di autobus è stata rinnovata e la politica urbanistica rimessa in sesto;
nelle regioni del Meridione si dislocano, sia pure con diversa intensità nella loro localizzazione territoriale, almeno dodici settori strategici dell'industria nazionale: siderurgia e metallurgia non ferrosa, chimica di base, industria petrolifera e raffinazione, energia, industria aerospaziale, automotive, ICT, navalmeccanica, cemento e materiali da costruzione, armatoria, porti terminal container. Ad essi si aggiunge la cosiddetta industria leggera del «made in Italy»: agroalimentare, tessile-abbigliamento-calzaturiero, legno e mobili;
il Mezzogiorno è fatto anche da molti imprenditori, associazioni e altrettanti sindaci e amministratori locali impegnati in prima fila nella battaglia civile per la legalità, per le regole, contro la criminalità organizzata. C'è un eccessivo silenzio sui Comuni che aiutano con sgravi sulle imposte e sulle tariffe comunali gli imprenditori che denunciano racket, usura ed estorsione. Senza aiuti, almeno finora, da parte dello Stato. C'è silenzio sui tanti territori locali che hanno investito su politiche di sviluppo sostenibile: dall'eccellenza della ricerca e dei laboratori del polo universitario di Catania all'Università della Calabria, che risulta in base alle recenti valutazioni nel lotto delle migliori d'Italia, fino ai numerosi distretti industriali e agroalimentari in Puglia, Campania, Sicilia, che soffrono in questa fase di crisi ancor più di quelli del Nord, soprattutto per le condizioni del credito;
il Governo, fortemente condizionato dalla Lega Nord, ha reiteratamente e volutamente colpito il Sud, ancor più che nell'assegnazione e nella sottrazione di risorse, nella sua stessa legittimità ad autogovernarsi. Si assiste al paradosso di un Governo che ha un programma federalista, ma che vorrebbe commissariare tutto il Sud (al Nord l'autogoverno, al Sud i prefetti);
per il Partito Democratico l'unità nazionale è un valore non negoziabile: le differenze territoriali sono una risorsa del Paese, non una ragione di divisione e di rivalsa degli uni contro gli altri. Le regole vanno da tutti rispettate. L'efficienza è un sfida per tutti, al Nord come al Sud;
la legge n, 42 del 2009, di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, stabilisce una nuova regola, quella dei costi standard per i servizi pubblici essenziali. Il Governo non è stato in grado di fornire alcuna stima. I Gruppi parlamentari del Partito Democratico, attraverso uno studio commissionato a ricercatori indipendenti, hanno dimostrato che, prendendo in considerazione quella parte della spesa sanitaria determinata direttamente dall'intervento pubblico, il metodo dei costi standard può generare risparmi su tutto il territorio nazionale, a partire dal Lazio, dalla Lombardia, dal Veneto, dal Trentino Alto Adige e in tutte le regioni del Sud. I costi standard non sono un problema per il solo Mezzogiorno;
però, nel Mezzogiorno è lunga la strada per raggiungere obiettivi di quantità e di qualità dei servizi pubblici essenziali paragonabili a quelli del Nord, così come a quelli europei;
questa è la vera questione: il funzionamento, nel Sud, dei servizi essenziali, di quelli da cui dipende quotidianamente la qualità della vita dei cittadini e il sistema di riferimento per le imprese: legalità, sicurezza, istruzione, assistenza agli anziani, asili nido, sanità, mobilità urbana e metropolitana, raccolta e trattamento dei rifiuti, sistema idrico, depurazione delle acque, mobilità delle merci e delle persone a livello transregionale ed europeo, manutenzione e valorizzazione dei beni pubblici e collettivi, a partire dai beni culturali e ambientali e soprattutto di quelli a valenza turistica;
è necessario, allora, discutere non solo dell'intervento aggiuntivo che si realizza nel Mezzogiorno con i fondi comunitari e con i fondi FAS, taglieggiati in un solo anno per responsabilità del Governo, ma della somma, dell'intreccio, fra questi fondi aggiuntivi e le risorse ordinarie che sostengono le azioni pubbliche nel Mezzogiorno. Quando si discute del Mezzogiorno pensando solo alle risorse aggiuntive destinate al suo sviluppo (circa nove miliardi all'anno su circa cento di risorse ordinarie) si resta alla superficie del problema, facendo operazioni politiche di corto respiro;
la vera sfida, infatti, è di intrecciare i finanziamenti aggiuntivi con quelli ordinari. Concentrare i primi sulle infrastrutture necessarie per migliorare gli obiettivi di servizio pubblico essenziale e la competitività delle imprese. Valutare i secondi, quelli ordinari, in ragione degli stessi obiettivi di servizio: dalla raccolta differenziata dei rifiuti ai parametri stabiliti dal «patto per la salute» per la qualità e il costo delle prestazioni sanitarie;
valutato che:
il Governo ha sistematicamente smantellato l'efficacia di tutte le agevolazioni fiscali automatiche che costituivano un punto di avanzamento reale delle politiche per il Sud, perché uscivano dalla discrezionalità e premiavano chi veramente investiva, mentre continua la propaganda del Ponte sullo Stretto, una infrastruttura di dubbia fattibilità e utilità, e rimangono incompiute le grandi infrastrutture ferroviarie, stradali e portuali necessarie allo sviluppo del Mezzogiorno;
il Governo, con i decreti «anticrisi», ha spostato una parte consistente delle risorse del FAS destinate al Mezzogiorno verso le aree a più alto tasso di sviluppo inaugurando un «modello redistributivo delle risorse» funzionale alla ristrutturazione di una sola parte del Paese. Il Governo ha dirottato verso il settore del credito grande parte delle risorse disponibili, precedentemente programmate per la politica industriale, favorendo la ricapitalizzazione delle banche (Tremonti bond, Confidi, ecc.) e cancellando le agevolazioni per il Sud. Le agevolazioni per il Mezzogiorno sono passate da 6,5 miliardi di curo a 1,5 miliardi: al Sud si sono ridotte dell'86 per cento, al Centro-Nord del 27 per cento. Le risorse rivenienti dalle revoche della legge n. 488 del 1992 sono state spostate nella spesa ordinaria, sono stati vanificati i crediti di imposta per gli investimenti, i contratti di programma non sono più limitati alle aree sottoutilizzate, la detassazione degli utili reinvestiti (cosiddetta Tremonti ter) non prevede, contrariamente all'indirizzo della legge n. 42 del 2009 in merito a forme di fiscalità di sviluppo, alcuna differenziazione in favore del Mezzogiorno, le Zone franche urbane non riescono ancora a decollare in attesa dei decreti di attuazione e la definitiva autorizzazione europea;
il Governo ha attinto in modo reiterato e distorto alle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS): all'inizio dello scorso anno il FAS poteva contare su 64 miliardi e 379 milioni, di cui l'85 per cento destinato alle aree meridionali e il restante 15 per cento alle zone sotto utilizzate del Centro-Nord. Una cospicua parto dei fondi Fas, nel corso del 2008 e dei primi mesi del 2009, è stata destinata, con leggi e con delibere Cipe, alla copertura finanziaria di altre esigenze (è il caso dei provvedimenti «anticrisi» ma anche di quelli a carattere emergenziale come l'emergenza rifiuti, il contributo ai bilanci dei comuni di Roma e Catania). I tagli effettuati hanno sottratto risorse al Sud destinandole ad altri scopi e hanno comportato una dequalificazione della spesa pubblica (per di più ogni euro di spesa corrente fatto con le risorse del F AS provoca, contabilmente, un taglio sul Fondo pari ad almeno il triplo). In seguito ai tagli di risorse del FAS, a marzo 2009 la dotazione del FAS era diminuita a circa 53 miliardi e mezzo. Il Cipe, il 6 marzo, dopo aver preso atto di una destinazione al Fondo infrastrutture di circa 7 miliardi, ha ripartito la somma di 45 miliardi, destinando 27 miliardi circa alle amministrazioni regionali e ripartendo la quota restante pari a a circa 18 miliardi tra i tre fondi; il Fondo sociale per l'occupazione e la formazione, il Fondo infrastrutture, il Fondo strategico a sostegno dell'economia reale. Tali fondi, pur formalmente vincolati per legge (85 per cento in favore del Mezzogiorno e 15 per cento in favore del Centro-Nord), di fatto sono stati successivamente utilizzati per finalità specifiche non condizionate a particolari destinazioni territoriali;
con il decreto legge n. 39 del 2009 sull'emergenza in Abruzzo, per la prima volta nella storia, si è previsto che la ricostruzione gravi interamente su una sola area territoriale, il Mezzogiorno; infatti l'onere maggiore della ricostruzione è coperto a valere sulle risorse del Fondo strategico per l'economia reale;
a maggio 2009 risultavano utilizzi del FAS per oltre 18 miliardi di euro a valere sulle risorse stanziate per il periodo 2008-2012;
il Documento di programmazione economica e finanziaria appare gravemente carente per quanto riguarda le politiche per il Mezzogiorno; è assente, in particolare, l'individuazione degli strumenti per conseguire gli annunciati obiettivi di sviluppo territoriale, impegna il Governo: a ripristinare un corretto metodo di programmazione per le risorse destinate alle politiche di sviluppo e di coesione e, soprattutto, le somme destinate alla programmazione 2007-2013 e, ad avviso dei presentatori, ingiustamente sottratte dal Governo, informando il Parlamento del monitoraggio delle realizzazioni e dei flussi effettivi di cassa. Rimodulazioni e spostamenti all'interno delle cifre programmate vanno effettuati, se necessari, per migliorare l'efficienza della spesa, ma vanno sempre dimostrati e non devono intaccare le risorse complessivamente destinate alle politiche di sviluppo territoriale;
a proporre concreti piani di investimenti pluriennali da concordare con tutte le amministrazioni pubbliche e i concessionari di pubblici servizi, a partire da Ferrovie dello Stato, Anas, Telecom, Enel, ecc., per corrispondere alle previsioni di legge e cioè per raggiungere una quota della spesa pubblica in conto capitale destinata al Mezzogiorno del 45 per cento contro l'attuale 34,9 per cento;
a sbloccare le risorse FAS destinate ai piani di sviluppo e di investimento regionali, impegnando le regioni a partecipare a progetti e programmi di carattere sovraregionale la cui cabina di regia sia coordinata e condivisa;
a ripristinare forme efficaci di incentivazione per le attività produttive localizzate nelle aree svantaggiate - anzitutto restituendo piena operatività e copertura finanziaria allo strumento automatico del credito d'imposta per i nuovi investimenti nel Sud, garantendo da subito la fruizione del credito da parte delle imprese del Mezzogiorno che hanno già presentato la domanda all'Agenzia delle entrate - e ulteriori differenziazioni a valere sugli strumenti nazionali (ricerca e sviluppo, detassazione degli utili reinvestiti, ecc), non dimenticando la priorità anche per gli interventi di dimensione micro territoriale, come le Zone franche urbane e l'aiuto ai Comuni e agli enti locali che a loro volta aiutano gli imprenditori esposti sul fronte delle estorsioni e dell'usura;
ad affiancare con appropriate misure di assistenza tecnica e di premialità le amministrazioni pubbliche, statali, regionali e locali, impegnate nel Mezzogiorno ad innalzare la qualità dei servizi offerti, a raggiungere più elevati obiettivi di servizio nel campo delle funzioni pubbliche essenziali, a rendere più efficienti i costi delle prestazioni con la finalizzazione ai costi standard;
a focalizzare le risorse su un numero limitato di interventi, con l'obiettivo di ridurre considerevolmente l'inaccettabile divario esistente tra Nord e Sud nelle infrastrutture e negli standard di servizio, assicurando adeguate risorse per le seguenti opere prioritarie:
realizzazione delle infrastrutture connesse al corridoio europeo Berlino-Palermo, consistenti nel potenziamento e ammodernamento della rete ferroviaria da Battipaglia a Reggio Calabria e da Catania a Palermo;
realizzazione dell'AV/AC ferroviaria Napoli Bari (scomparsa totalmente dalle priorità del Governo);
completamento della Salerno-Reggio Calabria e ammodernamento della S.S. 106 Taranto-Reggio Calabria (Statale Jonica), realizzazione della S.S. Olbia-Sassari e completamento della S.S. 131 Cagliari-Sassari (Carlo Felice);
potenziamento del sistema di trasporto locale delle grandi aree urbane meridionali (Napoli, Palermo, Cagliari, Bari, Reggio Calabria, ecc);
potenziamento del sistema portuale e aeroportuale.
(6-00027) «Soro, Sereni, Bressa, Baretta, Marchi, Bellanova, Berretta, Boccia, Boffa, Bonavitacola, Bordo, Bossa, Burtone, Calvisi, Capano, Capodicasa, Cardinale, Enzo Carra, Causi, Cesario, Ciriello, Concia, Cuomo, D'Alema, D'Antona, D'Antoni, D'Incecco, Fadda, Gaglione, Genovese, Ginefra, Ginoble, Grassi, Graziano, Iannuzzi, Laganà Fortugno, Laratta, Levi, Lo Moro, Lolli, Losacco, Luongo, Margiotta, Cesare Marini, Marrocu, Pierdomenico Martino, Mastromauro, Mazzarella, Melis, Minniti, Mosella, Nicolais, Oliverio, Arturo Mario Luigi Parisi, Pedoto, Mario Pepe (PD), Pes, Piccolo, Picierno, Antonino Russo, Samperi, Santagata, Sarubbi, Schirru, Servodio, Siragusa, Tenaglia, Livia Turco, Vaccaro, Vico, Villecco Calipari».