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Atto a cui si riferisce:
C.1/00190 [Politica estera e disarmo atomico]



Atto Camera

Mozione 1-00190 presentata da FABIO EVANGELISTI testo di lunedì 15 giugno 2009, seduta n.187
La Camera,

premesso che:

il 5 aprile 2009 il Presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama ha tenuto a Praga un discorso che potrebbe rivelarsi di notevole importanza per la necessaria definizione dei futuri rapporti internazionali. Ha dichiarato, infatti, che gli Stati Uniti «adotteranno iniziative concrete» per giungere ad un mondo senza armi nucleari, precisando di «non essere un ingenuo» e di sapere che si tratta di un traguardo difficile. «Ma affermare che le armi nucleari sono inevitabili è come dire che l'uso delle armi nucleari è inevitabile. L'umanità deve tornare ad essere padrona del suo destino». Gli Usa manterranno un arsenale nucleare «sicuro ed efficace», ma ha aggiunto che nel frattempo comincerà a ridurlo. La guerra fredda, ha sottolineato, ha lasciato «una pericolosa eredità di migliaia di armi nucleari»;

secondo Obama, gli Stati Uniti hanno la «responsabilità morale» di dover agire per giungere all'eliminazione delle armi nucleari. Per questo si impegnerà affinché il Senato americano ratifichi il trattato che mette al bando qualsiasi tipo di test nucleare. Inoltre, il Presidente Obama ha annunciato che entro il 2010 gli Stati Uniti organizzeranno un vertice globale proprio sulla sicurezza nucleare;

rispetto alla situazione antecedente al 1989, il cosiddetto mondo dei blocchi, l'attuale realtà, anche rispetto alla proliferazione delle armi nucleari, appare purtroppo molto più complessa da governare. La necessità di un progredire verso un governo multilaterale del mondo contemporaneo complica, infatti, la gestione del processo inevitabile di disarmo nucleare. Negli ultimi anni nuovi Stati hanno intrapreso la corsa agli armamenti nucleari, circostanza che sarebbe stata del tutto impraticabile nel «mondo dei blocchi»: Corea del Nord ed Iran rappresentano due realtà molto differenti tra loro, ma accomunate dalla medesima insofferenza ai richiami internazionali ed all'azione di moral dissuasion, anche particolarmente serrata, che è stata condotta nei loro confronti dalla comunità internazionale. Appare inevitabile focalizzare quali potranno essere nei prossimi anni gli strumenti di intervento nei loro confronti per procedere al disarmo nucleare;

il Pakistan è uno dei Paesi più poveri del mondo, eppure, in virtù di logiche ereditate dal passato, mantiene il proprio armamento atomico. In questi ultimi anni proprio il Pakistan è stato coinvolto nella grande battaglia contro Al Qaeda. A differenza di molti degli Stati occidentali, che hanno partecipato a quella battaglia, seguendo la strategia d'offensiva dell'amministrazione Bush, il Pakistan è un Paese mussulmano e confina direttamente proprio con l'Afghanistan. In questi ultimi mesi, lasciato colpevolmente solo dagli alleati occidentali, è stato sempre più sottoposto all'aumento dell'influenza dell'estremismo terrorista: la rete di Al Qaeda ha delle basi fisse nel suo territorio ed i partiti fondamentalisti stanno aumentando di molto il loro seguito. Il rischio potrebbe essere quello di consegnare all'estremismo mussulmano l'intero Paese, finora considerato tra i principali alleati occidentali, con tutti i suoi armamenti atomici. Anche questa eventualità è una delle ragioni per le quali appare del tutto fallimentare l'azione portata avanti dall'amministrazione Bush;

il Pakistan confina, oltre che con l'Afghanistan, anche con l'India, che, però, non aderisce al Trattato di non proliferazione e che dovrebbe detenere da 60 a 90 testate. Dunque, sarà necessario individuare gli strumenti di dissuasione alla proliferazione atomica anche nei confronti del gigante asiatico. Al momento questa appare un'ipotesi particolarmente complicata, per non dire irrealistica;

lo stesso Pakistan non aderisce al Trattato di non proliferazione e, oltre che con Afghanistan e l'India, confina anche con l'Iran. Siamo, dunque, di fronte ad un'area geopolitica che presenta una complessità enorme: ad una popolazione di oltre un miliardo di persone corrisponde un livello di povertà diffuso ed in alcuni casi drammatico. In questo contesto l'Iran sta procedendo a dotarsi di energia nucleare, mentre il Pakistan e l'India sono già dotati di armamenti nucleari. Subito ad est di quest'area, la Corea del Nord. Qualsiasi programma di disarmo nucleare dovrà inevitabilmente e realisticamente confrontarsi con questa realtà;

nel 2003 la Libia ha rinunciato sia agli armamenti atomici che alle armi chimiche. Nel suo intervento presso il Senato della Repubblica, il Colonnello Gheddafi ha rivendicato la decisione, ponendo, però, un interrogativo che resta valido e su cui appare inevitabile riflettere: «perché la Corea del Nord cerca oggi la bomba atomica? E perché fa lo stesso l'Iran?». Secondo il leader libico, questo dipenderebbe dal fatto che non sono stati adeguatamente ricompensati. La rinuncia della Libia agli armamenti atomici rappresenta un grande patrimonio per il progresso di una prospettiva di disarmo generalizzato;

sempre nel suo intervento a Praga, il Presidente Obama ha poi puntualizzato due aspetti fondamentali. Riferendosi alla Corea del Nord, ha dichiarato che: «Ha violato le norme esistenti col suo lancio missilistico» e «deve adesso essere costretta a mutare direzione»;

appare inevitabile chiedersi come si potrà tradurre realisticamente questa volontà di costringere il Paese asiatico a mutare direzione. Una domanda collegata alla considerazione per la quale appare irrealistico procedere ad un piano di disarmo nucleare solo per i Paesi firmatari del Trattato di non proliferazione. In questo senso Obama ha affrontato anche la questione nucleare iraniana, affermando che l'eliminazione della minaccia nucleare di Teheran eliminerà a sua volta la spinta principale per creare uno scudo antimissile. Ma se la minaccia nucleare iraniana persisterà, secondo Obama, gli Stati Uniti possono solo andare avanti con il loro programma di difesa antimissile. Il Presidente Usa ha detto che per Teheran è giunto adesso il momento di fare una «chiara scelta» su quale strada vuole seguire con il suo programma nucleare;

il disarmo nucleare è, dunque, una condizione necessaria verso la quale indirizzarsi con convinzione, evitando appelli generici del tutto inefficaci e focalizzando, invece, le risorse e gli strumenti da utilizzare per coinvolgere Paesi attualmente impegnati a dotarsi di energia atomica o, comunque, refrattari ad una gestione finalizzata al disarmo,
impegna il Governo:

in occasione del prossimo G8, a dedicare una specifica sessione alla questione del disarmo nucleare, focalizzando gli interventi concreti da attuare per dissuadere i Paesi che attualmente paiono impegnati a dotarsi di armamenti nucleari, così come quelli che ne sono già in possesso e non hanno aderito al Trattato di non proliferazione;

a sostenere in questa ottica l'azione di quei Paesi moderati del mondo islamico che hanno rinunciato espressamente a programmi di militarizzazione nucleare e rappresentano, anche per questo, il principale alleato occidentale nell'azione di dissuasione atomica;

a prevedere un piano di aiuti economici al Pakistan, finalizzati al consolidamento di un regime democratico e laico;

a sviluppare gli interventi di cooperazione internazionale, in particolare nei confronti dei Paesi arabi moderati, vincolando tali piani di intervento alla condivisione e diffusione in questi Paesi dei principi fondamentali in tema di rispetto dei diritti umani;

a sviluppare una politica europea di collaborazione ed amicizia nei confronti della Russia, rilanciando gli accordi di Pratica di Mare relativi ai rapporti tra Nato e Russia, affinché sia superata la logica dell'alleanza militare a favore di una concezione di alleanza strategica, nel cui ambito la Russia non sia più considerata ancora come elemento esterno, ma sia, invece, coinvolta in un programma di governo comune con la Nato, come parte integrante dell'Europa;

a sviluppare nei confronti della Libia e della Turchia un'azione di costante coinvolgimento nelle scelte strategiche dell'Europa, in modo da estendere a questi Paesi quei valori fondanti che reggono le democrazie occidentali, a partire dal rispetto dei diritti umani, evitando, al contempo, che proprio questi due Paesi possano correre il rischio di ricadere nell'area di influenza dell'estremismo religioso di matrice islamica.

(1-00190)
«Evangelisti, Donadi, Borghesi, Barbato, Cambursano, Cimadoro, Favia, Aniello Formisano, Giulietti, Messina, Misiti, Mura, Monai, Leoluca Orlando, Paladini, Palagiano, Palomba, Pisicchio, Porcino, Piffari, Razzi, Rota, Scilipoti, Zazzera, Di Giuseppe, Di Stanislao».